Fenomenologia del ricordo rievocativo della felicità

 

Nella fotografia Agnese Altana e Fabio Moriconi, in scena lo scorso maggio al teatro Agorà con Prima Pagina, per me un’ immagine bellissima che io credo possa rappresentare la felicità. 


La psicoterapia è uno strumento che definirei fondamentale, tant’è che spesso mi immergo in riflessioni comparative tra la terapia che facevo a Verona e quella che faccio ora a Roma ed ottengo da questi momenti molte risposte che prima rimanevano inafferrabili. Per molto tempo a Verona, alla mia terapeuta, ho raccontato di non avere memoria di alcun momento felice che riguardasse la mia vita. Era come se ogni volta, andando alla ricerca di una felicità passata, non riuscissi ad individuare la sintomatologia della stessa e mi fosse quindi impossibile riconoscere quando e come fossi stata felice. Viceversa, cercando invece di rievocare un ricordo triste, avevo ben chiaro la natura del dolore provato e in qualche modo mi era possibile avvertirlo in misura minore, ma allo stesso tempo ben chiaro. Spiegandomi meglio, mi è sempre stato ostico rievocare la felicità vissuta in un qualche momento, come se non avessi mai avuto esperienza della felicità stessa, mentre un dolore, anche minore, tornava alla memoria molto rapidamente e lo riconoscevo come tale senza esitazione. Mi sono chiesta il perché e con l’aiuto della mia psicoterapeuta romana sono riuscita ad individuare almeno un motivo.

Quando penso alla felicità immagino qualcosa di molto complesso, composto da mille colori diversi, esattamente come quando si guarda all’interno di un caleidoscopio. Immaginiamo per un istante di utilizzarne uno e di puntarlo verso la luce, l’immagine che questo ci restituisce è composta da una moltitudine di sfumature diverse che coprono tutta la gamma di colori possibili. Vediamo al suo interno una miriade di triangolini tutti diversi nelle loro caratteristiche cromatiche, così che un rosso non è mai replicabile in un altro triangolino, così come un verde e via dicendo. Staccando l’occhio sarà molto difficile ricordarsi esattamente l’esatta ubicazione e l’esatta sfumatura di un colore visto, sicché quello che ci ricorderemo sarà solo una sensazione piacevole ma impossibile da recuperare con un ricordo preciso. Se lo stesso caleidoscopio venisse chiuso con un tappo, guardandoci dentro questo ci restituirebbe solo il buio, un nero pesante che copre qualsiasi cosa. In questo modo, una volta conclusa l’esperienza, risulta molto più semplice rievocarla in maniera completa perché il nero è l’assenza totale di colore, di vita, di luce. Non c’è nulla nel nero, ed il nero è solo nero: pesante, coprente, triste, chiuso, claustrofobico, angosciante.

Ricordarsi dell’esperienza della felicità mi è dunque molto più complesso perché la felicità è essa stessa molto complessa. La felicità è un insieme perfetto di colori, luce, forme, sentimenti, emozioni che in quel momento preciso attivano la gioia che è dentro di noi. Ricordarmi di tutte queste cose non mi riesce, non sono in grado di rievocarle così da averne una sorta di memoria rievocativa precisa. Perciò temevo di non essere mai stata felice, perché era molto più semplice ricordarmi del dolore, della tristezza, della depressione, della chiusura e di quell’angoscia claustrofobica che mi prende alla gola quando soffro tantissimo.

Ora che ne ho la consapevolezza il mio modo di accedere ad un ricordo felice va decisamente ricalibrato, così che io possa andare alla ricerca delle mie felicità passate, provando a ricostruirle pezzettino per pezzettino. La cosa importante è che adesso sia al corrente del fatto che anche io ho avuto modo di essere felice e che l’oblio della felicità passata è dato solo da una mio approccio sbagliato nel andare a ricercarla. La felicità è effimera, impalpabile, leggera e quindi difficilissima da chiudere in una sfera di ricordo, mentre la tristezza ed il dolore sono pesanti, coprenti, bui e serranti, semplicissimi da individuare nel passato. Ma non è vero che passiamo più tempo nel dolore che nella felicità, semplicemente la felicità è più complessa da afferrare: come una farfalla.

