Fenomenologia del ricordo rievocativo della felicità

 

Nella fotografia Agnese Altana e Fabio Moriconi, in scena lo scorso maggio al teatro Agorà con Prima Pagina, per me un’ immagine bellissima che io credo possa rappresentare la felicità. 


La psicoterapia è uno strumento che definirei fondamentale, tant’è che spesso mi immergo in riflessioni comparative tra la terapia che facevo a Verona e quella che faccio ora a Roma ed ottengo da questi momenti molte risposte che prima rimanevano inafferrabili. Per molto tempo a Verona, alla mia terapeuta, ho raccontato di non avere memoria di alcun momento felice che riguardasse la mia vita. Era come se ogni volta, andando alla ricerca di una felicità passata, non riuscissi ad individuare la sintomatologia della stessa e mi fosse quindi impossibile riconoscere quando e come fossi stata felice. Viceversa, cercando invece di rievocare un ricordo triste, avevo ben chiaro la natura del dolore provato e in qualche modo mi era possibile avvertirlo in misura minore, ma allo stesso tempo ben chiaro. Spiegandomi meglio, mi è sempre stato ostico rievocare la felicità vissuta in un qualche momento, come se non avessi mai avuto esperienza della felicità stessa, mentre un dolore, anche minore, tornava alla memoria molto rapidamente e lo riconoscevo come tale senza esitazione. Mi sono chiesta il perché e con l’aiuto della mia psicoterapeuta romana sono riuscita ad individuare almeno un motivo.

Quando penso alla felicità immagino qualcosa di molto complesso, composto da mille colori diversi, esattamente come quando si guarda all’interno di un caleidoscopio. Immaginiamo per un istante di utilizzarne uno e di puntarlo verso la luce, l’immagine che questo ci restituisce è composta da una moltitudine di sfumature diverse che coprono tutta la gamma di colori possibili. Vediamo al suo interno una miriade di triangolini tutti diversi nelle loro caratteristiche cromatiche, così che un rosso non è mai replicabile in un altro triangolino, così come un verde e via dicendo. Staccando l’occhio sarà molto difficile ricordarsi esattamente l’esatta ubicazione e l’esatta sfumatura di un colore visto, sicché quello che ci ricorderemo sarà solo una sensazione piacevole ma impossibile da recuperare con un ricordo preciso. Se lo stesso caleidoscopio venisse chiuso con un tappo, guardandoci dentro questo ci restituirebbe solo il buio, un nero pesante che copre qualsiasi cosa. In questo modo, una volta conclusa l’esperienza, risulta molto più semplice rievocarla in maniera completa perché il nero è l’assenza totale di colore, di vita, di luce. Non c’è nulla nel nero, ed il nero è solo nero: pesante, coprente, triste, chiuso, claustrofobico, angosciante.

Ricordarsi dell’esperienza della felicità mi è dunque molto più complesso perché la felicità è essa stessa molto complessa. La felicità è un insieme perfetto di colori, luce, forme, sentimenti, emozioni che in quel momento preciso attivano la gioia che è dentro di noi. Ricordarmi di tutte queste cose non mi riesce, non sono in grado di rievocarle così da averne una sorta di memoria rievocativa precisa. Perciò temevo di non essere mai stata felice, perché era molto più semplice ricordarmi del dolore, della tristezza, della depressione, della chiusura e di quell’angoscia claustrofobica che mi prende alla gola quando soffro tantissimo.

Ora che ne ho la consapevolezza il mio modo di accedere ad un ricordo felice va decisamente ricalibrato, così che io possa andare alla ricerca delle mie felicità passate, provando a ricostruirle pezzettino per pezzettino. La cosa importante è che adesso sia al corrente del fatto che anche io ho avuto modo di essere felice e che l’oblio della felicità passata è dato solo da una mio approccio sbagliato nel andare a ricercarla. La felicità è effimera, impalpabile, leggera e quindi difficilissima da chiudere in una sfera di ricordo, mentre la tristezza ed il dolore sono pesanti, coprenti, bui e serranti, semplicissimi da individuare nel passato. Ma non è vero che passiamo più tempo nel dolore che nella felicità, semplicemente la felicità è più complessa da afferrare: come una farfalla.

Indipendentemente dal fatto che io sia mai stata felice o meno, cosa che mi ha tormentata per diversi anni, ho deciso di fotografare mentalmente ogni volta che mi sento felice. Ho deciso di prendermi sempre quel mezzo momento in più per fermare l’attimo e sentirlo nel profondo, così da poter imprimere quante più sensazioni possibili al fine di poter accedere al ricordo ogni qualvolta mi salti in mente di farlo. Non voglio perdere più nulla nell’oblio, non voglio più guardarmi indietro e vedere solo i momenti tristi, i momenti in cui volevo scappare lontano, ma in un ricordo voglio anche mantenere la sensazione di quelle piccole cose che invece mi rendevano felice. La felicità è un diritto, ma questa ha a sua volta il diritto di essere ricordata.

La sera del 29 maggio (due sere prima della data di questo scritto) ho avvertito la felicità e l’ho afferrata. È arrivata piano ed io l’ho lasciata cresce lenta, affinché io potessi fermarne tutti i colori, tutte le forme. Inizialmente mi sono sentita come quando si leva uno zaino pesante dalle spalle, uno zaino tenuto addosso per tantissimo tempo e con il quale si sono battute lunghissime strade sotto al sole. Una volta posato lo zaino è stato come recuperare la posizione eretta dopo mesi e mesi di schiena ricurva in avanti. Piano piano mi sono raddrizzata, sentendo ogni parte di me risvegliarsi. Improvvisamente è stata la leggerezza la sensazione predominante, come se i miei piedi si staccassero dal pavimento e la forza di gravità non avesse più alcun potere su di me. La sensazione di benessere fisico accompagnava un sorriso stampato sul viso, impossibile da togliere, come se fosse il mio stesso corpo a volerlo fare indipendentemente dalla mia volontà. E lì, in quel momento preciso, mi sono ricordata di un gioco che facevo da piccola. Avete presente quei cubi cavi dove si infilano le formine? La stellina nella stellina, il cilindro nel cilindro e così via? Ho riconosciuto in quel momento il senso di appagamento profondo, quello che si avverte ogni qualvolta si porta a termine qualcosa di difficile, ogni volta che si riesce a far incastrare tutto quanto pezzo dopo pezzo. Nel vedere così la mia opera conclusa, nell’essere consapevole che per la prima volta ero l’artefice unica della mia realizzazione, nella consapevolezza che il mio stare bene fosse frutto di una serie di mie scelta anche dolorose, mi ha aperto la strada per l’esperienza della felicità.

Non voglio togliere niente a nessuno e mi sembra quasi superfluo sottolineare quanto siano state importanti per me molte persone, ma sono persone che ho scelto io. Le persone sono state una mia scelta precisa, quindi senza deprivare questi angeli di immensi meriti, suppongo che il merito maggiore rimanga il mio. Da sola, comunque, non avrei potuto ottenere lo stesso risultato, questo lo so io e lo sanno anche loro.

