Le tribolazioni di un italiano in Cina: una sorta di blog di viaggio in versione cartacea

Le tribolazioni di un italiano in Cina è un bel racconto di viaggio che sicuramente farà ridere molte persone, altre invece potranno spaventarsi un pochino. La narrazione però non è affatto pesante e nonostante alcune situazioni descritte possano fare oggettivamente un po’ paura (il sequestro di persona normalmente è reato, ecco) la leggerezza del tono di voce tipico del blog di viaggio fa percepire la storia con il giusto distacco.

Ho letto questo libro in pochissimo tempo e per qualche ora non sono stata in grado di decidere se mi fosse piaciuto oppure no. Sicuramente ho riso tantissimo, ma in alcuni punti mi sono chiesta se stavo ridendo in maniera legittima. Alla fine mi sono scrollata di dosso un po’ della mia solita pesantezza polemica e ho deciso che una narrazione così incalzante e divertente poteva anche permettersi d’essere dissacrante e un filino politicamente scorretta.

La trama

È un racconto autobiografico, la cronaca di una bruttissima esperienza lavorativa che si è tradotta in una truffa in piena regola. Il nostro protagonista, stufo di vedersi proporre stage sottopagati o per la gloria, decide di rispondere a un annuncio di lavoro proveniente dalla Cina, dove si parla di assunzione, stipendio dignitoso, spese coperte e tanti altri benefit tra i quali l’alloggio in un residence con piscina. Ovviamente la situazione non sarà quella presentata, ma per quanto ci si possa sforzare a immaginare i limiti di una truffa orribile è difficile arrivare a quanto è successo al nostro eroe nazionale.

Non leggete questo libro

… se non siete disposti ad accettare alcune battute un filino maschiliste e alcune considerazioni un po’ fuori luogo sul corpo delle donne “al naturale”. Ho faticato ad accettare le pagine che descrivono per quale ragione non sia possibile avere un rapporto sessuale con una donna che ha i baffi. Conosco ragazze che non si depilano e hanno una vita sessuale attiva e appagante, eviterei di dilungarmi così tanto mentre si cerca disperatamente di normalizzare il corpo femminile al naturale. Capisco che i baffetti possono non piacere agli uomini, ma è una visione che possiamo anche sforzarci di soprassedere in testi che poi sono divulgati ad ampio raggio.

… se non vi piace sentir parlare male dei cinesi. Infatti va sempre tenuto presente che l’autore scrive in seguito a una truffa e di una truffa racconta i fatti. Nel libro sono messi in luce tanti aspetti di una cultura molto lontana dalla nostra e non sempre se ne parla in modo gentile. Francamente mi ci sono ritrovata molto, il mio essere italiana cozza moltissimo con alcuni aspetti del vivere cinese, ma il bello di viaggiare è proprio questo: misurarsi con stili di vita diametralmente opposti al nostro.

In conclusione

A me il libro è piaciuto e sono molto contenta di averlo preso in prestito attraverso Kindle Unlimited e lo consiglio vivamente a chiunque abbia lo spirito per farsi un paio di risate davvero politicamente scorrette e decisamente dissacranti.

Massì, tutto sommato il testo lo promuoviamo con un bel 7! Ma attendiamo la vostra opinione, come sempre, quindi datevi una spicciata nel leggerlo che poi dobbiamo parlarne fittissimo, sono sicura che faremo un po’ di casino. Vi lascio il link qui così fate prima!

Soffri d’ansia? Ti consiglio un libro: La rana bollita

Cari amici, sono contentissima di essere tornata a leggere con entusiasmo. La noia e il senso di pigrizia letteraria che m’ha colto in gravidanza e nel post parto sta finalmente passando e … sono tornata a divorare libri.

In questo blog abbiamo parlato spesso della mia ansia e dei disturbi che ne derivano, qualcuno mi ha anche scritto per raccontarmi la sua storia e sono davvero felice che una lettura, talvolta, possa farvi sentire meno a disagio.

Mi sono imbattuta praticamente per caso in un libro molto interessante che si intitola: La rana bollita, una storia di ansia, attacchi di panico e cambiamento (Marina Innorta). Ho deciso di parlarvene un po’ perché è stato per me un balsamo in questi giorni concitati (covid, home office, trasloco e altre mirabolanti avventure).

Sì, sono una di quelle che sottolinea cose anche sul Kindle, ma solo per farvi poi gli screen e arricchire i blogpost!

Mi ci sono ritrovata molto, quindi penso che tutte le persone che mi hanno scritto per dirmi quanto si rivedessero nel mio articolo possano trarre beneficio dalle parile di Marina Innorta. Normalmente, a essere onesta, non amo molto leggere libri in cui la gente racconta disagi, infatti non ero troppo convinta di cominciare questo libro. La verità è che, con mia immensa sorpresa, mi ha presa subito fin dalle prime righe. Marina, infatti, parla esattamente come mi sono sempre immaginata di parlare a voi nel trasmettervi le mia difficoltà. Poi in realtà, come sapete, l’ho fatto solo una volta e dubito possa succedere di nuovo.

Però, mentre leggevo, riflettevo su quanto sarebbe bello riuscire a parlare così del mio disturbo d’ansia e di altre carogne che si attaccano al cervello e per le quali, purtroppo, la cura non è mai una faccenda sicura e certa.

Il punto è che vorrei poter fare del bene quanto questo libro ne ha fatto a me in questi giorni. Leggere nero su bianco quello che quotidianamente vivo e quello che quotidianamente dovrei fare per “rimettermi in bolla” mi ha dato una mano. Quando, infatti, si concretizza una paura irrazionale lasciando che qualcuno la descriva per bene, questa tende a rimpicciolirsi. Come l’acqua versata a terra, se la si potesse mettere in un bicchiere solo descrivendola non sarebbe più così disastrosa.

Vi consiglio la lettura di questo libro non solo se soffrite d’ansia, ma anche e soprattutto se vivete con qualcuno che ne soffre. Spesso la difficoltà sta anche nel capire come approcciare con chi vive costantemente nella paura, oppure nel comprendere il disturbo e intervenire, oppure nel semplice convivere di tutti i giorni.

La cosa importante è appunto che se ne parli e che si chieda aiuto perché soffrire d’ansia non è diverso dall’ avere un dolore cronico alla caviglia per mesi, mesi, mesi e mesi. Solo che per il dolore sanno tutti (o quasi) come intervenire, invece per i disturbi mentali nessuno sa davvero che fare a botta sicura. Tavor, Xanax, Cipralex e chi più ne ha più ne metta: psicofarmaci che possono essere d’aiuto oppure possono essere la condanna definitiva. Così, al 50 e 50, con una certa sincerità persino dei medici. Se ti fa male la caviglia, invece, ti spari del Toradol e sei sicuro che per qualche ora avrai tregua. Non che il dolore cronico sia meglio, ben inteso, ma almeno si ha una certa sicurezza sul come trattarlo. Almeno nella maggior parte dei casi, insomma.

Marina Innorta

Ma non è questo il posto della polemica, a me interessa che capiate cos’è un disturbo d’ansia e capiate cosa succede davvero a chi ne soffre sul serio. Non stiamo parlando di irrequietezza momentanea, di svogliatezza, di pigrizia o del classico “fiato sul collo”, si sta parlando di quella stramaledetta sensazione che si prova a vivere costantemente nella paura, tutto il giorno tutti i giorni.

