Delitto Ar Sugo: di copioni, morti in cucina e impermeabili sfiancati.

Il cuoco è morto ed è andato tutto bene. In realtà Sergio (il cuoco del ristorante dove lavoro) è morto due volte. Ora sta bene e il suo assassino è stato ampiamente assicurato alla giustizia (?) dove per giustizia si intende Claudio con un impermeabile sfiancato palesemente da donna.

Chiariamo tutto con una diapositiva:

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Si tratta di una cena con delitto fatta appunto al ristorante (fast food) 16 Cibi Tondi dove io faccio la cameriera per davvero. Per un paio di sere invece sono stata l’aiuto cuoco del cuoco morto e al posto di Carlotta e Chiara (che sono le mie colleghe reali) ho lavorato tra i tavoli con Elena e Giulia, le quali di mestiere invece fanno le attrici. Non c’era Dario a fare da supervisore, ma Lele il quale faceva la parte del manager. E niente, non volevo fare il temino delle elementari narrando simpaticamente le mie avventure, avevo piuttosto una gran voglia di far uscire una cosa. Ce l’ho lì da un paio di sere e non so come spiegarla.

Tu impari tutte le tue cose a memoria, no? Poi ti metti lì insieme con gli altri e cerchi di stare dietro a chi ne sa molto più di te. Fai quello che ti dicono di fare, ascolti i consigli e accetti le critiche e ogni sera ti metti lì a pensare come o cosa potresti fare per fare bene. E ti viene un po’ d’ansia, un filino, ma non sale tutta assieme. Una settima prima nemmeno ci pensi, tre giorni prima inizia a farti qualche domanda, il giorno prima non ci vuoi pensare e la notte non chiudi occhio. Il giorno stesso vorresti darti per morta e pochi secondi prima di iniziare cominci a chiederti i motivi per i quali non ti fai mai i cazzi tuoi. 

Come quando vai sulle montagne russe e pochi istanti prima della discesa di partenza inizi a sgranare il rosario perché oramai non puoi più tornare indietro. Non puoi fermare il treno, soprattutto se ci stanno sopra con te altre persone. E niente, chiudi gli occhi e vai, affrontando l’altezza, il vuoto nello stomaco, l’aria sulla faccia e le gambe che tremano. Il cuore ti sale in gola e la pelle s’increspa (ti si chiude anche un po’ il buco del culo, eh) e poi, dopo mezzo secondo, ti accorgi che è fatta, è partita, è andata. E ancor prima che tu ti accorga di qualcosa, è pure finita.

Ma non è finita per davvero, tu credi sia tutto lì, ma c’è ancora qualcosa. Un qualcosa che forse avevo già sentito, ma mai così forte. C’è stato un momento preciso in cui ho sentito in bocca un sapore meraviglioso, un profumo inebriante. Lo conoscevo, sapevo perfettamente di cosa si trattasse, ma era da tantissimo tempo che non avevo quella piacevole esperienza sensoriale. Si risolve tutto in una frazione di secondo, il brevissimo spazio che intercorre tra l’ultima parola dell’ultima battuta e l’attacco delle prime due mani che iniziano ad applaudire. Prima due, poi quattro, poi sei. E alla fine stai davanti ad una manciata di persone che sbattono le loro mani l’una contro l’altra, in un gesto che m’è sempre parso tanto insensato, ma che alla fine è tra i più gratificanti che io abbia mai conosciuto.  Quindi inchino, saluti, sipario.

Mi sono divertita, tanto. Mi sono divertita perché era da un sacco di tempo che non facevo qualcosa così, in maniera leggera e disinteressata, senza l’ansia di dover dimostrare qualcosa a qualcuno. Me ne sono bellamente fregata di non aver mai fatto nemmeno mezza lezione di recitazione, me ne sono fregata altrettanto di dover provare a farlo con persone addette ai lavori da diverso tempo, per non parlare di quanto poco mi sono preoccupata del fatto che il regista di tutta la menata fosse Claudio.  E sono stata bene, mi sono sentita a mio agio e ho avuto la sensazione di essere parte di qualcosa. Per un mesetto ho avuto un posto, un qualcosa da fare e da costruire con altre persone, un’attività che non fosse solo lavorare per portare a casa soldi e pagare l’affitto e le bollette (è da quanto sto a Roma è la prima volta che mi prendo il tempo per un’attività che non sia lavorare).

