Death Note. Peggio di così, solo Netflix

Non mi piacciono i fumetti e i cartoni animati giapponesi. L’idea di partire così con questo articolo era troppo allettante per non metterla in pratica.


“Ma si chiamano manga e anime, ignorante! E poi sono bellissimi, hanno le storie i personaggi la psicologia l’amore i mostri i buoni i cattivi bene e male che si intrecciano e…”


Certo, certo, chiaro. La cultura giapponese, il sushi, i ciliegi che sbocciano, i samurai, le katane, sono tutte cose che affascinano, io stesso da bambino guardavo Ramma ½ o i Pokemòn, e ho persino letto qualche fumetto…


“si chiamano manga!”


E allora! Dicevo, ho letto qualche fumetto di Dragonball o Kurochan; senza contare il fatto che la mia prima cotta da bambino me la sono presa per Lana, la bambina che parlava ai gabbiani nel cartone animato…


“anime!”


Cartone animato Conan – Il ragazzo del futuro di Hayao Miyazaki.
Però poi, crescendo, i prodotti animati giapponesi mi sono piaciuti via via sempre di meno, sia dal punto di vista tecnico che da quello del semplice intrattenimento. Storie lunghe e inutilmente intricate, animazioni minimali che muovono solo chi sta eseguendo un’azione tenendo gli altri congelati in pose innaturali, e poi un continuo mescolarsi di cultura pop tra orientale e occidentale, degli ibridi quasi peggiori del centrosinistra italiano. Continuo a essere fermamente convinto che i cartoni animati e i fumetti giapponesi siano pensati in partenza per la grande distribuzione, per il monopolio mondiale dell’intrattenimento animato, come la Canon per le macchine fotografiche o la Yamaha per le moto.


“Ma non devi parlare di Death Note?”


Sì, ci sto arrivando. Questa introduzione però mi serviva per spiegare il motivo per cui, quando ieri sera La gatta che ci cova mi ha detto “Ehi, guardiamo il film di Death Note su Netflix?” io sapevo due cose: la prima, che c’entrava un quaderno dove uno può scrivere un nome e quello muore; la seconda, che con tutta probabilità dopo dieci minuti dall’inizio del film avrei sentito un coro di sdegno levarsi dalle fila dei giappomink degli appassionati del fumetto e/o del cartone animato. Alla fine, c’ho quasi preso con tutte e due le supposizioni.

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Procediamo per gradi, però. Andando sull’Internet Movie Database, alla sezione Plot di Death Note (2017), troviamo il soggetto descritto dalla Warner Bros, la casa che ha distribuito il titolo in Giappone -che gentilmente traduco dall’inglese: “Light Turner, uno studente brillante, incappa in un quaderno magico che ha il potere di uccidere qualunque persona di cui lui scriva il nome. Light decide di lanciare una crociata segreta per pulire le strade dai criminali. Presto, lo studente-vigilante si trova perseguito da un Famoso detective conosciuto solo con lo pseudonimo L”. Ecco, il fatto è che leggendo queste poche righe si potrebbe pure pensare che la trama sia relativamente fedele al fumetto da cui è tratto ma…no.

Intendiamoci, io sono uno di quelli che non ha particolare interesse nel fatto che un film sia più o meno identico all’opera originaria da cui è tratto, non ritengo che questa sia una qualità assoluta in un prodotto cinematografico. Altrimenti, capolavori come Shining di Kubrick dovrebbero essere accusati di essere pessime riduzioni di altrettanto capolavori come quello letterario firmato King.
Tutto sta in quello che chi concepisce il film vuole trasmettere, quale aspetto dell’opera originaria lo ha colpito maggiormente e vuole proporre, e non solo attraverso la storia in sé, ma anche con tutto quello di cui un film è composto: fotografia, recitazione, scenografie, montaggio. Se si chiedesse a dieci registi diversi di girare la riduzione cinematografica di un racconto, uscirebbero dieci film totalmente diversi. Figuriamoci cosa può succede se si dà agli autori la legittima libertà di manipolare i testi!

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Death Note non presenta molte differenze con la trama del fumetto e del cartone, che ho iniziato a vedere. La cosa particolare è che, però, le differenze non sono solo in quello che accade: Light trova il quaderno a scuola, conosce Ryuk, il demone possessore del quaderno, lo usa per uccidere i cattivi, un ragazzo geniale e un po’ disadattato che si fa chiamare L gli dà la caccia. A dirla così, nessuno saprebbe capire se sto parlando del film o del fumetto.  E il nocciolo della questione è tutto qui. Sembra che chi abbia ideato questo film, si sia limitato a leggere la trama dei fumetti su internet, o se la sia fatta raccontare da un amico, perché quello che ne esce è un qualcosa di piatto, con personaggi tra il banale e il campato per aria, cose che capitano senza motivazione (chi è Ryuk? Perché è comparso in America? Perché il film è ambientato in America? Perché il Death Note è caduto sulla Terra? Era proprio necessario vedere questo film?), per non parlare di una fotografia banale, di un montaggio di quelli che ti insegna il tutorial di Movie Maker, e degli attori che mi hanno fatto rimpiangere non aver mai visto Il Segreto.

A me piace dare sempre una possibilità ai film con soggetto non originale, perché portano in sé un ventaglio di possibilità così ampio da rasentare l’infinito. Tenendo come esempio Death Note, c’erano almeno due operazioni che potevano essere eseguite: la prima è quella che io chiamo alla Frank Miller, cioè tentare di utilizzare i mezzi cinematografici per rendere al meglio storie e atmosfere del fumetto, che finisce quasi per diventare uno storyboard del film; in questo caso, lo sforzo dell’opera cinematografica avrebbe dovuto essere orientato alla riproduzione più fedele possibile, ambientando l’opera in Giappone, con attori giapponesi, e tentando di dare un taglio fotografico che richiamasse le vignette del manga. La seconda possibilità invece è più coraggiosa, ed è quella che chiamo alla Dark Knight; in questo caso, il prodotto cinematografico assume una dignità autonoma, che può trarre spunto da un personaggio o da un fumetto, ma è l’opera di maestranze che hanno lavorato seguendo un’idea diversa, un’estetica personale: non esiste un fumetto in particolare al quale la trilogia di Nolan si sia ispirato, ma chi mai direbbe che non ci sono Batman, Spaventapasseri, Joker, e tutti gli altri? Infine, ci sono tutte le vie di mezzo che passano tra questi due estremi: 300, per citarne uno, ma anche American Gods la serie tv tratta dal romanzo di Gaiman, i prodotti della Marvel Cinematic Universe e così via.

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Nel caso di Death Note, invece, si è voluto prendere gli elementi principali della trama, i nomi e i ruoli dei personaggi opportunamente modificati, e trapiantare il tutto in un’anonima Seattle, per rendere il tutto più vendibile agli utenti di Netflix. Il problema è che, in questa maniera, si è arrivati a un’opera senza radici e senza corpo, qualcosa che appena vista, viene (se si è fortunati) dimenticata.

Senza vergogna: no, non lavoro gratis

È da molto tempo che voglio scrivere questo post e finalmente ho trovato il mood corretto per farlo. Per qualche ragione, ho temuto la vergogna nell’ammettere che il mio tempo, speso per un cliente, sia tempo prezioso e che pertanto con esso vada ricambiato. Ma perché temevo la vergogna? Vergogna di cosa? 

In realtà questa cosa è uscita spesso confrontandomi con alcuni miei amici grafici, fotografi, meccanici, idraulici, editor e via dicendo. Se non rivendi qualcosa, allora il tuo lavoro può essere percepito come un “favore per un amico”. Quindi, nell’immaginario collettivo, è sconveniente prendere una maglietta in un negozio senza pagarla (più che altro è furto conclamato), invece chiedere ad un amico la review di un testo, un’occhiata alle tubature del bagno o una pulita alla coppa dell’olio è percepito come un piacere personale dal quale si può tranquillamente prendere congedo attraverso un semplice “grazie”.

No, non si fa così. O meglio, può essere fatto quando è il professionista-amico stesso che vi dice “vabbè dai, per stavolta facciamo che mi offri una birra!”, ma non date per scontato che si possa risolvere a cantucci e vino. Il vostro amico ha impiegato del tempo per aiutarvi nel vostro problema, probabilmente ha messo in secondo piano un altro cliente meno urgente, forse ha rinunciato ad un appuntamento di lavoro per starvi appresso. Ringraziatelo chiedendogli la parcella, non proponetegli una pacca sulla spalla e una birra al bar: non è rispettoso per niente. Un libero professionista non prende la busta paga il 5 del mese, il libero professionista costruisce giorno per giorno il proprio compenso per vivere, quindi se voi non lo pagate, nessuno lo rimborserà per quelle ore spese con voi.

