Perfetti sconosciuti: quando un’idea di merda scappa di mano

“Perché se vuoi bene a una persona la proteggi, da tutto”

– SPOILER FREE –

Perfetti Sconosciuti
Regia di Paolo Genovese
Sceneggiatura di Paolo Genovese, Filippo Bologna, Paolo Costella, Paola Mammini e Rolando Ravello

Perfetti Sconosciuti è uscito da un anno, e visto che io sono uno sempre sul pezzo l’ho visto insieme alla gatta che ci cova non più di due settimane fa.
Ora, dopo che il film ha vinto premi a carriole – 2 David di Donatello, 3 Nastri d’Argento, 1 Globo d’Oro e 4 Ciak d’Oro per citarne qualcuno – sarebbe molto divertente parlarne male. Tuttavia, per citare Dario Argento a proposito di Rosemary’s Baby a Trastevere (è un’altra storia che forse racconteremo): “è un film…bello”.
Da qui faccio una solenne promessa: cercherò di evitare tecnicismi e sproloqui noiosi, anche se la tentazione di riempirvi di paroloni che ho studiato all’università è forte.

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La trama è relativamente semplice: un gruppo di vecchi amici organizza una cena per godersi tutti insieme un’eclissi totale di luna in allegria e spensieratezza. Avete presente quando in una comitiva, dopo qualche bicchiere di vino, il creativo della combriccola se ne esce con un’idea particolarmente geniale? Quell’idea che normalmente viene smontata dagli amici più assennati, o più sobri? Tipo quella volta che volevo…altra storia. Comunque, l’idea geniale della serata è mettere i cellulari sul tavolo, e per tutta la durata della serata, condividere con il resto del gruppo tutto quello che si riceve: messaggi, whatsapp, chiamate…bell’idea di merda. E tutti accettano. Inutile dire che la cosa scappa rapidamente di mano. Molto rapidamente.

I personaggi. Un gruppo di amici, tutti più o meno intorno alla quarantina, chi più chi meno. I padroni di casa sono una coppia di ricchi borghesi, Eva (Kasia Smutniak) e Rocco (Marco Giallini), in crisi matrimoniale -chirurgo plastico lui e psicanalista lei- e con una figlia adolescente che parla unicamente con il padre. Alla cena prendono parte Cosimo (Edoardo Leo) e Bianca (Alba Rohrwacher), che si sono appena sposati e sembrano un sacco carini e coccolosi; Lele (Valerio Mastrandrea) e Carlotta (Anna Foglietta) sono invece una coppia ormai consolidata e senza granché da dirsi; infine Peppe (Giuseppe Battiston) è un’insegnante di educazione fisica, recentemente licenziato, dice, per i suoi chili di troppo.

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L’impostazione del lungometraggio è, con dovute eccezioni che non vi svelo, tanto lineare da sembrare alle volte una pièce teatrale, i personaggi si avvicendano nelle battute trovandosi quasi sempre tutti insieme, in un rispetto dell’unità di luogo e di tempo che secondo me contribuisce a un’atmosfera claustrofobica, una situazione nella quale ci si è andati a chiudere come in una gabbia, e dalla quale non si può più uscire fino a che tutti gli equilibri siano rotti, tutti i legami spezzati, senza possibilità di recupero. Una nota importante, però, che ho visto sempre messa in secondo piano -lo sto facendo anche io, maledetto me!- è la commedia, la battuta spiazzante e folgorante che riesce a generare una sincera risata anche nel bel mezzo del dramma.

Con il senno di poi, ora che rileggo quanto sto scrivendo, mi rendo conto della quantità di micce accese, di bombe pronte ad esplodere, che sono presentate già dai primi minuti del film: si tratta però di questioni più o meno piccole, talmente quotidiane, comuni, da non lasciarne immaginare il potenziale distruttivo. E secondo me, è proprio su due binari che si muove il film: da una parte le catastrofi generate dai segreti che mano a mano vengono alla luce nel progredire della serata; ma dall’altra, come dice Rocco in una delle battute finali del film, il fatto che molti picchi di tensione sono raggiunti da cause scatenanti minime , ovvero omissioni che nemmeno riescono ad arrivare al rango di segreti. Quelle cose che non diciamo, pur senza nascondere i grandi tradimenti, anche solo perché non è il momento adatto, o perché non vogliamo rovinare una situazione per qualcosa di tanto insignificante. Tipo quella volta che avete mangiato la marmellata di nascosto, per intenderci, e non lo avete detto alla vostra dolce metà.

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Il discorso, secondo me, non è tanto il fatto che all’interno del gruppo ci siano dei segreti, alcuni molto gravi e altri quasi risibili, quanto pensare che forzare tutti a una verità incontrollata, una sincerità senza mediazione, diventa molto più dannoso perché non concede quella protezione che concediamo a noi stessi, o a chi ci è più caro e vicino, con il nostro continuo centellinare, omettere o velare la realtà.
Oppure, siamo tutti degli stronzi perché non siamo più in grado di essere sinceri nemmeno con il nostro partner o con i nostri amici di una vita. Legittimo. O magari è meglio che certi giochi non si facciano, perché l’illusione della felicità è felicità autentica e finché l’occhio non vede il cuore non duole?

Concludendo, la gatta che ci cova voleva scrivessi una recensione, ma a un anno dall’uscita e dalle mega premiazioni, vi basterebbe fare una ricerca su google per trovare articoli di autori molto più autorevoli di me. Così vi ammorbo con un po’ di considerazioni personalissime, e spero che voi impavidi lettori che siete arrivati fin qui contribuiate con le vostre.

Fidanzato Claudio

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