Vivere con la psoriasi: perché se ti dico che non voglio uscire di casa non devi insistere

In questo post non voglio darvi una sfilza di informazioni nozionistiche su cosa sia la psoriasi e in che forme decida di fare incursione nella mia vita. Mi limito a dirvi che si tratta di una malattia della pelle per la quale non esiste cura definitiva, è una malattia autoimmune ed è estetica (si vede ed è anche parecchio brutta). Se volete saperne di più vi rimando direttamente a questo sito.

Mi fate sempre un sacco di domande in merito, quindi le riassumo tutte e cercherò di rispondervi.

Ma cosa significa vivere con questa malattia? Si tratta davvero di una situazione fortemente invalidante? Si può chiedere la malattia al datore di lavoro? Come ci si organizza quando la pelle prude 24 ore su 24 e non ci si può grattare per niente e nulla attenua il fastidio? Andiamo con ordine. 

Prima cosa: io ho sempre la psoriasi, anche quando non si vede. La psoriasi è dentro di me e ci rimane anche quando sulla pelle non ho escoriazioni o pustole. Lei c’è ed è sempre pronta a venire fuori. Quindi no, non uso detersivi sulle mani e non uso il sapone generico (quando posso). Dovrei mangiare in modo equilibrato, riducendo di molto la carne e le farine, privilegiando il pesce e i legumi. Dovrei vestirmi solo di cotone, uso uno shampoo non aggressivo (che mi costa 8 € per 200 ml), dovrei fare qualche lampada ogni tanto e dovrei passare molto tempo al mare. Non posso fare la metà di queste cose, un po’ perché la mia vita lavorativa/quotidiana non mi consente di stare in riva al mare tutti i giorni, un po’ perché vestire sempre di cotone e ricordarsi di mettere i guanti ogni volta che si sbrigano le faccende di casa è impegnativo e io non sono certo una persona diligente. Ma la verità è che anche quando mi impegno a rispettare in modo rigoroso tutte queste piccole regolette, la psoriasi esplode lo stesso quando e come pare a lei. Ah e ovviamente non dovrei fumare le sigarette.

Perché? Non lo so. A volte succede quando mi si alzano i livelli di stress: un momento particolarmente importante a lavoro potrebbe farmi venire le croste. A volte però succede in maniera totalmente casuale e io ricollego questi episodi a qualcosa che mangio o che tocco. In fine capita di avere fasi acute nei periodi in cui sospendo o decido di sospendere autonomamente gli incontri con la mia psicoterapeuta. In questo periodo sono coincise un po’ di cose elencate, infatti sono circa 3/4 giorni che esco di casa solo per dedicarmi a lavori che non possono essere risolti da remoto.

In questi giorni, infatti, ho preso un incarico che mi ha duramente messa alla prova in campo professionale, ho deciso di portare a termine il mio percorso con la psicoterapeuta ritenendo di aver superato il mio periodo di crisi e di poter provare a camminare da sola, ho davvero poco tempo per stare con i miei amici e io e Claudio ci vediamo solo un’ora la notte prima di addormentarci e un’ora la mattina prima di andare al lavoro. Tutto di botto, tutto insieme, tutto addosso. Mi sono svegliata e bam, era ovunque. Senza vergogna, vi dico dove esplode: sulla mia testa si formano delle pustole purulente (che secernono pus) che si squamano, mi viene in faccia sopra le palpebre, nell’interno delle orecchie, sulle tempie, attorno alle labbra, sul pube e sulle gambe. Vi risparmio i dettagli, ma vi dico solo che prude talmente tanto che di notte mi scarnifico proprio facendo uscire anche il sangue. E allora parte l’iter con tutte le mie medicine: creme specifiche e liquidi che bruciano tantissimo. Ed è dolore, fastidio e nervoso costante. Cosa posso fare? Niente, aspettare qualche giorno che le medicine facciano effetto sulla fase acuta e portare tanta tanta pazienza.