Troppe volte è andata così ed io, personalmente, sono arrivata al capolinea. Dopo aver lavorato dei mesi gratis per una persona che mi ha giusto pagato qualche pranzo e poche altre cose irrisorie e dopo aver cercato – inutilmente – di ottenere un compenso minimo (parliamo di 250 €, praticamente un rimborso spese ridicolo) ho deciso che quella sarebbe stata l’ultima. Il mio tempo, il mio lavoro è frutto di studio e formazione costante, solo chi sta con me e chi mi conosce sa quanto io passi tempo sui libri, sugli aggiornamenti e sui saggi più “freschi”. No, fare il copywriter non è “scrivere cose carine e venderle”, il mio lavoro è fatto di continue sfide in un mondo che cambia velocissimamente. Quello che è buono oggi, domani è già vecchio e tu sei lì che corri come un dannato per garantire ai tuoi clienti sempre la merce migliore. Praticamente sono un pescivendolo! 

Oggi ho diversi clienti e non me li sono fatti aspettando che mi piovessero dal cielo, ho mostrato unghie e denti dando il mio tempo solo a coloro che dimostravano di riconoscere il mio impegno e la mia professionalità. Ho dovuto mettere da parte alcuni amici che mi hanno chiesto una mano e sì, li ho messi da parte perché ho dato la precedenza a chi mi poteva pagare. Sono materialista? No, devo riempire il frigorifero e pagare l’affitto, esattamente come ognuno di voi. Chi ha interpretato questo mio gesto come maleducazione, ingratitudine o superbia sappia che non è così e che a trent’anni – in una città dove sono sola – non posso certo permettermi di perdere la casa e le quattro cose che sono riuscita ad ottenere andando, per sei mesi, a friggere polpette.

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Bè, onestamente non sono in grado di portare rancore, solo alcune mattine mi parte il rodimento di culo perché magari vedo i miei debitori che se ne vanno a spasso per località marittime che io mi in una vita potrò permettermi e poi, quando chiedi il tuo compenso, o non ti rispondono o ti dicono che “è un momento difficile”. ‘Tacci loro.

Detto questo, con tutto il bene che posso volervi, sappiate che non lavorerò mai gratis per nessuno di voi. Chiederò il mio compenso, adattandolo alle vostre esigenze e venendo in contro alle situazioni che lo richiedono: ma io se lavoro voglio essere pagata e questo non dovrebbe rendermi meno amica o meno gentile. E nessun libero professionista dovrebbe lavorare automaticamente gratis quando si parla di amici o parenti, farlo dovrebbe essere una scelta non una situazione data per scontata. Posso lavorare gratis? Sì, se mi va, ma sicuramente non se viene dato per scontato. Nessuno di voi, infatti, pretenderebbe di andar a far la spesa gratis al supermercato, nemmeno se quella particolare filiale è gestita dallo zio. E allora perché si possono venire a chiedere testi persuasivi a me dando per scontato che lo consegnerò, rapidamente, senza pretendere nulla in cambio?

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Mi è capitato di lavorare gratis e l‘ho fatto perché io l’ho deciso io. Mi è capitato che da un’amica mi venisse detto che la parcella se l’era mangiata il cane e ho ringraziato. Mi capita di fare un favore, così come mi capita di riceverli, ma non può essere la regola e soprattutto non può essere implicita ogni sacrosanta volta. Ma conosco una persona che si fa le vacanze a Cuba e ancora non ha dato 400 miseri euro ad un gruppetto di attori professionisti in virtù del fatto che “uno di questi è il fidanzato di Elisa”. E quindi? Niente, questo lo rende automaticamente ricco sfondato a tal punto da poter lavorare gratis per gente che nemmeno conosce. Certo, intanto io ci ho piazzato una bella figura di merda con tre perfetti sconosciuti.

Riassumendo? Non lavorate gratis se non lo volete voi, siate intransigenti e mettetelo in chiaro subito, senza vergogna. Questo non solo vi rende più professionali, ma dà anche più valore al vostro operato e alla vostra competenza. Però non smettete d’essere gentili, siate in grado di riconoscere chi non può da chi non vuole, ai primi venite sempre incontro. Senza vergogna, chiedete il vostro compenso. È vostro e ve lo siete meritato, non c’è niente di sconveniente nel farsi pagare un lavoro.

E se invece chi legge è un cliente o un potenziale cliente di un libero professionista, sappiate che il lavoro degli altri si paga quello che vale altrimenti fatevelo da soli oppure fatene a meno.

Chiedo scusa, ma quanno ce vo’ ce vo. 

Come organizzare un giveaway ed evitare la giveawayer professionista

Non sapete cosa sia un giveaway? Allora partiamo dall’ABC. Un giveaway è una specie di micro concorso dove il proprietario di un brand, di una pagina o di un canale YouTube mette in palio un regalo in cambio di condivisioni e like. Si tratta, sostanzialmente, di un modo come un altro per sponsorizzare i propri canali social senza passare necessariamente per l’acquisto di spazi pubblicitari. Quindi, in buona sostanza, le regole per un giveaway sono semplici: metti il like alla pagina, condividi il post, ti viene assegnato un numero e dopo tot giorni si estrae il vincitore del premio attraverso un sito come random.org.

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Fino a qui immagino che sia tutto chiarissimo. Questa pratica esiste da parecchi anni, quando ero ragazzina e approcciavo a FB (ero al quinto liceo credo) partecipavo sempre e sì, non ho mai vinto una ceppa di minchia. Partecipavo perché molto spesso c’erano in palio cose bellissime come un set di dadi per Dungeons and Dragons, una magliettina di Lovecraft, un libro di Harry Potter e così via. Poi un giorno, un tristissimo giorno, sono arrivati loro: i giveawayer professionisti. Facebook non era un più un posticino per nerd che se la raccontavano, aveva aperto le porte a tutti quanti e di conseguenza anche a coloro che la domenica, al centro commerciale, si fiondano sulla torta tagliata per i clienti poiché è omaggio e allora deve essere mangiata per forza. Il giveawayer professionista non è altro che la versione elettronica di quel soggetto che si fionda su qualsiasi cosa purché sia in regalo. (Fidanzato Claudio ci tiene a farvi sapere che lui è uno di quelli che passa più volte davanti agli assaggi offerti del supermercato al banco frigo per fare incetta e rimediare la cena). Quindi, se prima eravamo in dieci a ballare l’Hully Gully, adesso siamo diventati trentamilioni a ballare l’Hully Gully.

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Ho organizzato solo pochissimi giveaway sulla mia pagina Qui la gatta ci cova e ho scoperto un mondo bellissimo, con una fauna molto vasta e meravigliosa. Esistono infatti persone che dalla mattina alla sera partecipano solo ed esclusivamente a questo genere di concorsi. Non ci credete? Vi assicuro che non è difficile da verificare: questa gente ha dei profili Facebook creati, pensati e utilizzati unicamente per provare a vincere cose. Come riconoscerli? Talvolta è semplicissimo, al posto del cognome hanno la parola “Concorsi”, così che troviamo: Paola Concorsi, Giulia Giveaway, Claudia CampionciniOmaggio e così via. Alcuni di loro sono organizzatissimi, hanno 6/7 profili e partecipano con tutti allo stesso concorso, alcuni hanno nella loro bacheca una vera e propria agenda delle scadenze così che possano tener controllati tutti i giveaway e le relative vincite. Altri ancora partecipano con tutti i profili della famiglia: marito, figli, cane e gatto. Sì, ho visto anche il profilo di un gatto.

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Queste persone cercano di accumulare qualsiasi cosa: orecchini, magliette, borsette, accessori vari, buoni sconto, punti della Parmalat… senza il minimo criterio, andando sulla loro bacheca, infatti, troverete di tutto, ma soprattutto troverete solo quello. Accumulano, taggano, condividono, segnano le scadenze… sono super meticolosi e molto spesso vincono anche. Ma, onestamente, a chi serve tutto questo? Ha senso creare un giveaway per aumentare follower se poi il ritorno sono questo genere di attenzioni? Queste persone, infatti, non sono minimamente interessate alla vostra pagina, al vostro prodotto o al vostro brand. Molto probabilmente toglieranno il like dalla pagina una volta finito il concorso (e lo fanno nel 90% delle volte, credetemi). Ma quindi che vuol dire, che non dobbiamo fare giveaway? No, certo che no. I giveaway vanno benissimo anche se tecnicamente si dovrebbero seguire delle regole ben precise, dettate dalla legge e da Facebook. Di seguito vi inserisco un esempio di concorso fatto da una mia amica, così che possiate capire come va fatto per non violare nulla.