E poi dicono che le magie non si possono fare, poveri disillusi. Io di magie ne ho viste tantissime in un mesetto di prove. Ho visto che le cose quando si rompono poi si possono riaggiustare, magari vengono fuori un po’ diverse da com’erano prima, ma bene o male si rimettono in piedi. Ho scoperto che anche quando non controllo e non gestisco le cose vanno bene lo stesso, mettendomi in parte e concentrandomi solo su di me posso prendere fiato. Posso godermi una situazione perché non è sempre necessaria la mia supervisione. Ho imparato che una critica non è un’offesa, ma un punto di partenza. Che una cosa fatta bene, può migliorare sempre, ma che non dev’essere una gara snervante alla perfezione. Fare bene sì, fare meglio anche, scapicollarsi per la perfezione non serve. E finalmente, dopo tanti anni, non ho sentito più quella voce che mi diceva che non devo essere brava, ma la più brava. Che se arrivavo seconda non era il primo ad essere più veloce, ma era colpa mia perché non mi ero impegnata abbastanza. E non ho fatto “solo il mio lavoro”, l’ho fatto bene e l’ho fatto al meglio che potessi nonostante non fosse il mio lavoro. Ho fatto qualcosa di straordinario, ma per nessuno se non per me. E non è solo merito mio, ma dei colpevoli vi ho lasciato la diapositiva. 

 

Finalmente posso vedere Roma

Heh, la povertà.

A dicembre del 2015 sono andata a vedere Star Wars al cinema e uscendo mi sono persa i miei amatissimi occhiali tondi dalla montatura enorme e nera. In realtà io li sentii cadere e mi voltai anche a guardare, ma non vedendo nulla non mi accorsi che non avevo più gli occhiali sul muso. Sì, sono una di quelle persone che se si perde in una conversazione fittissima post film potrebbe anche non accorgersi del crollo del cinema stesso. Ebbene, quel dì dissi addio ai miei occhiali da vista andando poi a tirar fuori dal cassetto il muletto. Tutti noi miopi abbiamo un muletto nascosto in casa e di solito si tratta di un sostitutivo imbarazzante, fuori misura, decisamente storto e persino troppo vecchio. E infatti. I miei occhiali sostitutivi sarebbero dovuti durare qualche giorno, invece no. Oltre ad essere distratta sono anche una procrastinatrice di quelle serie, per cui “domani” è sempre una bella risposta alla domanda “Quando andrai a …”. Il domani, nella mia ottica, è stato praticamente venerdì scorso quando, oramai distrutta da continui mal di testa, ho ceduto alla necessità di farmi un paio d’occhiali da vista nuovi. “Bello, brava, spendiamo una barca di soldi, come i deficienti!” questo è quello che mi ha detto il mio bancomat, dopo avermi ricordato che dovrà sborsare una bella cifretta a Giugno, per il trasloco.

Finito il pippone di preambolo, ci tenevo a specificare che la cazzata non mi è costata più di 20 euro. Il caso ha voluto che un negozio vicino al ristorante dove lavoro ci fosse un negozio della catena Mondovista, il quale proponeva montatura più lenti antiriflesso a soli 20 euro. Ora, a quella cifra non è che possiamo star lì a pontificare sulla montatura, quindi sono entrata con ben poche pretese. E mi sono anche sbagliata, perché il commesso mi ha piazzata davanti ad una parete intera di montature low cost di tutti i tipi, di tutte le forme e di tutti i colori.

Quindi niente, basta, dopo i miei 45 minuti canonici di “comecazzomiprendogliocchiali?” e di “mammadoveseiaiutami”, sono andata sul liscio, sul classico e quindi sul pesantemente ridicolo. Esattamente come ci si aspetta da me.

Lascio una diapositiva del risultato.

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Tengo a specificare che non sono stati maltrattati commessi, ottici, store manager o altra fauna del negozio. Sono stata carina ed educata, tanto che oggi – quando sono andata a ritirarli – stavano chiudendo e per non lasciarmi senza mondo in alta definizione hanno riaperto la serranda solo per me. Eroi del giorno, per quanto mi riguarda.

Opinioni radical e consigli per gli acquisti – naturalmente – alla Feltrinelli.

