Clemente VIII, Beatrice Cenci e teste che volano

Conoscete la storia di Beatrice Cenci? Mettetevi comodi, oggi vi accompagno nella Roma di fine Cinquecento. Portate con voi un asciugamano (come si insegna nella guida intergalattica per autostoppisti)

La vicenda è complicatissima e ho provato ad immergermi in tutta la mole di documentazione che l’internet mi ha proposto: roba da uscirne fuori matti. Il punto è che si tratta di una massa indefinita di carte e carteggi che parlano di processi, accuse, multe, denunce, confessioni e quant’altro e la produzione letteraria su questa catasta di roba è immensa. Va be’, ad una certa ho chiuso tutto e ho provato a rimettere insieme i pezzi cercando di rispettarne (quanto più possibile) la cronologia esatta.

Dopo una prima lettura rapida della storia, mettendo insieme i pezzetti, acchiappo Claudio (anima pia) e lo trascino di peso a caccia di una targa in via di Monserrato. La targa ricorda la data dell’esecuzione della pena capitale ai danni di Beatrice e l’abbiamo trovata abbastanza rapidamente. In quei giorni eravamo a caccia di Madonnelle, quindi sempre a naso all’insù.

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Sapendo quindi che Beatrice nacque nel 1577, scopriamo che a causa di una “giustizia ingiusta” come recita la targa, viene uccisa per mano del boia a 23 anni. Quindi la protagonista della nostra avventura è una giovanissima donna nobile che abitava a Palazzo Cenci e che ad un certo punto della sua breve vita viene accusata di parricidio e condotta in carcere con i fratelli e la matrigna.

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Prima di continuare con questa storia vorrei provassimo a dare una faccia a questa persona, intanto perché qui si esce dalle leggende e si entra proprio nella narrazione storica, poi perché associare una faccia a quest’eroina popolare aiuta chi come me soffre (ma allo stesso tempo si bea) di una profonda empatia.  Ci facciamo aiutare da questo ritratto di oramai certa paternità Reni. L’opera si dice sia stata compiuta mentre la ragazza stava in carcere, ma questo va in conflitto con la cronologia degli spostamenti di Guido Reni, il quale nel 1599 (anno dell’esecuzione della pena capitale) si trovava a Bologna e non a Roma. Ma noi prendiamola per buona, anche solo per suggestione.

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Giocatore 1 e Giocatore 2 hanno attivato una nuova quest: scoprire la storia di Beatrice 

La storia è molto complessa, come dicevo all’inizio, inoltre è difficile separare la leggenda dai dati storici concreti, nel corso del tempo la vicenda è stata molto romanzata e arricchita con particolari non necessariamente veri, ma bene o male molto credibili. In caso si volesse mettere mano alla documentazione originale faccio un immenso augurio, dato che risulta essere molto impegnativo, ma com’è giusto che sia visto che si parla di una vicenda di fine Cinquecento.

Il padre di Beatrice (Francesco Cenci) non era esattamente una brava persona, era un tizio rissoso e piantagrane, con un sacco di debiti ovunque e diverse denunce per violenze e abusi sessuali. Dava così fastidio che quando Sisto V era Papa, fu costretto ad andarsene da Roma, giacché non si riusciva in alcun modo a conciliare la durezza del pontefice con la sregolatezza di questo nobile. Comunque sia, morto Sisto V torna a Roma rapidamente, vedendo morire così altri tre papi: Urbano VII, Gregorio XIV e Innocenzo IX, fino al 1592 quando allo Stato Pontificio arriva Clemente VIII. Ecco, Clemente non stravedeva per il Signor Cenci, chiamato e tutta l’allegra famigliola, quindi questo spiega tutta la storia che ne segue.