La felicità è una responsabilità dell’individuo, sempre. Non esiste nessuno in grado di salvare qualcuno se questo non vuole salvarsi da solo. Non cercate la vostra felicità nelle persone, non è lì che la troverete, nessuno vi deve nulla e nessuno può consegnarvi il pacchetto del vostro stare bene. Scegliete con cura gli amici e l’amore dei quali circondarvi, prendetevi sempre la responsabilità delle vostre scelte e non delegate nessuno in questo. Non colpevolizzate nessuno, finché continuerete a cercare responsabilità in terze persone non sarete in grado di essere felici, siate voi stessi gli artefici della vostra felicità e andrà tutto bene. Ve lo prometto.

Mamma ti prego, non hai bisogno di lezioni per essere mamma

Mi sono svegliata così, esattamente come sono andata a dormire: con la polemica tra il cervello e la bocca. La mia professione mi porta spesso a ficcanasare in gruppi facebook in cui le mamme si scambiano opinioni e consigli, così come tra i miei contatti ho un sacco di mamme blogger e mamme influencer.  Non che mi interessi molto la questione della maternità in sé, ma alcune persone sono molto piacevoli da leggere e quindi finisco spesso per perdermici e ragionare su tematiche che tutto sommato non mi riguardano moltissimo. Questo è uno di quei casi.

Ho la sensazione che le donne siano letteralmente disperate così che dal dal concepimento in poi sentano la necessità di un qualche esperto (psicologo, pediatra, pedagogo, chiacchierone, palancaio) insegni loro a fare le mamme. E allora ascoltiamo musica classica dalla dodicesima settimana così il pupo sviluppa meglio il cervello, facciamo yoga premaman così consolido il legame con il mio figliolo, spendiamo miliardi in libri che ci spiegano “cosa aspettarsi quando si aspetta” e così via fino alla nascita. E poi, dal parto in giù: riunioni con esperti che vi dicono di non prendere in braccio il vostro bambino quando piange, di non viziarlo e di utilizzare “i no che fanno crescere“, di trattarlo in un modo piuttosto che in un altro, di non allattarlo oltre i tre anni altrimenti cresce rimbambito … e così via. Le mamme si fanno riempire la testa di nozioni che non servono e spesso sono pure insensate. 

Mamme, sinceramente, nessuno vi deve insegnare a fare la mamma. Non ne avete bisogno, non vi serve un libro per fare in modo che il vostro bambino dorma la notte,  voi che vi siete portate nell’utero un essere umano per nove mesi, quando questo viene alla luce, sapete benissimo come comportarvi, perché è normale che accada. Fidatevi di quello che vi viene da fare, perché molto probabilmente è la cosa giusta. Il bambino piange e vi viene da prenderlo in braccio? Fatelo. Vuole le vostre attenzioni e si sbraccia come un matto mentre parlate con qualcuno e non avete intenzione di cedere? Non cedete. Avete latte anche se il pupo ha 4 anni suonati? Dateglielo, non diventerà scemo per questo. Fate quello che vi sentite di fare! Una mamma, dal concepimento in poi, è programmata biologicamente per fare la mamma e nessuno può arrogarsi il diritto di insegnarle quando non prendere in braccio il piccolo e quando invece deve farlo. Lei lo sa e sicuramente non sbaglierà mai.

Le mamme dovrebbero tornare a fidarsi del proprio istinto, ecco quello che penso. Ho letto di troppe mamme che si sono costrette a comportamenti che non sentivano affatto naturali in nome di qualche scoperta della quale si fidavano ciecamente. Ho letto libri assurdi nei quali si diceva ai genitori di non prendere in braccio il bambino in lacrime, di lasciarlo piangere finché non prendeva sonno, di non assecondare capricci … ma chi scrive queste cose, si prende effettivamente la responsabilità di quello che dice? Come se potesse esserci veramente una regola fissa valida per tutti i bambini, per tutti i neonati. Come se potesse esistere un manuale di come crescere un figlio sano, equilibrato ed intelligente.

Tranquille mamme, i vostri bambini avranno un’infanzia bellissima se voi farete con loro quello che il vostro utero vi dice di fare. E una volta adolescenti vi odieranno a morte perché sentiranno la necessità di tagliare il cordone ombelicale, crescendo ancora torneranno a volervi bene e a cercare il vostro aiuto e la vostra comprensione. Perché è normale e sacrosanto che sia così. “Una mamma per amica” è solo un telefilm. 

Per favore mamme, tornate ad essere mamme e abbandonate la via che vi obbliga a studiare manuali e manuali che alla fine dei conti nemmeno vi servono. Non siate replicanti, non fatevi dire da nessuno come va cresciuto il vostro bambino, nemmeno da vostra suocera, anzi soprattutto da vostra suocera!

Molto più seriamente. La decisione di diventare madre prevede delle responsabilità sicuramente, ma non prevede una schiavitù. Una madre è un essere umano completo che non può essere annullato per la crescita di un altro essere umano. Diventare mamma è sicuramente un’avventura, ma è tra le cose più naturali dell’universo, è una cosa che le donne fanno da sempre. La relazione tra una donna ed il proprio figlio non può essere insegnata e non può essere appresa, viene da sé ed è giusto che sia così. Non fate piangere i vostri bambini perché vi dicono di farlo, non lo fate. Lasciateli piangere solo se voi, in quel momento lì, sentite che sia giusto comportarsi così. Fidatevi di quello che vi viene da fare.

Poi, per carità, ognuno prenda le decisioni che preferisce, ma in un mondo dove esiste un manuale anche per la defecazione corretta mi chiedo quanto possa rimanere genuinamente umano, anche se poi compriamo le uova bio, la lattuga bio, la cioccolata bio, il caffè bio (…)

nella foto: la mamma e la zia, due donne che non si sono fatte mai spiegare da nessuno il mestiere della mamma.

Kleenex and popcorn: Anne with an E

||SPOILER FREE||

Il 12 maggio Netflix ha deciso di distribuire a noi poveri malati di serie tv la storia (tristissima e mainagioiosa) di Anna Shirley. Io non ho letto il libro: quando ero piccola papà era troppo impegnato a farmi piangere con Cuore, poi sono diventata grande e ho pensato che per distruggermi l’anima bastasse David Copperfield.