 Anche io, come oramai chiunque, me la sento abbastanza potente per arrogarmi il diritto di pontificare sui titoli vecchi e nuovi che troviamo alla Feltrinelli

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Sta diventando sempre più difficile trovare le parole giuste per iniziare a scrivere un post, non ho idea da cosa dipenda. La maggior parte delle volte – mentre penso all’incipit – mi rendo conto che sto utilizzando tecniche e stili visti e rivisti, che fanno pure un po’ noia radical. Comunque, l’idea era quella di parlare della lettura ad alta voce e di buttare una manciata di consigli per gli acquisti librosi. Non sto leggendo libri per adulti, quindi niente romanzi impegnati e cataclismi drammatici, non mi va e non ne ho voglia. Ho appena finito di leggere un libro fantasy scritto da una mia amica, Valentina Fratini: Drema e il segreto dei sogni. La storia parla di una ragazzina che vive in un istituto per orfani a Roma e non riesce a farsi adottare da nessuno perché tutti gli aspiranti genitori finiscono per spaventarsi a causa dei suoi strani discorsi. Aurora infatti, così si chiama la nostra eroina, ha dei ricordi molto bizzarri della sua infanzia e spesso nomina creature fantastiche a dir poco incredibili. A completare il quadro delle stramberie ci sta Velino, una bestiolina di pezza che di tanto in tanto prende vita e parla con la ragazzina dai capelli rossi. Già dal secondo capitolo si parte alla scoperta di Drema, un mondo dove i sogni diventano realtà grazie ai dremani, creature magiche in grado di realizzare i desideri degli umani. Ovviamente ne succedono di tutti colori e non mancano i colpi di scena. Un libro per ragazzi che sta benissimo anche sul comodino degli adulti, è un testo in grado di affascinare e rapire chiunque abbia passione per i mondi immaginari oltre l’incredibile. Me lo sono mangiato in pochissimo tempo, per fortuna so che si tratta del primo libro di una trilogia, quindi non mi resta che aspettare che la mia amica sforni il secondo volume (dice manchi poco).

Una delle mie attività preferite è leggere ad alta voce o farmi leggere qualcosa da Claudio. Esattamente come si guarda un film, mi piace condividere la lettura di un libro. Per me è una cosa nuova, non l’avevo mai fatto con nessuno e ho sempre pensato che leggere fosse un’attività individuale, quasi intima e privata. Niente di più sbagliato, condividere un racconto con qualcuno è davvero divertente, soprattutto se la storia rapisce entrambi e coinvolge a tal punto da doversi fermare spesso per discuterne. Con qualche interruzione durata giorni, stiamo leggendo Ascolta il mio cuore un altro libro spacciato per ragazzi in maniera troppo sbrigativa. Non è una pubblicazione recente, lo lessi la prima volta quando stavo alle elementari, me lo passò la mia compagna di classe Giuia Cipriani. La storia narra delle vicende spesso spiacevoli di due ragazzine di 10 anni, Elisa e Prisca, le quali affrontano un anno scolastico tremendo reso tale da una maestra orribile. Con delicatezza, ma non con semplicità, vengono trattate una serie di tematiche tutt’altro che leggere. Bianca Pitzorno è in grado di commuovere e far ridere a distanza di una pagina tra un evento e l’altro, tenendo una narrazione sempre seria, ma mai pesante. Ascolta il mio cuore credo che sia un classico per l’infanzia, oramai, quindi non serve dilungarsi troppo nell’elogiarlo, però io l’ho apprezzato il doppio ora che lo sto condividendo come fosse un gioco. Ci divertiamo un sacco, infatti, ad interpretare con voci buffe tutti i personaggi della storia, capita spesso di continuare a scambiarsi il turno di lettura fino a che uno dei due non crolla addormentato. Di solito quella sono io, ma che lo dico a fare.

Terzo e ultimo libro che ho per le mani in questi giorni è Queste oscure materiedi Philip Pullman. In realtà di quest’opera io ne so poco e niente, me lo ha regalato Claudio proprio ieri (che ho scoperto essere la giornata internazionale del libro). Ho iniziato a leggerlo stamattina alle sei, proprio quando mi sono svegliata. E’ stato il mio primissimo pensiero. Così niente, dopo esser tornata da Drema, riparto subito per un nuovo viaggio con una ragazzina di nome Lyra. Ne parlerò, se mi andrà, una volta conclusa tutta la trilogia, quindi considerando le mie tempistiche potrebbe essere domani, come tra cinque anni. Chissà.