La famiglia Cenci intanto ha seppellito la prima moglie di Francesco Cenci, il quale si risposa poco dopo con Lucrezia Petroni, sempre nel 1592. Cronaca, pura e semplice (nonché noiosissima) cronaca, quindi diamo un’accelerata e arriviamo al nodo della questione. I Cenci non sono visti benissimo, anche perché il padre non mantiene bene i propri figli, i quali per andare a matrimonio si fanno sistemare direttamente dal Papa. Il padre non è interessato, non elargisce nemmeno il denaro minimo per campare. Beatrice però intanto cresce, diventa bella e comincia ad attirare le attenzioni di qualche nobile che si propone di prenderla in sposa. Il padre, sicuramente animato da un interesse molto poco nobile, decide di tenere la figlia tutta per sé, segregandola nella Rocca di Petrella Salto, territorio del Regno di Napoli. Là, praticamente nel nulla, le violenze sulla moglie e gli stupri incessanti sulla figlia non hanno limiti (e nemmeno troppi testimoni) fino a quando qualcosa non accade.

Francesco Cenci viene ucciso e l’omicidio passa – in un primo momento – come un incidente. In realtà il corpo sembra sia stato seppellito prima che qualcuno potesse verificare come in realtà sia stato martoriato il cranio a colpi di probabilissime mazze chiodate.

In quella casa effettivamente c’era un po’ di gente che voleva Francesco sotto ad un cipresso: Beatrice sicuramente non era molto propensa a farsi leggere le favole della buonanotte, la matrigna aveva sempre cerca di proteggere la figliastra, i fratelli sicuramente non vedevano di buon occhio il fatto di morire di fame a causa di un padre fuori di testa… ma non erano gli unici. Lì ci stava anche tal Marzio Catalano[*], un brigante al quale Francesco Cenci non solo aveva rubato la donna, ma gli aveva ucciso – per ella – tutti gli uomini al soldo. Insomma, qualche rancore del passato che magari era ora di lasciar andare.

Tutta la famiglia torna a Roma a Palazzo credendo sicuramente che la storia sarebbe rimasta nel Regno di Napoli. E invece no. Le cose non tornano a qualcuno, così viene riesumato il corpo di Francesco e i referti parlano di ferite troppo profonde e troppo gravi per essere giustificate con l’incidente descritto dalla famiglia della vittima. Tra l’altro, s’ha da dire che Clemente VIII non vedeva l’ora di togliersi dai piedi la scomodissima famiglia dei Cenci, quindi spinse molto le indagini in un’unica direzione. Da questo momento inizia un po’ la caccia all’uomo, qualcuno canta della congiura alle guardie e in breve tempo vengono arrestati: Beatrice, Lucrezia, Bernardo e Giacomo. Insomma, i tre fratelli e la matrigna sono gli accusati e iniziano ad essere sottoposti a torture indicibili.

In realtà il processo fu una mezza farsa, tant’è che non fu permesso alla difesa di tenere un’arringa finale. Tutti colpevoli di omicidio, con immensa gioia del Pontefice, quindi tutti condannati alla pena capitale, fatta eccezione per Bernardo che all’epoca aveva solo 18 anni. Non che gli andò meglio, comunque, fu infatti costretto ad assistere all’esecuzione dei famigliari rimanendo legato ad una sedia, successivamente fu mandato su una nave dove dovette remare, remare, remare per diversi anni. Pare sia riuscito comunque ad riavere la libertà su pagamento, ma dopo diversi lustri.

Così torniamo alla foto che ho fatto alla targa in via di Monserrato: proprio da lì Beatrice, la quale non ha mai ammesso di essere stata stuprata dal padre, la quale non ha ceduto fino alla fine ai dolori immensi della tortura, prende la via assieme a Lucrezia per Castel Sant’Angelo, dove verrà decapitata per ultima. Le cronache narrano di una donna ferma e risoluta che scelse di togliersi da sola la benda dagli occhi e s’accomodò sul tronco senza aiuti, esponendo con fierezza il collo al boia. Si racconta che poco prima di morire invocò Maria Vergine e Gesù Cristo, ma solo dopo aver detto al giustiziere di fare tranquillamente il suo lavoro, poiché lei sarebbe stata presa in gloria dal Padre Eterno. Ci sono anche aneddoti divertenti, un po’ di umorismo nero Seicentesco: pare infatti che la signora Lucrezia avesse dei problemi ad esporre il collo a causa del seno prosperoso che faticava ad appoggiare sul tronco dell’esecuzione.