Quindi visto che vi piace quando vi dò consigli libreschi super radical chic(ccosissimi), correte a comprare La Rana Bollita, leggetelo e poi tornate qui da me che ne parliamo insieme. Potete anche contattarmi sui social, ho visto che oramai è quello il canale che preferite per le chiacchiere istantanee.

Vi ricordo che abbiamo anche aperto un canale Telegram per farvi rimanere aggiornati, se vi va e se vi fa piacere!

Non chiamatemi MAMMO

Quanti di noi avranno visto, o almeno sentito parlare, del film del 1967 “Indovina chi viene a cena?”? In soldoni parla di questa coppia con lui nero e lei bianca che si devono sposare, così decidono di andare dai genitori di lei perché possano conoscere il fidanzato. Fatto sta che pur giudicandosi aperti e liberal, l’anziana coppia affronterà diversi problemi nell’accettare il ragazzo e i suoi genitori che lo verranno a trovare, fino al lieto epilogo in cui l’amore trionferà sulle differenze cromatiche.

È molto facile essere progressisti a parole, meno lo è quando poi progressisti tocca esserlo nei fatti

Sì, ma che c’entra “Indovina chi viene a cena?” con l’essere padre in questo periodo? Semplicemente, è molto facile essere progressisti a parole, meno lo è quando poi progressisti tocca esserlo nei fatti; e per quanto abbia sperimentato sulla mia pelle che non ho problemi a considerare un africano della mia stessa razza, mi sono scontrato con un’altra bestia del pregiudizio: i ruoli di genere.

Elisa avrebbe continuato a lavorare ed io avrei rinunciato al mio lavoro per restare a casa

La premessa è questa: quando è iniziata tutta la faccenda del Coronavirus, Elisa ed io avevamo due situazioni di lavoro full time; lei era appena rientrata a lavoro dopo una lunga maternità, e io stavo portando avanti i miei mesi di contratto per le Poste Italiane. La nostra preoccupazione maggiore, di cui si è anche parlato qualche tempo fa, era dove e a chi lasciare Milo, se sarebbe stato bene senza i genitori per 6/8 al giorno, i costi degli asili nido o delle babysitter, la disponibilità della zia (mia cugina) a cui abbiamo rubato il bollitore, e così via. Poi è arrivato il lockdown, mia cugina non ha potuto più spostarsi, gli asili nido hanno chiuso, una babysitter full time era impensabile e così abbiamo preso una decisione: Elisa avrebbe continuato a lavorare ed io avrei rinunciato al mio lavoro per restare a casa. I motivi di questa decisione sono tantissimi: abbiamo deciso di salvaguardare lo stipendio migliore dei due, a fine aprile il mio contratto sarebbe scaduto comunque e inoltre trovavo profondamente giusto che dopo dieci mesi di maternità anche Elisa ritrovasse la sua dimensione lavorativa.

Visto che non sono il solo in questa situazione, visto che la stampa continua a chiamarci mammi, voglio raccontare la mia esperienza, con lati positivi e negativi

E quindi, preso il congedo parentale, è dal 10 marzo che sono a casa. I primi giorni sono passati in tranquillità, vissuti più come delle ferie un po’ più lunghe con la possibilità di stare con mio figlio, che prima potevo godermi solo qualche minuto la sera, quando non lo trovavo già addormentato; dopo più di un mese, però, mi sono trovato davvero a fare a pugni con un modo di fare il padre che è tutto nuovo, senza riferimenti. E visto che siamo nel 2020, visto che non sono il solo in questa situazione, visto che la stampa continua a chiamarci mammi, voglio raccontare la mia esperienza, con lati positivi e negativi. Cosa intendo con “noi”? Intendo tutti quei genitori di sesso maschile, eterosessuali, solitamente intorno ai 30, che per un motivo o per un altro, guadagnando meno del partner o lavorando meno ore, si trovano ad essere i genitori 1 della coppia. Ammettiamolo, la nostra esperienza di figli ci porta a pensare a una divisione piuttosto rigida dei ruoli: papà lavora e porta i soldi a casa, mamma sta a casa e si occupa di casa e dei figli, e anche se lavora, guadagna meno del papà.

Ma che succede quando l’evolversi delle situazioni finisce per andare in direzione diametralmente opposta?

Io penso che sia normale, quando ci si appresta a diventare genitori, che i primi modelli di riferimento siano quelli che ci sono più vicini: i nostri genitori, i parenti più prossimi con figli, e poi i vicini di casa, gli amici e così via, fino a quello che è comunemente il modello accettato dalla società nella quale si vive. Ma che succede quando l’evolversi delle situazioni finisce per andare in direzione diametralmente opposta? Molte volte, un gran casino. Certo, anche io ho trovato molto romantica l’immagine del papà giovane e moderno che si occupa del proprio figlio senza curarsi della “normale” divisione dei ruoli di genere, e vi dirà di più, mi sentivo anche vagamente in colpa quando non mi sono sempre trovato a mio agio con questa nuova configurazione. Alla fine, la figura del padre è strettamente legata a quella dell’uomo, e sarebbe una bugia colossale non mettere in correlazione queste due cose.

Ho cominciato a sentirmi sempre meno centrale nel mio ruolo di padre, diventando l’immagine di una madre con la barba e senza tette

Così è capitato che, dopo un mese passato a prendermi cura di mio figlio non solo nell’aspetto ludico, ma anche quello delle pappe da preparare, dei sonni da indurre, dei pannolini da cambiare, ho cominciato a sentirmi sempre meno centrale nel mio ruolo di padre, diventando l’immagine di una madre con la barba e senza tette; di conseguenza meno virile, meno uomo, ma non abbastanza donna da essere una madre del tutto. E ovviamente a questo si aggiunge tutto quello che ci si aspetta da un adulto che si deve prendere cura di un bambino durante le quotidiane ore lavorative: tenere ordinata e pulita la casa, gestire le lavatrici, e tutte le altre attività domestiche.

Possiamo cominciare a costruire delle nuove sovrastrutture per smantellare i pregiudizi

Mi ricordo che all’inizio di questa quarantena, avevo pubblicato una foto di me con in testa un nastro mentre facevo il gesto di mostrare il bicipite, in una parodia di un manifesto piuttosto famoso. Beh, non mi sarei mai aspettato che le cose si sarebbero mescolate a tal punto da rendere quella foto sempre meno ironica, e sempre più inquietantemente vera nell’immagine che mi facevo di me. C’è voluta una brusca frenata di questa slavina di pensieri per rimettere un po’ di ordine e capire cosa non stava andando.

Non possiamo evitare di scontrarci con i nostri pregiudizi, così come non era possibile per la coppia di genitori in “Indovina chi viene a cena?”, ma possiamo cominciare a costruire delle nuove sovrastrutture perché questi pregiudizi vengano a mano a mano smantellati:

  1. Dobbiamo capire che almeno nelle piccole comunità famigliari, lo stipendio e la disponibilità economica è un servizio alla comunità stessa, non un modo per misurare la propria forza e il proprio valore.
  2. Lavare i piatti, fare le lavatrici, pulire per terra, non toglie centimetri al pene, né modifica i nostri cromosomi.
  3. I padri che si occupano dei figli più tempo delle madri che lavorano non aggiungono niente ai primi, e non tolgono niente alle seconde. Se gli uomini possono rinunciare al loro predominio economico e sociale, le donne possono rinunciare a quello sulla cura dei bambini.
  4. Non esistono i mammi. Questa dicitura è svilente, genera confusione ed è inutile. Esistono i padri e le madri, esistono gli zii, le zie i nonni e le nonne.
  5. Se un bambino cresce sano e felice, non importa né chi porta i soldi a casa né chi si occupa delle faccende domestiche: stiamo facendo un ottimo lavoro.