Ho la fortuna di essere una libera professionista, quindi in questi casi non ho troppi problemi a chiudermi in casa senza smettere di lavorare, ma quando lavoravo a contratto da dipendente mi facevo sempre un sacco di riguardi a chiedere i giorni di malattia. Avrei voluto (e avrei potuto) nella maggior parte dei casi, ma ricordo chiaramente che quando lavoravo al ristorante evitavo di farlo perché la mia assenza avrebbe creato un problema ai miei colleghi che si sarebbero dovuti fare il doppio turno. Comunque la risposta a una delle domande iniziali è sì, si può chiedere tranquillamente la malattia al proprio medico di base. 

Ma cosa comporta girare per strada con questa malattia della pelle? Alla vista è orribile e spesso al gente ti guarda, soprattutto sui mezzi pubblici, come se tu fossi un’appestata. La psoriasi non è contagiosa, ma le persone si impressionano a vedere queste pustole sulla mia pelle e vedo che prendono le distanze come se fossi un’appestata. Spesso cambiano posto sull’autobus, preferendone uno distante da me appena questo si libera. Io me ne accorgo, ma faccio la vaga perché non voglio mettere nessuno in imbarazzo: vorrei spiegare loro che possono stare tranquilli, che non posso “attaccarla” a nessuno, ma preferisco glissare e fingere il nulla cosmico. Per nascondere un pochino le cose cerco di tenere addosso sempre gli occhiali da sole, almeno le palpebre sono protette e provo a fare una “cipolla” sui capelli in modo che copra un po’ la devastazione sul cranio e tengo dei ciuffi liberi in modo tale da coprire un po’ tempie e orecchie. Purtroppo per il contorno labbra non posso fare molto, anche perché non posso usare alcun tipo di make-up. Capite bene perché non me la sento di uscire, no? Metteteci pure che passo quasi tutto il tempo a combattere contro l’istinto di grattarmi con vigore e se qualche volta cedo al prurito della testa, voi vi grattereste il pube in autobus o in ufficio mentre parlate con un collega? Io no, naturalmente, quindi si soffre in silenzio.

Il mio decidere di chiudermi in casa in questi giorni non è dovuto solo a un fattore estetico, su quello riesco a soprassedere anche perché alcune creme aiutano molto almeno a far attenuare il rossore, ma non posso stare tranquilla mentre giro per strada e combatto con la voglia di scarnificarmi l’epidermide. Non si può fare, non riesco a vivere bene e mi viene ancora più nervoso, rischiando di peggiorare ulteriormente la situazione andando così a vanificare gli effetti dei rimedi medici.

Ecco perché i miei amici hanno imparato a non insistere quando dico “No, non posso uscire, mi è esplosa la psoriasi”. Una volta cercavano di convincermi perché credevano che si trattasse solo d’ imbarazzo, invece ora sanno che il problema è più complesso e hanno imparato a rispettarlo. Fortunatamente al lavoro mi è bastato spiegare di questa mia patologia cronica affinché nessuno pretendesse la mia presenza quando non strettamente necessaria, ma tantissime persone non hanno la mia stessa fortuna e sono costrette ad un calvario che può durare giorni, settimane e a volte anche mesi. Infatti la psoriasi si sa sempre quando viene, ma non si sa mai quando sparirà.

Spero di aver risposto a tutte le vostre curiosità, ma se ne avete delle altre potete tranquillamente contattarmi e farmele. Se volete parlarmi delle vostre esperienze fate pure, vi ascolto molto volentieri e magari possiamo anche scambiarci piccoli rimedi utili quotidiani.

Grazie per avermi letta anche oggi!

 

Pinsa, frutta e verdura A gogo : per tutti i tipi di alimentazione!

Adoro la pinsa, fosse per me la mangerei a tutte le ore del giorno. Sto per essere linciata, forse, ma preferisco l’impasto della pinsa rispetto a quello della pizza e non ci posso fare niente: è più leggera, non mi fa vedere i draghi volanti di notte durante la digestione. I Quattro gatti al lardo, questa volta, hanno provato per voi un fast food davvero funzionale a Ottaviano, proprio appena fuori dalla fermata Metro A.