Comunque sia così sono andate le cose, i beni della famiglia furono confiscati e in buona parte furono assegnati ad un nipote del Papa Clemente VIII, il quale per altro si disse molto soddisfatto dell’epilogo della vicenda, asserendo con convinzione che giustizia fosse stata fatta. Non erano dello stesso avviso i popolani e diversi cardinali, molteplici infatti furono le richieste di clemenza, per altro i due boia che eseguirono le condanne non ressero il peso della colpa e morirono suicidi molto poco tempo dopo.

Così termina la nostra storia, le spoglie di Beatrice sono tutt’ora sepolte nella chiesa di San Pietro in Montorio, in un loculo davanti all’altare privo di nome secondo la regola per i condannati a morte. Se invece volete andare a caccia di fantasmi, sappiate che possiamo tranquillamente darci appuntamento la notte dell’11 Settembre, proprio davanti a Castel Sant’Angelo, dove pare che la ragazza si materializzi e porti a spasso la sua testa su un vassoio d’argento. Il vassoio non è un caso, fu veramente sepolta con il cranio appoggiato su questo oggetto prezioso, peccato che durante la Prima Repubblica Romana, i francesi decisero di profanare la tomba e giocare a calcio con la testa della poverina.

Mi rendo conto di averla fatta lunga questa volta, spero di non avervi annoiato, ma sappiate che ho tagliato moltissimi dettagli interessanti e ho omesso alcuni passaggi che potevano pure risultare secondari. La storia è molto articolata e di cose da raccontare ce ne sarebbero ancora tantissime. Se qualcuno è curioso, se ne volete sapere un po’ di più, se ci sono cose che non vi tornano o magari avete versioni diverse su alcuni passaggi, vi prego di scrivermi una mail, oppure un commento, qualsiasi cosa. Se qualcuno invece si volesse fare una passeggiata con me per scoprire questi luoghi, basta chiedere!

Grazie per aver letto fin qui!

Note: [*]Su questa presenza ho trovato un po’ di confusione, ci sono diversi uomini che portano lo stesso nome (Marzio) e hanno tutti ruoli più o meno importanti nella morte di Francesco Cenci. Mi è stato difficile capire se fosse realmente il Catalano quello che arrivò ad uccidere Francesco, o se si trattasse di qualcun altro. Sicuramente non è Marzio Colonna, il quale invece fu uno dei promotori per la riesumazione del cadavere. 

Fonti principali e letture consigliate: Beatrice Cenci, storia del secolo XVI voll 1 e 2 – F.D. Guerrazzi – Pagnoni 1860. Ottocento. Beatrice Cenci: Causa Celebre Criminale Del Secolo XVI Filippo Scolari 1856.

Il veliero di San Pietro: miracoli e prodigi dei polentoni

Quando ero piccola mia nonna Anna arrivava al 28 giugno tutta felice perché aveva qualcosa con cui impressionarmi. È infatti tradizione veneta preparare la caraffa per il veliero di San Pietro, ovvero un artefatto casalingo per capire come andrà il raccolto dell’estate, come saranno le temperature, quanto pioverà oppure se semplicemente qualcosa ci andrà male o ci andrà bene. In buona sostanza è convinzione popolare che tutte le cose nate prima del giorno di San Pietro vengano alla luce sotto una buona stella, ma sarà il veliero a stabilire se effettivamente saranno guai oppure gioie. Oh, gioie! Che sia il nostro caso? Mah.

 

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Fatto sta che questa sera, io e fidanzato, abbiamo deciso che in certe situazioni solo ai santi ci si possa appellare e quasi sempre per prendersela con loro. Messi da parte gli improperi di routine sbocciati al termine di una giornata da dimenticare, colgo l’occasione per dare la svolta insegnando a Claudio questa bellissima tradizione popolare tipicamente nordica (polentona, insomma, di Verona, pure un filino leghista ecco). Quindi niente, dopo lunghi sospiri e alzate di spalle compulsive, lo caccio di casa e lo mando a fare compere.