Grazie,
Claudio

Teatro: va in scena il Covid-19 e il biglietto costa carissimo

Ultimamente si fa un gran parlare di come il mondo dello spettacolo e della cultura in generale sia messo a repentaglio dal blocco imposto per mettere un freno ai contagi e alle morti da Covid-19. Si sono susseguiti gli appelli di attori e registi perché i decreti coinvolgessero anche gli ex-Enpals, e pare che alla fine qualcosa si sia smosso, permettendo loro di entrare nel girone infernale delle pratiche Inps e ottenere questi benedetti 600 euro al mese.

Tutto è bene quel che finisce bene, dunque. Peccato che la cosa non sia così semplice. Se è vero che la cultura costa, è altrettanto vero che fare teatro reggendosi unicamente sulle proprie forze economiche è un’operazione quasi suicida. Motivo per il quale esistono i fondi statali ed europei. Ma chi opera in questo settore sa benissimo quanto sia difficile accedere tanto ai primi quanto ai secondi, e soprattutto sa benissimo quanto non siano sufficienti per coprire la quantità di lavoro che c’è. E poi diciamoci la verità, del teatro non è che gli sia interessato poi più di tanto a nessuno, visto che rientriamo nella spesa “tutela del patrimonio paesaggistico e culturale” (cosa che mi ricorda un po’ me quando tento di fare i conti e metto sotto la voce “spese di casa” un po’ di tutto: lo bollette, il condominio, la spesa, l’abbonamento Netflix): quindi quello 0,50% del Pil investito serve a coprire le spese dei cinema, dei teatri, dei musei, delle librerie, dei siti archeologici…

Quindi va a finire che i soldi se li pappano i “big” dello spettacolo, perché sono quelli che fanno girare più l’economia del settore, e ai piccoli e piccolissimi non resta che il grande mare sommerso. Perché bisogna essere onesti, ho conosciuto personalmente professionisti anche piuttosto accreditati pagare in nero più o meno qualsiasi cosa: i tecnici, gli attori, il teatro, le maestranze, ma pure i caffè e le merendine. Siamo tutti d’accordo che il nero è brutto e fa male, ma questo non toglie il fatto che tanti di noi ora stanno in una situazione abbastanza critica, avendo in bianco un quinto di quello che realmente percepiscono.

Sia chiaro, non voglio fare un’apologia del lavoro nero (certo i 50 euro a sera dati al tecnico sono una caccola in confronto ai petrodollari che ogni tanto facciamo rientrare in Italia dai paradisi fiscali con un 5% di trattenuta) ma signore e signori, la situazione è questa: c’è tanta, tanta gente che tra contratti intermittenti e contratti inesistenti in questo momento sta peggio che alla canna del gas. Non mi vergogno a dire che il mio stesso contratto d’apprendistato, se non avessi trovato un altro lavoro per tenere le chiappe all’asciutto non sarebbe bastato minimamente a coprire la parte delle spese della mia famiglia in questa situazione.

Appena sarà passata questa crisi sanitaria, ci troveremo a dover affrontare quella economica, ormai lo dicono tutti. E tutti andranno allo Stato a chiedere soldi per ripartire. E in prima linea troveremo quelli che fino a prima di questa crisi sostenevano che lo Stato è solo un peso e che il privato sa fare tutto quello fa lo Stato ma meglio e con meno soldi.

Ma io spero, e so che è solo una speranza, che questo periodo possa essere studiato per fornire soluzioni migliori al settore dello spettacolo e del teatro, soluzioni che permettano ai tanti professionisti di avere una sicurezza economica che non si capisce perché quando si parla di noi è sempre una concessione e non un diritto.

Il mondo delle mamme? Anche meno

Domani Milo compie 5 mesi e io sono nel mondo delle mamme da un anno. Il mondo delle mamme è un posto nel quale alle volte sono stata felice di stare, mentre altre avrei voluto non averlo mai conosciuto. Fare il solito discorso banale è molto semplice, ma vorrei cercare di metterci un punto anche per quanto riguarda un po’ la mia salute mentale. 


Se ci fosse la ricetta perfetta per crescere bambini perfetti sarebbe venduta a peso d’oro e probabilmente presenterebbe anche dei problemi morali di eugenetica non indifferenti. I bambini crescono da milioni di anni in ogni angolo del mondo, tra le braccia di madri e di padri totalmente differenti tra loro, molti crescono nella fame, nella povertà e nella violenza, pochi invece crescono in un nucleo familiare quasi decente. Perciò, alla luce di questo, tutte le follie delle mamme che devono giudicare quelle che fanno scelte diverse dalle loro (allattamento, pannolini, svezzamento tradizionale o autosvezzamento, baby sitter o maternità facoltativa, …) fanno davvero ridere.

 
E ne ho sentite di robe strane, davvero. Ma alcune anche molto cattive tipo “Io a quella il bambino glielo leverei” e perché? Perché è una mamma di quelle che non scatta appena il bimbo piange. Oppure ho letto denigrazioni insensate verso quelle mamme che usano il ciuccio o quelle che usano il passeggino/carrozzina. Per me è ingiusto e anche molto crudele questo pensiero, per altro non tiene minimamente conto del vissuto di ognuna di noi. Per esempio, qualche mese fa, ho chiacchierato con la ragazza che ha partorito il giorno dopo di me ed era la mia compagna di stanza. Lei mi raccontava che stava dando al suo piccoletto gli omogeneizzati alla frutta. Che dire, il bimbetto aveva tipo tre mesi e mezzo, forse quattro non lo so, e ho semplicemente chiesto il perché. Mi ha raccontato la sua storia e fine. Potevo non essere d’accordo? Potevo aggredirla perché l’OMS dice che blablabla fino a sei mesi solo latte di mamma? No, non era manco nei miei diritti pensare che stesse facendo del male al bambino, tanto che la sua storia giustificava perfettamente quelle scelte e comunque io non sono certo uno specialista per fare valutazioni ulteriori. 


Quindi una mamma magari usa la carrozzina perché con la fascia non si sente sicura e non sta lasciando il suo bambino in un freddo giaciglio abbandonato, lo sta amando come lo amerebbe qualsiasi altra mamma. Un’altra mamma magari è stanca e sfinita e alla centesima volta che il bimbo piange chiedendo interazione lei dice di no, che per cinque minuti può pure piangere perché a lei fanno male le braccia e si deve riposare. Può farlo senza che la si guardi come un’appestata. Così come un’altra può tenere il proprio bimbetto addosso h24 con fascia o senza fascia e ha tutte le ragioni di non avere accolli da parte di chi arriva con le teorie del vizio. 


