San Silvestro, un drago e la Metro C: cronache d’altri tempi

Quando scopro una leggenda, magari mi viene raccontata da qualcuno oppure la origlio in un discussione tra due perfetti sconosciuti sui mezzi pubblici, mi viene sempre una gran voglia di ficcarci il naso fino in fondo. Non mi basta la narrazione della vicenda, io voglio sapere tutto: cosa ci sta prima, cosa ci sta durante, cosa ci sta dopo e pure cosa si potrebbe trovare tutt’intorno. I fatti non mi bastano, io l’avventura la voglio vivere. In questo specifico caso c’è da dire che non ci siamo risparmiati proprio niente, siamo saliti in barca e ci siamo lasciati trasportare da tutto ciò che stanavamo durante il nostro percorso, finendo poi per trovare collegamenti – totalmente arbitrari – persino con altre leggende. A tal proposito ci tengo a specificare una cosa: noi stiamo semplicemente raccontando una storia, non abbiamo alcuna pretesa di autorità scientifica o di scienza infusa. Ci siamo semplicemente lasciati suggestionare da un’idea, da un pensiero, dall’avventura stessa e ci siamo altrettanto lasciati trasportare dalla magia di una leggenda che affonda il suo incipit in Grecia per poi affondare del tutto accanto al futuro capolinea della Metro C. Cosa c’entra la Metro C? Poi vedremo.

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Era il 293 a.C e a Roma c’era la peste; così, per ottenere la guarigione, una delegazione romana decise di partire per mare e raggiungere il santuario di Asclepio ad Epidauro, in Grecia. Ottenuto il responso favorevole della sibilla, i romani tornarono a Roma, ma una volta attraccati all’isola tiberina un grosso serpente uscì dalla stiva della nave, inabissandosi in un canneto lungo il fiume Tevere. Era chiaramente una delle bestie sacre di Asclepio, venuta ad abitare il nuovo tempio che di lì a poco sarebbe sorto proprio dove il serpente si era nascosto, e proprio dove zampillava una fontana dai miracolosi poteri di guarigione.

IMG_4500La nostra avventura quindi parte proprio da lì, dall’isola tiberina, dove oggi troviamo la chiesa dei Nuovi Martiri, intitolata precedentemente a San Bartolomeo, proprio davanti all’Ospedale Fatebenefratelli. Una delle primissime cose che ci colpisce è il fatto che nonostante i secoli, all’isola sia rimasta una connotazione precisa, ovvero quella della guarigione. Infatti sorgono lì due ospedali, uno più famoso già citato e l’ospedale israelitico. Quindi, cosa dovevamo cercare? La fontana, la sorgente di quest’acqua miracolosa e per trovarla ci affidiamo a qualcuno che sembra saperla lunga: entriamo dunque nella chiesa di San Bartolomeo. No, non chiediamo al Santo, quello riposa in pace sull’altare, in un bellissimo sarcofago di granito. Dopo una visita alla chiesa, dove sono esposte una serie di reliquie di martiri moderni, andiamo a bussare alla porta della custode, Francesca (della comunità di Sant’Egidio), la quale diventa l’eroina della nostra caccia al drago. Sorride divertita quando le chiediamo di mostrarci il pozzo, la sorgente (non sapevamo nemmeno noi come chiamarla) e ci conduce innanzi all’altare dove ci prende una sincope. Insomma, stare in coppia al termine di una navata centrale di una chiesa mette un filo d’ansia eh.

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Ci mostra quindi ciò che stavamo cercando: la fonte dell’acqua miracolosa. Ci racconta anche, con santissima pazienza, tutta la storia della chiesa, dall’anno 1000 in poi, fino a quando – nel 1993 – il Papa non decise di affidarne le cure alla Comunità di Sant’Egidio, chiedendo che la chiesa fosse utilizzata per il ricordo e la celebrazione dei nuovi martiri. Ci racconta un sacco di vicende interessanti, ma allo stesso tempo illumina anche i nostri passi nella ricerca del drago. Ci conferma infatti che l’isola mantiene un sacco questa connotazione della cura del malato, tant’è che la chiesa stessa viene proprio percepita come un polo fondamentale per la preghiera indirizzata a questo genere di problematiche.