“CONTEST!!! In regalo una pochette Vagamente Retrò. Per ringraziarvi della partecipazione di questi giorni ho pensato di farvi un pensierino e regalarvi una pochette a tema Harry Potter, ma questa volta le condizioni saranno diverse dai soliti giveaway. Innanzi tutto potranno partecipare tutti (evviva!) vi chiederei comunque di evitare di partecipare con doppi profili/profili falsi. In questo caso l’onestà sta in mano a voi! La seconda parte del regolamento diversa è questa: non saranno obbligatori like, condivisioni, tag di amici al fine della vincita, ma se lo fate io ne sarò felicissima, perchè chiaramente più visualizzazioni e like avrò e più contest farò in futuro 😉 e se mettete “mi piace” alla pagina di sicuro non mi offendo! In questo caso vorrei fare in modo che voi possiate essere parte attiva di questo contest, quindi la richiesta per vincere la pochette è ben precisa: in un commento spiegatemi qual è il vostro libro preferito e perchè! (evitate commenti doppi, pena l’esclusione dal contest!) La scelta del vincitore in questo caso non avverrà tramite estrazione, ma sarò io a scegliere il commento che fra tutti voi mi ha più colpito (e non farò parzialità, quindi, a tutte le mie amiche: o mi fate una descrizione davvero convincente del perchè vi piace un libro, o mi spiace, sarà per la prossima volta!) Il vincitore potrà scegliere una delle due pochette in foto a tema Harry Potter, che dopo anni rimane una delle mie saghe preferite. Il premio verrà spedito ovunque voi siate a patto che il domicilio sia in Italia! Quindi fanciulli, apriamo le danze. Il contest chiuderà domenica 13 agosto alle ore 23.00

(ai sensi dell’art. 6 comma 1 lett a) del DPR 430/2001, si precisa che la presente iniziativa, rientra in un progetto-studio in ambito commerciale e industriale e di interesse della collettività. Sicchè, il conferimento agli autori prescelti dei campioni gratuiti, rappresenta il riconoscimento del loro merito personale e costituisce titolo d’incoraggiamento al fine di promuovere nel web la consapevolezza in ambito culturale)


Insomma, per fare un giveaway in modo corretto non si dovrebbe estrarre a sorte il vincitore e non si dovrebbe chiedere in cambio della partecipazione like e condivisioni dalla propria pagina. La legge, sostanzialmente, vieta di organizzare un concorso in piena regola senza la presenza di un notaio (attenzione, le multe per questo scherzo sono salatissime).

Come evitare i giveawayer professionisti?

Intanto rinunciando all’80% di inutile visibilità. Il primissimo concorso che ho organizzato mi aveva fatta schizzare da 100 follower a 700 in meno di due giorni, facendomi tornare a 300 il giorno della chiusura del giveaway. Non ha avuto il benché minimo senso e sono stata anche fortunata perché la vincitrice, tutto sommato, era una signora che non apparteneva alla categoria giveawayer professionisti, ma sicuramente non faceva parte del mio target di pubblico interessato. In buona sostanza ho fatto un errore enorme: mi sono riempita la pagina di persone non interessate a me. Vuoi sapere quanto siano dannose queste persone per il tuo brand? Leggi qui. Questa volta, dicevo, sono riuscita a non ripetere la stessa cazzata, mettendo questa regola nel testo:


1) Non potete partecipare se avete già partecipato ad un qualsiasi altro giveaway nel mese di Agosto. Non ci sono sconti, non ci sono deroghe. 

2) Non possono partecipare i profili fake, ovvero quei profili creati unicamente per partecipare ai giveaway. Per ovviare a questo problema non sarà possibile partecipare con profili creati meno di sei mesi fa e che non presentino un’attività ragionevole.


Onestamente non so se siano due clausole “a norma di legge” però rispecchiano il fatto che ogni contest può avere delle regole di partecipazione che non comprendano condivisioni e like. Per avere idee chiare converrebbe contattare un avvocato e chiedere consiglio nel dettaglio, però per il momento la faccenda sembra oscura anche a loro. A mio avviso, che rimane una mia opinione, potete organizzare tutti i contest che vi pare facendolo con un po’ di attenzione, almeno fino a quando non sarà tutto chiaro e cristallino. C’è infatti anche una questione sul fatto che i concorsi sono legali sui server non italiani, mentre su quelli italiani no. Non ci ho capito molto e non sono riuscita a farmelo spiegare per bene. Ripeto, cercate di prestare attenzione il più possibile e non mettete in palio oggetti preziosi come oro o gemme.

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Comunque sia, ascoltatemi per bene: non vi servono i giveawayer professionisti, quindi lasciate che vi minaccino di togliere il like alla pagina, lasciate che vi mandino peste e corna via messaggio privato, lasciate che sfoghino tutta la loro rabbia per non poter partecipare all’ennesimo contest per vincere l’ennesima cosa alla quale non sono interessati. I giveawayer non saranno mai vostri clienti, mai. Non prenderanno l’oggetto in regalo come un campioncino da provare per un eventuale acquisto, non valuteranno nulla del vostro prodotto, si limiteranno a costatare una vittoria e fine. Voi di queste persone non avete bisogno per far crescere il vostro business, la vostra pagina e i vostri eventuali social collaterali ad essa. Non fate il mio stesso errore: ho passato tre giorni d’inferno con uno di questi soggetti e non intendo ripetere mai più l’esperienza. Anche perché, nella maggior parte dei casi, nemmeno parlano un italiano comprensibile e tocca utilizzare la Stele di Rosetta per comprenderli.

Ricapitolando: non chiedete in cambio nulla per partecipare al contest, non estraete a sorte il vincitore, ma sceglietelo voi in base ad un criterio di vostro gradimento, non mettere in palio oggetti che superino i 25 euro di valore commerciale, non fate partecipare tutti, ma specificate che saranno esclusi dal contest coloro che rispecchiano il profilo del giveawayer professionista. Per farlo vi basterà inserire la clausola che per partecipare non si deve essere in gara da nessun altra parte per tutto il mese corrente. Non perdeteci troppo tempo a discutere, i giveawayer professionisti spesso minacciano e sono anche aggressivi: lanciate loro un pezzo di carne e scappate veloci, oppure fingetevi morti. 

Un piccolo consiglio!

Quando organizzate un giveaway con un’azienda, una casa editrice, un’associazione che non vi lascia la gestione dell’invio del premio, state attenti a specificarlo nel testo. Perché? Perché mi è capitato di organizzare un giveaway con una casa editrice che, a nome estratto, ha deciso di darsi alla macchia facendomi fare anche brutta figura con i partecipanti del concorso. Quindi o vi fate mandare a casa il dono e successivamente lo consegnate voi al vincitore, oppure scrivete a caratteri cubitali che nel tema dell’invio del premio non siete coinvolti in alcuna maniera.

Per domande, insulti, cartoline e zucchero filato sapete dove trovarmi.

Baci al caffè!

Per ulteriori informazioni legali, vi consiglio di seguire questo blog. Mi sembra abbastanza chiaro ed esaustivo.


Pic’s credits: copertina – http://www.blogdicalliope.it/, prima – http://blogrope.com,  seconda – https://www.pixieandjack.co.uk, terza – https://www.youtube.com/watch?v=RCp4dkLz7To. quarta – https://www.youtube.com/watch?v=ixst3ZAvx0s 

Colazione da Arnold: datemene ancora, datemene per sempre!

Io penso che nemmeno la penna più creativa del pianeta saprebbe descrivervi l’esplosione di dolcezza e gusto che si vive andando a fare colazione da Arnold. Ed è per questo, che come primissima cosa, vi mostrerò uno slide show di ciò che potrete trovare una volta varcata la soglia del paradiso a due passi dal Pantheon.

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Non mi credete, vero? Sappiate che anche noi abbiamo fatto un po’ fatica a convincerci del fatto che fossimo svegli e che non stessimo ancora dormendo beati nei nostri lettini. La colazione da Arnold si presenta proprio così, come ve la siete sempre sognata, come nei film americani ambientati a New York. Come in Sex and The City. E che altro dirvi se non parlarvi bene di questo paradiso terrestre dove i sogni diventano muffin, cupcake, frappè, frullati, caffè americani con panna e caramello, waffle, cookies e… tutto quello che la tua mente di bambino possa immaginare. Non c’è trucco e non c’è inganno, sta tutto qui a Roma, al centro.