 

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LA LISTA DELLA SPESA: una caraffa d’acqua, un uovo (solo l’albume) e un posto esterno dove appoggiare la caraffa, quindi un balcone, una finestra, un terrazzo, ma meglio di ogni cosa sarebbe un prato verde. Verde, mi raccomando, come la bandiera della Padania. Andiamo quindi a documentare con supporto fotografico i difficili passaggi di quest’operazione. Prendete l’uovo e con un bicchiere separate il tuorlo dall’albume, la parte che vi servirà sarà proprio quest’ultima. Una volta fatta questa semplicissima operazione, dovrete unicamente versare l’albume nella caraffa d’acqua riempita un bel po’. Fatto questo, non vi resta che posizionare la brocca all’esterno, al chiaro di luna, lasciandola poi lì tutta la notte.  Ed ecco qua che il gioco è fatto. Quello che ne risulterà domani mattina sarà una sorpresa, dentro la caraffa d’acqua troverete uno splendido veliero creato con l’albume dell’uovo. Questo veliero andrà successivamente interpretato: vele aperte sono sempre di buon auspicio, vele chiuse … niente gioie all’orizzonte.

Quando ero piccola ero solita svegliarmi all’alba per andare in giardino a vedere cosa fosse successo, in realtà non stavo nemmeno tanto ad ascoltare tutta l’interpretazione del veliero, mi piaceva solo l’idea che per una volta all’anno accadesse qualcosa di magico, qualcosa che io non riuscivo in alcun modo a spiegarmi. Era magia, tutto qui, solo magia. E un po’ di magia serve sempre, sia nella vita dei bambini, quanto nella vita degli adulti. Abbandonarsi ad una credenza senza porsi quesiti scientifici è in qualche modo rassicurante, sapere che esiste un ordine al di sopra di noi ci deresponsabilizza per qualche istante e ci fa sentire un pochino più leggeri.

Comunque vadano le cose, qualsiasi cosa dicano le vele di San Pietro, tutto andrà per il verso giusto. Tutto finirà nel migliore dei modi e se ancora non è finita bene, significa solo che ancora non è finita.

Buona notte magica a tutti quanti. 

Si ringrazia fidanzato per l’acquisto delle uova e della caraffa, ma anche per la documentazione fotografica. Come sempre, in caso vi sia piaciuto leggermi, lasciatemi un commento, un like oppure una barretta di cioccolato kinder. 

Le Madonnelle di Roma, il miracolo mariano del 1796

Le mie avventure nella capitale continuano. Sono sempre alla ricerca di storie da raccontare e da vivere, così mi sono imbattuta in questa vicenda tra il misterioso e l’assurdo: il 9 luglio 1796 le madonnelle di Roma hanno iniziato a muovere gli occhi ed il fenomeno è andato avanti per ben sei mesi.

Prima di leggere questa storia vi chiedo di lasciare a casa tutto quello che non vi serve, prima di tutto – in caso vi riguardasse – riponete nel cassetto la serietà della vostra fede. Qui non si parla di dio, di Maria o della veridicità dei miracoli, io racconto una storia per come i documenti storici me la propongono, quindi se già immaginate di potervi sentire offesi è meglio che vi rechiate verso altri lidi.