Indipendentemente dal fatto che io sia mai stata felice o meno, cosa che mi ha tormentata per diversi anni, ho deciso di fotografare mentalmente ogni volta che mi sento felice. Ho deciso di prendermi sempre quel mezzo momento in più per fermare l’attimo e sentirlo nel profondo, così da poter imprimere quante più sensazioni possibili al fine di poter accedere al ricordo ogni qualvolta mi salti in mente di farlo. Non voglio perdere più nulla nell’oblio, non voglio più guardarmi indietro e vedere solo i momenti tristi, i momenti in cui volevo scappare lontano, ma in un ricordo voglio anche mantenere la sensazione di quelle piccole cose che invece mi rendevano felice. La felicità è un diritto, ma questa ha a sua volta il diritto di essere ricordata.

La sera del 29 maggio (due sere prima della data di questo scritto) ho avvertito la felicità e l’ho afferrata. È arrivata piano ed io l’ho lasciata cresce lenta, affinché io potessi fermarne tutti i colori, tutte le forme. Inizialmente mi sono sentita come quando si leva uno zaino pesante dalle spalle, uno zaino tenuto addosso per tantissimo tempo e con il quale si sono battute lunghissime strade sotto al sole. Una volta posato lo zaino è stato come recuperare la posizione eretta dopo mesi e mesi di schiena ricurva in avanti. Piano piano mi sono raddrizzata, sentendo ogni parte di me risvegliarsi. Improvvisamente è stata la leggerezza la sensazione predominante, come se i miei piedi si staccassero dal pavimento e la forza di gravità non avesse più alcun potere su di me. La sensazione di benessere fisico accompagnava un sorriso stampato sul viso, impossibile da togliere, come se fosse il mio stesso corpo a volerlo fare indipendentemente dalla mia volontà. E lì, in quel momento preciso, mi sono ricordata di un gioco che facevo da piccola. Avete presente quei cubi cavi dove si infilano le formine? La stellina nella stellina, il cilindro nel cilindro e così via? Ho riconosciuto in quel momento il senso di appagamento profondo, quello che si avverte ogni qualvolta si porta a termine qualcosa di difficile, ogni volta che si riesce a far incastrare tutto quanto pezzo dopo pezzo. Nel vedere così la mia opera conclusa, nell’essere consapevole che per la prima volta ero l’artefice unica della mia realizzazione, nella consapevolezza che il mio stare bene fosse frutto di una serie di mie scelta anche dolorose, mi ha aperto la strada per l’esperienza della felicità.

Non voglio togliere niente a nessuno e mi sembra quasi superfluo sottolineare quanto siano state importanti per me molte persone, ma sono persone che ho scelto io. Le persone sono state una mia scelta precisa, quindi senza deprivare questi angeli di immensi meriti, suppongo che il merito maggiore rimanga il mio. Da sola, comunque, non avrei potuto ottenere lo stesso risultato, questo lo so io e lo sanno anche loro.

La felicità è una responsabilità dell’individuo, sempre. Non esiste nessuno in grado di salvare qualcuno se questo non vuole salvarsi da solo. Non cercate la vostra felicità nelle persone, non è lì che la troverete, nessuno vi deve nulla e nessuno può consegnarvi il pacchetto del vostro stare bene. Scegliete con cura gli amici e l’amore dei quali circondarvi, prendetevi sempre la responsabilità delle vostre scelte e non delegate nessuno in questo. Non colpevolizzate nessuno, finché continuerete a cercare responsabilità in terze persone non sarete in grado di essere felici, siate voi stessi gli artefici della vostra felicità e andrà tutto bene. Ve lo prometto.

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