IMG_6774Ogni giorno, in ufficio quando è ora di pranzo scatta il solito problema: dove andiamo a mangiare? C’è l’avvocato Ravioli che è vegano, la sua assistente invece è celiaca e non può nemmeno avvicinarsi al glutine. La signora Sedano – che sta alla reception – segue una dieta paleolitica e non si capisce mai cosa possa o non possa mangiare, poi c’è il direttore artistico che se non ha la sua pinsa alle zucchine preferisce rimandare il pranzo. Che caos! Ma i Quattro gatti al lardo, fortunatamente, hanno trovato la soluzione: A gogo, via Giulio Cesare 68. Ieri sera siamo stati invitati all’inaugurazione del nuovissimo angolo gluten free di questo locale: da oggi in poi, infatti, si assicura una linea priva di contaminazione anche per tutte le persone che soffrono di grave allergia e intolleranza alle farine. Ogni prodotto viene preparato in un laboratorio separato e viene immediatamente sigillato e proposto alla vendita. Esattamente come in farmacia, ma con il vantaggio di poter mangiare qualcosa di fresco, seduti comodamente in un luogo colorato e molto accogliente.

Purtroppo la ciurma era sguarnita dell’assaggiatrice gluten free per eccellenza, tuttavia i palati raffinati non mancavano: quando ci è stato detto che ogni prodotto gluten free conservava lo stesso sapore di tutto ciò che invece non lo era… ci siamo guardate tutte un po’ scettiche. E abbiamo fatto proprio una figura barbina, sì. Abbiamo assaggiato, per prima cosa, tutto ciò che non si adattava a tutti gli altri tipi di dieta: pinsa vegetariana, pinsa vegana, pinsa con pancetta, pinsa con mortadella, wrap con salmone, wrap vegetariani, salse e salsine varie (…) e alla fine abbiamo approcciato al mondo del gluten free.

La verità è che se la proprietaria, la gentilissima Livia, non ci avesse detto che quelle pizzette rosse non solo erano vegane ma anche senza glutine, noi non ci avremmo nemmeno pensato. Idem per tutta la pasticceria: bignè al pistacchio, roll di cacao, donut con zucchero semolato… tutto buonissimo e tutto assolutamente senza la minima traccia di glutine.  Ci siamo dovute arrendere all’evidenza: da A gogo è possibile assecondare proprio tutti i tipi di dieta, perché ogni cosa che vuoi mangiare decidi tu come comporla. Insalata? Come ti pare. Wrap? Come ti pare. Pinsa? Come ti pare.

Noi ieri sera abbiamo letteralmente messo sottosopra tutto il locale, è davvero grande questo posto e permette un sacco di posti a sedere anche in tavoli grandi dove ci si può sedere con i colleghi. L’arredamento è coloratissimo e anche molto molto divertente, alcune figure appese alle pareti meritano ben più di una fotografia! E noi, naturalmente, non ci siamo fatti scappare nulla di questi dettagli. Nei nostri profili Instagram ci siamo divertite a presentarvi tutte le interpretazioni più bizzarre di tutta quella frutta e quella verdura. E noi ci siamo divertiti tutti un sacco, davvero! Abbiamo avuto il locale tutto per noi dalle 21 alle 23, chiuso al pubblico e aperto solo ai nostri test e alle nostre foto.

Questa volta eravamo davvero tantissimi e di blogger c’ero solo io! Me ne sono andata a cena con un gruppo di folli Instagrammer super navigate che hanno dispensato consigli a me, ma anche alle più “piccoline” che sono state invitate. Chi c’era con noi? Claudia Ottaviani, Sara Lucchetti, Gabriella Liparioti, Beatrice Iorio, Mara Scaramuzzo, Fidanzato Claudio e Little Flame. Come dicevo, è stato bello, perché si è creato un gruppo coeso dove si è utilizzato anche del tempo per darsi consigli, confrontarsi, raccontarsi e via dicendo. Nonostante si sia dovuto organizzare tutto in meno di 24 ore, senza i miei Aristogracchi e senza la mia Capocciara, sono felicissima di dichiarare che è stata una delle serate meglio riuscite. C’era voglia di vedersi, di stare insieme, di chiacchierare… in pieno stile Quattro gatti al lardo.

