Una serie di sfortunati eventi

|SPOILER FREE|

scritto da Fidanzato Claudio

Era un po’ che da queste parti non si parlava di serie Tv, così abbiamo deciso di riprendere l’argomento. Mettendo da parte American Gods che continua ad affascinarmi e ancora sto esultando per la produzione della seconda stagione, tralasciando Game of Thrones che è ricominciato più fomentante che mai, io e la gatta abbiamo cominciato a guardare con incredibile godimento una serie firmata Netflix, una serie con uno spettacolare Neil Patrick Harris, una serie… di sfortunati eventi.

Forse qualcuno di voi, come me, avrà letto uno, due o magari tutti i libri della serie scritta da Lemony Snicket che vi rivelo – e giuro, l’ho scoperto or ora – essere un personaggio inventato dalla penna di Daniel Handler, il reale scrittore.
Senza fare spoiler, la trama tanto dei libri quanto della serie (e in parte anche della riduzione cinematografica meno fedele di Brad Silberling) racconta le peripezie dei fratelli Baudelaire (Violet, Klaus e Sunny) alla ricerca di una nuova famiglia e in fuga dal malvagio attore Conte Olaf, che vuole accaparrarsi il patrimonio lasciato in eredità dai genitori ai ragazzi, morti in un incendio sospetto.

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La serie secondo me è molto ben scritta, in grado di soddisfare sia i lettori più appassionati sia chi non ha mai aperto nessuno dei libri, obiettivo non facile e pienamente raggiunto grazie a una collaborazione che vede, tra gli altri, Mark Hudis e lo stesso Daniel Handler, rispettivamente come sviluppatore e produttore esecutivo.

Per quanto riguarda l’atmosfera generale della serie, sono due gli aspetti che secondo me meritano più di tutti una particolare attenzione: lo sfondamento della quarta parete fino ad arrivare a un vero e proprio caso di metaserie, con testo e attori che parlano di sé stessi entrando e uscendo dallo schermo; il cinismo e l’ironia tipici della black commedy, grazie ai quali si arriva tanto a sorridere quanto a ridere senza ritegno davanti alle sventure dei fratelli Baudelaire e di tutti i personaggi della vicenda.
Già a partire dalla sigla Non guardare in cui si consiglia con una piacevole canzoncina di cambiare canale si capisce quanto il tutto possa essere surreale, così come tutte le volte che il nostro Lemony Snicket si rivolgerà a noi spettatori, con commenti più o meno pertinenti sulla vicenda.

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Una menzione speciale la merita senz’altro Neil Patrick Harris, conosciuto ai più per il suo ruolo di Barney in How I Met Your Mother, e stavolta impegnato nelle vesti del malefico e stravagante attore Conte Olaf, antagonista della vicenda e personaggio per nulla facile da gestire con tutti i suoi camuffamenti, la sua cattiveria e il suo essere incredibilmente comico.
Senza nulla togliere a uno dei mie attori preferiti, che aveva lo stesso ruolo nel lungometraggio già citato, vuoi per il maggiore spazio concesso, vuoi per la presenza dello scrittore nell’organico della serie, Neil batte Jim Carrey, portandosi a casa la vittoria su un confronto veramente difficile da sostenere.

Per concludere, questa serie ci sta piacendo molto, scorre fluentemente senza essere frenetica ma, almeno a noi, rende molto difficile staccare gli occhi dallo schermo per riprendere la nostra vita reale. E se voi vorrete avvicinarvi a una serie che, per citare Sonia Saraiya di Variety “potrebbe benissimo essere il risultato di ciò che accadrebbe se Wes Anderson e Tim Burton decidessero di fare una serie televisiva insieme”, questa potrebbe fare al caso vostro!

Niente più tradimenti e scappatelle grazie (prego) a Google Maps

 “Secondo te da queste parti c’è un buon ristorante?”
 “Aspetta che controllo su Google Maps”
 “Se non ricordo male qui intorno c’è una famosa fontana di un architetto famoso!”
 “Aspetta che controllo su Google Maps”
 “Amore, ti ricordi dove ho messo le chiavi?”
 “Aspetta che controllo su Google Maps”

A tutti sarà capitato di vivere una, due o tre di queste simpatiche storielle (vero? VERO? Vi prego ditemi che non sono il solo), e sicuramente a me alla Gatta che ci cova il comodo servizio fornito da Google serve ogni volta che partiamo per una nuova avventura. Ma siamo sicuri di conoscere tutte le funzionalità di Google Maps?

1. Salvare l’indirizzo di casa e di ufficio. Serata alcolica, sono le quattro del mattino e dovete tornare a casa. Google deve aver pensato proprio a questa situazione quando ha inserito la possibilità di salvare precedentemente l’indirizzo di casa e selezionarlo come meta preferita, senza aver bisogno di premere casualmente lo schermo alla ricerca di lettere che forse possono combinarsi in un indirizzo sensato. E qualora si facciano le sette del mattino e comunque non siate riusciti a tornare alla vostra dimora, potete selezionare l’indirizzo del vostro luogo di lavoro e presentarvi in ufficio con un ottimo hangover.

2. Situazione del traffico. Questa funzionalità può salvarti la vita, specie se stai in macchina e devi girare per Roma. Impostando un qualsiasi percorso, Google Maps segnerà con colori diversi (verde, giallo o rosso) quante parole poco cortesi dovrete rivolgere ad automobilisti o altre divinità prima di arrivare alla tanto agognata destinazione.

3. Limiti di velocità. Altra croce per qualsiasi automobilista, soprattutto in città dove i limiti cambiano allo stesso ritmo della giunta comunale (grazie Virginia). C’è un’estensione per Google Maps che si chiama Velociraptor in grado di segnalarvi con grande precisione che sì, la Colombo la potete fare solo fino ai 50 km/h.

4. Distanza tra due punti. Se avete bisogno di sapere quanti Km dovrete percorrere a piedi perché un autobus ha preso fuoco, c’è stato un allarme bomba in metropolitana, c’è sciopero di ventiquattro ore, o semplicemente avete voglia di una bella passeggiata, questa è la funzione che fa per voi.

5. Opzioni. Ebbene sì, la cosa più saggia, specie se dovete muovervi in una città imprevedibile e caotica con i mezzi pubblici, è quella di organizzare con un po’ di anticipo il vostro viaggio “ma devo solo andare a lavoro!” “Dammi retta, organizzati”. Ecco, se selezionate la vostra destinazione e premete il pulsante con l’immagine dei mezzi pubblici (io ho una metropolitana) appena sotto potrete scegliere la data e l’ora di partenza o, tra le Opzioni, con quali mezzi preferite muovervi, quanti cambi fare e tante altre belle cose.

6. Informazioni. Google Maps è in grado di fornire anche diverse informazioni utili al cittadino moderno, che sia un pendolare o un turista. Ad esempio, se cercate una trattoria in zona, avrete a disposizione tutto l’elenco dei ristoranti più vicini a voi, con tanto di orari, fasce di prezzo, recensioni e contatti. Si possono inoltre trovare le foto dei monumenti caricate dagli utenti stessi, così da avere un’idea più o meno precisa di cosa andrete a vedere, mangiare, bere, e così via. Sempre che riusciate ad arrivarci.

7. Condividi indicazioni stradali. “Ma quindi come vi raggiungo?” “Guarda, hai presente il tabaccaio, ecco, è facile, prima giri a sinistra, poi dopo il semaforo svolti a destra, poi non la prima, non la seconda, ma la terza ti tieni a sinistra” “Mi sono perso al tabaccaio”. Normalmente io sono quello che si perde, ma Google Maps ancora una volta ha pensato a me, dando la possibilità di condividere tramite tutti i canali social di cui disponiamo oggigiorno (WhatsApp, Facebook, Tinder… ah no, scusate, Tinder no) le indicazioni stradali. Scegliete il punto di partenza, l’arrivo, e quando l’itinerario è pronto non dovete far altro che premere i tre punti verticali con cui aprirete un menu a tendina, e cliccare “Condividi indicazioni stradali”.