Però, come tutti i bravi bambini che alle sette prendevano il pulmino sotto casa, anche io guardavo i cartoni animati mentre facevo colazione. Anna dai capelli rossi era uno di questi, assieme ad Heidi. La giornata insomma partiva benissimo: orfani come se piovessero, maltrattamenti, umiliazioni e gioie nemmeno col binocolo, però mi incoraggiava molto l’ottimismo con il quale queste eroine affrontavano la loro vita (di merda). Papà mi sgridava sempre quando mi pescava a guardare i cartoni animati giapponesi, primo perché stavano sulla Mediaset (che all’epoca ancora si chiamava Fininvest/Biscione) che a casa mia era megavietatissima, secondo perché secondo la sua opinione erano cartoni animati scadenti, con disegni bruttissimi dove tutto era sempre fermo. 

ann-with-e-1Dopo avervi offerto questo spaccato d’infanzia personale ambientato tra biscotti Plasmon e Pan di Stelle (le Gocciole ancora non erano state inventate), tocca arrivare al punto e parlare veramente della serie tv canadese approdata su Netflix in questi giorni.

Sono a metà, non l’ho ancora conclusa, ma la storia viene rispettata perfettamente e non ci sono variazioni di programma. Anna è esattamente quella che deve essere: una ragazzina di 13 anni, con i capelli rossi, le lentiggini, tutta ginocchia e dentoni. Amybeth McNulty è assolutamente perfetta. A parte che secondo me è bravissima, ma tolto questo, è proprio Anna. Non hanno cercato di fare la solita bambina bellina acconciata male, no: hanno scelto un’attrice bruttina, per fare la parte della bruttina. Quindi niente effetto Anne Hathaway in Pretty Princess dove lei viene imbruttita all’inizio per poi uscire megagnocca alla fine. Grazie al cazzo, facile così. 

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Particolarmente gustoso è l’attore che interpreta Matthew Cuthbert, anche in questo caso ci si ritrova davanti esattamente quello che ci si aspetta: un uomo taciturno che parla per silenzi, sguardi e mezzi sorrisi. Hanno scelto un interprete con una mimica facciale importante, per questo riesce benissimo anche se non apre bocca spesso. Promosso anche R.H. Thomson, quindi. Promossa anche Marilla, Geraldine James, forse fra tutti la faccia più conosciuta al cinema. Promossa perché sa fare Marilla, ecco. Freddina, un po’ burbera, educata, ma allo stesso tempo sgraziata e poco empatica. Forse il personaggio che cambia di più dall’inizio alla fine, progredisce con coerenza e con pazienza, senza fretta.

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Il quadretto, insomma, non delude proprio per niente. I tre personaggi non sono stati modificati di una virgola e si avvertono familiari dal principio. La cosa carina, la cosa diversa, diciamo “la novità“, di questa serie tv rispetto alle precedenti rappresentazioni della storia è che finalmente Anna acquista una pienezza di caratterizzazione che è sempre sfuggita. In diversi momenti abbiamo delle finestre sul passato della ragazzina, flashback che ci permettono di contestualizzare i suoi bizzarri comportamenti. Così, in questo modo, Anna non è solamente una tizia strana con una fervida immaginazione che parla da sola, ma diventa il risultato di una serie di esperienze pregresse e di ambienti vissuti. 

Schermata-2017-05-14-alle-16.16.39-1024x640Conosciamo così le ingiustizie subite nell’istituto per orfani e le difficoltà patite mentre era al servizio di una famiglia:  tutte esperienze che effettivamente danno un senso al suo essere così dissociata dalla realtà, caratterizzando questo atteggiamento come un sistema di difesa verso il  mondo che l’ha trattata sempre male. Psicologia da supermercato, ma un sacco funzionale. 

Poi, se volete sapere tutte quelle cose da cinefili seri (fotografia, montaggio …) non posso aiutarvi più di tanto, anche volendo mi esprimo davvero male in materia. Però se riuscite a tradurmi due o tre cose le posso dire: i paesaggi sono splendidi e alcune inquadrature lasciano davvero senza fiato, altre spingono alle direttamente alle lacrime. Ci sono dei tagli ogni tanto, dei neri che non dovrebbero esserci o che non riesco a spiegare. Sono volontari sicuramente, ma non li trovo affatto piacevoli. Credo sia montaggio, questo. (Claudio, è montaggio questo?). La sigla iniziale è un sacco bella, sia come musica che come immagini, lunghetta, ma gustosa. I dialoghi non annoiano, sono incalzanti e sempre sensati, non ho trovato alcuna scena inutile o “buttata lì”.

In conclusione, la giuria decide di promuovere questa serie tv e decide altresì di consigliarla anche a chi ha visto il cartone animato giapponese e lo ha amato fortissimo dal primo all’ultimo episodio, rosicando da matti quando arrivava maggio e decidevano di tagliarlo a buffo oppure di cancellarlo completamente. O peggio ancora, quando decidevano di farlo ripartire da capo e tu, facendo bene i conti, sapevi perfettamente che non sarebbero riusciti ad arrivare alla fine per giugno.

Erano momenti difficili quelli.

Shopping libresco di maggio, i consigli radical della gatta

Avevo detto che si sarebbe ricominciata la buona pratica di consigliare libri alla gente e mantengo la promessa, senza la pretesa di riacchiappare proprio tutti i lettori che mi sono persa nel corso della mia latitanza. Insomma, erano cinque, adesso siete in due, una è mia mamma e l’altra è mia zia. A proposito, ciao mamma, ciao zia! 

Comunque sia, è maggio e comincia la voglia di andarsene a passare il tempo in posti freschi e poco affollati. Io, in questo periodo, vengo particolarmente attratta dai parchi dove cerco di passare la maggior parte del mio tempo libero. In realtà è il mio primo maggio a Roma, quindi ancora non so bene come muovermi. I parchi qui non mancano, ma Ostia è vicina e lì c’è il mare. Che sia mare o giardino, divano o tinello, quello che comunque non dovrebbe mancare per una buona pausa dal lavoro e dallo studio è un buon libro. 

Per maggio ne ho individuati due, un mattone e un romanzo noir che scende rapido. Entrambi li ho letti un po’ di tempo fa, ma ricordo che mi sono piaciuti moltissimo, quindi se non sapete cosa comprare alla Feltrinelli seguitemi qua.

le perle del drago verdeLe perle del drago verde, Lisa See. Questo è il mattone. La storia parla di una ragazza cresciuta negli Stati Uniti che ad un certo punto decide di indagare meglio sulle proprie origini orientali. Alcune scoperte la portano direttamente in Cina dove ritrova il padre e un regime maoista che inizialmente la affascina moltissimo. Inizia quindi la sua nuova vita in una comune, dove tutto andrà bene finché andrà bene, ma il lato negativo di un regime politico non tarderà a rivelarsi. Se nella prima parte del libro predomina la ricerca personale della protagonista e una sequela di momenti di riflessione profonda, nella seconda parte preparate fazzoletti di carta e fatevi crescere un bel po’ di pelo sullo stomaco. Lisa See non risparmia niente nelle descrizioni delle situazioni, non le importa che sia troppo crudo, lei scrive e tu lettore sei costretto a leggere. La penna della See ha la capacità di tenerti inchiodato anche contro la tua volontà, anche quando pensi sia troppo, anche quando credi che il limite si sia passato. Non è volgare, ma sicuramente non viene indorata alcuna pillola, viene somministrata amara e viene anche fatta assaporare per bene. Come dicevo prima, è un mattone vero, un mattone scritto bene che scorre tranquillamente, ma non è una lettura leggera. Sicuramente è uno di quei libri che quando si terminano poi non si dimenticano facilmente.