Non fate impazzire la maionese

Gli ingredienti della maionese non sono fatti per stare insieme, ma se si combinano con un po’ di pazienza il risultato è assicurato. Le uova, l’olio ed il limone presi singolarmente dicono poco, non costituiscono nulla di completo e nessuno penserebbe mai di saziarsi utilizzando uno solo di loro. Pure l’uovo, per quanto sia super nutriente, da solo rimane un pasto un po’ triste. Chi mai si berrebbe un bicchiere d’olio, anche se si dovesse trattare del miglior estratto d’oliva del mondo? Mentre c’è chi si beve le limonate senza zucchero, ma in genere serve per mettere un tappo alle chiappe quando fa male la pancia. In buona sostanza possiamo partire tutti da un’opinione comune: le patatine fritte senza la maionese dovrebbero essere illegali.

Fare la maionese però è difficile: quindi prendiamo due uova, un bicchiere d’olio, del limone e poi scendiamo al supermercato a comprare il tubetto della Calvè. Fatto, poi friggiamo le patatine senza ustionarci e via, grassi saturi per cena. Appurato che nemmeno in dieci vite riuscirò a fare la maionese, veniamo al perché. L’olio è un liquido strano, fa quello che cazzo gli pare e di conseguenza è molto difficile fare in modo che prenda confidenza con l’uovo. I due devono prendersi bene fin dall’inizio, perché mentre una mano sbatte l’uovo, l’altra fa scendere l’olio a filo, facendolo entrare nell’ uovo piano, con la calma. Il movimento della mano, o meglio del polso, deve essere regolare: non si può rallentare e non si può accelerare. Bisogna avere pazienza. Così l’uovo piano piano si apre e lascia passare l’olio in modo tale che questo possa trovare lo spazio che gli serve per accomodarsi e sentirsi a proprio agio. Se la mano è sapiente, allenata ed esperta non farà fatica né l’uovo, né l’olio: si ritroveranno insieme, vicini e perfettamente combinati senza nemmeno accorgersene. Che poi sia tutto merito della mano o dell’ospitalità dell’uovo oppure della delicatezza dell’olio … è una cosa inutile da stabilire: hanno funzionato, tutti e tre. Poi mettere il limone è semplice, non ricordo mai se vada messo prima, dopo o durante, ma il limone non è il problema di questa storia.

Così come la maionese, molte altre cose non sembrano fatte per funzionare. Ci provi una volta, ci provi due volte, ci provi tre volte e alla fine ti trovi in bagno a sbattere la testa contro il pulsante dello sciacquone. Ti convinci che non funziona, che stai sbagliando qualcosa, che forse la nonna aveva ragione quando diceva che non si deve fare la maionese quando si hanno le mestruazioni! Tra l’altro io sto ancora cercando una ragione antropologica e culturale che mi giustifichi questa credenza. Ma il punto è che se riesce la maionese, soluzione bizzarra difficilissima da ottenere, allora si può riuscire a mescolare un po’ tutto: colori, creme, polveri e persone. Ci sono persone che sembrano uova e persone che sembrano olio: sono belli e buoni, i migliori. L’olio delle olive più genuine e l’uovo uscito dal culo della gallina più figa del quartiere non è detto che si acchiappino se non ci mettono pazienza, calma, amore e dedizione. Ah e anche una punta di buona educazione e di interesse, volendo, ma non è strettamente necessario.

Però alla fine la maionese riesce, a volte viene benissimo mentre a volte poteva riuscire meglio, ma su dieci volte che è impazzita se ti esce una volta fai anche i salti di gioia e sticazzi che non sia buonissima. Ricapitolando: l’uovo deve essere disposto ad accogliere l’olio, deve quindi sentirsi a proprio agio e lasciare una via aperta in modo tale che il filo possa inserirsi senza fare fatica. L’olio invece deve scivolare piano, chiedendo quasi il permesso, andando tranquillo senza mai insistere o risultare invadente. La mano che mescola e la mano che versa l’olio devono avere pazienza: qualche volta si aiuta l’olio, qualche volta si aiuta l’uovo, ma in entrambi i casi non si propende mai da una parte o dall’altra, cercando quindi di favore un inserimento, senza forzare mai. Poi sappiamo che ad un certo punto ci va il limone, su Giallo Zafferano spiegano perfettamente come fare. Oppure si chiami la nonna che quella la sa sempre lunghissima.