IMG_6776Abbiamo onestamente provato a eleggere la nostra pinsa preferita, ma abbiamo fallito. C’è chi dice che il tartufo vinca sempre a mani basse (e che anche una scarpa sia buona se tartufata, cit.) quindi Fidanzato Claudio e Gabriella decidono che mortazza&tartufo sia il piatto vincente. Alcuni avanzano l’ipotesi che forse forse la pinsa con la zucca fosse la più delicata, ma le zozze come me non hanno dubbi: Gricia tutta la vita, a noi piace il guanciale croccante! In compenso, abbiamo promosso a pieni voti le centrifughe (tutte) il vino bianco (tutto) i bignè (tutti) e le pizzette rosse gluten free (tutte). Ah, io ho promosso anche le crocchette di patate gluten free, già che c’ero.

A Gogo è il locale adatto per una pausa pranzo veloce, economica e sana. Una buona alternativa per spezzare il solito flusso di cibo spazzatura al quale siamo condannati noi che pranziamo quotidianamente fuori casa. Il locale è il posto giusto per fermarsi una mezzoretta e concedersi qualcosa di sfizioso in base alle nostre esigenze, da A gogo infatti tutti possono mangiare senza problemi perché ogni tipologia di dieta viene accontentata.


Si ringraziano tutte le Instagrammers intervenute nell’evento Quattro gatti al lardo, un ringraziamento particolare va a Livia Corso, socia di A gogo, per l’invito. Vuoi anche tu organizzare un evento “Quattro gatti al lardo”? Fai come fanno tutti: manda un messaggio!

Settembre non ti temo, ho un tiramisù e non ho paura di usarlo!

Quattro gatti al lardo presenta: come archiviare un lunedì e andare a dormire felici


Il lunedì è il giorno peggiore della settimana: si torna in ufficio, si riprendono in mano tutti gli impegni che si erano lasciati in sospeso il venerdì, si torna ai messaggi Whatsapp con le amiche dove si maledice l’universo e si implora per un aperitivo tutte insieme.

Questa volta niente tagliere di affettati misti e calice di vino, per un lunedì così impegnativo c’era bisogno di qualcos’altro: un tiramisù. Eh, dice Chantal, ma il tiramisù bisogna trovare qualcuno che lo faccia bene altrimenti meglio ripiegare su delle pastarelle qualsiasi. Ha ragione, proprio per questo motivo ci affidiamo alla rete e scoviamo una piccola isola verde di felicità, proprio in Piazza Re di RomaIMG_6665

I quattro gatti al lardo ieri erano cinque, tutti e cinque armati di cucchiaino. Chi eravamo? Un’edizione small e tutta al femmile: Melania Migliozzi, Roberta Ottaviani, la Capocciara e Chantal di Aristogracchi. Avremmo voluto essere di più, ma si fa sempre quel che si può!  Il locale piccolino, giusto per il prendere e portare via: esiste una varietà infinita di tiramisù monoporzione da passeggio, tutti freschissimi di giornata. La gioia  più grande è che si possono trovare sia  una versione gluten free che una versione senza caffè per i bambini. Tutto viene realizzato con uova pastorizzate in modo tale che possa essere consumato anche da donne in gravidanza. E non ci sono solo tiramisù, ma anche caramelle, marshmallows e biscotti biologici!IMG_6681

Ma torniamo a parlare della crema di questo tiramisù. Questo locale alla fine è stato eletto all’unisono dai quattro gatti al lardo come Re del Tiramisù di Roma e se lo abbiamo fatto un motivo c’è. La crema al mascarpone è praticamente una nuvola leggera e morbidissima. Il sapore è delicato, ma il formaggio si sente e non viene sostituito con la panna. I prodotti non sono congelati, ma preparati tutte le mattine in laboratorio e tenuti freschi fino alla vendita in giornata. Lo consigliamo? Per noi è un sì pieno senza discussioni. 

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We love tiramisù è anche torte: come vedete dalla fotografia s’è rischiato lo scippo visto che Chantal non riusciva più a decidersi di riporre la torta nel frigorifero dopo questo scatto. E come darle torto guardando questa immagine?

Io ho assaggiato una porzione di tiramisù tradizionale, una porzione di tiramisù alla Nutella e una di tiramisù alle fragoline di bosco. Probabilmente il mio preferito rimane l’ultimo, ma c’è da dire che ho lasciato il cuore anche su quello alla Nutella. Poi, sinceramente, a me il tiramisù piace sempre quando è fatto bene, perché mi ricorda la mia infanzia e le pirofile immense che prepara ancora ad oggi mia zia Elena.