una stagione selvaggiaUna stagione selvaggiaJoe R. Lansdale. Questo è il romanzo noir, per esclusione. Questo libro mi è capitato per le mani casualmente, l’ho trovato in stazione a Verona e fa parte del giro del bookcrossing (se non sai cosa sia il bookcrossing clicca qui) e me lo sono letto nel tragitto Verona – Garda e ritorno. Sono 200 paginette che scendono rapide, ma che pigliano un sacco. La storia è super pulp: soldi, pallottole, ricatti e morti ammazzati. La situazione si instaura rapidamente ed i personaggi sono presentati uno dopo l’altro esattamente come se fosse la sigla di una serie tv. Questo libro è perfetto per calarsi in una situazione surreale quasi alla Tarantino maniera, va preso così, senza farsi troppe domande. Consigliatissimo soprattutto ai lettori meno accaniti, a quelli che fanno fatica ad appassionarsi ad un libro. La storia infatti ha un potere molto catalizzante, magnetico, quindi favorisce coloro che generalmente lasciano i libri a metà perché si annoiano. Secondo me è uno di quei romanzi adatti ad avvicinare alla lettura le persone che credono di non riuscire ad appassionarsi a nulla che non abbia immagini in movimento. Ma va bene anche per chi legge dodici libri alla settimana, soprattutto se ogni tanto si sente il bisogno di qualcosa di diverso. 

Ecco fatto, quindi per maggio siamo a posto così. Se per caso fate parte di quei quattro parenti che mi seguono e vi venisse voglia di leggere quanto consigliato in questo post fatemelo sapere, così almeno potremo parlarne fittissimo davanti ad un caffè. Se vi piacciono le mie chiacchiere deliranti potete tranquillamente condividerle con i vostri amici, in caso vi non vi piacesse nulla di me, fatevi gli affari vostri! 

Si scherza.

Buon lunedì e buona settimana!

 

Senza respiro: GLITCH.

SPOILER FREE

●  Glitch è una serie tv australiana distribuita da NETFLIX ●

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Sono inciampata per caso in questa serie tv e sinceramente mi sono chiesta come mai non mi sia passata sotto agli occhi sui vari social. Niente zombie, niente droga, pochi drammi anche se ci sono uomini che tornano dall’oltretomba, una casa farmaceutica dal comportamento sospetto e una moglie morta che torna viva creando non poco scompiglio. Insomma, gli ingredienti sono sempre gli stessi, ma nessuno di questi è sviluppato in maniera preponderante (o asfissiante) rispetto agli altri. Così incrociamo un po’ di personaggi bizzarri: una mamma vintage con un enorme senso di colpa, un soldato della prima guerra mondiale con un segreto, una ragazzina spigliata e frizzante in un’epoca sbagliata, un uomo del quale non si sa nulla e un sindaco d’altri tempi. La vita di tutte queste persone è in qualche modo intrecciata a quella degli altri, se non nel passato, almeno nel presente. 

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Siamo in una cittadina immaginaria chiamata Yoolana, da qualche parte in Australia e una notte viene chiamata la polizia perché al cimitero pare ci siano schiamazzi fastidiosi per i residenti del circondario. Il poliziotto, che diventerà un nostro simpatico protagonista, fa la terribile scoperta: alcune tombe sono state profanate da chi le abitava, i morti sono tornati in superficie e non ricordano assolutamente di essere … morti.  L’allegra combriccola di redivivi viene quindi accompagnata in una clinica dove facciamo la conoscenza di un’altra simpaticissima figura femminile, la taciturna dottoressa con lo sguardo impenetrabile. Freddina, molto freddina.  DR1419V003S0055933c88d9dae4.29606245_1280Da qui iniziano le carambole per capire che cosa sia successo e come sia potuto succedere, arrivano le gatte da pelare e i colpi di scena. Praticamente una volta fatta partire la prima puntata risulta impossibile fermarsi fino alla sesta (sono sei puntate da circa un’ora l’una, organizzatevi una notte insonne) Non si ride moltissimo, anzi non si ride per niente, ma ogni puntata si chiude obbligandoti a far partire la successiva (sono sicurissima che esista un termine tecnico per nominare sta cosa del fiato sospeso tra una puntata e l’altra, ma l’esperto in materia è al lavoro e adesso non ho voglia di mettermi a cercare)

Cosa mi è piaciuto:

  • Ci sono tanti personaggi e ognuno di loro viene scoperto piano piano, senza però lunghe attese estenuanti. C’è la giusta dose di attesa e la giusta dose di soddisfazione delle curiosità. Non mi è mai venuto da smadonnare, insomma.
  • Le storie dei morti non sono banali e scontate, sono piccole e semplici ma in qualche modo avvincenti. Non deludono e nessuna di loro risulta essere più debole delle altre.
  • Lo schieramento buoni/cattivi non è immediato e comunque non è chiarissimo mai, al termine della prima stagione ancora non si sa bene da che parte stare.
  • La prima stagione termina con un enorme sospeso, anche se qualcuno può intuire qualcosa. Sempre ammesso che io abbia intuito giusto, ovviamente.

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Per la seconda stagione si dovrà aspettare un pochino, ma è co-prodotta da Netflix e si sono già firmati contratti e accordi, quindi sono abbastanza sicura che non ci verrà tirato il pacco. Spero, altrimenti sono smadonnamenti carpiati.

Insomma, per me è sì, poi vedete voi.

Buffalo, skulls and lightning in the sky: American Gods, mettetevi al riparo.

SPOILER FREE

Pensavo peggio, invece in Italia sembra che la cosa sia passata abbastanza liscia tra i vari opinionisti del settore. Sarà che l’evento riguarda (per ora) solo l’altra parte del mondo e la porzione di nerd attenti a queste cose si riduce in maniera proporzionale al livello di elitarietà dell’oggetto in questione, ma mi aspettavo una pioggia di commenti saccentosi e squadroni di scontenti e delusi, se non addirittura di incazzati. E invece no. L’internet non è in silenzio, ma facebook è decisamente meno rumoroso del solito, sicuramente meno rumoroso di quando uscì la prima puntata de Il Trono di spade. Succede forse che, una volta tanto, il popolo nerd, saccente e sempre pronto a fare le chiose, sia rimasto piacevolmente sorpreso e stupito e che quindi sia stato accontentato dalla Starz?