Ebbene, cosa stai aspettando esattamente? Non ti stiamo mica raccontando delle bugie. Dei Quattro gatti al lardo ti puoi fidare e comunque, se proprio sei un malfidente, dovresti sapere che con noi c’erano anche Le Colazioniste e anche loro, di tutto questo ben di dio, si sono riempite gli occhi e la pancia. Arnold è un posto davvero carino, dove l’arredamento è molto confortevole (ci sono i divani!), si possono ricaricare i cellulari ed è possibile lavorare con il computer grazie alla rete gratuita accessibile. Il locale presenta tutti i comfort necessari per le persone con problemi di deambulazione: è presente una rampa d’ingresso, gli spazi sono abbastanza ampi per il passaggio di eventuali carrozzine ed è naturalmente provvisto di bagno accessibile. Nulla da ridire, insomma!

Ed ecco qui detto tutto quello che è possibile dire, inutile raccontarvi cose che sapete già tipiche di noi bloggeristi allo stato brado: sì, se ve lo state chiedendo, abbiamo letteralmente smontato il locale. Voi sapete bene quanto teniamo alle nostre fotografie, a maggior ragione quando si tratta di soggetti così tanto instagrammabili. Quindi è successo di tutto, soprattutto quando Le Colazioniste hanno deciso di chiedere allo staff di Arnold di spostare un tavolo sulla via esterna per permetterci di sfruttare la luce del sole. Questo ha giovato a tutti: noi abbiamo fatto delle foto da paura, loro hanno attirato una folla di curiosi che hanno sfruttato il momento e sono entrati per fare colazione. Abbiamo anche registrato la presenza di blogger abusivi attorno a noi, ma abbiamo deciso di accogliere tutti nella nostra grande famiglia dei Quattro gatti al lardo! Turisti blogger abusivi inclusi, dai 60 ai 90 anni!

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E niente, la nostra domenica mattina è andata così. C’è gente che giura di aver visto sette persone rotolare da Via dei Giustiniani a Piazza Navona, credo che ad un certo punto Meggy Fry sia stata scambiata per un muffin mentre cercava di raggiungere la propria auto. Non ho idea del destino de Le Colazioniste, ma sono pervenute un sacco di fotografie sia su Facebook che su Instagram.

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Questa foto credo sia di Meggy!

Gli Aristogracchi stanno bene, vivono e lottano con noi.

Se vi capita di passare da Arnold, mi raccomando, fateci sapere come vi siete trovati. Ci piace consigliarvi i posti giusti, senza troppe ipocrisie, quindi se sperimentate i nostri consigli, mettetecene a parte!

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Con noi erano presenti: Impossibile fermare i battiti, Claudia Ottaviani e Roberta Zioni.

 

 

Una veronese a Roma, pt. II

Lo so, sono in ritardissimo con la seconda parte di questa storia e so anche che ci stanno delle persone, in fondo alla stanza, che mi fanno il segno sull’orologio: scusate. Quindi, dicevamo che volevate sapere come procedono le disavventure di una veronese a Roma. Bene perché siamo capitati nel momento giusto: AGOSTO.

Non so se nel resto della penisola italica ne siate al corrente, ma a Roma non piove da diversi mesi. Mai una minaccia, mai una nuvoletta, mai nemmeno un lampo o un tuono; niente di niente, solo clima africano e arsura. Ma state tranquilli, non disperate, perché l’amministrazione Raggi sta sistemando tutto: chiudiamo infatti le fontanelle pubbliche, tutte tranne quelle del centro storico altrimenti facciamo brutta figura con i turisti, così risparmiamo l’1% di acqua sprecata e il lago di Bracciano tornerà ad essere un lago e non un campo da tennis. E se non funziona poco male, morirà di sete un po’ di gente inutile e si ridurrà la popolazione e quindi l’impiego d’acqua. Geniale. Non ne vedete il senso? Tranquilli, nemmeno noi che viviamo qui e con i nasoni (così chiamiamo le fontanelle) praticamente ci campiamo felicemente perché l’acqua di Roma è buona.

Poi è agosto dai, non vorrai mica lamentarti con questo caldo. E comunque non è grave, puoi sempre mettere in borsa una borraccia d’acqua  e te la cavi. Dopotutto, sul 19, ovvero il tram che collega il Vaticano con Centocelle, c’è molto caldo e l’aria condizionata non è mai stata montata, non puoi andare senza acqua. Come dite? Perché non prendo la metro? Aspettate, voi intendete la Metro C, quella che collega Monte Compatri a San Giovanni, passando per Centocelle! Ah sì. Bè, si potrebbe prendere, se solo non fosse ancora scollegata dalla Metro A mesi dopo l’inaugurazione. Perché? Non lo so, ma non sono quei 700 metri a piedi il problema. Eh, la Metro A è mezza chiusa, ci stanno le navette sostitutive: una ogni morte di Papa, che detto qui a Roma pare pure brutto. Tranquillo Francesco, vai sereno, l’ATAC non ci deluderà!

Disagio? No, nemmeno tanto. Qui a Roma abbiamo il mare vicino: Ostia beach, solo per i veri poveri certificati.

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Lo stabilimento balneare di Jesolo vs. la spiaggia libera di Ostia

La spiaggia libera è per noi che abbiamo sempre le tasche vuote e la testa piena di fantasia, c’è poco da fare, questo vale al nord quanto al sud. Spendere più di 10€ al giorno per un lettino e un ombrellone non è cosa per noi. A noi piace essere rustici, alla fine, quindi come tutte le famigliole per bene acquistiamo il nostro ombrellone dai cinesi, prepariamo la nostra borsa con dentro un paio di teli da mare e ce ne andiamo, come le paperelle, alla spiaggia.

  • L’ARRIVO ALLA SPIAGGIA. La famiglia del nord, a Jesolo, è composta. Intanto se va al mare da quelle parti, probabilmente, ha pure i soldi e non si accamperebbe mai in una spiaggia libera, ma in secondo luogo il buon veronese che si rispetti vuole stare comodo. Arriva allo stabilimento e paga per la famiglia: lettino per la moglie, ombrellone per i pupi e basta così. Perché i soldi ce li hanno, ma meno ne spendono meglio è. “Fattura? Scontrino?” “No, scusa, ho da fare, non ti ho sentito.” E niente, finisce così, un po’ evasione, un po’ freestyle. La mamma, nel frattempo, prende per un braccio i ragazzini, li avvicina molto educatamente con un bel sorrisetto ipocrita, poi – a bassissima voce – li minaccia di peste e carestia preventivamente. Detto ciò, la famigliola silenziosa, si appropria dell’ombrellone assegnato e inizia la giornata al mare. Qui a Roma non funziona così. Intanto, per prima cosa, la famiglia media a Ostia Beach è composta da minimo 6 persone: mamma, papà, due ragazzini, nonno e nonna. Tutti e sei con un solo ombrellone comprato dai cinesi, forse un lettino per la nonna e nove borse termiche per il pranzo. Arrivano solcando la spiaggia alle sette della mattina, per prendersi il posto migliore, piantano l’ombrellone e la cucina portatile: alle nove stanno già preparando il guanciale per la pasta. I ragazzini hanno una voce che raggiunge decibel mai sentiti, secondi solo a quelli della madre quando decide di richiamarli dall’acqua perché devono mangiare qualcosa. Gente in Corsica giura di sentire quotidianamente una mamma romanda minacciare di morte il proprio figlio se non esce dal mare in tempo zero. I bambini veronesi invece sono addestrati militarmente e chiedono il permesso in duplice copia con bolla ministeriale anche solo per iniziare a pensare di farsi un bagno; mentre attendono il nulla osta della commissione “vacanze per bene” presentano un modulo per la costruzione edilizia di un castello di sabbia sul bagnasciuga. I ragazzini di Roma, invece, si divertono.