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Le chiediamo se per caso San Bartolomeo avesse qualche capacità taumaturgica, ma lei non sembra ricordare nulla del genere, ammettendo comunque di poterlo scordare al momento della domanda. Quindi, indipendentemente dal santo che ad oggi riposa in quella basilica minore (ricordiamo che si tratta comunque di San Bartolomeo apostolo, quindi uno dei dodici best friends di Gesù Cristo), la chiesa rimane con una traccia pagana, poiché sorge lì dove una volta il Tempio di Esculapio ovvero il dio della medicina. Facciamo comunque una riflessione, sapendo che Bartolomeo fu martirizzato con la scuoiatura della pelle, e non ci risulta così casuale il fatto che la peste sia una delle malattia che più di tutte si manifesta sull’epidermide. San Bartolomeo apostolo è infatti molto invocato in caso di pruriti, dermatiti e fastidi vari sulla pelle.

 

IMG_4499Ma la nostra Francesca ha ancora un asso nella manica ed è prontissima a mandarci ancor di più nel delirio dell’eccitazione per le nostre scoperte: sulla prua dell’isola c’è scolpito il serpente che stiamo cercando, ovvero quello che dalla Grecia arrivò a Roma per abitare – a diritto – il tempio di Esculapio. Ci salutiamo con la promessa di risentirci prestissimo, la prossima volta ci farà vedere i resti della chiesa antica a patto che riusciamo in qualche modo ad accordarci per un appuntamento (giustamente necessita anche lei di un preavviso). Ci raccomanda di non farci vedere scendere là sotto dai tizi del cinema all’aperto e benedice la nostra missione sotto agli occhi dell’Altissimo. Così, in versione ninja – con tanto di avvistamenti e studi precisi sugli spostamenti del nemico – ci intrufoliamo per le scale e arriviamo davanti al nostro serpente dove scattiamo un paio di fotografie. (Come sono andate veramente le cose: non ci si è filato nessuno, abbiamo scattato le foto e ci siamo fatti tutti i nostri discorsi con estrema calma, la salita e la discesa sono state una passeggiata di piacere sotto la luce del sole.)

Passavano gli anni, e del serpente sacro di Asclepio non si aveva più nessuna traccia; tuttavia sull’isola tiberina, dopo che la peste smise di attanagliare la popolazione, si continuavano a portare gli ammalati, perché potessero essere guariti.

Dopo molti secoli Roma era diventata grande, il centro di un Impero che si stendeva dalle coste della Lusitania alla Partia, dalla Caledonia alla Nubia e un nuovo Dio era arrivato a Roma, aveva sconfitto le armate pagane a Ponte Milvio, e guarito l’imperatore Costantino dalla lebbra, con l’intercessione di Silvestro, Vescovo di Roma. Gli antichi Dèi furono presto sopraffatti, e lo stesso serpente di Asclepio, spodestato del suo ruolo taumaturgico, risalì silenziosamente il Tevere, trovò rifugio nella Cloaca Maxima, e da lì ripiegò al Palatino lungo le fognature, in una grotta sotto terra tra i sacerdoti del Tempio dei Dioscuri, e le Vestali del Tempio che in segreto lo nutrivano con le loro offerte.

IMG_4501Arrivati a questo punto toccava assolutamente vedere l’imbocco e lo sbocco del viaggio del serpente dall’isola tiberina ai fori imperiali. Niente di più semplice, infatti abbiamo trovato subitissimo la Cloaca Maxima (che se è maxima un motivo ci sarà, infatti è bella grande e si vede bene senza essere necessariamente Indiana Jones). Abbiamo quindi fatto la foto che vedete a sinistra per mostrarvi il punto in cui il serpente ha deciso di infilarsi per trovare rifugio. Lì adesso ci sono solo piante e sorci, un posto molto fatiscente che a causa della povertà  viene anche chiamato casa.  Vediamo infatti una camera da letto allestita proprio sulla parte alta, ma riteniamo non sia rispettoso fotografarla e quindi ci siamo limitati alla parte che ci interessa. Risalendo quindi il condotto fognario, il nostro drago sarebbe arrivato ai Fori Imperiali, sì ma da dove è uscito? E qui arriva il punto della storia dove siamo stati letteralmente salassati economicamente.

IMG_4435.JPGLa verità è che ieri faceva un sacco caldo e più di una volta ho rischiato di finire lunga distesa nonostante il pranzo indiano che ci siamo concessi in precedenza. Del pranzo vi mostro la diapositiva a destra. Camminando, camminando decidiamo quindi di fermarci in un bar dove sembrano avere della granita e ci dissetiamo. Lo scherzo ci costa ben 7 euro, comprensivi di bicchiere di ghiaccio con due gocce di succo d’arancia e un sorso di tè San Benedetto. Li mortacci loro, sì. Incassato il furto e non contenti di esser stati derubati, ci appropinquiamo all’ingresso dei Fori dove ci tocca sborsare altri 20 euro per entrare insieme. E niente, ci mettiamo una mano sul cuore e l’altra sul portafoglio, finendo per pagare l’obolo alla soprintendenza dei beni culturali di Roma. Entriamo quindi vittoriosi nell’area protetta dei fori e iniziamo la ricerca del collegamento con la Cloaca Maxima. Lì, tra turisti indisciplinati e guide multilingue arriviamo ad un altro tassello della nostra storia.