Fare la mamma  non è una gara, è un’esperienza fatta di scelte e di situazioni uniche e irripetibili. Perciò basta malignare, guardatevi nel vostro piatto e se pensate che una vostra abitudine sia bella, imparate a divulgarla senza denigrare le pratiche diverse dalle vostre.  I pannolini lavabili sono fighi, hanno tanti vantaggi e io non farei mai a cambio con gli usa e getta: tu usi quelli della Pampers? Hanno i loro vantaggi anche questi, ma io ho fatto un’altra scelta con le mie ragioni. Mio figlio non ha compiuto 6 mesi eppure assaggia le cose che riesce ad arraffare sul tavolo, il tuo ancora prende il latte perché non te la senti di fargli assaggiare le cose? Benissimo, probabilmente per il tuo bambino è giusto così, sicuramente lo è per te e tanto mi basta. Io porto Milo in fascia sempre e non uso mai carrozzina/passeggino perché faccio esercizio fisico, lui è più tranquillo e perché mi trovo più comoda con le mani libere, il tuo sta ottimamente nella carrozzina Inglesina che ti ha regalato mamma? Oh che bello, beata te perché l’Inglesina è proprio bella. 


In conclusione, ho scritto questo post perché sono un po’ stanca in generale e perché sono stanca di dovermi sempre giustificare. Ho l’ansia e ogni volta che prendo una decisione interpello 2342345mila specialisti pur di assicurarmi di fare la cosa giusta. Basta, davvero. Non lo voglio più fare, voglio cambiare rotta e cominciare a prendere le decisioni con più leggerezza senza pensare a come poi dovrò giustificarmi con la mammina perfetta di turno. E ho commesso tanti errori anche io, sicuramente ho fatto lo sbaglio di pensare di condividere frammenti della mia vita senza essere messa sotto il microscopio delle miss mamme duemila20.

 
Perciò basta, io di questo mondo di mamme virtuale non ne voglio sapere più niente, mi sono tolta da tutti i gruppi e ho fatto il vento da tutte le chat whatsApp. E da oggi non mi fermerò più a leggere malignità e cattiverie, mi sono davvero stancata. 

Quali sono le figure professionali che al minimo servono in una compagnia teatrale?

Una compagnia teatrale è un organismo composto da tante parti. C’è un regista, ci sono gli attori…e poi? Poi c’è un mondo fatto di maestranze e professionalità che permettono alla baracca di andare avanti. Purtroppo le difficoltà economiche, unite forse a una punta di megalomania di registi convinti di essere supereroi multifunzionali, spesso ci portano a decidere di fare a meno di una o più di queste figure, ma quanto è più facile e bello il lavoro con loro? È fondamentale (come in un vero organismo) che tutte le maestranze siano sinergiche, in un continuo travaso di idee che renda omogeneo tutto lo spettacolo in un’opera completa. Questo articolo è dedicato a loro.

Lo scenografo

Lavorare senza uno scenografo è come fare una gara di corse senza un meccanico: ce la puoi fare, ma prega tu non ne abbia mai bisogno. Lo scenografo è quella figura incaricata di disegnare, progettare e realizzare tutto il setting in cui si svolge la rappresentazione: la cornice, certo, ma anche tutto quello con cui gli attori interagiranno (arredamento, oggetti di scena, ecc). Uno scenografo può trasformare radicalmente le sensazioni che una scena trasmette e lo stesso dialogo, ambientato in scene diverse, può portare a risultati sorprendenti. Vuoi mettere Romeo che fa la sua dichiarazione a Giulietta da sotto il bancone o sotto un montacarichi?

Un truccatore

A che serve un truccatore? Chi non è capace di mettere un po’ di matita per sottolineare gli occhi o il fondotinta per nascondere le imperfezioni della pelle? E invece no, un truccatore conosce tecniche quasi magiche sia per trasformare giovani in vecchi, brutti in belli e viceversa, o per creare creature nuove e mai viste. Ma un truccatore abile sa fare quello che nessun altro sa fare: con l’utilizzo di una specifica palette si può trasmettere un messaggio, trasmettendo informazioni sui personaggi che altrimenti rischierebbero di perdersi.

Il costumista

L’abito di scena è una condanna. Ho capito che per un attore spesso è più importante essere “piacevole” alla vista con i suoi vestiti che essere funzionale alla scena. Diciamoci la verità, quante volte gli attori si sono lamentati dei costumi, perché non li valorizzavano, perché erano brutti, e così via? E qui, interviene il costumista. La scelta dei colori, dei tagli dei vestiti, la quantità dei cambi d’abito sono tutti messaggi che un professionista sa trasmettere attraverso il sapiente uso di dettagli che rendono questa figura essenziale.

Il tecnico

La magia del teatro è anche nella luce, c’è poco da fare. Un bravo tecnico della luce e del suono non si limita a fare in modo che gli attori si vedano bene sul palco o che tutti gli spettatori possano godere di una buona acustica. Un taglio di luce, magari colorata, o un leggero riverbero del suono diffuso nelle casse tramite dei microfoni ambientali possono trasformare una scena normale in una scena memorabile.

L’organizzatore

“Allora ragazzi, domani prove” “No, io non ci sono” “Io arrivo mezz’ora dopo” “Io vado via mezz’ora prima” “Io parto per il Messico” “Io il giorno della prima ho programmato una missione umanitaria in Congo”. Per queste e altre mille questioni, tra cui fissare gli appuntamenti con le maestranze, con il teatro, con la Siae, con i musicisti, stabilire il calendario prove, e tutte quelle cose che permettono allo show di andare avanti, c’è bisogno di un organizzatore

Comunicazione, grafica e stampa

“Ciao ragazzi! Stiamo preparando il nostro prossimo spettacolo, venite a vederci!” Pare una stupidaggine, e invece. Tutti quelli che bazzicano nel mondo del teatro sanno quanto è difficile coinvolgere il pubblico fino a convincerlo a venire a teatro. Ebbene, al secolo della società dell’informazione e della comunicazione, avere in squadra un esperto di questo settore può davvero segnare la differenza tra la vita e la morte programmando le pubblicazioni sui social, prendendo contatti con i blogger e perché no, anche con la cara e vecchia stampa, magari supportato da un grafico che sappia creare contenuti accattivanti e in grado di “catturare l’occhio”.

Compagnia Teatrale i Gracchi: Covid19 Il Teatro non si ferma!

Io e Claudio abbiamo deciso di renderci utili nel nostro piccolo nella battaglia contro il virus Covid-19, ma non essendo medici (o sanitari in generale) abbiamo utilizzato un po’ di fantasia. Insieme agli attori della nostra Compagnia Teatrale i Gracchi abbiamo tolto il blocco al teatro (come sapete tutte le attività artistiche sono state sospese a causa della quarantena imposta giustamente dal governo) e abbiamo realizzato un teatro senza confini che potesse raggiungervi direttamente a casa.

Abbiamo scelto, per questi piccoli video casalinghi, il tema della videochiamata. In questi giorni, infatti, molte persone stanno scoprendo un po’ questo mondo che per alcuni lavoratori invece era già tanto familiare prima del virus. Oramai si organizza di tutto da remoto: aperitivi con gli amici, letture ad alta voce, karaoke, giochi di società, riunioni varie e persino sessioni di pilates. Per questa ragione abbiamo scelto alcuni pezzi famosi (altri addirittura famosissimi) per celebrare un po’ questo strumento meraviglioso che è l’internet. Se non fosse per la rete non sarebbe possibile sentirci così vicini in questo momento.