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Una chiusura così dolce di un lunedì di fuoco proprio ci voleva: considerate che sono tornata a casa che non riuscivo nemmeno a tenermi in piedi. La mia giornata ultimamente inizia troppo presto e finisce troppo tardi, inoltre passo la maggior parte del tempo a viaggiare sui mezzi pubblici non riuscendo a sfruttare quel tempo per lavorare un pochino. Sto scoprendo quanto effettivamente possa essere faticosa la vita del libero professionista che si smazza tra i clienti tutto il giorno, cercando di accontentare ogni singola richiesta (dalle più normali alle più bizzarre) Ma ci lamentiamo? No, ben venga il lavoro, sono io che devo imparare ad organizzarmi meglio.

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Per fortuna esistono posti come We love tiramisù, dove puoi fermarti e prenderti una pausa concedendoti anche una coccola fatta bene. Che poi alla fine non è che si mangi un tiramisù perché si ha fame, lo si sceglie perché si ha bisogno di un angolo di dolcezza dove annientare due ore e passa di telefonate infinite con un fornitore. E serve qualcosa di fatto bene, qualcosa di sfizioso che soddisfi sia il palato che la vista. Serve qualcosa che ti faccia dimenticare tutto, soprattutto una giornata lavorativa di quelle tra le più pesanti mai viste.

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Come resistere a questo settembre di fuoco se non correndo ai ripari in questo modo? Non vedo altre soluzioni: we love tiramisù per non finire sotterrati dalle pratiche, dai compiti, dai lavori da consegnare e così via. Provare per credere!


We love tiramisù lo trovate in via Appia Nuova 131, Roma (Fermata Metro A Re di Roma). Potete seguire la pagina Facebook ufficiale e lo trovate anche su Instagram (@welovetiramisu). Special thanks to Jessica e Laura di Le Civico per l’invito e l’ospitalità.

Sono un chicco di Melograno!

«Elì, melograno si scrive con la lettera minuscola.»

«No, ho scritto giusto, fidati.»


Credo sia passato diverso tempo dal mio ultimo post nella sezione Personal diary, ma non è stato un atto volontario, non ho smesso di pensare di voler condividere con voi anche briciole della mia vita privata al di fuori dei social. Semplicemente è stato (fortunatamente) un periodo caratterizzato da tempi molto serrati, colmo di novità in ambito lavorativo che hanno richiesto un impegno sul campo maggiore del previsto. Non fraintendetemi, non mi sto lamentando, ringrazio Roma tutti i giorni per ciò che mi sta dando, sia dal punto di vista personale che professionale.

Però c’è un momento in cui bisogna staccare la spina e per me è difficile trovarlo. Credo fermamente che anche un libero professionista debba, ad un certo punto, spegnere tutto e ritirarsi in un momento privato dove nessun collega o cliente sia ammesso. Io questo posto ce l’ho, me lo sono ritagliato e l’ho difeso con tutte le mie forze.

C’è chi va in palestra, c’è chi va a correre al parco, c’è chi dipinge in santa pace e chi invece si butta a letto e ascolta la musica. Io ho bisogno di un luogo in cui riordinare la mia creatività, un luogo che mi serve per dare ad essa una forma e questa è una cosa importante perché io con la creatività, quotidianamente, ci lavoro. Così non ho dovuto pensarci tantissimo, è stato fidanzato Claudio che ad un certo punto mi ha suggerito di mettermi in gioco con un corso di recitazione. Era maggio ed è stato poco dopo l’esperienza di Delitto ar sugo di cui parlo in questo blog post.

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Io, Alessandra Battaglia e Alessio Mosca

Ho conosciuto l’associazione artistica Il Melograno quasi per caso, grazie ad un’inserzione su Instagram. Senza pensarci troppo, per fortuna altrimenti non l’avrei fatto, ho deciso di seguire le indicazioni date dall’immagine sul social e mi sono iscritta al corso. Click – fatto. Mi sono così ritrovata a partecipare al corso base, un’infarinata di 8 lezioni su quello che è il mondo della recitazione. No, se ve lo state chiedendo non è stato facile proprio per nulla. A maggio ero ancora molto spaesata qui a Roma, lavoravo in un ristorante dove entravo e mi sentivo male, uscivo e mi sentivo peggio.

