Delitto Ar Sugo: di copioni, morti in cucina e impermeabili sfiancati.

Il cuoco è morto ed è andato tutto bene. In realtà Sergio (il cuoco del ristorante dove lavoro) è morto due volte. Ora sta bene e il suo assassino è stato ampiamente assicurato alla giustizia (?) dove per giustizia si intende Claudio con un impermeabile sfiancato palesemente da donna.

Chiariamo tutto con una diapositiva:

foto copione.png

Si tratta di una cena con delitto fatta appunto al ristorante (fast food) 16 Cibi Tondi dove io faccio la cameriera per davvero. Per un paio di sere invece sono stata l’aiuto cuoco del cuoco morto e al posto di Carlotta e Chiara (che sono le mie colleghe reali) ho lavorato tra i tavoli con Elena e Giulia, le quali di mestiere invece fanno le attrici. Non c’era Dario a fare da supervisore, ma Lele il quale faceva la parte del manager. E niente, non volevo fare il temino delle elementari narrando simpaticamente le mie avventure, avevo piuttosto una gran voglia di far uscire una cosa. Ce l’ho lì da un paio di sere e non so come spiegarla.

Tu impari tutte le tue cose a memoria, no? Poi ti metti lì insieme con gli altri e cerchi di stare dietro a chi ne sa molto più di te. Fai quello che ti dicono di fare, ascolti i consigli e accetti le critiche e ogni sera ti metti lì a pensare come o cosa potresti fare per fare bene. E ti viene un po’ d’ansia, un filino, ma non sale tutta assieme. Una settima prima nemmeno ci pensi, tre giorni prima inizia a farti qualche domanda, il giorno prima non ci vuoi pensare e la notte non chiudi occhio. Il giorno stesso vorresti darti per morta e pochi secondi prima di iniziare cominci a chiederti i motivi per i quali non ti fai mai i cazzi tuoi. 

Come quando vai sulle montagne russe e pochi istanti prima della discesa di partenza inizi a sgranare il rosario perché oramai non puoi più tornare indietro. Non puoi fermare il treno, soprattutto se ci stanno sopra con te altre persone. E niente, chiudi gli occhi e vai, affrontando l’altezza, il vuoto nello stomaco, l’aria sulla faccia e le gambe che tremano. Il cuore ti sale in gola e la pelle s’increspa (ti si chiude anche un po’ il buco del culo, eh) e poi, dopo mezzo secondo, ti accorgi che è fatta, è partita, è andata. E ancor prima che tu ti accorga di qualcosa, è pure finita.

Ma non è finita per davvero, tu credi sia tutto lì, ma c’è ancora qualcosa. Un qualcosa che forse avevo già sentito, ma mai così forte. C’è stato un momento preciso in cui ho sentito in bocca un sapore meraviglioso, un profumo inebriante. Lo conoscevo, sapevo perfettamente di cosa si trattasse, ma era da tantissimo tempo che non avevo quella piacevole esperienza sensoriale. Si risolve tutto in una frazione di secondo, il brevissimo spazio che intercorre tra l’ultima parola dell’ultima battuta e l’attacco delle prime due mani che iniziano ad applaudire. Prima due, poi quattro, poi sei. E alla fine stai davanti ad una manciata di persone che sbattono le loro mani l’una contro l’altra, in un gesto che m’è sempre parso tanto insensato, ma che alla fine è tra i più gratificanti che io abbia mai conosciuto.  Quindi inchino, saluti, sipario.

Mi sono divertita, tanto. Mi sono divertita perché era da un sacco di tempo che non facevo qualcosa così, in maniera leggera e disinteressata, senza l’ansia di dover dimostrare qualcosa a qualcuno. Me ne sono bellamente fregata di non aver mai fatto nemmeno mezza lezione di recitazione, me ne sono fregata altrettanto di dover provare a farlo con persone addette ai lavori da diverso tempo, per non parlare di quanto poco mi sono preoccupata del fatto che il regista di tutta la menata fosse Claudio.  E sono stata bene, mi sono sentita a mio agio e ho avuto la sensazione di essere parte di qualcosa. Per un mesetto ho avuto un posto, un qualcosa da fare e da costruire con altre persone, un’attività che non fosse solo lavorare per portare a casa soldi e pagare l’affitto e le bollette (è da quanto sto a Roma è la prima volta che mi prendo il tempo per un’attività che non sia lavorare).

E poi dicono che le magie non si possono fare, poveri disillusi. Io di magie ne ho viste tantissime in un mesetto di prove. Ho visto che le cose quando si rompono poi si possono riaggiustare, magari vengono fuori un po’ diverse da com’erano prima, ma bene o male si rimettono in piedi. Ho scoperto che anche quando non controllo e non gestisco le cose vanno bene lo stesso, mettendomi in parte e concentrandomi solo su di me posso prendere fiato. Posso godermi una situazione perché non è sempre necessaria la mia supervisione. Ho imparato che una critica non è un’offesa, ma un punto di partenza. Che una cosa fatta bene, può migliorare sempre, ma che non dev’essere una gara snervante alla perfezione. Fare bene sì, fare meglio anche, scapicollarsi per la perfezione non serve. E finalmente, dopo tanti anni, non ho sentito più quella voce che mi diceva che non devo essere brava, ma la più brava. Che se arrivavo seconda non era il primo ad essere più veloce, ma era colpa mia perché non mi ero impegnata abbastanza. E non ho fatto “solo il mio lavoro”, l’ho fatto bene e l’ho fatto al meglio che potessi nonostante non fosse il mio lavoro. Ho fatto qualcosa di straordinario, ma per nessuno se non per me. E non è solo merito mio, ma dei colpevoli vi ho lasciato la diapositiva. 

 

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