Ogni settimana pubblicheremo due contenuti, uno il lunedì e uno il giovedì e tenteremo di farvi sorridere un pochino oltre a darvi qualcosa da condividere che non parli necessariamente di morti, virus e cure miracolose che vengono negate dal governo.

Potete seguirci qui, su questo blog, dove di volta in volta vi caricheremo i video della settimana, oppure potete seguirci su Facebook, YouTube o Instagram (IGTv).

Forse avevamo bisogno noi di sentirci un po’ più uniti, forse volevamo avere ancora un piccolo contatto con il nostro pubblico, oppure la necessità di un creativo è sempre quella di fare cose per dare sfogo alla propria fantasia. Beh, non lo sappiamo di preciso quale sia il bisogno alla base di questo nostro lavoro, ma sicuramente avevamo tutta l’intenzione di farvi ridacchiare un pochino e speriamo di riuscirci!

E ora, di seguito, metteremo i video che saranno caricati due a settimana.

RESTATE A CASA

Pannolini lavabili: la nostra scelta definitiva

Pannolini Lavabili Bambino Mio

Iniziare a usare i pannolini lavabili non è stato semplicissimo, i neonati infatti sporcano circa una decina di pannolini al giorno (il primo mese) e per una neo mamma e un neo papà la vita può essere davvero dura. Abbiamo iniziato con un utilizzo misto, per poi utilizzare gli usa e getta solo quando uscivamo e solo per la notte. Piano piano abbiamo completamente eliminato i pannolini usa e getta e ora “camminiamo” solo con i pannolini lavabili.

Pannolini Lavabili: domande & risposte

  • I pannolini lavabili sono davvero in grado di tenere il bambino asciutto e pulito?
    Sì, il pannolino deve essere messo bene e deve essere “calibrato” sul nostro bimbetto. Non tutti i bambini sono uguali e quindi non esiste l’assetto perfetto. Bisogna fare qualche tentativo che purtroppo potrebbe non essere vincente al primo colpo. Noi ci abbiamo messo un po’, ma confrontandoci anche sui vari gruppi di Facebook dedicati alla materia, abbiamo trovato il nostro modo (che poi vi faremo vedere).
  • Quanto costano i pannolini lavabili?
    Purtroppo non esiste una gran risposta a questa domanda, i prezzi variano tantissimo e dipende un po’ da quello che si va cercando. Parlando della marca BAMBINO MIO (che è quella che abbiamo scelto noi) abbiamo una spesa di 223 euro per il kit base completo (dalla nascita al vasino). Abbiamo fatto qualche aggiunta in corsa perché ci serviva qualche pezzo in più e poi ve ne parleremo nel dettaglio.
  • Si risparmia veramente o è solo illusione?
    Io non so se siete mai andati a comprare dei pannolini Pampers in Italia (all’estero costano molto meno, soprattutto in Germania), ma vi assicuro che vi viene chiesto un rene alla cassa. I pannolini usa e getta sono costosi e ve ne servono tantissimi (soprattutto i primi sei mesi) perciò sì si risparmia davvero.
  • Come si lavano i pannolini lavabili?
    Anche qui non esiste una vera risposta perché ognuno trova il suo modo in base ai detersivi che usa. Noi utilizziamo detersivi vegetali alla spina e abbiamo dovuto fare qualche prova prima di avere i pannolini puliti, candidi e senza cattivi odori. Il rischio di un cattivo lavaggio è proprio l’odore: può essere tremendo. Noi facciamo una lavatrice al giorno a 60 gradi, utilizzando due cucchiai e mezzo di detersivo vegetale e un tappo di Napisan per un’ igiene completa. Faccio il ciclo con il prelavaggio, soprattutto se ci sono pannolini sporchi di cacca. Li stendo al sole, se possibile, per sfruttarne la capacità sbiancante. Non utilizzo candeggina o Amuchina.
  • Dove si mettono i pannolini sporchi durante il giorno?
    Noi abbiamo due modi: un sacchetto di tela appeso in bagno che si lava con i pannolini stessi la sera, un box di plastica rigida che viene consegnato con il kit base di Bambino Mio. I pannolini sporchi di cacca è meglio chiuderli nel box per evitare la puzza puzza puzza!
  • Come si fa quando si esce di casa?
    Porto con me una bustina impermeabile dell’Ikea, di quelle riutilizzabili, e una volta a casa la lavo bene con l’Amuchina. I pannolini sporchi li infilo lì dentro e sigillo, non ho mai avuto nessun problema da quando ho iniziato l’avventura dei lavabili anche fuori casa. In realtà questo sistema è anche più comodo degli usa e getta, soprattutto a casa di amici dove buttare un pannolino nel bidone dell’indiferenziato potrebbe voler dire appestare tutta la compagnia per tutta la sera. La bustina sigillata, invece, trattiene l’odore benissimo. Una volta a casa si lava tutto.
  • Perché usate i pannolini lavabili?
    Perché il nostro bimbo non ha mai avuto problemi di arrossamento (se non le volte che abbiamo usato i pannolini tradizionali per non creare disturbo a chi ci ospitava più di un giorno), perché ovviamente si rispetta maggiormente l’ambiente e non si producono rifiuti evitabilissimi e perché sono molto più economici in generale. Oltre tutto questo, diciamocelo, sono davvero bellissimi!

Ecco il nostro asset preferito

Ora vi mostro il nostro asset perfetto per il momento, come vi dicevo ci abbiamo messo un po’ a trovarlo, ma alla fine ci siamo riusciti. Milo non si bagna più il body nemmeno dopo tutta la notte. Milo infatti dorme da mezzanotte alle nove e non lo sveglio di certo per cambiarlo, sono tante ore e con questo asset il tutto tiene molto bene. Cacca inclusa, si capisce! Non è detto che questo asset vada bene anche per voi, ma se non trovate quello giusto al primo colpo non fatevi scoraggiare. Ci sono tanti kit prova che costano pochissimo, quindi provate prima con quelli. Se poi va bene vi prendete tutti i pezzi che vi servono!

Nappy Cover Mio Soft Bambino Mio
Nappy Cover Mio Soft Bambino Mio

Queste che vedete sono le nappy cover Mio Soft. Sono appunto delle cover impermeabili che vanno a ospitare il pannolino all’interno. Ce ne sono di tutti i colori e di tutte le fantasie, io divento matta ogni volta e devo trattenermi. Queste cover io le sciacquo bene e non le butto in lavatrice tutte le volte, non serve. L’importante è che si pulisca bene l’interno tra un cambio e l’altro.

Inserti per Mio Solo in cotone
Inserti per Mio Solo in cotone

Scusate la scarsa qualità della fotografia, la luce non era assolutamente favorevole purtroppo. Questi che vedete, invece, sono gli inserti che si stendono piegati per bene all’interno delle Nappy Cover Mio Soft. Ora nella prossima fotografia vi faccio vedere. Questi teli si piegano in tre (basta seguire le cuciture proposte, è semplicissimo), comunque è pieno di tutoria nell’internet.