8. Cronologia. Attivando la Cronologia (la trovate tra le opzioni utente, aprendo un menu a tendina tramite un pulsante contrassegnato da tre linee orizzontali accanto alla barra di ricerca) potrete tener traccia di tutti gli spostamenti effettuati e i posti visitati, cosa estremamente utile per dimostrare alla propria ragazza che quel mercoledì sera eravate davvero a calcetto, anche se c’era la Champions.

9. Mappe offline. Sempre tramite lo stesso menu a tendina di cui sopra, potrete scaricare intere sezioni di Google Maps, per poterle tenere salvate e usarle esattamente come se foste online, ma senza dover utilizzare i vostri preziosissimi dati. Ovviamente, più ampia sarà la fetta di mondo che vorrete tenere con voi, più occuperà spazio nella memoria del vostro smartphone. Niente moglie piena e botte ubriaca, insomma.

Ecco dunque nove utili funzionalità che vi permetteranno di godere ancora di più di Google Maps, e completamente gratis! Certo, sempre che accettiate che Google possa usare come più gli garba dati sulla vostra residenza, il vostro luogo di lavoro, gli spostamenti più frequenti…

Scritto da Fidanzato Claudio

Di matrimoni e diavoli a Santa Sabina, ma non solo

scritto da Fidanzato Claudio

Abbiamo cercato madonnelle che muovono gli occhi per proteggere i romani dal temibile Napoleone, poi abbiamo trovato la tana di un drago sconfitto da San Silvestro e ancora non siamo soddisfatti. Il bello di avere una gatta veronese a Roma è la sua insaziabile e contagiosa sete di avventure; quell’occhio esterno che si muove alla ricerca di leggende dimenticate dove per un autoctono ci sono solo sassi e chiese a cui passa davanti con occhio distratto, ormai assuefatto.

La nostra missione è ricomporre quel mosaico di segreti, leggende e storie che hanno contribuito a costruire l’identità culturale di un popolo, di una città, scavando con i nostri racconti le radici di Roma stessa.
Così, muovendoci nel cuore della cristianità, siamo andati a cercare tracce del passaggio del demonio. Evidentemente essere così vicini a San Pietro non ha permesso al nostro amico Belzebù di fare troppe apparizioni in giro, ma cerca che ti ricerca siamo riusciti a trovare due storie (ovviamente supportate da indiscutibili prove) che raccontano la triste storia di un povero diavolo a cui le cose non sono andate troppo bene.

IMG_5112La prima che vi racconto è forse quella più conosciuta, riguarda San Domenico, il Diavolo e la basilica di Santa Sabina all’Aventino: c’era una volta San Domenico che stava pregando davanti alla basilica di Santa Sabina ) quando passa il diavolo da quelle parti e cerca di distogliere il nostro martire dalle sue preghiere. Ovviamente San Domenico non è uno che si lascia distrarre facilmente, così il diavolo decide di tirargli un sercio (sércio, termine agiografico che indica un sasso di modeste, ma letali dimensioni): il sercio manca San Domenico, sfonda una lapide, il Diavolo fa pippa (altro termine agiografico che indica la sconfitta del Maligno) e se ne va. Ma perché San Domenico non stava pregando dentro, chiederanno i miei piccoli lettori! E che ne so io? Magari ci stava un matrimonio. E ce ne sono tanti, garantito. Tuttavia il sercio è rimasto nella basilica, ed ora è esposto sopra una colonna, con i segni degli artigli del Maligno scavati nella pietra (del sercio, non della colonna).

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Certo, la storiografia ufficiale ci dirà che questa leggenda è stata inventata quando tale Domenico Fontana, architetto incaricato di un restauro nel tardo Cinquecento, ha rotto la lapide cercando di spostarla.

“Oh, mi sa che ho fatto un mezzo casino”
“Vabbé, dimo che è stato er demonio”
“Daje”

Che poi, detta così sembra facile: prendi il tram 3, arrivi a Circo Massimo, ti fai un pezzetto a piedi ed ecco che sei arrivato alla basilica, scatti due foto e te ne vai. Tutto giusto, se non fosse che per arrivare nella chiesa è necessario districarsi in una giungla di abiti bianchi, neri, macchine di lusso e d’epoca, carrozze con cavalli e improbabili cappelli. In una parola: matrimoni. Voi mi direte “sì, è una chiesa, che t’aspetti?” Giusto, ma un conto è imbucarsi durante una celebrazione nuziale per fotografare il sercio (fatto), un conto è restare una buona mezzora nei dintorni della chiesa a osservare sgomenti una coda di almeno quattro spose con tutto il loro codazzo di invitati, autisti, cocchieri, fotografi… che dire, delicatissimo. Delicatissimi i vestiti, tutti rigorosamente bianchi, simbolo di castità, così come le spalle scoperte, le ampie scollature, i tagli sulla schiena o gli short… ah no.

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La seconda leggenda invece ha luogo a Piazza del Gesù, dietro Piazza Venezia. Lì infatti, sorge la chiesa del Gesù, la chiesa madre dei gesuiti (strabiliante). Avete presente quell’ordine di uomini tutti vestiti di nero, che nel corso di diversi secoli si erano impegnati nel convertire masse di indigeni all’unica vera fede, quegli uomini che attraverso società segrete e pubbliche erano il braccio armato del papato quando c’era da fare l’unità nazionale… insomma, quelli. Fatto che sta che una volta, il Diavolo e il Vento si trovavano a passeggiare proprio davanti alla chiesa del Gesù. Ora voi mi chiederete “ma che ci faceva il vento con il diavolo?” Ma perché, io vengo a contestare le vostre frequentazioni? Fatto sta che quando si trovano davanti al portone della Chiesa, il Diavolo chiese al Vento di aspettarlo fuori, mentre lui sarebbe entrato per svolgere alcune sue faccende. Purtroppo, non sapremo mai quali affari aveva il Diavolo in ballo con i gesuiti, perché il Maligno non uscì mai più da quella chiesa, lasciando il Vento ad attenderlo in eterno. Secondo me perché si è trovato in particolare buona compagnia. Tanto che, in qualsiasi periodo del giorno o dell’anno voi andiate a Piazza del Gesù, troverete sempre una leggera brezza che spazza l’aria.

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E qui finisce, pressapoco, quello che concerne il diavolo a Roma. Bugia. In realtà di leggende e dicerie ce ne stanno ancora tantissime e man mano che questo caldo asfissiante andrà scemando le affronteremo tutte, o quasi. Per oggi ci fermiamo qui, sperando di avervi intrattenuto quei cinque o dieci minuti. Come sempre, se v’è piaciuta raccontatela in giro, se vi abbiamo annoiati… sicuramente non possiamo aver fatto peggio di Manzoni.

La prossima volta un po’ meno, Elì

(Doveroso commento in ingresso: giuro che sul sito della Growell ci sarà un articolo serio, questo fa parte del mio calderone di stronzate in libertà) 

Tipo, avete presente quando a scuola tutte le vostre compagne di classe avevano già messo su un bel paio di tettine graziose e voi niente, magre e sgraziate come come stuzzicadenti? Avete presente la sensazione di disagio misto “mannaggialamiseria” che provate quando in spiaggia arriva la turbofiga abbronzata di turno, con il costumino mini e voi lì a prendere il sole come burrate freschissime arenate sugli scogli? Bravissime! Questo è il mio mood del giorno, ma io con il mio personaggio ci ho fatto pace e dio solo sa quanto io mi diverta a recitare la parte di quella bruttina, ma tutto sommato simpatica. Oh, voglio dire, lasciatemi nel mio ruolo che sono diventata bravissima e ci sto dentro che è una meraviglia. Show concluso,  voglio raccontarvi della mia mattinata sul set di uno shooting. Modella? Presa. Fotografa protagonista? Ce l’abbiamo. Accessori? Pure.

Ed ecco a voi la diapositiva

Quella simpatica

Allora: la modella è quella con gli occhiali, la fotografa quella con la visiera e quella con i ricci è quella simpatica. Tutto chiaro no? Niente, io non posso proprio fare a meno di mandare in vacca anche quello che dovrebbe essere un articolo serio. Ve bene, va bene. Da capo.