Però quelle 8 lezioni per me sono state un dolcificante prelibato in un mare di amarezza. Entravo lì e spariva tutto. Spariva la mia ansia di non riuscire a concretizzare nulla nella vita, spariva la mia paura di non avere i soldi il 5 del mese per pagare l’affitto, se ne andava la sensazione di angoscia che mi aveva lasciato una vita matrimoniale sgretolata e chiusa malamente. Per farla breve, entravo in quel seminterrato accogliente e tutto il peso che mi stava sulle spalle mi scivolava via, come se qualcuno mi levasse un oppressivo e tedioso mantello che portavo addosso tutta la giornata da mattina a sera (qualche volta anche di notte). Il Melograno è un’isola, un posto dove ricaricare le batterie dopo averle scaricate del tutto. Un luogo in cui ti puoi permettere di dire quello che pensi, un mondo a parte dove se dici qualcosa vieni ascoltato davvero. Non è solo una scuola dove si tiene un corso di recitazione, perché se da un lato impari quelle che sono le tecniche della materia in questione, dall’altro sei costantemente chiamato a metterci del tuo. E ciò che metti tu è per Il Melograno un valore aggiunto.

Perciò dopo le 8 lezioni del corso base ho deciso di proseguire con il corso avanzato semestrale, il corso che ho iniziato oggi e di cui vi accennavo qualcosa stamattina su Facebook. Ho scelto ancora di dedicare a questa attività il mio spazio “pausa dal mondo” perché ne traggo vantaggio, perché mi diverto e perché per Alessio e Alessandra (nella foto – presidente e vicepresidente) sono una persona importante e non mancano mai di farmelo sapere attraverso sorrisi, abbracci e grandi momenti di confronto.

Stasera è iniziata la mia nuova avventura e ho conosciuto già un sacco di persone che viaggeranno con me, siamo in tanti e siamo bellissimi. Sono felice di questa famiglia artistica, sono felice di essere un chicco del Melograno.


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Dunkirk: non solo un altro film di guerra.

L’altra sera, non sapendo come festeggiare l’arrivo delle piogge autunnali, abbiamo deciso di andare al cinema. Non credevo fosse possibile, nel 2017, riportare a nuovo splendore le antiche usanze ormai perse nell’oblio della memoria culturale del nostro popolo, ma è evidente che dopo mesi e mesi di siccità senza sconti, un evento come un bell’acquazzone andasse celebrato a dovere.

A questa va aggiunta la ragione meno mistica e più pratica dell’aver dei soldi da parte, una volta ogni tanto: così, dopo averne spesi la maggior parte per le cose di casa (abbiamo perfino un asciugacapelli!) ci è sembrata un’ottima idea raggiungere il nostro vicino Cinema Broadway, rifornirci di popcorn e coca cola, entrare nella sala semi deserta, sceglierci il posto (sì, ci dovrebbero essere quelli assegnati, ma nessuno mi impedirà mai di prendermi i posti centrali della terza fila a partire dal basso, nessuno!) e finire i nostri popcorn prima che inizino i trailer dei film in uscita. Tanto che poi la gatta mi guarda e fa (e questo tra uno spot e l’altro): che ne dici di un altro giro di popcorn?

Cosa siamo andati a vedere? Un film che avevo in programma da parecchio tempo, e che temevo sarei riuscito, come ogni volta che voglio assolutamente andare al cinema, a farmi scappare. Come la settimana scorsa quando al botteghino del cinema ho chiesto un biglietto per quel film che volevo assolutamente vedere, e ogni giorno mi dicevo “domani vado”: Via col vento.
Questa volta è andata meglio, e prima di perdere l’occasione, abbiamo preso i biglietti per l’ultimo (capo)lavoro di Cristopher Nolan: Dunkirk. Che poi era tutto quello che sapevo del film che stavamo per andare a vedere, uno dei miei registi preferiti che gira un film ambientato durante la Seconda Guerra Mondiale; anche solo questo è bastato per fiondarmi in sala appena possibile.