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In tutti i casi è presto per cantar vittoria e sicuramente io non ho troppo diritto di parola perché sul pezzo ci sono arrivata tardissimo. Avevo sentito parlare del libro molto molto tempo fa, ero al liceo e una ragazza che conoscevo lo stava leggendo. Era una ragazza taciturna e molto emarginata dai cool guys della scuola, si faceva spesso gli affari suoi anche perché quando veniva coinvolta era solo per prenderla in giro e umiliarla. Io con Sonia ci parlavo spesso e ricordo che mi accennò due cose di questo libro, ma all’epoca ero troppo interessata a farmi le canne. Presa l’informazione e messa nel cassetto, l’ho ritirata fuori non troppo tempo fa, intorno a dicembre, quando madre Diletta (mamma di Claudio) ha ripescato l’argomento il giorno di Santo Stefano. Ho capito che doveva essere un libro importante per Claudio stesso, sovente infatti mi faceva dei riferimenti e degli accenni, ricordo anche che al telefono mi leggeva dei racconti di Gaiman, presi dal libro Cose fragili. Insomma, a volte ritornano, così mi sono fatta prestare ‘sto benedetto libro e me lo sono letto. Tutto. Senza respirare. In una settimana.

Del libro già mi sono dilungata in altra sede, ma il mio scritto è andato perduto. Ricordo però che stesi un gran bel pippone, peccato. (Ciao Tumblr, non mi manchi per niente!) Oggi invece volevo indossare i panni della hipster nerd elitaria e anche un po’ stronza, cimentandomi quindi in un resoconto del tutto arbitrario della prima puntata della serie tv. Sia ben chiaro, mi è piaciuta, quindi riponete le armi e fatemi parlare.

american-gods-bilquis-yetide-badaki-tv-show.jpgTra le prime cose che ho apprezzato ci sta l’apertura di diverse questioni tutte insieme, praticamente ci si trova davanti ad una serie di porte che vengono spalancate e oltre le quali è possibile dare solo una sbirciatina prima di essere richiamati all’ordine. Bella quindi l’entrata dei vichinghi (episodio che nel libro non mi risulta esserci) e di tutta la sanguinaria vicenda del sacrificio, bella pure Bilquis che appare e scompare senza troppe spiegazioni, bello Mad Sweeney con la sua magia e belle le varie visioni che si inframezzano nello svolgimento della trama principale. Così una persona rimane lì a guardarsi Shadow Moon con tutto il suo rassegnato mood “mai ‘na gioia” e nel frattempo viene scossa da improvvisi lampi che distraggono prima di sparire poco dopo. Un ottimo sistema per incuriosire chi non ha letto il libro e per fomentare chi invece lo conosce a memoria.

La seconda cosa che mi è piaciuta è la scelta di Ricky Whittle per il ruolo di Shadow. Forse non mi ricordo bene e ci sarà sicuramente qualcuno pronto a bacchettarmi, ma io nel libro Shadow non me lo sono mai immaginato nero. Io pensavo più ad uno scapestrato bianco, abbastanza malandato per apparire losco, ma altrettanto piazzato per essere credibile come guardia del corpo. E invece no. Il personaggio però funziona e soprattutto molto fedele a come lo propone Gaiman. Prima ho accennato al mood “mai ‘na gioia”, ma dovendo incarnare un po’ la saccente snob altolocata, oserei parlare di rassegnata passività agli eventi. Già parte in galera per aggressioni aggravate, una volta uscito di sicuro non trova una festa di bentornato con il carnevale di Rio e a peggiorare il tutto finisce coinvolto in qualcosa di assolutamente poco chiaro a causa di Mr. Wednesday.

American-Gods-Poster-Featured-03272017Il che ci porta alla terza cosa che mi è piaciuta tantissimo: Ian McShane nel ruolo di Mr Wednesday. Centratissimo, pare che l’attore inglese sia nato per fare quella parte. C’è un bel mix di ghigni compiaciuti, ambiguità e violenza inespressa che rispecchia perfettamente l’identità del personaggio non ancora svelata. Anche qui, come sopra, questa situazione non può che incuriosire i neofiti della storia, così come non può che far saltare sulle sedie chi invece già sa tutto.

A completare il quadro di tutta la mia soddisfazione a riguardo ci sta la resa perfetta dell’atmosfera che si percepisce nel libro. Tutto confusionario, poco preciso, senza riferimenti geografici (abituatevi a scritte come “da qualche parte in America“). Adoro il buio e il rosso, così come il bianco che spicca all’improvviso. Ho amato particolarmente gli schizzi di sangue e gli arti in volo, tarantiniani per certi versi.

In conclusione, secondo il mio modestissimo parere, il buon Fuller e Green hanno fatto un buon lavoro (considerando anche che hanno lavorato direttamente con Gaiman), anche se non capisco perchè si celebrino solo ‘sti due autori, quando alla regia c’è David Slade, il quale mi pare abbia dimostrato una certa competenza con Breaking Bad.

Vabbè, bravi tutti, vediamo di andare avanti e non facciamo come con il Trono di Spade. Partire bene alle volte non è garanzia di successo a lungo termine, uno deve anche saperla reggere. Cosa? Boh.

Ah, dimenticavo: non ho detto niente volontariamente della trama. Non saprei dirvi di cosa parli American Gods senza farvi degli spoiler o senza svelare alcune cose – anche insignificanti – che sono belle da scoprire nel libro.

Ognuno di noi dovrebbe, da qualche parte, avere un daimon

Sono piuttosto sicura di averne uno, solo che non so dove sia stato messo. Sicuramente non in cantina, ma probabilmente se ne sta da qualche parte a morire di fame. Aiutatemi a trovarlo!

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Andrew Ferez 25kartinok.deviantart.com 

Cos’è un daimon? Un familiar, un animaletto del quale non si conosce – almeno per ora – la provenienza e che incarna l’anima del proprietario. Ricorda un po’ il daimon di Socrate, ovvero quel genio interiore che ti suggerisce cosa fare e come comportarti. Ogni persona, alla nascita, ha il suo daimon il quale non assume una forma fisica stabilizzata fino a quando il proprietario non raggiunge la maturità. Questo significa che l’umano avrà al suo fianco un esserino magico che continua a cambiare forma e aspetto, in base alle emozioni proprie e dell’umano stesso. Ora è un cane, ora un gatto, può diventare una lucciola, ma anche un ermellino. E parla, parla in modo comprensibile e chiaro. Tra umano e daimon c’è un legame viscerale che permette ad entrambi un livello empatico profondo, a tal punto da poter percepire chiaramente il dolore fisico dell’uno e dell’altro. Chiunque può vedere i daimon delle persone, ma esiste un rigidissimo tabù che impedisce a chicchessia di toccarne uno che non sia il proprio. Vedere una persona senza il proprio daimon, ovvero una persona alla quale è stato reciso, provoca nausea e disgusto, esattamente come nel vedere un umano senza testa o con un braccio mozzato ancora sanguinante. Un daimon non si può allontanare troppo dal suo compagno, hanno un raggio entro il quale entrambi devono stare per non sentirsi vuoti e privi di qualcosa di fondamentale. La recisione del daimon provoca la morte dell’essere umano nella maggior parte dei casi, o in alternativa genera zombie.