Pannolino Mio Soft con boost Bambino Mio
Pannolino Mio Soft con boost Bambino Mio

Ecco, qui vedete come si inserisce il telo all’interno della nappy cover. Lì accanto, quello con le api, è un boost, ovvero un inserto ulteriore comodissimo per la notte e per le uscite fuori casa che non prevedono pit stop garantiti. Ora, nella prossima immagine, vi faccio vedere come si assembla anche il boost. Sappiate che il boost è un “di più” e non un pezzo necessario, io lo uso solamente in caso di necessità. Per i bimbi più piccoli, invece, si può usare solo il boost senza il telo bianco. Io l’ho fatto e può funzionare, ma vi consiglio di farlo solo a casa e non a zonzo perché la tenuta non è garantita.

Pannolino lavabile Mio Soft Bambino mio con Boost
Pannolino lavabile Mio Soft Bambino mio con Boost

Ecco tutto il pezzo assemblato per bene. Bisogna controllare che tutti gli inserti siano all’interno della nappy cover altrimenti il bimbetto si bagna. Vanno controllate bene le gambette perché lì ci sono proprio gli elastici da posizionare con cura. Ci vuole un po’ di pratica, ma se ci sono riuscita io penso che possano proprio riuscirci tutti quanti.

Pannolino lavabile Mio Soft Bambino mio
Pannolino lavabile Mio Soft Bambino mio

Ecco il pannolino completo di tutto. Vedete la linguetta dove devono passare le gambette? Quello è ciò che dovete sempre controllare bene, ha una funzione contenitiva, ma se è messa male non contiene nemmeno un cecio.

Mi dispiace tantissimo non aver fatto delle fotografie decenti, ma appunto la luce è quella che è la sera … spero che comunque si capisca per bene, in caso contrario sappiate che le vostre domande mi fanno sempre tantissimo piacere.

Per i pannolini lavabili ci sono tantissime marche e tantissimi modelli, la stessa Bambino Mio ne fa di diversi tipi. Fortunatamente ci sono i kit prova che con pochi euro ti permettono di fare qualche esperimento.

Credo che per la nostra generazione sia un dovere iniziare a prendere confidenza con queste buone pratiche ecologiche e sostenibili, purtroppo i governi non stanno facendo molto per l’ambiente e noi abbiamo tantissima responsabilità. Non possiamo fare tutto da soli, è vero, ma credo che sia importante che ognuno faccia la sua parte anche se può sembrare un po’ più faticoso. I pannolini lavabili, la coppetta mestruale, i saponi vegetali alla spina, l’acqua in bottiglia di vetro sono tutte bellissime strategie che non saranno mai risolutive, ma almeno gioveranno ai nostri comuni e alle nostre tasche. Sappiate inoltre che alcuni comuni prevedono incentivi per i pannolini lavabili, Roma, purtroppo, no.

Serie Tv: la mia lista degli imperdibili

Stare tanto sul divano per motivi di salute ha qualche vantaggio: libri, serie tv e tisane. Questo lungo momento ha fatto sì che riprendessi in mano le mie serie tv preferite (anche se molto vecchie) e mi organizzassi la giornata per fare degli immensi ripassoni. Così ecco che nasce la lista degli imperdibili, da condividere con voi. 

SUPERNATURAL 

In realtà non saprei nemmeno dire se questa serie sia mai arrivata a una conclusione, intorno alla decima stagione ho mollato perché cominciava a sembrarmi un po’ ripetitiva. Inoltre il punto s’era perso già da qualche stagione prima. Vabbè. Sam & Dean sono due cacciatori di mostri (inizialmente mannari, licantropi e roba varia), ma piano piano tutta la faccenda s’apre con il Paradiso e l’Inferno e i relativi personaggi angelici e diabolici. Penso che sia una serie abbastanza famosa per non mettermi a scrivere la sinossi generale, credo ci siano davvero poche persone che non ne hanno mai visto nemmeno una puntata! Personalmente io qualche episodio me lo sparo ancora, un po’ per affetto, un po’ per nostalgia e un po’ perché certe cose sono decisamente parte di me (la macchina di Dean, un’Impala del 67, rimarrà sempre il mio più grande sogno erotico).

ER – MEDICI IN PRIMA LINEA

Medici in prima linea è stato il mio primissimo approccio alle serie tv con la mia mamma. Eravamo innamorate perse di Clooney ovviamente, ma anche gli altri non ci facevano proprio schifo. Abbiamo pianto tantissimo alla morte del Dott. Greene, ci siamo emozionate con i viaggi missionari del Dott. Carter e abbiamo sofferto tantissimo con l’infermiera Carol per le sue vicende con il Dott. Ross. Anche questo sceneggiato va avanti per un mucchio di serie, ma al contrario di Supernatural, ricordo la fine e la puntata finale (dove ho pianto come una ragazzina; sì ma ero una ragazzina!) Cosa ci piaceva tanto di ER? Chi lo sa, forse la stessa cosa che abbiamo trovato in Gray’s Anatomy. 

GREY’S ANATOMY

Mettiamo in chiaro una cosa: per me Grey’s Anatomy è finito quando hanno fatto morire Derek. Quindi per tutto quello che succede dopo non solo non ho parole, ma nemmeno le voglio avere. Per me finisce così e basta, tra l’altro lì finisce anche il mio cuore completamente in frantumi. Shonda Rhimes ha giocato con i nostri sentimenti, li ha fatti a brandelli, ci ha sputato sopra e poi li ha gettati a mare come fossero carta da culo. Quella donna è davvero tremenda, ha fatto piangere anche il più algido di noi facendolo diventare innocente come un vitello da latte. Però va bene così, lo abbiamo guardato tanto proprio per questo motivo. 

DESPERATE HOUSEWIFE

Vabbè, ma che scrivo a fare? Io questa serie la guardo e la riguardo, non ho nemmeno più bisogno di vederla, mi basta sentirla. Non ci posso fare niente, anche se so perfettamente quello che sta per succedere non riesco a scollarmi e così mi bevo un episodio dietro l’altro in maniera ossessiva, come se fossi decisamente insaziabile. Sarà il cast tutto al femminile, sarà l’ingenua ipocrisia che si nasconde nella scrittura, sarà Bree che fa quei sorrisi taglienti … non lo so, ma per me è come una droga. Ammetto candidamente che spesso ho sognato di avere una casetta a Wisteria Lane. E di essere ricca, tanto ricca.

FRIENDS

Fatta eccezione per una stagione orribile (quella dove si tenta una patetica storia tra Rachel e Joey) per me rimane la miglior serie tv mai vista al mondo. Perdono loro tutto, anche gli scivoloni omofobi che capitano qui e là. Perdono anche l’eccessivo utilizzo di episodi di riempimento dove si utilizzano spezzoni vecchi (tipo quando i protagonisti ricordano cose). A Friends si perdona tutto, si perdona anche l’insopportabile, quanto inutile, Ross Geller

HOW I MET YOUR MOTHER

Penso che a questo punto non ci sia nulla da spiegare. Ma piuttosto, parliamo di cose serie, a voi l’episodio conclusivo vi è piaciuto oppure no? Io non riesco mai a decidermi, sapete? Alle volte penso che sia il miglior finale del mondo, alle volte penso che si sarebbe potuto fare meglio. Non lo so, ma in ogni caso a me va bene così e anche se l’ho vista tutta 4 o 5 volte, penso che la riguarderei tranquillamente anche una sesta e una settima. 