La mia sveglia è suonata ad un orario per me improponibile, così presto che persino Aida (la nostra gatta) ha deciso di non azzardarsi a chiedere il pasto con i soliti incessanti ed estenuanti miagolii lamentosi. Ha fatto pippa pure lei e ha capito, fin dal “GATTA LEVATI DAL CAZZO” che non era proprio aria. Così, mesta s’è levata dal cazzo. Fidanzato, invece, che è un filino più preparato del gatto, ha deciso di non opporre eccessiva resistenza ai continui “CLAUDIO SVEGLIATI CHE DOBBIAMO ANDARE E FARE LE COSE” e già al primo richiamo era seduto a tavola a bere, in religioso silenzio, il suo caffè. Che poi, francamente, quando il caffè lo preparo io, si dovrebbe parlare più di una purghetta.

Ma perché rischiare un genocidio in questa maniera? Semplice, perché per la maggior parte delle volte io ho delle idee di merda. Idee di merda che però finiscono per essere pure divertenti. E divertente effettivamente è stato, sì. Jajo è cliente dell’agenzia di marketing per la quale io lavoro come copywriter e gli ho proposto di sperimentare una comunicazione a lui del tutto sconosciuta, ovvero quella che si basa sul tam tam mediatico che gli influencer generano sui social. Il buon cliente ha acconsentito al test e mi ha dato, ingenuamente, carta bianca. Una volta ricevuta la palla toccava scegliere una blogger che rispondesse alle mie esigenze e dopo una lunghissima e attentissima analisi di ascisse, ordinate, cambiali, aristogrammi, cerchi di Eulero nel grano, gravidanze di rane e pennarelli rossi, sono giunta ad una conclusione: Meggy Fri, autrice di Impossibile fermare i battiti, faceva assolutamente al caso mio. Come l’ho scelta? A caso regà, totalmente a caso. NO SCUSATE VOLEVO DIRE… d’accordo, basta stronzate Elì. La verità è che me ne serviva una abbastanza sul pezzo per avere risultati tangibili, ma allo stesso tempo necessitavo di una profonda alchimia per poterla trascinare nel mio vortice di follia e sperimentazione. E nessuna, davvero nessuna, poteva assolvere a questo compito meglio di lei visto che proprio in queste ultime settimane ci siamo rincorse a colpi di pizzicate sui social dando vita ad un giocoso scambio di insulti graziosi.

IMG_5088Caso vuole che Meggy porti con sé la sorellina più piccola, un’altra anima che invece di sfruttare la propria intelligenza per laurearsi in medicina, ha deciso – come tutte noi mezze creative, mezze incasinate – di fare la fame per inseguire un sogno. Insomma, la fotografa ci voleva e abbiamo preso una delle migliori che si siano mai viste in giro. Claudia, quella con i ricci nella foto, non fa assolutamente la fame visto che ha un portfolio bellissimo ed è una vera professionista. Sa il fatto suo ed è lei la responsabile della nostra sveglia improponibile: è tutto un fattore di luce, quella bella per le foto la si ottiene solo la mattina presto.

Mentre guardo Meggy così perfetta e naturale davanti alla camera, penso a quanto mi mangerei di gusto un cornetto alla crema. E poi ripenso: ma perché non ho anche io il pancino così piatto? No, non è vero che piango tutte le sere lacrime e sangue implorando gli dei pagani di darmi una ventina di chili in meno e una decina di centimetri in più. Non è vero. Non del tutto. Insomma, dai. Va bene! Qualche volta sacrifico il mio Barattolino Sammontana alle divinità greche, okay? E lo sacrifico mangiandomelo tutto, sì.

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Ma insomma, dove voglio andare a finire in questo post? Volevo raccontarvi di come tre disagiate conquistano il Parco degli acquedotti romani e fanno delle sterpaglie il loro territorio di battaglia. Quindi Meggy in posa, Claudia scatta ed io scatto Claudia che scatta mentre Meggy sta in posa. Ora, voi direte… e sticazzi? Oh, ma mica ve lo chiesto io di leggere questo post. Intanto però ringraziamo chi per noi ha montato il cartonato dell’acquedotto, esagerando un pochino con l’impalcatura. Un sentito grazie va anche a coloro che si sono occupati del fumo scenico (ben tre mandate di fila) attraverso l’uso strategico di una camionetta e naturalmente grazie anche al trattore, al contadino e a chiunque fosse lì ad assecondare ogni nostro capriccio riguardante la scenografia. Che poi queste cose siano state del tutto casuali è solo una diceria di quartiere, Elisa può ed Elisa fa. Sì, però la prossima volta anche un po’ meno, soprattutto il fumo.

IMG_4971La verità, scemenze a parte, è che ci siamo divertite e siamo state davvero bene insieme. La verità è che se fosse così tutti i giorni io lo farei lo sforzo costante di svegliarmi all’alba e lo farei anche con il sorriso. Sono grata a Jajo e a  Growell per quest’occasione (ma soprattutto per la fiducia) perché finalmente ho potuto dimostrare che due cosette, tutto sommato, le so fare pure io.  Ma più di ogni altra cosa, signori, io sono enormemente fiera di me. E non prendetela come vanagloria o chissà quale patologia narcisista: sono semplicemente felice per ogni cosa io sia riuscita a costruire da quando abito qui a Roma. Ho fatto fatica, ne dovrà fare ancora un sacco, ma finalmente vedo il mio lavoro e il mio impegno essere riconosciuti.

Grazie alle mie amiche Meggy e Claudia per questa mattinata che porterò sempre nel cuore.

La redazione assicura che Meggy e Claudia sono tornate a casa sane e salve, non hanno subito violenza o costrizione di alcun tipo. Non riportano lesioni, contusioni, lividi o danni cerebrali. Sembrano leggermente confuse, ma si può tranquillamente imputare al caldo. 

Vi presento il programma del corso di scrittura creativa

IMG_3213Sono molto felice di annunciarvi che finalmente sono riuscita ad organizzare un corso base di scrittura creativa.  Ho pensato moltissimo al programma e per regolarmi sono andata a visionare quelli di alcune scuole rinomate, ma volevo darvi qualcosa di nuovo e di diverso. Più che altro ho deciso di dare all’intero corso una mia personalissima impronta, affinché non si trattasse di sei lezioni rigide e canoniche, ma che emergesse il mio bizzarro modo di vedere il mondo.

L’obiettivo di queste dodici ore che passeremo insieme non sarà quello di inculcarvi in testa una serie di regole che potete benissimo trovare sui libri, ma sarà quello di stimolare quanto più possibile la vostra fantasia, la vostra creatività, il vostro essere fuori dagli schemi. Ognuno di noi, infatti, ha un bambino dentro di sé che non ha affatto voglia di crescere; questo bambino, alle volte, lo si chiude un po’ in un cassetto e lo si ammutolisce in favore di una vita da adulti, piena di obblighi e doveri. Il mio desiderio è quello di aprire quel cassetto e liberare il vostro lato più dolce, più infantile, più delicato.

Faremo insieme tantissime cose: leggeremo brani divertenti e brani che ci faranno piangere, proveremo a inventare un mondo a partire da una parola, fingeremo d’essere giornalisti, astrologi, medici, avvocati… giocheremo un sacco scambiandoci di ruolo. Poi vedremo insieme anche delle cose un po’ più tecniche, alcuni capisaldi imprescindibili da conoscere per forza prima di iniziare un qualsivoglia esperimento letterario. Ma quello che conta di più è che ci divertiremo tantissimo: passeremo due ore alla settimana concedendoci il lusso di giocare.

Ti ho convinto? Vuoi venire a giocare con noi?

Il corso inizia a settembre e si svolgerà presso gli uffici Growell, in via Caio Mario 14 A, Roma (Metro A Ottaviano). Gli incontri si svolgeranno alla sera dalle 19 alle 22 oppure dalle 15 alle 17, una volta alla settimana per sei settimane. I posti sono limitati, le classi non supereranno le 8 persone. Il corso è aperto a tutti, dai 10 ai centomila milioni di anni.

Per iscriverti o per chiedere informazioni, manda un WhatsApp al numero 392/3874497.

Spero di vederti presto!

Le dimensioni non sono così determinanti come credi, almeno per quanto riguarda Facebook

Se avete aperto una pagina Facebook della vostra attività e volete iniziare a farvi conoscere attraverso questo social, dovete assolutamente leggere qui prima che vi prendiate un’accantonata.