Sono le nove della mattina del 9 luglio 1796, Napoleone è alle porte di Roma ed in quei giorni il papa esortava il popolo romano a votarsi alla Madonna e pregarla, pregarla davvero tanto affinché lo spettro francese non irrompesse nello Stato Pontificio. Una signora, passando per via San Marcello e via dell’Archetto sostiene di aver visto gli occhi di un dipinto mariano muoversi. Roma, per chi non lo sapesse, è piena di madonnelle e sono molto care ai cittadini; si tratta di ritratti mariani posti agli angoli delle strade, spesso omaggiati di fiori e lumini. Oggi, come un tempo, segnano le strade più buie, confortando chi nella notte deve tornare alla propria abitazione. Questa signora comunque, presa da un’immensa paura, decide di informare il prete lì vicino e lo conduce alla madonnella dove egli stesso sostiene di aver assistito a ciò che la donna raccontava. Maria Vergine muove gli occhi, guarda i fedeli e poi li alza al cielo, talvolta li chiude. Inutile dire che in brevissimo tempo, attorno alla madonnella in via dell’Archetto si riempì di fedeli desiderosi di assistere al miracolo.
Nel frattempo, poco distante da lì, precisamente nel vicolo delle Bollette, una fedele si sta recando a cambiare i fiori al piccolo angolo in cui staziona un’altra Madonna e rimane senza fiato nel constatare che la donna raffigurata nel quadretto, Maria madre di Gesù, stava muovendo gli occhi. Corre a bussare alla porta di Bernardo Larco, un commerciante con la bottega lì sotto, il quale corre prendendo una scala per poterla osservare meglio. Anche qui il miracolo viene confermato e la notizia inizia a spargersi a macchia d’olio.
Ancora, sempre lì in zona, in via delle Muratte, succede praticamente la stessa identica cosa anche se in questo caso – mi sembra – si tratti di una scultura opera dell’artigiano Paolo Catolli, il quale abitava proprio lì sotto ed è stato il secondo a constatare il miracolo nella sua zona. Insomma, dalle nove della mattina a notte inoltrata, per quella giornata si registrano ben 120 presunti miracoli mariani e a Roma, praticamente, ogni quartiere ha il suo miracolo dedicato.

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Questo è quello che emerge dalla cronache dell’epoca, l’evento ebbe una risonanza tale che moltissime persone – anche fuori Roma – decisero di mettersi in viaggio per andare a constatare con mano la veridicità di ciò che si sentiva urlare dallo Stato Pontificio. Mezzo milione di persone assiste a questo miracolo mariano, giurandone l’autenticità davanti a qualsiasi testo sacro. I documenti riportano testimonianze di scienziati, studiosi esperti di miracoli, artisti, artigiani, scrittori, notai, ebrei e musulmani, i quali non hanno dubbi: a Roma le madonnelle muovono gli occhi. Che poi sia una psicosi di gruppo, uno scherzo ben riuscito oppure l’acqua di Roma eccessivamente inquinata a me non interessa; ciò che di questa storia mi piace è il colore.