Non sono riuscita a scoprire come compaia il daimon di una persona, ma so per certo che ogni essere umano fin dalla nascita ha il proprio, un umano senza daimon non esite, non è concepibile, giacché il daimon è l’incarnazione dell’anima del proprietario.  Per questa ragione, una volta stabilizzato in una forma, assume la specie animale che più assomiglia al compagno umano, andando così a riassumere in maniera allegorica quali siano i punti forza ed i punti debolezza dell’umano di riferimento. Questa cosa è molto carina, essendo oramai un’adulta dovrei sapere più o meno quali siano gli animali che tradizionalmente rappresentano uno o più lati del mio carattere, quindi se mai mi fossi realmente persa il mio daimon dovrei cercare un bradipo oppure un panda. Ma anche un gatto, oppure un macaco.

Perciò, dov’è il mio daimon? 

la-bussola-d-oro-e1449934663513È successo di nuovo: ho infilato il naso in un libro e non l’ho risollevato fino all’ultima pagina. In realtà si tratta di una trilogia ed io, per ora, mi sono bevuta solo il primo capitolo della saga. Qualche post fa dissi che Claudio m’aveva regalato la saga “Queste Oscure Materie” e dissi anche che al termine del primo libro avrei detto/scritto qualcosa di sensato in merito e che la rapidità di ciò sarebbe dipesa dalla mia oramai celebre incostanza e lentezza. Sono invece stata rapida, ma solo perché mi sto impegnando. La bussola d’oro è quindi il primo libro della saga di Philip Pullman, un’avventura meravigliosa in grado di fare tranquillamente le scarpe alla ben più diffusa della. Rowling (Harry Potter). Probabilmente la sfortuna è stata quella di non aver avuto una trasposizione cinematografica all’altezza, di conseguenza Queste oscure materie potrebbe averne risentito a livello di celebrità. Poco importa, si tratta comunque di un libro fantasy che sta sul comodino di un sacco di gente. O magari mi sbaglio, non lo so. 

Conosciamo la protagonista del racconto già dalle primissime pagine ed è bellissimo scoprire che si tratti di una bambina orfana cresciuta dai docenti del Jordan College di Oxford. Lyra, assieme al suo daimon Pan (il quale non assume una forma stabile per tutto il primo libro) vengono a scoprire alcuni movimenti strani tra i grandi studiosi, i quali comprendono viaggiatori, filosofi e rappresentanti della chiesa. Non per sua direttissima volontà, ma si ritrova tra le mani una missione: consegnare un oggetto prezioso allo zio tenuto prigioniero a Nord. Nel frattempo viene affidata alle cure di una donna dolce e amorevole, la quale la vizia e le insegna tutto ciò che Lyra dovrebbe sapere per diventare una donna, ma la situazione precipita e la ragazzina (coraggiosissima e tenace) non si fa spaventare dai racconti sugli Ingoiatori (esseri misteriosi che rapiscono i bambini) e decide quindi di scoprire che fine abbia fatto il suo amico e tutti gli altri ragazzini scomparsi.  Per una serie di bizzarre coincidenze si ritrova in mezzo ai Gynziani (popolazione che a tratti pare composta da zingari e a tratti somigliano più a pirati) e con essi parte alla volta del Nord, dove in teoria vengono tenuti prigionieri questi bambini con i loro daimon. Nel viaggio si incontreranno creature meravigliose, quali orsi corazzati e streghe che non sempre però aiuteranno il gruppo di eroi deciso a salvare i bambini rapiti.

LA BUSSOLA D'OROCome tutti i fantasy di questo tipo, anche La bussola d’oro viene presentato come un libro adatto all’infanzia; in realtà sono d’accordo, ma solo perché un bambino ci vede quello che ci vuole vedere. Il racconto, almeno per quanto riguarda il primo capitolo della saga che, ripeto, è l’unico che ho letto per il momento, è farcito di riferimenti filosofici che richiedono un certo spirito critico. La maggior parte dei ragionamenti fatti dai protagonisti, così come le cose che accadono all’interno della trama, non sono facilmente digeribili per un bambino, il quale potrebbe addirittura non capire e concentrarsi unicamente sul lato avvincente. È un libro in grado di carpire l’interesse a più livelli, uno di quei libri che non hanno età e che si finisce per tenere sul comodino per molto, moltissimo tempo. Non esistono buoni e cattivi, non viene preconfezionata una soluzione e non viene indicata palesemente una fazione per la quale tifare: tutto, a partire dalle prime righe, è lasciato al giudizio del lettore, il quale potrebbe cambiare idea più di una volta man mano che le cose vengono spiegate.

Sarà l’età, sarà che oramai s’è letto di tutto e di più, sarà anche che di certe cose siamo decisamente saturi, però con La Bussola d’Oro mi sono quasi sentita d’aver fatto una mezza scoperta; ha qualcosa di diverso rispetto a Harry Potter e Le cronache di Narnia (tanto per citarne un paio di abbastanza coevi almeno nelle loro edizioni italiane). Probabilmente questa sensazione è dovuta al fatto che lo schieramento netto dei buoni e dei cattivi non è immediato, ma secondo me c’è qualcosa di più. Va letto, punto, soprattutto dagli amanti del genere e se dovesse essere rimasto ancora qualche ignorantone come me in giro s’ha da rimediare alla veloce. 

Arrivare a trent’anni senza aver letto Queste oscure materie, come siamo messi male.

Compra il primo volume della saga qui, oppure compra tutta la trilogia insieme qui. Adesso mi serviranno dai sei a dodici mesi per leggere il secondo volume, poi ci rivedremo da queste parti.

Perché i gatti buttano le cose giù dai ripiani?

Teorie e ipotesi su uno dei grandissimi misteri del regno animale: il gatto è stronzo di suo oppure c’è un disegno superiore incomprensibile a noi umani?

asshole_cat_by_ssa3512-d96dbgfLa febbre mi costringe a letto e le guardie (fidanzato e amici) mi impediscono di alzarmi, facendo cordate violente ogni qualvolta mi venga in mente di fare qualsiasi cosa che non sia dormire, leggere o lamentarmi di quanto sia doloroso respirare con la bronchite. Ciò comporta un notevole quantitativo di tempo a perdere, il quale viene occupato osservando l’unico essere vivente nella mia stanza mentre tutti sono al lavoro: la mia gatta. 

Del suo nome vi ho già parlato (e se non sbaglio anche della sua particolarissima alimentazione da principessa Disney) quindi saltiamo tutti i dettagli sul quanto sia carina, dolcina, pulcina e .. grassa (come dice Tiziano) e veniamo direttamente al punto della questione. Se n’è scritto tantissimo e l’internet esplode di teorie a riguardo, ma il mistero – ad oggi – sembra non essere stato ancora risolto.