Una pagina Facebook oramai la hanno tutte le attività: che si tratti della macelleria di Gianni oppure della grandissima multinazionale di bibita marrone super gassata, una pagina Facebook sembra diventato qualcosa di fondamentale. Be’, lo è solo se siete in grado di utilizzarla bene.

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La preoccupazione primaria di chiunque non abbia la minima idea di come funzioni Facebook per le aziende è la seguente: VOGLIO TANTI LIKE, LI VOGLIO ADESSO SUBITO, AFFINCHÉ TUTTI VEDANO QUANTO CE L’HO GROSSO E NON MI CREDANO UNO SFIGATO. Bene, bravo sfigato, perché così investirai nel modo sbagliato sia soldi che tempo. Farai infatti una pessima figura se la tua pagina vanterà un numero enorme di like e poi sui post ne potrai contare una decina nei casi più fortunati. Più che altro, chiunque se ne intenda un minimo perché magari si informa sui siti autorevoli come Veronica Gentili, capirà che non vi siete circondati di potenziali clienti profilati, ma di gente a caso che non vi darà mai alcun riscontro.

Facciamo un esempio immediato, quello che i professori fanno subito agli studenti che si preparano per la professione di social media manager: se vi fosse data la possibilità di riempire una stanza a posti limitati con delle persone per presentare il vostro nuovo prodotto in commercio, riempireste questa stanza di gente a caso pur di fare numero oppure andreste ad invitare quelle persone che per età, professione, sesso, estrazione sociale, abitudini, eccetera possono essere interessate all’acquisto del vostro prodotto? Ecco, perfetto. Ora che sappiamo la risposta a questa domanda vi faccio un megaspoiler: Facebook ha una portata organica (quella gratuita) davvero minima, quindi farà vedere il vostro post ad un numero limitatissimo di persone tra quelli che hanno scelto di mettere un like alla vostra pagina. Cosa vuol dire? Diciamo che avete 100 follower, Facebook farà vedere gratuitamente il vostro contenuto solo a 15 persone tra questi. Ma se questi 15 sono soggetti totalmente disinteressati al vostro prodotto, cosa avete concluso? Niente, il vostro post finirà ben presto nel dimenticatoio.

“Sì, ma mio cugino ha fatto una pagina che parla di quanto è stupido un politico e senza metterci una lira ha tirato su dodici trilioni di like in meno di mezz’ora” Sì, ma tuo cugino non vende niente e soprattutto lì si apre il discorso dei contenuti virali. Lascia perdere, torna sulla terra.

Quindi, torniamo al nostro esempio. Poniamo il caso che invece la vostra pagina raccolga like di potenziali clienti profilati da qualcuno che sa cosa sia una targetizzazione, quindi tornando al caso in cui i nostri follower totali siano 100, ma siano 100 persone potenzialmente interessate al nostro prodotto: cosa accadrebbe di diverso? Probabilmente quel contenuto fatto vedere solo a 15 di loro avrà un numero più alto di interazione arrivando a sbloccare un gradino successivo della portata organica. Sarà perciò mostrato ad un altro po’ di follower, i quali saranno a loro volta potenziali clienti e così via. Il contenuto, quindi, verrà mostrato a chi effettivamente è interessato a quel contenuto e riceverà like, commenti, cuori, faccine sorridenti e via dicendo. Verrà magari condiviso con altre persone potenzialmente interessate e probabilmente vi arriveranno nuovi like di persone interessate alla vostra attività commerciale.

Non vi serve a nulla avere un numero elevato di like nella vostra pagina, se questo numero di like sono di persone che non rispondono in alcuna maniera al vostro cliente tipo. Non solo, la cosa potrebbe ritorcersi contro di voi, come se vi metteste a vendere pane fresco in una clinica per persone allergiche alla farina. La stessa identica cosa.

Non abbiate paura se la vostra pagina conta meno di 1000 like se poi quando pubblicate un contenuto collezionate sempre 20/30 interazioni con esso senza spendere un euro: significa che state pubblicando contenuti interessanti e che con due spicci (davvero due!) e con una buona profilazione del cliente tipo potrete avere una portata a pagamento davvero influente, la quale vi porterà più facilmente alla conversione in acquisto.

Le vere figuracce si fanno quando le pagine che hanno 2000 like riescono a racimolare come portata organica 2/3 interazioni con il pubblico (che siano commenti o like).

“Sì, ma allora come faccio a farmi notare?” Caro amico, se vuoi farti notare e il tuo intento è vendere qualcosa è meglio che tu ti faccia consigliare da dei professionisti, esattamente come faresti nel caso in cui volessi mettere il tuo marchio in una pagina pubblicitaria di un quotidiano a tiratura nazionale. Dopotutto, pensandoci bene, se vi fosse data la possibilità di girare uno spot televisivo probabilmente vi affidereste ad addetti ai lavori, quindi perché fare le cose a caso (o peggio ancora con persone che non sanno di che stanno parlando, pagandole pure) quando si tratta di comunicazione pubblicitaria sui social network? Il fatto che sia accessibile a tutti non significa che tutti abbiano le competenze per farlo.

Se invece state facendo esperienza di blogging, se di fatto non avete in mano alcun prodotto da vendere, ma quello che vi interessa è raccontarvi e offrire contenuti interessanti il discorso è parzialmente differente, ma lo affronteremo in un altro momento.

Spero di esservi stata utile, in caso abbiate domande scrivetemi pure. In caso vogliate condividere le vostre esperienze sappiate che potrebbe uscirne qualcosa di interessante!

Vicky Cristina Barcelona, in due è amore in tre è una festa

Scritto da Fidanzato Claudio.

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Bentornati nella nostra rubrica settimanale di cinema, che non segue alcun filo logico e che non ha alcun motivo di esistere! Quindi, settimana scorsa abbiamo parlato di Perfetti Sconosciuti di Paolo Genovese e quindi è naturale arrivare a parlare di Vicky Cristina Barcelona, di Woody Allen. Questo perché? Perché gatta che ci cova aveva voglia di vederlo, e su Netflix c’è.

vickycristinabarcelona_1È il 2008, Woody Allen è nel pieno di una nuova fase della sua filmografia, una fase che lo ha visto raggiungere un nuovo successo mondiale dopo gli indimenticabili capolavori degli anni Settanta e Ottanta (fatta eccezione per To Rome With Love, ma tutti possono sbagliare, no?).

La trama è ambientata in Spagna, precisamente a Barcellona, dove Vicky e Cristina – due turbognocche americane (Rebecca Hall e Scarlett Johansson, mica bruscolini) – vanno a fare una vacanza studio, ma lì conoscono Javier Bardem (cioè Juan Antonio) che le convince ad andare in un paesino e fare le cose zozze a tre; vi faccio il mega spoiler: non ci riesce da una parte perché Cristina si sente male la sera stessa, e dall’altra Vicky si sta per sposare e quindi, mezzo niente di fatto. Passa un po’ di tempo, Juan e Cristina si mettono insieme; ma visto che a Javier Bardem piace complicarsi la vita, si porta a casa la ex moglie e iniziano un triangolo. Immaginatevi il povero Javier che si deve dividere tra la Johansson e Penelope Crùz. Povera anima. Come al solito, non vi svelo coma va a finire, anche se stavolta ne soffro un po’.

vickycristinabarcelona_2Capisco che raccontata così sembra un porno, ma in realtà è una commedia molto carina, con la capacità di descrivere con smaliziata ironia e romanticismo i turbamenti amorosi delle protagoniste, con un gusto che a me ha ricordato molto l’Allen del periodo di Manhattan.
Bravissimi tutti gli attori, dal caotico e sensuale Javier Bardem all’artistica e un po’ svampita Johansson, passando per una Rebecca Hall divisa tra doveri coniugali e il fascino dell’istinto, per arrivare a una Penelope Cruz che con un personaggio a metà strada tra genio e follia (e non per modo di dire, ha provato ad accoltellare il marito) la cui interpretazione le ha valso l’Oscar come Migliore Attrice Non Protagonista.

ed9dcfde-1434-436e-8de6-6579e4f2cb20--5684044577_3e7b13d8b3Un film delicato, a tratti sensuale ma spensierato nel raccontare storie d’amore e tradimenti che si intrecciano e strecciano con la tranquillità e la compiacenza di un occhio benevolo; purché si segua il proprio cuore, verrebbe da dire, ma la bellezza del film sta anche nel non giudicare chi decide di fare altrimenti.