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Ieri sera ho acchiappato fidanzato Claudio e l’ho trascinato a caccia di madonnelle,  perché io questi piccoli oggetti prodigiosi, li volevo proprio vedere. Così da Centocelle a Barberini per scendere giù alla Fontana di Trevi a passeggiare con il naso all’insù. Purtroppo non abbiamo trovato tutte quelle che volevo vedere: la madonnella dell’Archetto, la prima in ordine di miracoli, non è più su strada, ma dopo l’evento di fine Settecento venne spostata all’interno di una cappella privata e lì resa fulcro del santuario mariano più piccolo d’Italia. Sarà mia premura andare a vederlo, giacché si tratta di una struttura straordinariamente bella e straordinariamente piccina, si trova in Via San Marcello 41b. Sono riuscita a vedere bene e anche a fotografare la madonna in vicolo delle Bollette, ora sta sopra ad un ristorante ed è semplice da trovare, basta percorrere Via delle Muratte fino a metà circa, dalla fontana di Trevi, svoltando successivamente a sinistra in un vicolo molto stretto. Comunque è segnalato. Credo, ma non sono sicura, di aver visto anche la Madonna di via delle Muratte, ma qui i conti non mi tornano. Le fonti parlano di quadretto, mentre io ho trovato una scultura di marmo. In teoria, da quello che leggo, dovrebbe essere l’opera dell’artigiano Paolo Catolli, ma proprio in quel caso di parla di pittura e non di scultura. Non sono riuscita a chiarire la cosa, comunque sia per non saper né leggere, né scrivere, io ho fatto alcune fotografie. 
Va bene, ma come finisce questa faccenda? Heh, finisce che per altri sei mesi circa l’evento si protrae, per altro si collega ad altri miracoli sulla penisola, alcuni più famosi, altri meno (un’altra madonnina muove gli occhi probabilmente prima di quelle di Roma, ciò succede ad Ancona, nella cattedrale di San Ciriaco). Napoleone comunque arriva lo stesso, prende il papa e lo neutralizza – fisicamente – in Francia. A nulla dunque sono servite le preghiere dei fedeli, l’invasione non ci è stata risparmiata. Comunque sia, trovo molto romantica l’idea che per qualche mese, a Roma, orde infinite di fedeli e non, passeggiassero per le strade a naso all’insù, indicando queste piccole operette molto spesso ignorate. Alcuni documenti di cronaca parlano di mucchi di armi deposte proprio sotto questi capitelli, in segno di conversione; alcuni testimoni parlano di molti briganti che, fermandosi a guardare il miracolo, decidevano di pentirsi, chiedere perdono e lasciavano lì tutto il loro ferro.  Se siete a Roma, oppure a Roma ci abitate, vi lascio la lista di alcune madonnelle in giro per il centro, così se vi viene voglia di andarle a vedere potrete armarvi di mappa, macchina fotografica e bussola per non perdervi. Prendete un vostro amico e andate a caccia di madonnelle, è divertente.

Madonna dell’Archetto, via San Marcello – Madonna della Pietà, vicolo delle Bollette – Madonna del Rosario, via Arco della Ciambella – Madonna Addolorata, piazza del Gesù – Madonna della Divina Provvidenza, via delle Botteghe Oscure

Queste sono quelle che il Vaticano ha confermato, non sono le uniche, ma quelle che vi ho messo in questo elenco sono proprio confermate e venerate come oggetto di miracolo.

Ecco qui, spero di avervi raccontato qualcosa di interessante. Come al solito, in caso vi sia piaciuto leggermi, lasciatemi un commento qui, oppure su facebook, spacciate i miei scritti agli angoli delle strade, oppure fatene aeroplani di carta da lanciare nel giardino del vostro vicino di casa; ma se mai doveste assecondarmi e partire alla ricerca delle madonnelle miracolose mi piacerebbe un sacco che condivideste con me la vostra esperienza, mandandomi tutte le vostre fotografie e raccontandomi tutte le vostre idee ed impressioni.

Una veronese a Roma, volume I

I bilanci e le considerazioni si fanno al sesto mese, oppure alla chiusura dell’anno, ma io faccio quello che mi pare da sempre e quindi ho deciso di attribuire al mio primo resoconto la scadenza di una gravidanza. La mia psicoterapeuta se la riderebbe un sacco, considerando questa scelta assolutamente non casuale.

Il motivo per il quale s’è pensato di scrivere questo post è farvi capire quanto possa essere bizzarro per una veronese vivere in una metropoli del centro sud. L’idea ce l’ho da qualche settimana, la voglia di scrivere mi è venuta ieri sera quando, tornando a casa da una serata con gli amici, ho visto quanti gruppetti di ragazzi passassero il tempo agli angoli delle strade e nelle piazze a giocare  a calcio. Era mezzanotte passata da un pezzo e in meno di un chilometro di strada ho visto ben tre comitive impegnate con un pallone.  Ma cominciamo dal principio.

Elisa, benvenuta al sud!

Ma Roma non è sud …

Dal Po in giù sono tutti terroni. 