PERCHÉ I GATTI SPINGONO GLI OGGETTI GIÙ DAI RIPIANI?

Ieri sera, io e fidanzato Claudio abbiamo formulato alcune ipotesi e le abbiamo diligentemente appuntante sul mio taccuino nero. Ve le vado ad elencare, con relative spiegazioni logiche, senza prendermene il merito completo perché alcune genialate non sono del tutto farina del mio sacco.

  1. CONTROLLO E VERIFICA DELL’EFFICACIA DELLA FORZA DI GRAVITÀ: mettiamo che i gatti abbiano una loro ragione di esistere e che non sia solamente una questione di caso, di evoluzione e di catena alimentare. Il gatto esiste e ha una sua funzione specifica, una missione, un compito. Il gatto è l’elemento imprescindibile con il quale l’universo controlla costantemente che la legge di gravità venga rispettata da qualsiasi corpo che abbia una massa. Il gatto, quindi, è una guardia, uno sbirro dell’universo. Così il gatto, poliziotto in borghese, passa tra i ripiani e a sorpresa butta a terra gli oggetti, andando così a controllare quanto siano rispettosi effettivamente della legge di gravità. Che poi qualche oggetto si rompa è un caso, sono gli incidenti del mestiere. Ma tutti, tutti quanti, devono rispettare la legge di gravità, altrimenti l’universo interviene. Come? Non lo sappiamo, fin’ora nessuno s’è azzardato a disobbedire agli ordini di un gatto che a sorpresa verifica il rigore delle scoperte di Newton.
  2. VERIFICA DELLA MASSA DI UN OGGETTO: sempre ragionando che il gatto non sia un animale qualsiasi, ma uno strumento di un essere superiore, poniamo il caso che il gatto funga da grande archivio. Il gatto ha una missione: verificare la massa ed il peso specifico di ogni singolo oggetto presente sul pianeta Terra, di conseguenza, attraverso un sofisticato sistema di leve e intuizioni, registra ogni dato nel suo piccolo (ma immenso) cervello e lo trasmette a livello mentale a tutti gli altri gatti del pianeta, i quali compilano una sorta di elenco tenuto poi in un archivio megagalattico ad uso e consumo di qualcuno. Non si sa bene a chi possa interessare un archivio mondiale con tutte le masse ed i pesi specifici di qualsiasi oggetto, ma il gatto ha questa missione e senza farsi troppe domande la rispetta. Perciò, facendo cadere un oggetto e calcolando il tempo di caduta, tenendo conto delle varie variabili come l’attrito e la suddetta forza di gravità, ottiene un dato fondamentale per .. non si sa per chi, ma da inserire nell’archivio.
  3. VERIFICA DELL’ALTEZZA DI UN MOBILE: i gatti sono in realtà l’incarnazione di tutti gli spiriti degli architetti passati. Ogni architetto del mondo, una volta spirato, si reincarna nel corpo batuffoloso di un gatto e l’unica cosa che riesce a fare è misurare le altezze dei mobili della casa che lo ospita. Ma non può usare i suoi strumenti, non ha il pollice opponibile per servirsi di un metro, quindi nel corso dei secoli ha imparato ad arrangiarsi calcolando i tempi di caduta. E cosa se ne fa delle altezze dei mobili di casa? Niente, assolutamente nulla, ma è l’unica attività che ancora tiene legato lo spirito alla sua vita precedente.
  4. ACCORDATURA DELLE VIBRISSE: le vibrisse del gatto in realtà emettono una musica inaccessibile all’orecchio umano, sono come una chitarra che produce melodie unicamente per i gatti o per altri animali dotati dell’apparato acustico in grado di recepirla. Il gatto quindi suona sempre, anche se noi non lo sentiamo, ma ogni tanto le vibrisse vanno accordate. Voi sapete no, esistono esseri umani particolari che accordano la chitarra sfruttando il tono di chiamata del cellulare (che per vostra informazione è un LA), così i gatti sfruttano il suono di un oggetto che cade per accordare le loro vibrisse. Che poi l’oggetto sbatta a terra e poi si rompa è solo un effetto collaterale, al gatto interessa sincronizzare i propri baffi con il suono emesso dall’attrito dell’oggetto con l’aria, mentre la forza di gravità svolge diligentemente il suo lavoro.
  5. IL GATTO È UNO DI LORO: e se il gatto facesse parte del grandissimo cerchio complottista che ci governa a nostra insaputa? Poniamo che il gatto sia uno strumento dei grandi illuminati, il micio ha così il compito di farci spendere più soldi possibile senza che noi ce ne accorgiamo. Per questa ragione butta tutto a terra, rompendolo e obbligandoci a rifare l’acquisto. Ciò spiegherebbe perché la maggior parte delle cose che il gatto sceglie di far cadere sono oggetti che si rompono e che di base non si comprerebbero poi così tanto spesso (tazze, tazzine, bicchieri, piattini, soprammobili …)
  6. IL GATTO STA COSTRUENDO UNA BASE (TIPO MORTE NERA) PER LA CONQUISTA DEL MONDO E DELL’UNIVERSO: grumpycate questa è la teoria più accreditata.
    Il gatto, assieme agli altri gatti, è alla ricerca dei pezzi per la costruzione della loro base e ogni qualvolta ne trovano uno potenzialmente utilizzabile ne segnalano la presenza agli altri gatti, attraverso onde mentali, verificando però quanto sia effettivamente coriaceo l’oggetto, facendolo cadere. Se non si rompe allora va bene, se si rompe no. Una volta segnalata la presenza del pezzo sufficientemente resistente il gatto rimane nella casa in cui è avvenuta la scoperta e nel momento più opportuno si farà aiutare dagli altri mici a rubare l’oggetto. È quindi evidente che la base dei gatti per la conquista del mondo sia fatta principalmente di calzini. Non c’entra niente il paradiso dei calzini spaiati, deresponsabilizzate la vostra povera lavatrice che per anni si è presa la colpa. La Morte Nera dei gatti è un mega calzino colorato.

Ecco, questo è quello che succede quando una persona iperattiva come me viene relegata a letto e sorvegliata a vista. La cosa divertente è che ritengo tutte queste ipotesi assolutamente plausibili e non capisco come mai si stiano ancora cercando ulteriori ragioni. Varrebbe la pena di pagare il classico gruppo di studiosi dell’università del Wyoming per approfondire le mie (scusa Claudio, le nostre) illuminanti teorie. Oppure pagateli per capire come faccia Salvini ad avere il muso peggio del culo per rinnegare frasi dette e poi riportate ufficialmente dall’Ansa. Perché se i bambini, tutti i bambini, sono sacri, allora Salvini mi spieghi cosa sono quelli che vengono stipati nei barconi e perché quelli non godano della sacralità di tutti gli altri. Ed esattamente le ruspe in che modo potrebbero rispettare la stessa sacralità dell’infante? Suvvia, Matteo, stavolta devi fare pippa, assumiti la responsabilità di essere una persona di merda. Ammettilo e nessuno poi ti verrà a dire più nulla, ma almeno ammetti di fare schifo e di aver smesso da parecchio tempo di essere un essere umano.