 

 

Messaggi vocali e come risolverli

(scritto da fidanzato Claudio)

Vi è mai capitato di trovarsi in una situazione in cui proprio non potete ascoltare un messaggio vocale di WhatsApp? Che ne so, siete al cinema, a tetro, o magari proprio non avete voglia di sentire la voce stridula di quel vostro amico che tutti ben conoscete? O magari, ancora, come accade spessissimo a me, essere impegnati in una missione segretissima per conto del Presidente, ed è proprio poco professionale farsi catturare in territorio nemico, scoperti a causa di quella dannata nota vocale WhatsApp.

Aggravato da questo annoso problema, mi sono messo un po’ a spulciare in giro per la rete, e sono arrivato a scoprire una cosa interessantissima, che con molta probabilità potrebbe risolvere i miei, come i vostri, problemi. Non tutti ovviamente, sto sempre parlando di WhatsApp e delle sue note vocali.

18519961_511947649196550_1226310556867923440_nEbbene, su FocusTech ho trovato un articolo molto interessante (che rimanda a un altro articolo di una testata locale, Bergamonews) in cui si racconta il prode lavoro di un gruppo di italici eroi, la Becreatives, che ha realizzato una simpatica app, Speechless, in grado di convertire in testo le note vocali WhatsApp senza il bisogno di aprirle.

Naturalmente, la prima cosa che ho fatto è stato andare sul mio Play Store (ho un telefono Android, ma non dirò che marca, almeno finché la Samsung non mi darà milioni e milioni di petrodollari per dirlo) e ho scaricato l’applicazione. So per certo che funziona anche su Apple Store.
Non ho riscontrato alcun problema né con il download né con l’installazione, che è filata liscia e senza intoppi. A quel punto, non restava che far la prova con la gatta che ci cova, sempre disposta a sostenermi nei momenti più difficili del progresso tecnologico di casa nostra (non è andata proprio così ma quasi):

16265660_433544083703574_4239376841392805991_nIo:“Amore, mi mandi un vocale su WhatsApp?”
Lei:“Ma se sto qui accanto a te!”
Io:“Amore, non puoi mandarmi un vocale?”
[Mi invia un vocale di un secondo. UNO.]
Io:“Ma tesoro, devo fare una prova, non puoi mandarmi un vocale dei tuoi?” (È necessario spiegare che, normalmente, la donna dietro Qui la gatta ci cova è solita mandare messaggi vocali di dieci minuti, tutti spezzettati in micromessaggi vocali di un minuto, perché non è in grado di tenere il dito premuto sul pulsantino del microfono di WhatsApp). Lei: [Preme il pulsante del microfono] “Un vocale dei miei”

WhatsApp_chattingAvrei potuto far finire questo simpatico esperimento in tragedia e invece no, sono stato molto accorto e mi sono accontentato di quanto ottenuto. Non ho dovuto far altro che tenere premuta la nuvoletta con il messaggio vocale, senza farla partire, e selezionare “Condividi”; a quel punto, tra le varie possibilità di condivisione c’è anche l’applicazione Speechless, l’ho selezionata; mi chiede di scegliere la lingua tra dieci disponibili, seleziono Italiano, anche perché non c’era il gattese, unica lingua parlata dal mostro che volente o nolente mi gira per casa; a quel punto aspetto pochi secondi di elaborazione, e avviene la conversione dall’audio che non ho nemmeno sentito al testo.

Ne sono rimasto molto soddisfatto, ovviamente la versione gratuita permette di convertire messaggi vocali della durata massima di venti secondi, ma pagando poco più di due euro, si ha la possibilità di ottenere il Premium, sbloccando la durata illimitata.

E poi, volete mettere rispetto a non dover sentire più quegli interminabili messaggi pieni di “ehm…” “volevo dire….” “mi sono scordato…”?

Perfetti sconosciuti: quando un’idea di merda scappa di mano

“Perché se vuoi bene a una persona la proteggi, da tutto”

– SPOILER FREE –

Perfetti Sconosciuti
Regia di Paolo Genovese
Sceneggiatura di Paolo Genovese, Filippo Bologna, Paolo Costella, Paola Mammini e Rolando Ravello

Perfetti Sconosciuti è uscito da un anno, e visto che io sono uno sempre sul pezzo l’ho visto insieme alla gatta che ci cova non più di due settimane fa.
Ora, dopo che il film ha vinto premi a carriole – 2 David di Donatello, 3 Nastri d’Argento, 1 Globo d’Oro e 4 Ciak d’Oro per citarne qualcuno – sarebbe molto divertente parlarne male. Tuttavia, per citare Dario Argento a proposito di Rosemary’s Baby a Trastevere (è un’altra storia che forse racconteremo): “è un film…bello”.
Da qui faccio una solenne promessa: cercherò di evitare tecnicismi e sproloqui noiosi, anche se la tentazione di riempirvi di paroloni che ho studiato all’università è forte.

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La trama è relativamente semplice: un gruppo di vecchi amici organizza una cena per godersi tutti insieme un’eclissi totale di luna in allegria e spensieratezza. Avete presente quando in una comitiva, dopo qualche bicchiere di vino, il creativo della combriccola se ne esce con un’idea particolarmente geniale? Quell’idea che normalmente viene smontata dagli amici più assennati, o più sobri? Tipo quella volta che volevo…altra storia. Comunque, l’idea geniale della serata è mettere i cellulari sul tavolo, e per tutta la durata della serata, condividere con il resto del gruppo tutto quello che si riceve: messaggi, whatsapp, chiamate…bell’idea di merda. E tutti accettano. Inutile dire che la cosa scappa rapidamente di mano. Molto rapidamente.

I personaggi. Un gruppo di amici, tutti più o meno intorno alla quarantina, chi più chi meno. I padroni di casa sono una coppia di ricchi borghesi, Eva (Kasia Smutniak) e Rocco (Marco Giallini), in crisi matrimoniale -chirurgo plastico lui e psicanalista lei- e con una figlia adolescente che parla unicamente con il padre. Alla cena prendono parte Cosimo (Edoardo Leo) e Bianca (Alba Rohrwacher), che si sono appena sposati e sembrano un sacco carini e coccolosi; Lele (Valerio Mastrandrea) e Carlotta (Anna Foglietta) sono invece una coppia ormai consolidata e senza granché da dirsi; infine Peppe (Giuseppe Battiston) è un’insegnante di educazione fisica, recentemente licenziato, dice, per i suoi chili di troppo.

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L’impostazione del lungometraggio è, con dovute eccezioni che non vi svelo, tanto lineare da sembrare alle volte una pièce teatrale, i personaggi si avvicendano nelle battute trovandosi quasi sempre tutti insieme, in un rispetto dell’unità di luogo e di tempo che secondo me contribuisce a un’atmosfera claustrofobica, una situazione nella quale ci si è andati a chiudere come in una gabbia, e dalla quale non si può più uscire fino a che tutti gli equilibri siano rotti, tutti i legami spezzati, senza possibilità di recupero. Una nota importante, però, che ho visto sempre messa in secondo piano -lo sto facendo anche io, maledetto me!- è la commedia, la battuta spiazzante e folgorante che riesce a generare una sincera risata anche nel bel mezzo del dramma.

Con il senno di poi, ora che rileggo quanto sto scrivendo, mi rendo conto della quantità di micce accese, di bombe pronte ad esplodere, che sono presentate già dai primi minuti del film: si tratta però di questioni più o meno piccole, talmente quotidiane, comuni, da non lasciarne immaginare il potenziale distruttivo. E secondo me, è proprio su due binari che si muove il film: da una parte le catastrofi generate dai segreti che mano a mano vengono alla luce nel progredire della serata; ma dall’altra, come dice Rocco in una delle battute finali del film, il fatto che molti picchi di tensione sono raggiunti da cause scatenanti minime , ovvero omissioni che nemmeno riescono ad arrivare al rango di segreti. Quelle cose che non diciamo, pur senza nascondere i grandi tradimenti, anche solo perché non è il momento adatto, o perché non vogliamo rovinare una situazione per qualcosa di tanto insignificante. Tipo quella volta che avete mangiato la marmellata di nascosto, per intenderci, e non lo avete detto alla vostra dolce metà.

