Una veronese a Roma, volume I

I bilanci e le considerazioni si fanno al sesto mese, oppure alla chiusura dell’anno, ma io faccio quello che mi pare da sempre e quindi ho deciso di attribuire al mio primo resoconto la scadenza di una gravidanza. La mia psicoterapeuta se la riderebbe un sacco, considerando questa scelta assolutamente non casuale.

Il motivo per il quale s’è pensato di scrivere questo post è farvi capire quanto possa essere bizzarro per una veronese vivere in una metropoli del centro sud. L’idea ce l’ho da qualche settimana, la voglia di scrivere mi è venuta ieri sera quando, tornando a casa da una serata con gli amici, ho visto quanti gruppetti di ragazzi passassero il tempo agli angoli delle strade e nelle piazze a giocare  a calcio. Era mezzanotte passata da un pezzo e in meno di un chilometro di strada ho visto ben tre comitive impegnate con un pallone.  Ma cominciamo dal principio.

Elisa, benvenuta al sud!

Ma Roma non è sud …

Dal Po in giù sono tutti terroni. 

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  • AUTOBUS SENZA ORARI: “Scusi, a che ora passa il 558?”  Non stupitevi se facendo questa domanda vi viene successivamente riservata un’occhiata di pena mista tenerezza. A Verona tutto è preciso per quanto riguarda il trasporto pubblico: se il 12 passa alle 13:45 allora significa che a quell’ora – cascasse il mondo – l’autobus sarà presente alla fermata. In caso ritardasse di mezzo minuto, probabilità assai poco concepibile, ci sarebbe la vecchietta pronta a far protesta all’azienda con tanto di raccolta firme e gruppi indignati su Facebook. A Roma, invece, gli autobus non hanno orario. Più o meno sai che circa forse passerà qualcosa di utile, ma non è mai il caso di farci troppo affidamento. Meglio? Peggio? No, solo diverso. Uno si regola e non viene difficile, in nove mesi ho imparato a destreggiarmi nella giungla dei mezzi pubblici senza problemi, arrivando in ritardo (poi parleremo anche di questo) solo in caso di sciopero.
  • DISTANZE E TEMPI ARBITRARI: la percezione dello spazio e del tempo, qui a Roma, non è assolutamente compatibile con la percezione dello spazio e del tempo che abbiamo a Verona. Vi basti pensare che da casa mia, ovvero Centocelle, a Ponte Milvio ci metto circa un’ora e un quarto con i mezzi pubblici, praticamente lo stesso tempo che impiego da Verona a Venezia con un treno. Da Centocelle a Ostia per fare giornata al mare equivale a allo stesso sforzo che si farebbe da Verona a Milano per fare serata. Nel primo caso sei rimasto all’interno della stessa città, nel secondo hai praticamente attraversato il nord Italia. In buona sostanza ci mette meno mia madre ad andare a fare shopping in Galleria Vittorio Emanuele che io ad andare a farmi l’aperitivo a Prati.
  • UFFICI PUBBLICI, LA GUERRA QUOTIDIANA: richiedere la residenza a Verona significa inviare una mail e attendare l’arrivo delle guardie a casa affinché verifichino la veridicità delle informazioni, richiedere la residenza a Roma significa conoscere almeno una trentina di impiegati statali, fare la sauna negli uffici privi di aria condizionata, improvvisarsi baby sitter per i figli piccoli dei martiri in coda prima di te che devono entrare a consegnare – a mano – la pila di carte e documenti che vengono richiesti. A Verona i tempi massimi per l’avvio delle pratiche dipendono dalla connessione internet che si possiede in casa, a Roma i tempi massimi vanno dalla nascita di Adamo alla crocifissione di Cristo.
  • AL BAR LA BRIOCHES NON ESISTE: “Le brioches le fanno a Parigi signorina, noi abbiamo i cornetti.” Esatto, proprio così. Qui a Roma si chiede cappuccino e cornetto, non cappuccino e brioches. E fa strano, parecchio strano, visto che per un Veronese il cornetto corrisponde al gelato dell’Algida, però tant’è e bisogna cambiare rapidamente vocabolario se si intende fare colazione nella capitale. Per altro non rimaneteci male se il barista vi rivolge la parola con un burbero “Chevvoi?” corrisponde completamente al nostro più freddo e formale “Buongiorno, cosa desidera?”. Ci rimanevo di stucco all’inizio, lo ammetto. Una volta ho anche alzato le sopracciglia con tanto di occhioni lucidi e smarriti, ma alla fine si impara ad amare anche questa spontaneità molto più vera e genuina della patina ipocrita di alcune cameriere di piazza Brà in centro a Verona. Insomma, alla mattina rode il culo a tutti, pure al barista, non ha senso fingere che non sia così.
  • LA SOGGETTIVITÀ DEL CONCETTO DI RITARDO: 10 minuti non è ritardo, nemmeno 15 in molti casi, si chiama “spazio di tolleranza”. E vorrei ben vedere se non fosse così. Arrivare in macchina ad un appuntamento non assicura niente, trovare parcheggio alle volte corrisponde a trovare una giraffa senza macchie. Prendere un mezzo pubblico non garantisce il miracolo, anche perché anche ammettendo serva solo prendere la metro per un paio di fermate, si devono poi prendere in considerazione i seguenti inconvenienti: ritardi, guasti, scioperi e allarmi bomba i quali sono eventi all’ordine del giorno. Quindi “ci vediamo alle quattro” è un concetto che gode di ampia flessibilità, tanto da poter trasformare una merenda in un aperitivo, se non addirittura in una cena.
  • ABBRACCIAMOCI TUTTI! Non importa da quanto ci conosciamo, probabilmente ci stanno presentando in questo momento: finirò stritolata e sbacciucchiata lo stesso, da chiunque io abbia davanti. Qui a Roma funziona così, ci si tocca, ci si bacia, ci si stringe: il contatto fisico sembra una condizione sine qua non per entrare in relazione con qualcuno. Baci e abbracci quando arrivi, baci e abbracci quando te ne vai, saluti e feste ogni volta, come se fossero passati mesi dall’ultimo incontro. A questa cosa mi sono abituata in fretta, essendo una pratica che trovo molto divertente e spontanea, ma accidenti che figure di merda che collezionavo al principio! Mi sono ritratta d’istinto un sacco di volte, oppure finivo per congelarmi all’arrivo di baci totalmente inaspettati. Poi ho capito come fare: basta fingere sempre di rivedere il proprio interlocutore dopo tanto tempo e al congedo è sufficiente improvvisare un’immaginaria dipartita per lidi sconosciuti per tempi non quantificabili. In questo modo tutto andrà bene.
  • NEGOZI APERTI H24: non sia mai che ti venga voglia di comprare un cestino di mele alle quattro della mattina. A Verona questa cosa non esiste, almeno fino a settembre dell’anno scorso quando me ne sono andata; qui a Roma invece si può trovare di tutto a qualsiasi ora, dal deodorante per le ascelle alla lametta per i peli superflui, passando per le banane e un cespo di lattuga. Basta infatti uscire di casa e fermarsi al primo bangladino disponibile, che poi anche se non è originario del Bangladesh è lo stesso, basta che sia scuretto di pelle e che lavori h24 e sette giorni su sette. Per non parlare del Cornettaro, dello Zozzone (corrispondente romano del veneto “merda”), del Kebabbaro e via dicendo, tutti posti dov’è possibile trovare un ristoro notturno in caso di fame di dubbia provenienza.
  • QUESTIONI DI FAMIGLIA RESE PUBBLICHE PER I VICINI: abitare in mezzo a quattro palazzi alti come le montagne ha i suoi lati divertenti, la domenica infatti il vicinato si trasforma in una puntata di uomini e donne, verso mezzogiorno arriva Maria De Filippi che fa accomodare gli ospiti sulle varie terrazze e tutti gli affari di famiglia vengono smerciati al pubblico non pagante utilizzando decibel interessanti. Frequenze sonore mai viste e mai sentite irromperanno nella vostra abitazione per mettervi al corrente che il marito non è tornato per cena, che il figlio non ha fatto i compiti, che la signora del terzo piano è fin troppo chiacchierata. Il tutto, naturalmente, viene condito da meravigliosi insulti verso tutte le donne della famiglia della parte aggredita: madre, sorella, nonna … e pure i morti, anche se non ho mai capito che cosa possano aver fatto i morti. Mentre la professione della madre,  della sorella e della nonna spesso non viene lasciata all’immaginazione.