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Questo che vedete a sinistra è ciò che stavamo cercando, ovvero il Sacello di Venere Cloacina. Il basamento circolare è posto sopra una costruzione di tufo che scende nel sottosuolo ed è situata nel punto in cui la Coaca Maxima entra nel Foro. Si tratta del sacello dedicato a Venere Cloacina e contenete due statue con i simboli di Venere. Decidiamo, del tutto arbitrariamente che questo deve essere necessariamente il punto d’uscita del nostro serpente, anche perché si trova abbastanza vicino al tempio dei Dioscuri e a quello di Vesta, fotografati e riportati qui in basso. (A sinistra Vesta, a destra i Discouri, dietro invece abbiamo la chiesa di Santa Maria Antiqua)

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Tuttavia, una creatura antica seicento anni non è facile da tenere quieta, e con l’espandersi della Parola del Cristo Risorto non ha altra scelta che ricordare ai pontefici e all’Imperatore la potenza del Pantheon che sta rapidamente scivolando nell’oblio. E a Costantino arrivano le voci terrorizzate di un enorme rettile, un drago, che ogni giorno miete trecento vittime. Silvestro conosce bene la battaglia che sta per avere luogo e si offre di sconfiggere il drago, in cambio della conversione dei pontefici pagani. Guidato dai Santi Pietro e Paolo, Silvestro scese nella grotta, e con un filo della sua veste chiuse le fauci del drago, condannandolo a restare con quel cappio fino al giorno del giudizio. Uscito dalla grotta, ne sigillò l’entrata e fece edificare sulla sua tana una chiesa, Santa Maria Liberatrice, oggi conosciuta come Santa Maria Antiqua.

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Ecco qui la conclusione della nostra avventura, la chiesa di Santa Maria Antiqua, ad oggi chiusa per lavori di restauro. Arriviamo quindi al punto in cui vive ancora oggi il nostro drago, lì sotto proprio dove noi abbiamo scattato questa fotografia. Così, mentre milioni e milioni di turisti camminano indisturbati, tra le viscere della terra ancora s’aggira un drago ammutolito e vinto da San Silvestro, questo mostro sta lì e aspetta il giorno del giudizio il quale non si sa bene quando arriverà.

Cosa c’entra tutto questo con la Metro C? Bé, chi vive a Roma sa perfettamente che quella metro dovrebbe allacciarsi lì alla linea B, circa. Nostro sospetto (fondatissimo a questo punto) è che la giunta Raggi sappia perfettamente di questo piccolo inconveniente e stia temporeggiando per trovare una soluzione. Così, mentre zia Virginia decide se portare il Drago al Bioparco oppure fare la vaga e nascondere l’eventuale morte violenta di centinaia di operai, noi vi consigliamo di camminarci piano lì attorno, sia mai che sta bestia enorme si faccia di nuovo rodere il culo e non decida di far crollare il colle Palatino. 

FINE

 

Come già specificato in testa all’articolo, qui ci siamo fatti prendere un po’ la mano dalla fantasia e dal nostro spirito avventuriero. Di cazzate ne abbiamo sparate a pacchi, ma sono quasi tutte ben collegate tra di loro. Ci siamo certamente concessi qualche licenza poetica, ma i fatti storici che abbiamo trovato – drago a parte – non fanno acqua esageratamente. Prendetela così, come una storiella da raccontare ai vostri figli grandicelli, come una leggenda dalla quale lasciarsi suggestionare, ma per l’amor di Dio che non vi venga in mente di scrivere alla Sindaca chiedendo protezione dal drago immigrato. Grazie per averci letto, scusate la lunghezza e per chiuderla alla manzoniana maniera, se vi abbiamo annoiati non s’è di certo fatto apposta! 

Fonti: (sì, abbiamo delle fonti) Actus Silvestri, Bonino Mombrizio e Simone Petrelli nell’articolo linkato.

 

3 pensieri riguardo “San Silvestro, un drago e la Metro C: cronache d’altri tempi

  1. Non vivo a Roma da anni ma a ben pensarci chissà quante volte sono passata davanti a monumenti che non ne conoscevo la storia e forse nemmeno la loro conoscenza. Interessante questo articolo !

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