 

  • IL PRANZO. La famiglia veronese, sebbene sia arrivata in macchina e l’abbia parcheggiata appena fuori dallo stabilimento, non ha con sé borse termiche con il pranzo. La famiglia veronese preferisce sempre la comodità di un tavolo, delle sedie e qualcuno che serva loro del cibo. Quindi, verso mezzogiorno e mezza, il marito prende il portafoglio, obbliga i ragazzini ad indossare una maglietta, richiama la moglie che ci mette sei anni ad indossare un pareo e si accomodano al pulitissimo ristorante dello stabilimento. Sul tavolo: prosciutto, melone, un po’ di lattuga con dei pomodorini e vino bianco. I ragazzini hanno la Coca-Cola, se sono fortunati e non hanno una mamma pediatra o dentista. Comunque sia, di qualsiasi estrazione sociale si stia parlando, tutto può variare tranne il vino bianco e questa cosa è sacrosanta. Sì, perché chi non abita a Roma deve sapere che questi tizi italici terroni non sempre bevono a tavola. Un’eresia bella e buona per me che senza vino non riesco nemmeno a deglutire un tozzo di pane. Che poi qualcuno me lo dovrebbe spiegare come fanno a vivere così: niente Tocai del Veneto di Checchini. Ma siete tutti impazziti? Matti o non matti, i Romani non bevono il vino a tavola e non ne percepiscono l’assenza come noi percepiremmo quella dell’acqua. Voglio dire, se la Raggi togliesse l’acqua dalle fontanelle di Verona chi se ne accorgerebbe? E sticazzi, noi abbiamo il vino! Comunque sia questa storia sembra averla compresa chi mi sta vicino, il mio suocero bis (sì, ho due suoceri: la madre di fidanzato Claudio si è risposata ed io ho fatto la combo) mi chiede regolarmente scusa per l’assenza di vino sulla tavola. Regolarmente lo assolvo con sufficienza. Ma insomma, la famiglia veronese consuma il suo pasto in orario discutibile e lo fa in silenzio e discrezione. La famiglia romana a mezzogiorno e mezzo sta – forse – facendo uno spuntino, ma passeranno altre due ore prima che decidano di fare qualcosa che somigli ad un pranzo. Qui a Roma non ho mai pranzato prima delle due, forse qualche volta intorno all’una, ma perché avevo fame e magari non avevo fatto una gran colazione. Fatto sta che la mamma di Roma ha nelle vaschette di plastica tutto il pranzo prontissimo: mezze maniche al sugo, pane a volontà, insalata mista, due costine, un prete, sette cervi reali, un rabbino e pure una banana. Mangiano, tutti insieme, sotto all’ombrellone, facendo una gran caciara. I bambini corrono con la pasta in mano, rispondono con urla alle urla della madre e in una mezz’oretta si risolve tutto con il papà e il nonno che russano rumorosamente all’ombra.

 

  • IL RITORNO A CASA. La famiglia romana s’alza tutta insieme e verso le cinque stabilisce che sia il caso di iniziare il ritorno. La famiglia romana, infatti, abita a Centocelle e per andare a Ostia con i mezzi deve fare un po’ di casino. Trenino fino a Piramide, poi metro B fino a Monti Tiburtini e per concludere autobus fino a piazza dei Mirti. Alle cinque comincia a smontare il campo nella spiaggia libera, alle nove di sera è a casa. La famiglia di Verona invece ha l’Audi parcheggiata lì, parte da Jesolo alle sette e alle otto e mezza sta già a letto, come le galline. A casa, la madre veronese spalma la cremina sulle spalle morbide e dolcemente abbronzate dei due ragazzini, raccontando loro le mirabolanti avventure dell’eroe Salvini, mentre la madre romana sta cercando di impomatare le ustioni delle sue due bestie di Satana che non hanno voluto mettersi la crema manco per il cazzo, facendo però silenzio perché c’è la prima di campionato e gioca la Roma. Anche a Verona gioca l’Hellas, ma il papà è in garage che aspira la sabbia dagli interni dell’Audi e ascolta la partita dalla radio.

 

Ora, immaginate la cosa: io vengo dalla tipica famiglia veronese e (con qualche eccezione dovuta ad un padre romagnolo) non ho avuto un’estate tanto diversa da quella che – ironicamente – ho raccontato. Crescere in un posto dove le grane familiari si risolvono a bassa voce e si cerca di lasciarle trapelare il meno possibile (a meno che non si parli di mia nonna Anna che, sminchiando il luogo comune, ha sempre pensato fosse di interesse collettivo ogni suo litigio con mio nonno Pietro) e poi andare a vivere in una città dove potrei tranquillamente esporre a tutti voi il motivo del litigio tra la signora e il signor Bordini del terzo piano, mi ha decisamente destabilizzata. Alle volte ho un po’ l’impressione di vivere dentro un programma della De Filippi, con delle incursioni del giudice Santi Licheri e Maria Teresa Ruta, ma va benissimo così. La genuinità confusionaria dei romani la preferisco al silenzio composto dei veronesi, anche se – porca miseria – sarebbe carino non svegliarsi la domenica mattina con l’elenco dei capi d’accusa attribuiti al Sig. Bordini direttamente dalla moglie in veste di pubblico ministero improvvisato. Col megafono incorporato.

 

Ho scritto troppo: larga è la foglia, stretta è la via, dite la vostra basta che lo facciate a bassa voce che di gente che urla ne ho intorno abbastanza! (Disse la ragazza accusata  per anni di avere una voce fastidiosamente alta per i parametri veronesi. Be’, cari amici che tanto mi avete derisa per il mio vocione, sappiate che qui a Roma rientro perfettamente nella media cittadina e voi, dolcissimi amici, potete pure andarvene maledettamente a fanculo!)

Una vita in prestito, al rientro dalle vacanze

Il rientro dalle vacanze è sempre qualcosa di un po’ traumatico, ma ogni tanto ci sono delle gioie che ti sollevano un po’. Tornando a casa dal mare, infatti, ho trovato questo libro in un pacco per me, spedito direttamente dall’autrice Carmela Checa.

Ora, per farmi felice effettivamente basta sempre molto poco: datemi un libro e un divano. 

IMG_6112In realtà non ho resistito molto alla curiosità, quindi una volta sistemati i teli da mare sul terrazzo e messa la crema dopo sole sulle ustioni di terzo grado, mi sono spaparanzata sotto all’aria condizionata e ho iniziato la lettura.

Una vita in prestito è un libro che scende velocissimo, lo apri e dopo un attimo ti ritrovi alla fine senza nemmeno essertene accorta. Infatti, Carmela vanta una scrittura molto semplice e leggera, che non impegna troppo la mente, ma che lascia il lettore concentrarsi unicamente sulla trama.

IMG_6109Ed effettivamente la trama merita, Giulia è la protagonista e quando – una mattina – si sveglia e si prepara per affrontare la sua giornata, non ha la minima idea della mole di guai che le si rovesceranno addosso. Certo, forse la scatola di preservativi nella borsa del marito non è un incipit meraviglioso, ma credetemi, le cose possono andare molto peggio di così.

Una vita in prestito è un romanzo piacevole, senza pretese, dove il dialogo ha sempre la meglio sulla narrazione rendendo così la lettura molto incalzante e perfetta per staccare la mente prima di un sonnellino. Per me, Carmela Checa ha fatto un lavoro che merita una possibilità, anche solo per la trama tutta piena di colpi di scena e improvvisi accadimenti bizzarri.

 

Unica nota forse un po’ fastidiosa, nella stampa ci sono molti refusi. L’editor non è stato impeccabile nella fase di review, tant’è che tutti i verbi essere in maiuscolo sono scritti con l’apostrofo e non con l’accento (E’ anziché È). Inoltre ci sono proprio delle impaginazioni che devono essere sfuggite al controllo finale. Ma questa non è certo colpa di Carmela Checa, quanto forse più una responsabilità della piccola casa editrice che ancora deve farsi un pochino le ossa. Questa cosa andrebbe rivista, altrimenti il testo perde moltissimo e sarebbe un peccato poiché il materiale è buono.

Che dire? Vi consiglio di leggerlo? Sì, io consiglio di dare a questo libro una possibilità perché parla di sentimenti, di dolore e dei momenti difficili che ognuno di noi si ritrova ad affrontare. E Carmela è brava a fare emergere queste tematiche, quindi sì.

Potete acquistare “Una vita in prestito” cliccando qui

Vagamente Shooting Retrò

Le amicizie non si scelgono per caso, ma secondo le passioni che ci dominano. (A. Moravia)

Mi piace un sacco cazzeggiare, oramai lo sapete tutti visto che mi seguite da un po’. Tutti siete al corrente del fatto che io non sia assolutamente in grado di prendermi sul serio e che tutto, per me, finisca per essere un gioco e un divertimento. Ho una mente leggera, per fortuna, e sono stanca di chiedermi cosa la gente possa pensare di me. Cercando di rispondere a questa domanda, infatti, ho rischiato l’alienazione totale da me stessa e alla fine ho dovuto chiudere con un passato che era diventato un pasticcio di aspettative altrui mai soddisfatte. 