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Ci sarebbero davvero tante cose da dire su una pellicola – non è una figura metaforica, è stato davvero girato su pellicola – che secondo me rappresenta forse il punto più alto della cinematografia di Nolan. Le tre linee narrative che si muovono su fasi temporali sfalsate arrivano a accordarsi nel finale in un crescendo degno di un compositore, dimostrando ancora una volta la capacità dello scrittore/produttore/regista di lavorare intrecci diversi nello spazio e nel tempo all’interno dello stesso film senza perdere nemmeno per un momento la coerenza e la fluidità, cosa non sempre garantita per esempio in Memento, suo film del 2000.

La storia – o le storie –  ci portano a Dunkerque, città portuale francese al confine con il Belgio, nel 1940. La Germania nazista ha iniziato la sua offensiva contro la Francia, che tenta di difendersi grazie all’aiuto degli alleati inglesi. Tuttavia, la superiore forza militare tedesca, porta le truppe inglesi e francesi ad essere circondate nella cittadina affacciata sulla manica, in attesa dell’evacuazione. Una ritirata, una sconfitta, ma che salverà centinaia di migliaia di vite. Vite che poi saranno stroncate da altri cinque anni di guerra, ma tant’è. Nello specifico, l’occhio dello spettatore vive quasi in prima persona tre vicende: due giovani soldati che tentano di scappare dalla cittadina in guerra; una piccola imbarcazione civile che si è proposta volontaria per aiutare l’evacuazione di Dunkerque con il suo equipaggio composto da un signore anziano con suo figlio e il suo amico coetaneo; la missione di tre caccia inglesi inviati a fornire copertura durante le operazioni di imbarco contro gli aerei nemici. Queste tre linee narrative non avvengono però in contemporanea: prendendo come punto di riferimento l’avvenuta evacuazione di Dunkerque, le tre storie avranno inizio, rispettivamente, una settimana, un giorno e un’ora prima.

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A fare da filo conduttore non è solo il magistrale montaggio di Lee Smith (alla sua settima collaborazione con Nolan) che se non gli danno l’Oscar quest’anno devono cancellare il premio al Miglior Montaggio, ma anche la musica di Hans Zimmer con il suo ottimo lavoro non tanto sulle melodie, decisamente in sottofondo rispetto ad altri film in cui fanno quasi da protagonista insieme agli attori, quanto sui ritmi e i tempi che contribuiscono a rendere perfettamente la progressiva accelerazione del film che arriva a un ritmo quasi frenetico sul finale, per poi rallentare in coda.

A proposito di attori, il cast. Per una sceneggiatura lunga appena 76 pagine (luna più o meno quanto la mia tesi di laurea, ma questa è un’altra storia) e con i dialoghi ridotti al minimo, si potrebbe pensare che non ci sia bisogno di chiamare pesi massimi di Hollywood e oltre come Tom Hardy, Cillian Murphy, Kenneth Branagh e Mark Rylance. E invece è andata proprio così. Inutile dire quanto riescano ad essere strepitosi, insieme a tutti gli altri attori più giovani, nel rappresentare il lato più crudele e doloroso di una guerra senza eroi; menzione speciale per Harry Syles alla sua prima interpretazione: mi viene quasi da chiedermi se non gli convenga dedicarsi al cinema e lasciar perdere gli One Direction.

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Ultimo aspetto di cui vale la pena parlare è quello tecnico: ho già scritto che Nolan ha usato la pellicola per girare questo film, cosa che si vede molto bene al cinema; colori attenuati e maggiori sfumature si sposano magnificamente con l’ampio uso di camere a mano, rendendo tutto il film estremamente coinvolgente. Quello che ancora non ho detto, chicca volutamente lasciata per ultima, è che per la realizzazione delle scene di combattimenti aerei e navali la CGI (grafica al computer, per intenderci) è stata ridotta al minimo, preferendo utilizzare aerei e navi d’epoca o, in alternativa, riproduzioni fedeli delle stesse tramite velivoli e imbarcazioni “mascherate”; per non farci mancare nulla, sono stati anche realizzati modelli in grande scala fatti esplodere e affondare durante le riprese.

Personalmente, credo che sia uno dei più bei film sulla Seconda Guerra Mondiale, forse addirittura migliore di Salvate il Soldato Ryan, e il miglior lungometraggio mai realizzato da Nolan. E voglio dire, lo sto mettendo sopra alla trilogia del Cavaliere Oscuro, Interstellar, Inception e Memento. Che dite, glielo diamo un Oscar quest’anno?