La verità è che potrei andare avanti ancora un bel po’, la lista è molto lunga perciò mi è stato suggerito di non snocciolarla tutta insieme e tutta in una volta. Il mio “Benvenuti al Sud” sarà quindi un appuntamento ricorrente, ogni tanto vi racconterò di quanto curisa risulti questa metropoli per una persona abituata all’ordine e alla disciplina di una città del ricco nord-est, ma per oggi mi fermo qui.

Come al solito se il post vi è piaciuto potete condividerlo, spacciarlo sotto ai banchi di scuola, stropicciarlo e lanciarlo dalla finestra. Potete anche mettere un like al link su facebook, scrivere due righe di commento, mandarmi a quel paese oppure prendermi in giro. Però se passate di qui e leggete i miei scritti, fatemelo sapere perché la cosa mi fa sempre un sacco felice.

5 pensieri riguardo “Una veronese a Roma, volume I

  1. Ahah ho adorato tutto quello che hai scritto, sei simpaticissima e mi hai fatta sorridere! Mi riconosco in molte cose perché anch’io, per studiare all’università, sono passata dal paesino di Villa di Tirano alla città di Milano, non con la residenza, ma ho passato 3 anni quasi completi a Milano e ho imparato a conoscerla e ad abituarmi a tante cose 😂
    Tra l’altro ricordo che anche a me è successa la cosa del “Le brioches le fanno a Parigi, qui abbiamo i cornetti” l’anno scorso quando sono venuta a Roma 4 giorni 😂
    Grazie per quello che scrivi! Ti seguo sempre 😊

    Piace a 1 persona

  2. Bellissimo!! Sei brava e mi ha divertito molto il tuo resoconto, che un po’ mi ricorda quello che passo io: sabina (ovvero “quasi romana”), trapiantata a Roma, sposata a un brianzolo che ho trascinato a Roma. Abbiamo ormai vocabolari diversi per le diverse zone d’Italia che frequentiamo (Milano, l’Emilia e ovviamente Roma), ci siamo adeguati ai ritmi di questa città folle e immensa, non andiamo al mare il we perché “è come andare a lavorare” e, mi dispiace, da San Giovanni (dove viviamo) ci rifiutiamo di arrivare fino in Prati per un aperitivo 😉 Roma, come diceva Flaiano, “è la più grande delle province” e abitarla, al momento, è un vero e proprio atto di fede, però è fantastica e bellissima e nonostante io mi lamenti ogni giorno sarà dura lasciarla (se e quando deciderò di lasciarla). Ti seguo con interesse, continua così!
    Cristina

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    1. Cara Cristina, grazie per il commento e per la tua partecipazione! Anche io amo Roma e non credo arriverà mai il giorno che la lascerò!
      Un caro saluto

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