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Sarà per questo che ho deciso di posare per questo progetto che da ora chiameremo #vagamenteshooting. Elena è mia amica e non ha solo una creatività esplosiva, ma nella sua testa vive e cresce un progetto per un mondo migliore. E come potevo, proprio io, non supportarla ed incoraggiarla? Pensate, sono stata una delle sue primissime clienti molti anni fa, le ordinai una borsa a scacchi bianca e nera, con la tracolla rossa. Borsa che, tra l’altro, vive e lotta ancora con noi tornando alla ribalta ogni inverno. L’artigianato mi ha sempre un sacco affascinata, soprattutto se a tenere in mano ago e filo è una persona splendida come lei.

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Vagamente Retrò è il nome che ha scelto per la sua attività: Elena confeziona abiti e accessori che hanno la grande qualità d’essere etici il più possibile. La linea di questa fantastica creatrice strizza l’occhio al passato, regalando al prodotto quel sapore vintage che però non stucca.

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Dopo essersi laureata con lode in Moda e Costume alla Sapienza di Roma, con una tesi sulla moda etica, decide che la sua missione sarebbe stata quella di trasmettere messaggi positivi e propositivi sulle tematiche socio-ambientali che tanto le stanno care, attraverso il costume, la moda e la condivisione. Quindi, da qui, nascono tutte le sue creazioni dal carattere fresco e solare, realizzate in similpelle prodotta in Italia e cotoni biologici certificati.

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Elena è mia amica da diversi anni, condividiamo opinioni e battaglie, ma soprattutto la data di nascita! Già, siamo nate lo stesso giorno, il 22 novembre. Lei è stata una delle primissime persone che ho contattato appena mi sono trasferita a Roma, non ci siamo mai potute incontrare a causa della distanza e dei diversi impegni, ma ieri (finalmente) è accaduto il miracolo grazie alle nostre passioni e alla nostra voglia di creare continuamente cose nuove.

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Abbiamo grandissimi progetti insieme e nessuno ci fermerà nel portarli avanti. Sfrutteremo al massimo la nostra visibilità per trattare tematiche importanti quali la depressione ed i disturbi mentali, le disabilità, la green economy e molto altro, quindi preparatevi perché invaderemo presto tutti i vostri profili social (che detto così pare quasi una minaccia).

Elena confeziona abiti su misura, borse, fasce per i capelli e molti altri accessori. Potete vedere tutti i suoi lavori cliccando qui. Se vuoi conoscerla e farle domande sui prodotti, puoi contattarla direttamente qui.

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Fotografie di Francesco Degortes.

Si ringrazia tutta la crew, tra i quali Chantal, Fidanzato Claudio e Vlad

Location: Panthen/Piazza Navona

 

 

Sotto questo sole – New York 1941. Forse

Agosto è il mese in cui mi dedico di più alla lettura; normalmente è il periodo in cui mi concedo il lusso di leggere qualcosa solo per il gusto di leggere. Ho bisogno di storie veloci, interessanti e incalzanti che possano tenermi compagnia sotto all’ombrellone. Necessito di storie coinvolgenti, ma allo stesso tempo non invasive, che mi stimolino la fantasia senza però appesantirmi.

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Luca Giribone fa centro perfetto con il suo libro “New York 1941. Forse” e assolve al compito del sollazzo senza troppe pretese. Siamo oltre oceano, negli anni quaranta, Frank Logan è un giornalista d’assalto che ha tra le mani lo scoop della sua vita. La vicenda si confonde tra passato e presente e viene presentata attraverso un taglio quasi cinematografico. Non sarà difficile infatti, per i ricchi di fantasia come me, immaginare le intere scene in bianco e nero, riuscendo tranquillamente ad evocare l’odore del tabacco e dell’alcol di un appartamento della Grande Mela.

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Il volumetto dell’ Europa Edizioni si legge semplice, scorre veloce e carpisce l’attenzione. La scrittura è articolata e costruita in modo tale da restituire delle immagini tipiche del noir psicologico, tuttavia non stucca e non appesantisce quasi mai. Non manca naturalmente il colpo di scena che sconvolge la trama, così l’attenzione del lettore viene tenuta alta senza particolari stratagemmi, ma con assoluta onestà.

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Il romanzo non è un giallo e non è un thriller: è un percorso profondamente introspettivo nella psicologia dei tre personaggi principali, i quali attraverso ricordi e lacune intrecciano la loro storia tra passato e presente.  Luca Giribone cerca di infilarsi in un genere prettamente americano, con l’intento di restituire le atmosfere dei film noir di Altman e Francis Ford Coppola, senza dimenticare l’interesse vivo per l’inconscio tipico di Hitchcock. 

“New York 1941. Forse” è il romanzo d’esordio di Luca Giribone al quale va riconosciuta una fervida immaginazione e un’aggressività narrativa tipica, probabilmente, di coloro che intendono regalare ai lettori continui colpi di scena. Di sicuro  Giribone non annoia, seppur presenti ancora qualche incertezza legittima di chi si approccia al grande pubblico per la prima volta. L’autore promette bene e ne riparleremo, rimaniamo in attesa degli altri due suoi romanzi ancora in lavorazione, chissà se leggeremo ancora qualcosa di Frank Logan.

  • Acquista il libro qui

Trovo comunque molto coraggioso e quindi degno di nota l’atteggiamento di questo autore emergente che si cimenta in un genere non prettamente italiano, rischiando di scadere in luoghi comuni e in situazioni già viste. Giribone riesce a camminare tranquillamente sul filo del rasoio senza perdere di vista l’obiettivo e per questa ragione merita, a mio avviso, una possibilità concreta nel mare della scrittura emergente italiana.

La gatta e la volpe in “Vacanze RoNane”

“Ma è tua sorella?”

“No, è  mia amica”


“Piccolina!”

“No, la piccolina ha trent’anni”


“Le facciamo una domanda: secondo lei, io sono la sorella, l’accompagnatrice o l’amica di questa ragazza?”

“Direi l’accompagnatrice”

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Foto di repertorio correva l’anno 2013

Ed ecco alcuni esempi dei dialoghi tipo ai quali io e Francesca siamo oramai super abituate. Chi è Francesca? Francesca è l’amica mia alta un metro, be’ qualcosa meno di un metro, insomma… un metro con le scarpe. Io e lei ne abbiamo viste un bel po’: ci conosciamo da diversi anni e dal giorno che ci siamo conosciute ad oggi, di cose ne sono cambiate un sacco.

“Tu e Francesca siete proprio fortunate, pagate meno in treno ed entrate gratis ovunque”

“Sì, ma i nostri viaggi non sono mai giretti rilassanti”

Verissimo, in treno paga solo una di noi due e generalmente viaggiamo in prima classe al prezzo della seconda. Vero anche il fatto che (quasi sempre) entriamo gratis nei musei e se non è gratis, sicuramente paga solo una di noi due. Vero pure che non conosciamo code e attese, molto spesso non veniamo nemmeno sottoposte ad estenuanti controlli all’ingresso e qualche volta abbiamo il privilegio di poterci avvicinare un po’ di più ad un’opera rispetto al pubblico non disabile. Una gran fortuna, non è vero? Be’ no, non è così. Più che altro noi la viviamo come uno sconto, tanto che se qualcuno ci dicesse “Voi qui entrate gratis” noi potremmo tranquillamente rispondere “E grazie ar cazzo”.

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Altra foto di repertorio, forse era il 2014

Come sia vivere ad un metro d’altezza ve lo racconta direttamente Francesca nel suo blog, mentre io vi racconto cosa significhi essere amica di Francesca. Quando ci siamo conosciute le cose erano molto diverse rispetto ad oggi, le cose che lei faceva in autonomia erano molte meno ed io avevo la tendenza a sbrigare le faccende al posto suo pur di fare prima. In poche parole: io non avevo voglia e pazienza di attendere i tempi altrui e lei trovava piuttosto comodo non doversi cimentare in cose che lei stessa credeva di non essere in grado di fare. Non andavamo troppo in giro a quei tempi, il nostro spostamento massimo da sole era dal centro disabili dell’università alla mensa e dalla mensa allo studio della professoressa Franco, e comunque anche quei pochi spostamenti prevedevano tappe difficoltose, come i servizi igienici. Quattro anni più tardi eravamo già state a Venezia, a Innsbruck, a Firenze, a Bologna, a Padova, a Milano e… sicuramente da qualche altra parte che adesso non mi viene in mente. Nel corso di questi anni ci siamo calibrate un sacco su una relazione che non partiva da fantastiche premesse: tra di noi giocava un forte senso di colpa (di Francesca nei miei confronti) e un distruttivo quanto esagerato senso di responsabilità (mio, nei confronti di Francesca).