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  • AUTOBUS SENZA ORARI: “Scusi, a che ora passa il 558?”  Non stupitevi se facendo questa domanda vi viene successivamente riservata un’occhiata di pena mista tenerezza. A Verona tutto è preciso per quanto riguarda il trasporto pubblico: se il 12 passa alle 13:45 allora significa che a quell’ora – cascasse il mondo – l’autobus sarà presente alla fermata. In caso ritardasse di mezzo minuto, probabilità assai poco concepibile, ci sarebbe la vecchietta pronta a far protesta all’azienda con tanto di raccolta firme e gruppi indignati su Facebook. A Roma, invece, gli autobus non hanno orario. Più o meno sai che circa forse passerà qualcosa di utile, ma non è mai il caso di farci troppo affidamento. Meglio? Peggio? No, solo diverso. Uno si regola e non viene difficile, in nove mesi ho imparato a destreggiarmi nella giungla dei mezzi pubblici senza problemi, arrivando in ritardo (poi parleremo anche di questo) solo in caso di sciopero.
  • DISTANZE E TEMPI ARBITRARI: la percezione dello spazio e del tempo, qui a Roma, non è assolutamente compatibile con la percezione dello spazio e del tempo che abbiamo a Verona. Vi basti pensare che da casa mia, ovvero Centocelle, a Ponte Milvio ci metto circa un’ora e un quarto con i mezzi pubblici, praticamente lo stesso tempo che impiego da Verona a Venezia con un treno. Da Centocelle a Ostia per fare giornata al mare equivale a allo stesso sforzo che si farebbe da Verona a Milano per fare serata. Nel primo caso sei rimasto all’interno della stessa città, nel secondo hai praticamente attraversato il nord Italia. In buona sostanza ci mette meno mia madre ad andare a fare shopping in Galleria Vittorio Emanuele che io ad andare a farmi l’aperitivo a Prati.
  • UFFICI PUBBLICI, LA GUERRA QUOTIDIANA: richiedere la residenza a Verona significa inviare una mail e attendare l’arrivo delle guardie a casa affinché verifichino la veridicità delle informazioni, richiedere la residenza a Roma significa conoscere almeno una trentina di impiegati statali, fare la sauna negli uffici privi di aria condizionata, improvvisarsi baby sitter per i figli piccoli dei martiri in coda prima di te che devono entrare a consegnare – a mano – la pila di carte e documenti che vengono richiesti. A Verona i tempi massimi per l’avvio delle pratiche dipendono dalla connessione internet che si possiede in casa, a Roma i tempi massimi vanno dalla nascita di Adamo alla crocifissione di Cristo.
  • AL BAR LA BRIOCHES NON ESISTE: “Le brioches le fanno a Parigi signorina, noi abbiamo i cornetti.” Esatto, proprio così. Qui a Roma si chiede cappuccino e cornetto, non cappuccino e brioches. E fa strano, parecchio strano, visto che per un Veronese il cornetto corrisponde al gelato dell’Algida, però tant’è e bisogna cambiare rapidamente vocabolario se si intende fare colazione nella capitale. Per altro non rimaneteci male se il barista vi rivolge la parola con un burbero “Chevvoi?” corrisponde completamente al nostro più freddo e formale “Buongiorno, cosa desidera?”. Ci rimanevo di stucco all’inizio, lo ammetto. Una volta ho anche alzato le sopracciglia con tanto di occhioni lucidi e smarriti, ma alla fine si impara ad amare anche questa spontaneità molto più vera e genuina della patina ipocrita di alcune cameriere di piazza Brà in centro a Verona. Insomma, alla mattina rode il culo a tutti, pure al barista, non ha senso fingere che non sia così.
  • LA SOGGETTIVITÀ DEL CONCETTO DI RITARDO: 10 minuti non è ritardo, nemmeno 15 in molti casi, si chiama “spazio di tolleranza”. E vorrei ben vedere se non fosse così. Arrivare in macchina ad un appuntamento non assicura niente, trovare parcheggio alle volte corrisponde a trovare una giraffa senza macchie. Prendere un mezzo pubblico non garantisce il miracolo, anche perché anche ammettendo serva solo prendere la metro per un paio di fermate, si devono poi prendere in considerazione i seguenti inconvenienti: ritardi, guasti, scioperi e allarmi bomba i quali sono eventi all’ordine del giorno. Quindi “ci vediamo alle quattro” è un concetto che gode di ampia flessibilità, tanto da poter trasformare una merenda in un aperitivo, se non addirittura in una cena.