Le patatine fritte sono buone anche da sole, sono buone con il ketchup e sono buone con la maionese industriale, ma quando ti riesce un bel vasetto di maionese fatta con le tue manine sante non c’è paragone e ci schiafferesti dentro anche i Savoiardi convincendo tutti che si tratti di un’accoppiata geniale. E’ bello quando la maionese viene, non importa come, basta che venga. Rimanere ore lì a cercare di mescolare per poi vedere che l’uovo non vuole saperne dell’olio è proprio frustrante. Peccato per l’olio, peccato per l’uovo, ma più di tutti ne soffre chi ha provato a metterli assieme. Lui voleva solo mangiarsi le sue patatine buonissime, con una maionese non necessariamente perfetta, però non impazzita.

Chocolate starfish and the hotdog flavored water: esequie per un paio di scarpe

Un paio di All Star meritano delle onoranze funebri dignitose, soprattutto se le scarpe in questione sono state per anni ai tuoi piedi vivendo assieme a te  drammi, gioie (sempre poche), imprevisti e probabilità. Così oggi, 18 Aprile 2017, decido di salutare definitivamente le mie scarpe preferite. Scarpe che già erano di seconda mano, perché la mia famiglia è l’unico esempio del ricco nord/est dove l’eredità funziona al contrario. Le mie All Star bianche, infatti, mi sono state passate dalla mia cuginetta Giorgia, che all’epoca aveva 14 anni, io 26. Che male c’è, porto due numeri in meno di lei e Giorgia si stufa presto dei vestiti: come passa una moda, ne arriva un’altra e le cose vecchie (sebbene siano ancora nuove) finiscono alla cugina povera, cioè io. Che poi, a onor del vero, io povera non lo sarei nemmeno, ma mi piace molto l’idea di sfruttare qualcosa finché risulta possibile farlo.

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Una volta fatto il quadro della situazione, mi sembra giusto spostare il focus sulle scarpe per le quali siamo qui a celebrare un rito funebre. Queste scarpe si sono laureate con me, hanno imparato a fare il gelato in un laboratorio vero, sono venute a diversi concerti, siamo andate alla scoperta del mondo. Mi hanno vista piangere, urlare, ridere e sono state lanciate dietro a qualcuno che evidentemente se lo meritava. Le ho difese con le unghie e con i denti quando ad un matrimonio mi hanno chiesto di non indossarle “Sono sporche e rotte!” E STICAZZI, pure te sei sporca e rotta eppure vai in giro lo stesso con la tua faccia. E le ho indossate comunque, fierissima, assieme al mio bellissimo abitino rosso a pois. Identico outfit utilizzato per andare ad esplorare la passerella dorata di Christo sul lago d’ Iseo, dove per l’appunto anche lì avevo le mie All Star. Sono venute con me a Roma, non mi hanno lasciata sola. Mi hanno aiutata a sradicarmi, ad allontanarmi, a prendere decisioni importanti.  Hanno camminato con me per quattro anni, ogni giorno, con tutte le loro macchie, con tutti i loro buchi.

Oggi me ne separo, anche se ancora non ho deciso come. Penso che l’idea di seppellirle potrebbe risultare alquanto bizzarra se non addirittura illegale (la gomma pare sia materiale inquinante, insomma), così penso che chiederò a Claudio di deporle delicatamente in un sacchetto, quindi in una scatola e successivamente nel bidone dell’ama dedicato agli scarti non riciclabili. Io non potrei mai farcela, mi si stringe il cuore solo a pensarci.

Addio All Star bianche e belle, addio. Grazie per aver condiviso con me tutte le mille avventure; vi dedico anche il disco più bello dei Limp Bizkit,  sarà la colonna sonora del nostro ultimo ballo scatenato in questa vita.

Aida, come sei bella (e quanto ci costi!)