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Il discorso, secondo me, non è tanto il fatto che all’interno del gruppo ci siano dei segreti, alcuni molto gravi e altri quasi risibili, quanto pensare che forzare tutti a una verità incontrollata, una sincerità senza mediazione, diventa molto più dannoso perché non concede quella protezione che concediamo a noi stessi, o a chi ci è più caro e vicino, con il nostro continuo centellinare, omettere o velare la realtà.
Oppure, siamo tutti degli stronzi perché non siamo più in grado di essere sinceri nemmeno con il nostro partner o con i nostri amici di una vita. Legittimo. O magari è meglio che certi giochi non si facciano, perché l’illusione della felicità è felicità autentica e finché l’occhio non vede il cuore non duole?

Concludendo, la gatta che ci cova voleva scrivessi una recensione, ma a un anno dall’uscita e dalle mega premiazioni, vi basterebbe fare una ricerca su google per trovare articoli di autori molto più autorevoli di me. Così vi ammorbo con un po’ di considerazioni personalissime, e spero che voi impavidi lettori che siete arrivati fin qui contribuiate con le vostre.

Fidanzato Claudio

Mia mamma non sa ancora quale sia la mia professione

Qui vi spiegherò come funziona l’algoritmo di Facebook mentre proverò a convincere mia madre che non sono una mendicante, ma una libera professionista.

Una delle domande che tutti mi fanno appena scoprono il mio lavoro è: SVELAMI IL TERZO SEGRETO DI FATIMA, TI PREGO! Dove per “terzo segreto di Fatima” si intende il temibile algoritmo di Facebook che tanto penalizza le pagine aziendali. Mamma, ti prego, leggi con attenzione perché sto per spiegare quale sia la mia professione!

Allora, prima di tutto mettiamoci il cuore in pace e facciamocene una ragione: Facebook per le aziende NON È AFFATTO GRATIS quindi tocca rassegnarsi. D’altra parte come potrebbe esserlo se il prodotto “in vendita” siamo proprio noi utenti? Mi spiego meglio altrimenti partono i complottisti e poi succede un casino: se state usando gratuitamente un servizio on line molto probabilmente voi siete il prodotto. Ed è proprio così su Facebook, noi utenti con i profili personali siamo la merce in vendita su Facebook. Mettetela come vi pare, piangete pure in cinese, ma quando un privato sponsorizza la pagina della sua azienda sta comprando visibilità e la visibilità riguarda gli schermi dei vostri smartphone, dei vostri computer e così via. Non è un complotto, Facebook è una società quotata in borsa, non la Caritas. Detto ciò, adesso vi svelo a grandissime linee il terzo segreto di Fatima, sperando di non dire scemenze visto che comunque un conto è saperlo e un conto è spiegarlo ed io, in tutta sincerità, sono un’operativa non una docente.

Prima cosa importantissima che dovete sapere: l’algoritmo ha una funzione primaria, una missione fondamentale ed imprescindibile, questo calcolo complesso deve assolutamente propinare all’utente il contenuto giusto, ovvero quello che vuole ritrovarsi nella home. Facebook deve piacere all’utente, altrimenti non vi verrebbe sempre voglia di aprirlo e controllare. Quindi ogni sacrosanta volta che voi mettete il pollice sulla F bianca della vostra home ed entrate nell’applicazione demoniaca sappiate che si mette in moto una macchina sofisticatissima che ragiona in questo modo. Statemi bene a sentire.

  1. Facebook fa prima di tutto un inventario rapidissimo di tutto quello che è stato pubblicato in vostra assenza, catalogando rapidamente tutti i contenuti che sono stati creati dalle pagine e dai profili che seguite.
  2. Poi, mentre la rotellina gira e voi attendete che si carichi la home, Facebook valuta e studia i segnali in base ai quali inizia a valutare a cosa potresti essere interessato. Valuta quindi chi ha postato la storia, quando lo ha fatto, che tipologia di post è (video, immagine, link) e via dicendo.
  3. A questo punto non resta che tirare ad indovinare anche se tutti sappiamo che non si tratta di previsioni magiche, ma di calcoli matematici piuttosto precisi. In base ai segnali Facebook fa una vera e propria previsione e decide se una cosa potrebbe o non potrebbe piacerti, eliminando quasi completamente ciò che lui non ritiene di tuo interesse.
  4. Assegna alla fine un punteggio per darti così la tua attesissima home, ogni post riceve un punteggio che lo posiziona più o meno in alto nello scorrimento e tu – sempre secondo l’algoritmo – dovresti trovare in cima tutte le cose che ti piacciono di più.

Questo, quindi, è quello che volete sempre sapere. E adesso cosa avete risolto? Niente. Non basta conoscere le regole base dell’algoritmo per poterlo domare e sfruttare a proprio vantaggio. Sarebbe comodo, ma non funziona così. Mamma, adesso cominci a capire che lavoro faccio? No, va bene, calma, adesso vado avanti e ti spiego meglio. 

La seconda domanda che mi viene fatta successivamente a questa è: “Sì, tutto molto bello, ma io come faccio a far volare la pagina della mia attività?” E la mia risposta, purtroppo, rimane sempre la stessa: pianificando un piano editoriale di interesse, profilando al massimo il proprio cliente ideale e alla fine pagando Facebook affinché ti dia visibilità alle persone da te indicate nella targetizzazione. E questo, tocca dirlo, non è un mestiere facilissimo e soprattutto non può essere improvvisato, l’improvvisazione infatti vi porta a spendere un mucchio di soldi senza ottenere risultati. Ed è qui che intervengono i professionisti che si fanno un mazzo tanto per rimanere a passo con i fulminei tempi di internet, quelli che mangiano pane e wifi tutti i giorni, quelli che dalla mattina alla sera passano il loro tempo a capire cosa voglia realmente la gente. Bel lavoro vero? Ecco, io faccio questo all’interno della società Growell.

Comunque sia, non sono stata esaustiva e non potrei assolutamente esserlo in questa sede, un po’ perché io da sola valgo poco, un po’ perché si tratta davvero di un lavoro che richiede tempo, dedizione e pazienza (enormi dosi di pazienza, ad essere precisi). Io da sola non vi posso aiutare, posso rispondere a qualche curiosità al massimo e posso spiegarvi alcuni trucchetti che sulle brevi distanze funzionano, ma per ottenere realmente risultati concreti e di successo c’è bisogno di una squadra che sia composta da diverse professionalità, ecco perché in Growell siamo in tanti.

Detto ciò io spero che mamma abbia capito un pochino il mio mestiere, ma allo stesso tempo spero di aver fatto risparmiare qualche centinaia di euro a qualcuno che in maniera molto incauta sponsorizza i post della propria pagina senza un concreto lavoro di targettizzazione alle spalle. La prossima volta, in caso a qualcuno interessasse, vi spiegherò anche perché il numero dei followers non è così determinate come sembra e l’acquisto di seguaci randomici “tanto per fare numero” non è mai una buona idea. Voi dovete arrivare alle persone interessate alla vostra comunicazione, non ad una massa indefinita di gente che non sarà mai un vostro cliente. Ma ne parleremo un’altra volta, adesso sono stanchissima e me ne vado a dormire!

 

San Silvestro, un drago e la Metro C: cronache d’altri tempi

Quando scopro una leggenda, magari mi viene raccontata da qualcuno oppure la origlio in un discussione tra due perfetti sconosciuti sui mezzi pubblici, mi viene sempre una gran voglia di ficcarci il naso fino in fondo. Non mi basta la narrazione della vicenda, io voglio sapere tutto: cosa ci sta prima, cosa ci sta durante, cosa ci sta dopo e pure cosa si potrebbe trovare tutt’intorno. I fatti non mi bastano, io l’avventura la voglio vivere. In questo specifico caso c’è da dire che non ci siamo risparmiati proprio niente, siamo saliti in barca e ci siamo lasciati trasportare da tutto ciò che stanavamo durante il nostro percorso, finendo poi per trovare collegamenti – totalmente arbitrari – persino con altre leggende. A tal proposito ci tengo a specificare una cosa: noi stiamo semplicemente raccontando una storia, non abbiamo alcuna pretesa di autorità scientifica o di scienza infusa. Ci siamo semplicemente lasciati suggestionare da un’idea, da un pensiero, dall’avventura stessa e ci siamo altrettanto lasciati trasportare dalla magia di una leggenda che affonda il suo incipit in Grecia per poi affondare del tutto accanto al futuro capolinea della Metro C. Cosa c’entra la Metro C? Poi vedremo.