  • ABBRACCIAMOCI TUTTI! Non importa da quanto ci conosciamo, probabilmente ci stanno presentando in questo momento: finirò stritolata e sbacciucchiata lo stesso, da chiunque io abbia davanti. Qui a Roma funziona così, ci si tocca, ci si bacia, ci si stringe: il contatto fisico sembra una condizione sine qua non per entrare in relazione con qualcuno. Baci e abbracci quando arrivi, baci e abbracci quando te ne vai, saluti e feste ogni volta, come se fossero passati mesi dall’ultimo incontro. A questa cosa mi sono abituata in fretta, essendo una pratica che trovo molto divertente e spontanea, ma accidenti che figure di merda che collezionavo al principio! Mi sono ritratta d’istinto un sacco di volte, oppure finivo per congelarmi all’arrivo di baci totalmente inaspettati. Poi ho capito come fare: basta fingere sempre di rivedere il proprio interlocutore dopo tanto tempo e al congedo è sufficiente improvvisare un’immaginaria dipartita per lidi sconosciuti per tempi non quantificabili. In questo modo tutto andrà bene.
  • NEGOZI APERTI H24: non sia mai che ti venga voglia di comprare un cestino di mele alle quattro della mattina. A Verona questa cosa non esiste, almeno fino a settembre dell’anno scorso quando me ne sono andata; qui a Roma invece si può trovare di tutto a qualsiasi ora, dal deodorante per le ascelle alla lametta per i peli superflui, passando per le banane e un cespo di lattuga. Basta infatti uscire di casa e fermarsi al primo bangladino disponibile, che poi anche se non è originario del Bangladesh è lo stesso, basta che sia scuretto di pelle e che lavori h24 e sette giorni su sette. Per non parlare del Cornettaro, dello Zozzone (corrispondente romano del veneto “merda”), del Kebabbaro e via dicendo, tutti posti dov’è possibile trovare un ristoro notturno in caso di fame di dubbia provenienza.
  • QUESTIONI DI FAMIGLIA RESE PUBBLICHE PER I VICINI: abitare in mezzo a quattro palazzi alti come le montagne ha i suoi lati divertenti, la domenica infatti il vicinato si trasforma in una puntata di uomini e donne, verso mezzogiorno arriva Maria De Filippi che fa accomodare gli ospiti sulle varie terrazze e tutti gli affari di famiglia vengono smerciati al pubblico non pagante utilizzando decibel interessanti. Frequenze sonore mai viste e mai sentite irromperanno nella vostra abitazione per mettervi al corrente che il marito non è tornato per cena, che il figlio non ha fatto i compiti, che la signora del terzo piano è fin troppo chiacchierata. Il tutto, naturalmente, viene condito da meravigliosi insulti verso tutte le donne della famiglia della parte aggredita: madre, sorella, nonna … e pure i morti, anche se non ho mai capito che cosa possano aver fatto i morti. Mentre la professione della madre,  della sorella e della nonna spesso non viene lasciata all’immaginazione.

La verità è che potrei andare avanti ancora un bel po’, la lista è molto lunga perciò mi è stato suggerito di non snocciolarla tutta insieme e tutta in una volta. Il mio “Benvenuti al Sud” sarà quindi un appuntamento ricorrente, ogni tanto vi racconterò di quanto curisa risulti questa metropoli per una persona abituata all’ordine e alla disciplina di una città del ricco nord-est, ma per oggi mi fermo qui.

Come al solito se il post vi è piaciuto potete condividerlo, spacciarlo sotto ai banchi di scuola, stropicciarlo e lanciarlo dalla finestra. Potete anche mettere un like al link su facebook, scrivere due righe di commento, mandarmi a quel paese oppure prendermi in giro. Però se passate di qui e leggete i miei scritti, fatemelo sapere perché la cosa mi fa sempre un sacco felice.