 

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Io e Claudio abbiamo un gatto, una micia. La micia si chiama Aida e lascerò qualche diapositiva più sotto. Il nocciolo della questione sta nella mia scelta circa la marca di crocchette a lei riservate, pare che Claudio ritenga siano troppo care. Pare necessario assegnare torti e ragioni, per questo motivo si richiede l’aiuto di una giuria popolare. Obiezioni dell’accusa: 13 euro al Kg sono troppi per dei croccantini. Difesa della .. difesa (?): sono fatte di carne! Non hanno schifezze dentro, sono fatte solo ed esclusivamente di carne! Non sono testate sugli animali, vengono prodotte in italia, non c’è grano o altre sostanze “gonfianti”. Vostro onore, lo so che sono care! Ma essendo così nutrienti, posso somministrarle in quantità minore rispetto a quelle più scadenti (quindi durano di più), ma quel che conta davvero è che sono sane e prevengono tutta una serie di malanni che ai gatti vengono a causa delle crocchette economiche. Ogni volta qui è una questione, che si tratti di cibo secco o che si tratti di scatolette. ABBIAMO UN PROBLEMA! Okay, io sono matta, ma ho ragione. Il motivo per il quale preferisco la Farmina N&D (che sì, lo ammetto, è la marca più cara in circolazione) è che io alla micia mi ci affeziono. Cioè, io ci sono affezionata e cerco di farla stare bene il più possibile, come se attraverso il cibo potessi assicurarle una vita più lunga. Lo so che costa tantissimo, però è Aida: la mia micia, la nostra micia, insomma .. la gatta che abbiamo deciso di prendere insieme, la prima cosa importante della quale ci prendiamo cura tutti e due! Oh, insomma, ho detto che Aida mangia solo cose perfette, così come per me e per Claudio scelgo sempre la carne migliore, la verdura migliore, la frutta migliore e così via. E va bene sono matta, ma il pelo della nostra micia è così lucido e la sua bocca così pulita e bella .. dai, non c’è paragone, Farmina N&D tutta la vita.

La questione risalta fuori quando si parla del grasso della fiorentina, sta cosa di piazzare la parte grassa della bistecca nella ciotola della piccola a me mi fa incazzare. Primo perché la gatta ci gioca e la porta a spasso per tutta la casa, secondo perché le fa male! Buono eh, lei è felicissima di giocarci mezzora, ungermi tutto l’ungibile della stanza e poi sbranarlo fin che si esaurisce il mangiabile, ma .. ma dai! Poi alla mattina mi metto il calzino e ci trovo dentro un pezzo di mucca morta sbranata, non è bello. No. Quindi basta, niente grasso d’avanzo nella ciotola della gatta, vostro onore basta. E poi le fa male. LE – FA – MALE.

Quindi niente, sono convinta che tutte le argomentazioni vengano dalla mia parte, di conseguenza Aida continuerà a mangiare solo ed esclusivamente Farmina N&D ed il grasso di carne che troverò in giro per la stanza lo infilerò nelle orecchie di Claudio di notte mentre dorme (e dicendo orecchie sono anche stata gentile).  Dai, Aida è bellissima.

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E comunque il peggio secondo me deve ancora venire. Nella casa che abbiamo scelto c’è una sorta di terrazza, al piano terra e ovviamente Aida avrà accesso anche lì. Ci sarà costantemente il panico – da parte mia – per eventuali dipartite e sparizioni temporanee della gatta; già mi immagino l’ansia nel non vederla tornare alla sera (…) Claudio mi ha promesso che cercherà di recintare al meglio, ma un gatto non si fa mettere confini, quelli prendono e partono e fanno – giustamente – il grancazzo che vogliono loro. Ma io ho paura che me la rubino, che me la picchino, che me la investano .. ODDIO MI STO GIA’ IMPANICANDO.  Vabbè, staremo a vedere, un problema per volta.

Per adesso Aida mangia quello che dico io, qualcuno ha qualcosa in contrario?

Prima pagina

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Non sono una persona costante, lo dichiaro immediatamente, quindi si sappia subito che non ho ben chiaro cosa potrò creare in questo spazio. Due sono le cose che adoro fare: scrivere e fare fotografie, quindi suppongo che principalmente utilizzerò questo blog per mettere giù quello che ho nella testa ogni tanto. Quello che mi va, quando mi va. E niente, per ora tutto qua. Passo e chiudo.

18/04/2018 – Il blog ha compiuto un anno e ha preso una forma quasi precisa. Nemmeno mi ricordavo più dell’esistenza di questa pagina e mi è venuta nostalgia dei miei capelli lunghi. Bè, poco male, stanno ricrescendo.