Nulla di più normale, pensandoci bene. Ad ogni passo io mi sentivo responsabile di lei, di ogni suo respiro, di ogni piccola cosa che le potesse capitare, nel mentre lei si sentiva in colpa per la fatica che fisicamente potevo fare nel doverla sempre spingere, nel doverla prendere in braccio, nel trascinare valigie e così via. Toccava trovare un modo per sopravvivere e rimanere amiche, senza che io mi trasformassi nella sua badante ed evitando che lei non volesse più muoversi per non affaticarmi eccessivamente. Questo è stato un processo del tutto naturale: man mano che lei provava a conquistare più autonomia rendendosi indipendente da me, io lasciavo che lei si assumesse parte delle responsabilità, evitando di accollarmene di non mie.  Quindi sì, mi dà un sacco fastidio quando mi scambiate per la sua badante, perché abbiamo fatto tantissima fatica per fare in modo che non fosse così.

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E non è stato facile, ma ci siamo riuscite. Francesca ha vissuto da sola a Padova, con un’altra sua amica fidata, ha preso la patente e ha imparato a prendere il treno senza un accompagnatore. La sua autonomia è aumentata quasi a raggiungere il massimo possibile in un mondo progettato per persone alte almeno un metro e venti, mentre io sono diventata molto più paziente e rispettosa dei suoi tempi, delle sue paure e del suo essere una donna adulta in grado di fare delle cose anche senza di me. E sì, entriamo gratis nei musei, grazie ar cazzo.

IMG_5609Quando un mesetto fa mi ha detto che sarebbe venuta a Roma approfittando del viaggio che avrebbe fatto anche mio fratello, ho iniziato subito a pensare a quanto sarebbe stato difficile vivere la città più disorganizzata d’Italia con una persona non in grado di muoversi come tutti gli altri. Come si sarebbe presa la metropolitana se moltissime fermate hanno l’ascensore che non funziona o il montacarichi mai entrato in uso? E come avremmo fatto con il tram 5 e il tram 19 che sono vecchissimi e senza rampe d’accesso? Vogliamo parlare dei notturni? Delle strade dissestate, dei sanpietrini… ommioddio che ansia, che panico, era meglio Venezia! Già, meglio Venezia, quella con un sacco di ponti e nessuna rampa, quella che ogni venti metri toccava scendere dalla carrozzina, portare al di là del ponte Francesca, tornare indietro e portare la carrozzina, tornare ancora per prendere le valigie. Poteva davvero essere meglio Venezia? Nel mio immaginario sì, ma invece no.

Roma ci ha messo alla prova, davvero tantissimo. Probabilmente senza l’aiuto di fidanzato Claudio e di fratello Pietro non sarebbe stato così semplice, tuttavia abbiamo visitato un sacco di posti, cedendo solo sulle catacombe (più per il caldo che per la paura dell’accessibilità). Per quanto riguarda l’agibilità per i disabili delle varie zone, sono abbastanza sicura che potrete trovare dettagliatissime informazioni sul blog di Francesca e di lei vi lascio tutti i rifermenti per seguirla sui social.

Vincono: i Musei Vaticani ed il loro personale super efficiente ed efficace nell’aiutarci a superare tutte le varie barriere architettoniche, vince la metro B (fermate Eur Magliana, Piramide e Monti Tiburtini) per gli ascensori funzionanti, vince il personale ATAC che s’è mostrato premuroso e sempre pronto ad aiutarci. Ostia Lido Centro ed il suo trenino per raggiungerla non ci ha creato nessun problema, anzi un plauso alla macchinista che nonostante le parolacce dei viaggiatori ci ha cambiato il treno all’ultimo per non farci morire su un mezzo privo di aria condizionata. Vince anche Villa Torlonia, totalmente accessibile e la caffetteria Arnold Coffee con tanto di rampa di accesso all’entrata. Vince pure lo stabilimento El Miramar di Ostia Lido che ci ha accolti in 4 con ombrellone e lettino a 20€ contro i 40 richiesti dallo stabilimento accanto. Il tram 3 che apre in linea con il marciapiede e non crea problemi di accessibilità, al contrario di quelli più vecchi. Okay anche per Galleria Borghese e bravissimi gli operatori nell’aiutarci a sbrigare le pratiche per gli ingressi disabili con accompagnatore.

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Falliscono: malissimo per la metro A fermata Barberini, niente ascensori, niente montacarichi, totale inaccessibilità. Male anche per il tram 5 e il tram 19 nelle loro vetture vecchie, impossibile viverci con una carrozzina. Male il parco di Villa Borghese, più una giungla che un giardino se visitato con una carrozzella, male anche per il sito internet di Galleria Borghese, non ci si capisce una mazza quando si cerca di prenotare per i disabili. Accessi ai marciapiedi un po’ alla cazzo di cane, macchine parcheggiate sui pochi accessi disponibili, rampe non funzionati sulla maggior parte dei mezzi ATAC. E ATAC infame, perdonatemi, ma con il loro scarsissimo impegno per l’accessibilità si permettono pure di far pagare il biglietto intero sia al disabile che all’accompagnatore, ‘tacci loro. 

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Quattro gatti al lardo: la caccia ai fantasmi

Tutto inizia con “Fidanzato Claudio! Ho un’idea!” e tutto finisce a Piazza Navona, alle tre della mattina. Cosa impariamo da queste pochissime righe? Che spesso ho idee di merda.

Era da tempo che io e Fidanzato Claudio volevamo andare a caccia di fantasmi, abbiamo infatti scoperto che Roma ne è letteralmente infestata. Ce ne stanno un bel mazzetto a Castel Sant’Angelo, due o tre vagano tra i vicoli attorno a Piazza di Spagna, qualcuno si aggira sulle sponde del Tevere… e poi in via del Governo Vecchio, al civico 57, c’è una vera e propria festina. Si tratta infatti del locale di punta dell’Altro Mondo. Una specie di Billionaire dei morti, dove entri solo se sei amico di quello, che è amico di quell’altro e via dicendo.

La nostra avventura richiedeva del supporto, quindi abbiamo chiamato immediatamente l’altra metà della mela. Da qualche tempo infatti abbiamo istituito il gruppo geriatrico vacanze, così per non sentirci soli in queste gitarelle della domenica: quattro gatti al lardo è il nome scelto per il magico quartetto, il quale comprende me, Fidanzato Claudio, Aristogracchia e Aristogracchio. Ma nello specifico caso non siamo rimasti soli a lungo, visto che ai gatti al lardo si sono aggiunti poi una Capocciara e un Fidanzato Fisico Vegano Cavernicolo (se vi state facendo domande sulla sanità mentale di questo povero ragazzo, sappiate che la risposta sta unicamente nella laurea in fisica). Poi per sfiga – sua, porello – mio fratello si trova a Roma proprio in questi giorni e, reduce di una sbornia durata più di 24 ore, non ha potuto in alcuna maniera tirarsi indietro. Vi lasciamo una diapositiva della squadra ghostbusters.

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Quindi armati di: cintura gialla, umorismo sardo, teorie fisiche quantistiche, Superga senza calze, post sbronza interessante e Treccani vivente, ci siamo immersi nella notte calda e umida di una Roma in piena estate.

Attorno a Piazza di Spagna siamo andati alla ricerca di Lorenza Serafina Feliciani. Della storia di questa donna voglio prendermi il tempo di scrivere qualcosa di più articolato, esattamente come feci al tempo per Beatrice Cenci. La signorina Feliciani, infatti, vive in un momento storico interessante, è compagna del misterioso e biricchino Giuseppe Balsamo, conte di Cagliostro e ha un incontro interessante persino con Casanova. Perciò sappiate che non mi dilungherò eccessivamente in questa sede, ma ne ricaverò la prossima avventura.