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Era il 293 a.C e a Roma c’era la peste; così, per ottenere la guarigione, una delegazione romana decise di partire per mare e raggiungere il santuario di Asclepio ad Epidauro, in Grecia. Ottenuto il responso favorevole della sibilla, i romani tornarono a Roma, ma una volta attraccati all’isola tiberina un grosso serpente uscì dalla stiva della nave, inabissandosi in un canneto lungo il fiume Tevere. Era chiaramente una delle bestie sacre di Asclepio, venuta ad abitare il nuovo tempio che di lì a poco sarebbe sorto proprio dove il serpente si era nascosto, e proprio dove zampillava una fontana dai miracolosi poteri di guarigione.

IMG_4500La nostra avventura quindi parte proprio da lì, dall’isola tiberina, dove oggi troviamo la chiesa dei Nuovi Martiri, intitolata precedentemente a San Bartolomeo, proprio davanti all’Ospedale Fatebenefratelli. Una delle primissime cose che ci colpisce è il fatto che nonostante i secoli, all’isola sia rimasta una connotazione precisa, ovvero quella della guarigione. Infatti sorgono lì due ospedali, uno più famoso già citato e l’ospedale israelitico. Quindi, cosa dovevamo cercare? La fontana, la sorgente di quest’acqua miracolosa e per trovarla ci affidiamo a qualcuno che sembra saperla lunga: entriamo dunque nella chiesa di San Bartolomeo. No, non chiediamo al Santo, quello riposa in pace sull’altare, in un bellissimo sarcofago di granito. Dopo una visita alla chiesa, dove sono esposte una serie di reliquie di martiri moderni, andiamo a bussare alla porta della custode, Francesca (della comunità di Sant’Egidio), la quale diventa l’eroina della nostra caccia al drago. Sorride divertita quando le chiediamo di mostrarci il pozzo, la sorgente (non sapevamo nemmeno noi come chiamarla) e ci conduce innanzi all’altare dove ci prende una sincope. Insomma, stare in coppia al termine di una navata centrale di una chiesa mette un filo d’ansia eh.

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Ci mostra quindi ciò che stavamo cercando: la fonte dell’acqua miracolosa. Ci racconta anche, con santissima pazienza, tutta la storia della chiesa, dall’anno 1000 in poi, fino a quando – nel 1993 – il Papa non decise di affidarne le cure alla Comunità di Sant’Egidio, chiedendo che la chiesa fosse utilizzata per il ricordo e la celebrazione dei nuovi martiri. Ci racconta un sacco di vicende interessanti, ma allo stesso tempo illumina anche i nostri passi nella ricerca del drago. Ci conferma infatti che l’isola mantiene un sacco questa connotazione della cura del malato, tant’è che la chiesa stessa viene proprio percepita come un polo fondamentale per la preghiera indirizzata a questo genere di problematiche.

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Le chiediamo se per caso San Bartolomeo avesse qualche capacità taumaturgica, ma lei non sembra ricordare nulla del genere, ammettendo comunque di poterlo scordare al momento della domanda. Quindi, indipendentemente dal santo che ad oggi riposa in quella basilica minore (ricordiamo che si tratta comunque di San Bartolomeo apostolo, quindi uno dei dodici best friends di Gesù Cristo), la chiesa rimane con una traccia pagana, poiché sorge lì dove una volta il Tempio di Esculapio ovvero il dio della medicina. Facciamo comunque una riflessione, sapendo che Bartolomeo fu martirizzato con la scuoiatura della pelle, e non ci risulta così casuale il fatto che la peste sia una delle malattia che più di tutte si manifesta sull’epidermide. San Bartolomeo apostolo è infatti molto invocato in caso di pruriti, dermatiti e fastidi vari sulla pelle.

 

IMG_4499Ma la nostra Francesca ha ancora un asso nella manica ed è prontissima a mandarci ancor di più nel delirio dell’eccitazione per le nostre scoperte: sulla prua dell’isola c’è scolpito il serpente che stiamo cercando, ovvero quello che dalla Grecia arrivò a Roma per abitare – a diritto – il tempio di Esculapio. Ci salutiamo con la promessa di risentirci prestissimo, la prossima volta ci farà vedere i resti della chiesa antica a patto che riusciamo in qualche modo ad accordarci per un appuntamento (giustamente necessita anche lei di un preavviso). Ci raccomanda di non farci vedere scendere là sotto dai tizi del cinema all’aperto e benedice la nostra missione sotto agli occhi dell’Altissimo. Così, in versione ninja – con tanto di avvistamenti e studi precisi sugli spostamenti del nemico – ci intrufoliamo per le scale e arriviamo davanti al nostro serpente dove scattiamo un paio di fotografie. (Come sono andate veramente le cose: non ci si è filato nessuno, abbiamo scattato le foto e ci siamo fatti tutti i nostri discorsi con estrema calma, la salita e la discesa sono state una passeggiata di piacere sotto la luce del sole.)

Passavano gli anni, e del serpente sacro di Asclepio non si aveva più nessuna traccia; tuttavia sull’isola tiberina, dopo che la peste smise di attanagliare la popolazione, si continuavano a portare gli ammalati, perché potessero essere guariti.

Dopo molti secoli Roma era diventata grande, il centro di un Impero che si stendeva dalle coste della Lusitania alla Partia, dalla Caledonia alla Nubia e un nuovo Dio era arrivato a Roma, aveva sconfitto le armate pagane a Ponte Milvio, e guarito l’imperatore Costantino dalla lebbra, con l’intercessione di Silvestro, Vescovo di Roma. Gli antichi Dèi furono presto sopraffatti, e lo stesso serpente di Asclepio, spodestato del suo ruolo taumaturgico, risalì silenziosamente il Tevere, trovò rifugio nella Cloaca Maxima, e da lì ripiegò al Palatino lungo le fognature, in una grotta sotto terra tra i sacerdoti del Tempio dei Dioscuri, e le Vestali del Tempio che in segreto lo nutrivano con le loro offerte.

IMG_4501Arrivati a questo punto toccava assolutamente vedere l’imbocco e lo sbocco del viaggio del serpente dall’isola tiberina ai fori imperiali. Niente di più semplice, infatti abbiamo trovato subitissimo la Cloaca Maxima (che se è maxima un motivo ci sarà, infatti è bella grande e si vede bene senza essere necessariamente Indiana Jones). Abbiamo quindi fatto la foto che vedete a sinistra per mostrarvi il punto in cui il serpente ha deciso di infilarsi per trovare rifugio. Lì adesso ci sono solo piante e sorci, un posto molto fatiscente che a causa della povertà  viene anche chiamato casa.  Vediamo infatti una camera da letto allestita proprio sulla parte alta, ma riteniamo non sia rispettoso fotografarla e quindi ci siamo limitati alla parte che ci interessa. Risalendo quindi il condotto fognario, il nostro drago sarebbe arrivato ai Fori Imperiali, sì ma da dove è uscito? E qui arriva il punto della storia dove siamo stati letteralmente salassati economicamente.

IMG_4435.JPGLa verità è che ieri faceva un sacco caldo e più di una volta ho rischiato di finire lunga distesa nonostante il pranzo indiano che ci siamo concessi in precedenza. Del pranzo vi mostro la diapositiva a destra. Camminando, camminando decidiamo quindi di fermarci in un bar dove sembrano avere della granita e ci dissetiamo. Lo scherzo ci costa ben 7 euro, comprensivi di bicchiere di ghiaccio con due gocce di succo d’arancia e un sorso di tè San Benedetto. Li mortacci loro, sì. Incassato il furto e non contenti di esser stati derubati, ci appropinquiamo all’ingresso dei Fori dove ci tocca sborsare altri 20 euro per entrare insieme. E niente, ci mettiamo una mano sul cuore e l’altra sul portafoglio, finendo per pagare l’obolo alla soprintendenza dei beni culturali di Roma. Entriamo quindi vittoriosi nell’area protetta dei fori e iniziamo la ricerca del collegamento con la Cloaca Maxima. Lì, tra turisti indisciplinati e guide multilingue arriviamo ad un altro tassello della nostra storia.