Per chiudere faccio un paio di menzioni speciali, giusto perché sono state serie tv che hanno segnato chiaramente un prima e un dopo, ma dopo qualche primo momento di chiusura pazzesca ho pensato fossero leggermente noiose: LOST e GAME OF THRONES. Alla seconda, per esempio, continuo a preferire i libri anche se – oramai sono certa – non vedranno mai il finale. La prima, invece, è un calderone no sense dopo la terza stagione. Ma ci piacciono un sacco lo stesso.


Adesso tocca a voi, voglio sapere la vostra lista degli imperdibili e le varie motivazioni. Chissà che non prenda spunto per vedere qualcosa che m’è sfuggito. 

Portare il bambino in fascia: perché ci piace tanto il babywearing

La fascia porta-bebè è stata per noi la soluzione definitiva per un sacco di drammi che non sapevamo come gestire. Il nostro bambino mal sopportava la carrozzina (la classica navicella) e mal sopportava l’ovetto del trio, così ogni uscita si trasformava in una guerra vera: lui che piangeva e noi che con lui in braccio a penzoloni ci ritrovavamo a spingere il passeggino ingombrante.


INIZIA LA NOSTRA ESPERIENZA CON IL BABYWEARING 

L’unico modo per riuscire a stare a zonzo diverse ore senza finire con il bimbetto urlante che voleva stare solo in braccio era la fascia e quindi, man mano, abbiamo adottato questo sistema come unico modo per uscire di casa in completa tranquillità. Con la fascia porta-bebè infatti abbiamo un’autonomia di diverse ore (anche sei di fila) e il bimbetto si mette a strillare solo in caso di super fame. Qui vi vogliamo raccontare la nostra esperienza con la fascia, ma sappiate che per imparare a utilizzarla in modo sicuro c’è bisogno di una consulenza da parte di una persona preparata. Di fasce ce ne sono di due tipi, quella rigida e quella elastica. Noi le abbiamo provate entrambe e con la prima ci stiamo trovando molto meglio. 

LA FASCIA ELASTICA

Ne abbiamo usate due, una a testa. Il prezzo va dai 30 ai 60 euro e le nostre sono 100% cotone biologico senza materiale elastico aggiuntivo nel tessuto. Il vantaggio di questa fascia è che è molto avvolgente e riproduce in maniera molto fedele il caldo abbraccio del ventre materno. La fascia elastica è molto consigliata per i bebè nati prematuri, viene infatti utilizzata fin dai primissimi giorni di vita anche per i bimbi dimessi dalla TIN che hanno fatto marsupio-terapia durante il ricovero. Noi l’abbiamo usata immediatamente (la prima uscita a due settimane di vita) e ci siamo trovati benissimo perché per gli inesperti è molto facile da indossare. In realtà abbiamo avuto bisogno della nostra consulente perché commettevamo qualche piccolo errore. Se la fascia fa venire mal di schiena, per esempio, significa che è messa male, se il bambino scende sotto l’ombelico è stata tenuta poco in tensione e via dicendo. Solo una consulente del babywearing può spiegarvi per bene come sistemare il neonato. Con la fascia elastica è possibile una sola legatura (primo svantaggio) e dopo qualche mese di utilizzo, a seconda della frequenza, purtroppo inizia a cedere e non è più tanto elastica (secondo svantaggio). In ogni caso noi ci siamo trovati benissimo e la consigliamo per iniziare, ma purtroppo ora che Milo pesa più di 6Kg per noi è diventata davvero poco pratica. Semplicemente, non tiene più! 

Bambino in fascia elastica con mamma e zio
Eccoci qui con la nostra fascia elastica! Milo adora spingersi fuori con tutta la testina per guardare il mondo al sicuro addosso al suo papà


LA FASCIA RIGIDA

Ce la siamo appena comprata e la comodità ci è parsa chiara fin dal primo indosso. Anche questa fascia è utilizzabile da subito, con i bimbetti neonati da poche ore, ma anche in questo caso è fondamentale una consulente. Su YouTube esistono tantissimi video esplicativi, ma sappiate che purtroppo non sono sufficienti. C’è infatti bisogno di una persona che vi corregga lì per lì eventuali errori, sappiate che anche un piccolo sbaglio può causare scomodità al portatore o disagio al bimbetto. Con la fascia rigida, inoltre, ci sono moltissimi modi per legare e a seconda dell’età del bambino e delle sue esigenze si può utilizzare quella più adatta. Il costo della fascia rigida è leggermente più alto rispetto all’elastica (si parte dagli 80 euro per una fascia dignitosa) e conviene acquistarla in un negozio (online o offline) specializzato. Il vantaggio di questa fascia è che non va sostituita nel corso del tempo, se di buona fattura non cede ed essendo adatta a varie legature accompagna il bimbetto per tutti gli anni necessari. 

Bambino in fascia rigidida BabyMonkey con mamma
Ecco Milo nella sua fascia rigida, lì dentro è proprio un piacere fare la nanna!

LA NOSTRA CONSULENTE PER PORTARE I BIMBI IN FASCIA

Per noi, quindi, l’esperienza della fascia si è aperta positivamente e prosegue altrettanto bene. La nostra consulente si chiama Manuela e riceve a casa propria, ma raggiunge chiunque a domicilio (sempre su Roma, naturalmente), la potete contattare al numero 3384935624. Le consulenze prevedono la scelta della fascia più adatta alle esigenze (ma anche i vari marsupi esistenti) e l’insegnamento delle legature possibili. Durante le consulenze è possibile imparare tutti i trucchi possibili per evitare i più comuni errori che spesso allontanano poi le persone dall’utilizzo della fascia (es. il bimbo piange e i genitori abbandonano l’idea non capendo perché, il portatore soffre di mal di schiena etc…). Chiamare Manuela significa avere una persona che man mano ti accompagna lungo tutto il percorso del babywearing offrendoti delle soluzioni personalizzate, basate completamente sulle esigenze del portatore e del bambino.

PERCHÈ CI PIACE TANTO LA FASCIA PORTA-BEBÈ

La fascia ha moltissimi vantaggi rispetto alle carrozzine e ai passeggini. Prima di tutto lascia le mani libere e quindi si rivela molto utile quando dobbiamo andare al supermercato, ma anche al ristorante e in pizzeria è una manna dal cielo (zero ingombri dovuti a ruote varie). Il nostro bimbetto nella fascia non piange praticamente mai e riusciamo persino a fare le prove degli spettacoli senza avere l’impiccio delle braccia occupate. Lui infatti se ne sta lì buono, cuore a cuore, con la testina di lato a guardare il mondo e si sente sicuro e protetto accanto alle persone delle quali si fida di più al mondo. È tranquillo quando è sveglio e spesso si addormenta da solo senza l’aiuto del ciuccio. L’abbraccio avvolgente della fascia permette inoltre una posizione perfetta (se indossata nel modo corretto il bimbo è perfettamente seduto) evitando fastidiose situazioni “a penzoloni” come accade con i marsupi più commerciali. Anche in casa la fascia si è rivelata molto utile, entrambi ci occupiamo della casa ballando con il pupo addosso, è una delle cose più divertenti. E a proposito di balletti in fascia vi segnalo che all’Albero della Vita a Centocelle si organizzano corsi di danza con il bambino in fascia, non c’è niente di più dolce e divertente, può essere anche un buon modo per tenersi in forma!