(Aristogracchi, la cosa vi riguarda, quindi non fate i vaghi e preparate lo zainetto)

Bene, però cosa ci interessa in questa sede di Lorenza Serafina Feliciani? Ciò che per forza dobbiamo raccontare in relazione al suo fantasma è che dopo esser stata condannata a ritirarsi in un convento, pare che lì sia entrata e successivamente scomparsa nel nulla. No, adesso non ve lo racconto perché è stata condannata al convento, per ora vi dovete accontentare di questa informazione. Fatto sta che è sparita, evaporata, sublimata nel nulla. Il suo fantasma invece sembra infestare ancora i vicoli attorno al convento in questione, nei pressi di Piazza di Spagna. La si dovrebbe vedere bene nella notte del 27 dicembre, anniversario dell’inizio della sua tragedia personale, mentre in tutti gli altri giorni dell’anno si dovrebbe poter sentire un uomo che la cerca, disperato, chiamandola per nome. Loreeenza, Loreeeeenza! Noi siamo andati a cercarla fin sotto alla porta del convento nel quale Lorenza è sparita, ma niente. Nessuna traccia di lei, del suo fantasma, del marito che la cerca disperato e di qualsiasi altro essere vivente o no. Però ringraziamo fortissimo zia Virginia Raggi che per l’occasione ci ha spento le luci dei vicoli rendendo la caccia molto più paurosa e suggestiva.

Da Piazza di Spagna poi siamo andati verso Castel Sant’Angelo, con la calma e non con poca strizza visto che Fidanzato Cavernicolo della Capocciara, sembrava avere lo strano potere magnetico di accendere cose e spegnerle al suo passaggio. Non mi sono fatta troppe domande, faceva ambient e mi stava benissimo così. Sul ponte della famosa fortezza non potevano non trovare Beatrice Cenci, quella della storia che vi abbiamo raccontato in maniera molto dettagliata qui. Il fantasma della ragazzina pare comparire preferibilmente nelle notti di luna piena e nell’anniversario della sua morte (o nella notte precedente, quindi quella tra il 10 e l’11 settembre). A questo spiritello piace girare con la propria testa in mano, tenuta per i capelli. Non propriamente un bel vedere, ma sicuramente pertinente alla tematica “Morti per morte violenta”. No, non abbiamo trovato nemmeno Beatrice, ma da quelle parti c’è sempre qualche menestrello che per pochi spicci regala della buona musica ai passati.

Scendiamo poi sul Lungotevere e iniziamo la lunghissima passeggiata che ci conduce a Ponte Sisto dove troveremo ammassati un bel po’ di fantasmi di quelli ignoranti. Nelle notti più fredde, e per questo noi ci siamo andati a fine luglio, dovrebbero essere visibili le anime dei poverelli annegati nel Tevere e che lì, in quell’ansa, andavano ad incagliarsi. Venivano recuperati dalla confraternita dei Sacconi Rossi, confraternita che esiste ancora a scopo celebrativo. Questo gruppo di fedeli, riconoscibile per dei lunghi mantelli di colore rosso, andava a raccogliere i cadaveri di coloro che venivano trascinati dal Tevere privi di vita e davano a questi sfortunati degna sepoltura cristiana. La sepoltura dei corpi non riconosciuti avveniva attorno all’isola Tiberina, ma papa Gregorio XVI vietò successivamente le sepolture di questo genere per questioni sanitarie e quindi le spoglie vennero tumulate al Verano, in una fossa comune. Ancora oggi, il 2 novembre, viene celebrata una messa in ricordo di queste vittime annegate, ed il Fatebenefratelli ha richiesto il ripristino della confraternita, ottenendolo senza troppi problemi. Però, anche in questo caso, nessun avvistamento per noi.

Passiamo sotto a Ponte Sisto dove probabilmente siamo arrivati o troppo in ritardo o troppo in anticipo perché non siamo riusciti a vedere la carrozza di Olimpia Pamphilj che sfrecciava in fiamme lontano dal Vaticano. Un gran peccato, già. Ma se a Roma non hanno orari i mezzi dell’ATAC non vedo perché dovrebbe averli la carrozza fantasma della Pimpaccia. Anche in questo caso sono molto combattuta, so perfettamente che per completezza d’informazione dovrei raccontarvi tutta la storia della Pimpaccia, ma… me la vorrei riservare. Si tratta infatti di un intrigo molto molto interessante e potrebbe essere il tema di una nuova avventura, quindi vogliate perdonarmi, ma non aggiungerò altro alla storia di questa brutta e antipatica signora. Che poi, lo so bene che potreste andare a cercarvela in autonomia, ma mi piace pensare che siate affezionati a me e che aspetterete di leggere le mie storie. (Illusa! Illusa! Illusa!)

Mentre ci dirigiamo in via del Governo Vecchio, al civico 57, notiamo una cosa molto interessante. Un battello sul Tevere, un’imbarcazione che sembra abbandonata, ha due luci accese al suo interno. Armati quindi di tanto coraggio e di cintura gialla dell’Aristogracchia, decidiamo di avvicinarci scendendo le scalette. Ovviamente, per rendere tutto più tetro, non c’è anima viva e una volta avvicinati inizia l’esplorazione della bagnarola. Dentro davvero non c’era nessuno, all’apparenza, ma possiamo giurare di aver visto luci accendersi e spegnersi. Stiamo ancora indagando e per il momento l’ipotesi di un timer automatico è quella più accreditata. Timer o no, ci siamo presi una bella strizza collettiva. Ma neanche tanto. Insomma, il giusto.

L’appartamento inesistente è la nostra penultima tappa: si tratta dell’abitazione più infestata di Roma. L’11 maggio 1861 viene registrato un evento insolito, denunciato dall’allora padrone di casa tal Tromba. Pare che gli oggetti dell’abitazione vivano di vita propria, volando e andandosi a lanciare fuori dalle finestre. Materassi, candelabri, posate, sedie, set di piatti… tutto vola dalla finestra sebbene tutti i membri della famiglia Tromba siano scesi in strada spaventati dall’evento. Il signor Tromba ha chiesto aiuto anche ad un prete, cercando di esorcizzare la casa, ma niente. Il festino di spiritelli non intende cessare e di conseguenza la casa è stata abbandonata e le finestre sono state murate. Negli anni la casa non viene più registrata al catasto, quindi attualmente non esiste in nessuna carta e risulta completamente inesistente. Potendo chiunque andarci a vivere, nessuno s’azzarda. Aristogracchi e Capocciara ci hanno subito visto il business: un bel B&B e via che si fanno i petrodollari.

La nostra avventura finisce a Piazza Navona, a Palazzo De Cupis dove cerchiamo la mano della bella Costanza. E niente anche lì, Costanza probabilmente aveva di meglio da fare che rimanere appiccicata ad un vetro ad aspettarci. La sua storia però è molto bella e interessante, ma ve la racconto adesso senza farvi aspettare. Costanza aveva delle bellissime mani, talmente tanto belle che un artigiano decise persino di farne un calco. Tutti andavano ad adorare quelle dita lunghe e affusolate, fino a quando un forestiero travestito da frate non decise di profetizzare, alla povera Costanza, sciagura infinita. Le disse che avrebbe perso le sue bellissime mani e che sarebbe per questo caduta in rovina. La ragazza, spaventata, decise di chiudersi in casa per ridurre al minimo tutti gli incidenti che avrebbero potuto portarla alla perdita delle mani, ma evidentemente non aveva mai letto “La bella addormentata nel bosco”. Si punse infatti con un ago e a seguito di una bruttissima infezione i medici le amputarono la mano, purtroppo però il male le raggiunse il cuore e la ragazza morì. Si dice che, nelle notti di luna piena, sia possibile vedere Costanza appoggiare la mano alla finestra del suo palazzo. Ma l’altra sera non c’era la luna piena e niente fantasma per noi.

Si conclude così la nostra caccia ai fantasmi, senza alcun risultato ottenuto, ma con una manciata di nuovi amici nello zainetto. E che dire, vi diamo appuntamento alla prossima avventura che vedrà protagonista Lorenza Serafina Feliciani! Se volete venire con noi, nelle nostre passeggiate esplorative, tenete sotto controllo la pagina Qui la gatta ci cova perché in genere è proprio lì che mandiamo gli avvisi. Le squadre di esploratori e avventurieri sono per tutti, anche per i ragazzini, l’importante è portarsi dietro sempre un paio di litri d’acqua visto che si cammina per chilometri e chilometri!

Leggi anche il racconto esilarante degli Aristogracchi e della Capocciara!

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(L’immagine in evidenza è di proprietà Aristogracchi)

La caccia ai fantasmi è il primo progetto in collaborazione con gli Aristogracchi e dà il via alla nostra nuova esperienza “Quattro gatti al lardo”. Rimanete sintonizzati, ne vedrete delle belle!