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Questo che vedete a sinistra è ciò che stavamo cercando, ovvero il Sacello di Venere Cloacina. Il basamento circolare è posto sopra una costruzione di tufo che scende nel sottosuolo ed è situata nel punto in cui la Coaca Maxima entra nel Foro. Si tratta del sacello dedicato a Venere Cloacina e contenete due statue con i simboli di Venere. Decidiamo, del tutto arbitrariamente che questo deve essere necessariamente il punto d’uscita del nostro serpente, anche perché si trova abbastanza vicino al tempio dei Dioscuri e a quello di Vesta, fotografati e riportati qui in basso. (A sinistra Vesta, a destra i Discouri, dietro invece abbiamo la chiesa di Santa Maria Antiqua)

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Tuttavia, una creatura antica seicento anni non è facile da tenere quieta, e con l’espandersi della Parola del Cristo Risorto non ha altra scelta che ricordare ai pontefici e all’Imperatore la potenza del Pantheon che sta rapidamente scivolando nell’oblio. E a Costantino arrivano le voci terrorizzate di un enorme rettile, un drago, che ogni giorno miete trecento vittime. Silvestro conosce bene la battaglia che sta per avere luogo e si offre di sconfiggere il drago, in cambio della conversione dei pontefici pagani. Guidato dai Santi Pietro e Paolo, Silvestro scese nella grotta, e con un filo della sua veste chiuse le fauci del drago, condannandolo a restare con quel cappio fino al giorno del giudizio. Uscito dalla grotta, ne sigillò l’entrata e fece edificare sulla sua tana una chiesa, Santa Maria Liberatrice, oggi conosciuta come Santa Maria Antiqua.

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Ecco qui la conclusione della nostra avventura, la chiesa di Santa Maria Antiqua, ad oggi chiusa per lavori di restauro. Arriviamo quindi al punto in cui vive ancora oggi il nostro drago, lì sotto proprio dove noi abbiamo scattato questa fotografia. Così, mentre milioni e milioni di turisti camminano indisturbati, tra le viscere della terra ancora s’aggira un drago ammutolito e vinto da San Silvestro, questo mostro sta lì e aspetta il giorno del giudizio il quale non si sa bene quando arriverà.

Cosa c’entra tutto questo con la Metro C? Bé, chi vive a Roma sa perfettamente che quella metro dovrebbe allacciarsi lì alla linea B, circa. Nostro sospetto (fondatissimo a questo punto) è che la giunta Raggi sappia perfettamente di questo piccolo inconveniente e stia temporeggiando per trovare una soluzione. Così, mentre zia Virginia decide se portare il Drago al Bioparco oppure fare la vaga e nascondere l’eventuale morte violenta di centinaia di operai, noi vi consigliamo di camminarci piano lì attorno, sia mai che sta bestia enorme si faccia di nuovo rodere il culo e non decida di far crollare il colle Palatino. 

FINE

 

Come già specificato in testa all’articolo, qui ci siamo fatti prendere un po’ la mano dalla fantasia e dal nostro spirito avventuriero. Di cazzate ne abbiamo sparate a pacchi, ma sono quasi tutte ben collegate tra di loro. Ci siamo certamente concessi qualche licenza poetica, ma i fatti storici che abbiamo trovato – drago a parte – non fanno acqua esageratamente. Prendetela così, come una storiella da raccontare ai vostri figli grandicelli, come una leggenda dalla quale lasciarsi suggestionare, ma per l’amor di Dio che non vi venga in mente di scrivere alla Sindaca chiedendo protezione dal drago immigrato. Grazie per averci letto, scusate la lunghezza e per chiuderla alla manzoniana maniera, se vi abbiamo annoiati non s’è di certo fatto apposta! 

Fonti: (sì, abbiamo delle fonti) Actus Silvestri, Bonino Mombrizio e Simone Petrelli nell’articolo linkato.

 

Ristorante Konnichi Wa, qualità ed eleganza a Ottaviano

Chi mi segue su Facebook sa perfettamente che domenica 2 luglio sono stata invitata, con mia enorme sorpresa, a partecipare ad una Social Dinner per blogger romani. Ed è stato subito panico, visto che di tutto posso scrivere, ma di cibo non saprei proprio cosa raccontare. Voglio dire io mangio, mangio tutto e mangio sempre, quanto potrà essere importante l’opinione di una tizia che si mangerebbe pure una sedia a patto che sia stata fritta? A quanto pare a qualcuno interessa, così anche solo per gioco, perciò perché rifiutare? Mi sono vestita, mi sono fatta truccare (benissimo) da Giulia e sono partita per la mia nuova avventura, che di avventure io sono sempre altrettanto affamata.

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Per raggiungere il Ristorante Konnichi Wa non dovete far altro che prendere la metro A e scendere alla fermata Ottaviano, da lì bastano pochi passi e sarete giunti a destinazione. Il locale è molto carino, molto elegante ed i tavoli sono organizzati abbastanza bene per far in modo che l’arredamento si distingua in modo importante dai soliti “All you can eat” in cui siamo soliti andare.

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Il Ristorante Konnichi Wa non si distingue unicamente per l’arredamento ampio ed elegante, ma riesce a farsi largo nella giungla dei ristoranti giapponesi proprio per la grande capacità di saper stupire con piatti di buonissima qualità, originali e sempre nuovi. Questo, ci viene spiegato dal direttore, fa parte della filosofia del ristorante stesso: un buon sushi alla portata di tutti, senza rinunciare al gusto e alla creatività.

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Il direttore ci ha fatto assaggiare di tutto, premurandosi di accontentarci anche con vari bis e bicchieri di vino adatti alle pietanze servite. La professionalità e la gentilezza dello staff completa un quadro assolutamente positivo, lasciando quindi il ricordo di una piacevolissima serata all’insegna della condivisione e del divertimento.

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Il Ristorante Konnichi Wa dispone anche di una sala tatami, dove è possibile assaporare in modo ancor più rotondo e completo l’atmosfera orientale. Dimenticatevi quindi la solita accozzaglia di pacchianate prive di capo e coda che vengono stipate solitamente nei locali all you can eat e lasciatevi rapire da un arredamento raffinato ed elegante, intimo e mai barocco.

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Ultima cosa, ma non meno importante, vorrei segnalare il fatto che finalmente ho trovato un ristorante giapponese in cui si mangia tanto senza uscire con la bruttissima sensazione di pesantezza che solitamente ci coglie dopo le abbuffate di sushi con gli amici. Il personale è molto attento a non mettere alcuna pressione, gli ospiti hanno tutto il tempo per assaporare, chiacchierare, ridere e scherzare senza sentirsi un timer ticchettare accanto all’orecchio. Questa, esattamente come le precedenti, non è una caratteristica da sottovalutare quando si parla di cucina giapponese a Roma.

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Per quanto riguarda invece la mia prima volta ad una Social Dinner, non posso far altro che ringraziare Maila Pistola di Femminilità e Benessere la quale ha organizzato in maniera impeccabile una serata che rimarrà nel mio cuore per sempre. Un grazie sentito anche a tutti i food blogger e fashion blogger più navigati di me, i quali mi hanno inclusa un sacco facendomi sentire parte di un gruppo di amici. Vorrei ringraziarvi uno per uno, ma invece vi inondo di baci virtuali cosicché possiate acchiapparli al volo come ci siamo rubati i piatti di sushi dalle mani per accaparrarci lo scatto migliore. Sempre in simpatia, sempre come un gioco, sempre tra mille sorrisi e risate. 

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Quindi, per venirne a capo, vi raccomando il Ristorante Konnichi Wa soprattutto per una cenetta romantica, per un momento di intimità con qualche amico oppure per una bella rimpatriata tra vecchi conoscenti. Il locale risponde infatti ad ogni esigenza, compreso il servizio di take away.