La polemica sul buonismo al concertone del primo maggio è obbligatoria.

“Senza polemica alcuna” un bel cazzo, il Primo Maggio è fatto per fare della polemica e visto che non hai voglia di farla te, cara Camilla, la faccio io. E non farò della polemica sul fatto che mi abbiano sempre stranita i sindacati uniti, oppure sul fatto che di anno in anno si veda sempre meno rosso e sempre più .. cose che con la festa internazionale dei lavoratori hanno poco a che fare, ma vorrei fare della polemica su un argomento che mi sta molto più a cuore, perché – per quanto io mi sia divertita – ad un certo punto mi avete non poco inquietata. Non parlerò di politica, lo giuro, non ne ho voglia, ma qualcuno mi dovrebbe spiegare perché la disabilità debba sempre essere trattata con questo fare da boy scout andando a ridicolizzare (perché secondo me li avete ridicolizzati) delle persone in nome di una tolleranza e di un buonismo che sono rivoltanti. A costo di sembrare stronza, davvero, non ho alcuna intenzione di sorridere e applaudire ad un gruppo di persone assolutamente non in grado di suonare e cantare che se ne stanno lì a fare il coretto della parrocchia esponendo quanto la vita sia bella anche senza gambe, senza vista o con qualche sindrome. Pensavo fossero passati i tempi in cui i disabili venivano trattati come bambini e di conseguenza messi in risalto con un fare patetico che un uomo adulto non si merita.

La disabilità sarà sempre una diversità fino a quando non smetteremo di trattarla come tale, andando a fare della retorica spicciola comportandoci come se dovessimo indurre il mondo ad una tolleranza. Tolleranza di cosa, di che? Io un disabile non lo tollero, non lo amo, non lo accolgo a prescindere, non lo strumentalizzo e soprattutto non mi sta simpatico in virtù della sua disabilità: un disabile è una persona come me, come tutti, quindi può starmi sul cazzo, può essere un coglione, un delinquente, incompetente in molti ambiti, incapace di fare cose, ignorante e stupido. La disabilità indica unicamente l’incapacità di fare qualcosa all’interno di un ambiente costruito per la tipologia predominante di esseri umani, non indica buon cuore e dolcezza. Basta con queste stupidaggini. Un disabile alto un metro non sarebbe un disabile in un mondo costruito a sua misura, no? Quindi in quel caso sarei autorizzata a dire che è uno stronzo, ma in un mondo pensato per persone alte almeno un metro e venti no, non lo posso dire perché sono una stronza.

Allora sì, sono una stronza. Una stronza infinita perché il mio atteggiamento verso un disabile è identico rispetto all’atteggiamento che riservo per un … normodotato (?) Che poi, “disabile” e “normodotato” che parole di merda.

Quindi no, non mi piace per niente quello che avete messo in scena sul palco del Concertone, mi dispiace. Loro si saranno anche divertiti, sicuramente s’ divertito come un matto il ragazzo con la sindrome di Down con il microfono in mano che urlava e incitava il pubblico, ma il messaggio che avete fatto passare è sempre lo stesso ed è sempre sbagliato. Ritengo esistano altri modi per parlare di disabilità, ne sono convinta e l’ho visto fare. Preferisco di gran lunga sentir parlare un ragazzo che senza gambe si è scalato una montagna con un amico, preferisco sentire il racconto di come un non vedente abbia imparato a muoversi in una casa non costruita per lui. Preferisco ascoltare testimonianze e vedere come persone – di qualsiasi tipologia – riescano a fare cose straordinarie. Ma basta, basta esaltare un disabile che riesce a fare (male) una cosa normale. Anche io canto di merda, ma mica mi ci fate suonare sul palco del 1 Maggio, però se in un incidente perdo le gambe e le braccia allora sì, allora posso e divento bravissima automaticamente perché passo per la “poverina”. 

Insomma: avete rotto il cazzo.

Comunque al Concertone tutto bene, e anche a casa grazie a Brunori Sas. Grazie anche a Lo Stato Sociale, a Le luci della centrale elettrica, agli Après la Classe e a Bennato che come sempre fa il miglior rock italiano da non so quanti anni. E grazie anche al mio ragazzo, che mi ha accompagnata al mio primo Primo Maggio dal vivo, sbuffando e brontolando, ma divertendosi con me anche se era tutto veramente troppo indie per lui. E grazie anche al cazzo, naturalmente.

Ho apprezzato particolarmente l’intervento de Lo Stato Sociale, l’unico gruppo (assieme a Bennato) che abbia detto qualcosa di importante in modo onesto e assolutamente poco retorico. Ma ci vuole coraggio a politicizzarsi lassù, mentre tutti ti guardano, anche se si tratta di una festa di colore e di partito.

Cara Camilla, abbiamo capito che stavamo in Rai e lì i culi da leccare sono sempre molteplici, ma la prossima volta che vuoi porre l’attenzione sui barconi di rifugiati che qualcuno chiama Taxi, falla della polemica. Falla, porca puttana. Il palco del Concertone del Primo Maggio è fatto per fare della polemica e tu, tesoro dolce, non sei stata assolutamente in grado di farlo. Non puoi iniziare il discorso come lo inizierebbe un democristiano, suvvia, non su quel palco.

Basta, la polemica l’ho fatta, anche troppa. Ho finito vostro onore! Ora mi rimetto sotto al piumone visto che mi sono portata a casa un bel febbrone da cavallo. Però mi sono divertita, tantissimo. 

Special Thanks to:

  • Al ragazzo sbronzo che ci provava con la ragazza di Nader e che si accasciava indisturbato sul corpicino esile di Yasma.
  • Alle distributrici di gomme Vigorsol, una benedizione.
  • Ai ragazzi del lancio delle cartine e carta da filtro, la salvezza per molti di noi.
  • Alle guardie che ci sequestrano il bottiglione di vino bianco da un litro e mezzo, privando così Yasmin e Claudio della loro bevanda fresca e corroborante agognata tutto il giorno.
  • Al ragazzo casertano che baratta la sua frittata di maccheroni con la nostra pasta fredda preparata al volo la mattina stessa.
  • Alla ragazza che indisturbata alza il nostro telo e cerca la sua borsa tra i nostri zaini, rendendosi conto solo dopo un minuto buono che quello non era il suo mucchio di roba, ma il nostro.
  • Ai ragazzi che hanno circondato – male – Federica e Yasma scroccando loro l’ombrello e impedendo a me di ripararmi con le mie amiche. Grazie eh, grazie.
  • A Nader. Perchè è Nader e basta.

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Bruciare sempre spegnersi mai.