E COME AL SOLITO …

Vogliamo le vostre esperienze! Abbiamo visto che nella piccola comunità della Gatta Che Ci Cova ci sono moltissime mamme ad alto contatto, con altrettanti bimbetti ad alto contatto e così abbiamo deciso di aprire questa nuova rubrica dove parleremo delle nostre esperienze con queste pratiche bellissime. Mi raccomando, non dimenticatevi di passare queste informazioni alle vostre amiche e ai vostri amici con bimbi piccoli e bimbi in arrivo, cerchiamo di ampliare sempre di più la nostra allegra combriccola!  Lasciateci tanti commenti e scriveteci le vostre storie! 

Altalene per interni fatte a mano: non solo per bambini!

A volte in una stanza si ha la sensazione che “manchi qualcosa” e se questo qualcosa fosse un’altalena da interni? A volte un pezzo d’arredamento del tutto non convenzionale può conferire all’ambiente “quel tocco in più” che ci vuole. Ma abbandonate l’idea che l’altalena possa essere un oggetto unicamente dedicato all’infanzia, Olena soddisfa bambini da zero a novantanove anni! Ma chi è Olena?

Altalene da appendere al soffitto

Olena è una ragazza originaria dell’Ucraina, ma vive in Veneto con le sue due bambine. Tutti la chiamano Elena. Ha una mano eccezionale e una creatività incontenibile, quindi ha messo insieme le due cose e ha iniziato a creare delle splendide altalene per interni (ma anche per esterni!) sia per i bambini che per gli adulti. Ne confeziona infatti diversi modelli e dà la possibilità di personalizzare praticamente tutto scegliendo tessuti e colori.

I suoi prodotti sono fatti con l’amore di una mamma, come se ogni oggetto da lei confezionato fosse destinato alle sue adorabili figlie. Perciò le sue altalene da appendere sono sicure e realizzate con i migliori materiali in circolazione.

L’altalena fa bene ai bambini

Recenti studi hanno dimostrato come il gioco con l’altalena riesca a stimolare la collaborazione, la coordinazione, l’armonia e la sincronia. Tutte qualità che torneranno molto utili nella crescita, tanto che questo gioco è stato paragonato dai ricercatori a una vera e propria scuola di vita. Questo vale soprattutto se il gioco può essere condiviso con i fratellini, i cugini e i compagni di giochi. Inoltre, per i più piccolini, il dondolio è un richiamo diretto al ventre materno. Le altalene sono utilizzabili durante l’allattamento, regalando alla mamma una posizione molto comoda e aiutandola a tenere il bambino quieto.

Come acquistare un’altalena da interni

Se vi piacciono le foto del modelli che vi ho messo in galleria e vi è venuta voglia di comprarne una, l’unica cosa che dovete fare è contattare Olena attraverso la sua pagina Instagram della quale ovviamente vi lascio il link e il nome @altalena_e_non_solo.

Come avere i capelli morbidi e lucidi a casa: Tecna Hydracore

La mia ricerca del prodotto perfetto per i capelli è finalmente conclusa. I miei parrucchieri mi hanno fatto provare una linea stupenda di Tecna che ti permette di avere una chioma morbida e lucida anche a casa. Sei pronto a risolvere il tuo problema con i capelli crespi?

Ho rovinato i miei capelli

Ho rovinato i miei capelli ad agosto, quando per gioco ho deciso di decolorarli e farli azzurri per il babyshower del mio bambino. Non avrei mai pensato che la decolorazione potesse rovinarmi così tanto i capelli, a tal punto da dover tagliare molto e organizzare diversi trattamenti (non sempre economici) per non rimanere pelata. Ho già raccontato tutta la storia qualche settimana fa, la trovate qui se vi fa piacere leggerla.

Ho i capelli molto crespi

Nonostante il guaio sia stato risolto, nonostante il colore ora sia decisamente migliorato, purtroppo mi sono rimasti i capelli crespi. Non ho mai avuto questi problemi, devo essere sincera, tra le mille cose che ho sempre detestato del mio corpo i capelli sono sempre stata una grandissima consolazione. Purtroppo, dopo agosto, l’unico modo per non sembrare una scopa era farmi fare la piega in salone. Non molto economico e comunque non esattamente pratico con un neonato da accudire, giusto?

La soluzione per avere capelli bellissimi

Le ho provate tutte, anche Shampora marca della quale vi ho già parlato. Non mi sono trovata male, tanto che per un po’ ho usato quel prodotto accontentandomi di un risultato migliore rispetto a tante altre marche. Bocciato invece Pantene e tutte le sue varianti che promettono miracoli. Una cosa è certa: tutti i prodotti da supermercato non funzionano mai. Ho sperimentato un nuovo prodotto e ora sono qui a consigliarvelo perché effettivamente garantisce un passo ulteriore verso la guarigione definitiva dei miei poveri capelli rovinati e disidratati.

TECNA HYDRACORE

Due flaconi di Tecna Hydracore

Parliamo di Hydracore allora! Intanto se volete specifiche tecniche vi consiglio di visitare il sito ufficiale, dove vi spiegano per filo e per segno tutte le caratteristiche di questo prodotto. Io mi limito a segnalarvi ciò che per me è importante ed è stato motivo di scelta.

  • Basta pochissimo prodotto per ottenere il risultato ottimale; non servono grandi quantità, anzi. Una piccola noce di shampoo e una piccola noce di balsamo sono sufficienti per capelli medio-lunghi come i miei. Niente sprechi!
  • La profumazione è qualcosa di paradisiaco e persiste per due giorni buoni sulla chioma e sulla cute. A me piace moltissimo avere la testa e i capelli profumati, visto e considerato che come vizio continuo ad annusarmi le punte portandomele sotto al naso quando mi concentro.
  • I componenti sono naturali e sostenibili, le plastiche utilizzate per la confezione sono rinnovabili, rigenerabili e sono prive di etichette. Non è testato sugli animali, non contiene siliconi e parabeni, il prodotto è completamente organico ed è made in Italy (Roma).
  • Non mi dà problemi con la psoriasi, per me questo è fondamentale.
  • Si vedono i risultati dal primo lavaggio

In conclusione per me il prodotto è promosso tanto che sono qui a consigliarvelo liberamente (NO MARCHETTE!). Anche se costa un pochino di più rispetto a Shampora ne vale la pena perché si tratta di una selezione decisamente migliore sotto molti punti di vista. Lo shop lo trovate facilmente sul sito ufficiale, in questo momento ci sono anche diversi sconti in atto e vi consiglio di approfittarne un pochino. Altrimenti, se abitate a Centocelle, sappiate che il prodotto è in vendita da Gruppo Max Parrucchieri dove troverete anche professionisti altamente specializzati che sapranno indirizzarvi verso la combinazione migliore. In salone, tra l’altro, potrete anche fare il trattamento completo (costa quanto una normale piega fatta bene) così prima di portarvi i prodotti a casa avete l’opportunità di verificare quanto vi ho raccontato in questo blog post.

Eccoci al termine, spero di avervi dato abbastanza informazioni per convincervi a guardare lo shop di Tecna. Spero anche, ovviamente, di riuscire a risolvere i problemi di tutte quelle persone che con i capelli oramai ci hanno rinunciato! Può sembrare una stupidaggine, ma so benissimo cosa significhi non trovarsi bene con i propri capelli ed esserne in guerra continua. Se ho confortato e dato speranza… fatemi sapere! Baci!