Chi sono e quanti sono questi quattro gatti al lardo?

Che detta così sembra uno scioglilingua

E alla fine s’è reso necessario questo blog post. Non l’avevamo preventivato, dopotutto noi stavamo scherzando. Sto parlando davvero di una cosa nata per gioco, per divertimento e di sicuro nessuno di noi si aspettava che ad un certo punto dovessimo presentarci. Ebbene, sì. Siamo i Quattro gatti al lardo, che a volte sono due, a volte sono sei, ma sicuramente è raro che siano davvero quattro.

L’idea è nata dalla voglia di stare insieme e di condividere avventure: siamo sei personaggi in cerca d’autore (anche se di autori tra di noi ce ne stanno almeno tre) con tante storie da raccontare che vengono meglio se le scriviamo insieme. Questo è quanto e non ci sarebbe molto altro da aggiungere, ma visto che due tre cose le abbiamo combinate, ve le raccontiamo.

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Andiamo a mangiare nei locali tutti insieme, alcuni ristoranti ci invitano perché vogliono una nostra recensione. Perché? Non lo sappiamo nemmeno noi. Non siamo critici gastronomici e nessuno di noi ha fatto studi di cucina specifici, ma abbiamo comunque delle competenze da mettere in gioco (abbiamo anche un attore, non si sa mai!). C’è chi di noi ha un locale, chi un bed and breakfast, chi lavora per un’agenzia per la comunicazione d’impresa e chi organizza eventi: abbiamo anche qualche laurea e qualche master, dovessero servire! Insomma, sappiamo creare dei testi scorrevoli, con dei contenuti di qualità e i risultati si vedono perché i nostri blog post che riguardano il settore food sono molto seguiti e condivisi. Qualche esempio? Amelia Bistrot, Mabe cucina creativa, Arnold Coffee, Pinsa e buoi e di tutti questi potete trovare le recensioni nei nostri blog, alla voce “Quattro gatti al lardo”.

Siamo un team? Siamo un progetto? Siamo un brand? No e non lo saremo mai. Siamo solo sei blogger (in realtà quattro) che fanno degli eventi insieme e questi eventi si chiamano “Quattro gatti al lardo”. Questi momenti di condivisione possono nascere da collaborazioni con ristoranti, locali serali, caffetterie, attività di intrattenimento in generale, oppure possono essere organizzati proprio da noi, come per esempio la “Quattro gatti al lardo ghost edition”. Non c’è una regola, se facciamo qualcosa insieme e l’evento è organizzato da noi, allora si chiamerà così. Si tratta di un circolo chiuso ed esclusivo? No e non lo sarà mai. Noi, quando possiamo, cerchiamo sempre di coinvolgere altri blogger con i quali ci troviamo in sintonia o che semplicemente vogliamo conoscere e cogliamo l’occasione per farlo, invitandolo. Tutti possono partecipare agli eventi dei Quattro gatti al lardo e tutti, in quel momento lì, possono essere gatti al lardo insieme a noi. Persino chi non ha un blog, persino chi non ha profili social: noi siamo un gruppo di persone, prima di essere un mazzetto di gente che scrive in rete. E in quanto persone, va da sé, amiamo il confronto e la vita sociale.

Cerchiamo di conoscere gente e di farci conoscere a nostra volta, portando fuori dagli schermi i nostri contatti, concretizzandoli e dando loro il giusto spazio che si meritano, quello reale e non virtuale. Questo è quello che facciamo, niente di più e niente di meno.

Chi siamo? Chiamiamoci per nome.

Chantal e Francesco, siciliana lei e sardo lui. Loro due formano insieme gli Aristogracchi e il sogno che stanno cercando di realizzare è aprire il loro b&B a Ottaviano, in via dei Gracchi. Mentre attendono vari sbrogli legali e impicci burocratici, si divertono in cucina e lavorano sodo come consulenti per le strategie di digital marketing. Sono una coppia? Sì, stanno insieme anche se capita spesso di vederli lanciarsi coltelli e parolacce. Poche parolacce e tanti coltelli: lei sostiene di tenere conto preciso, attraverso un sistema di tacche sul muro, di tutte le volte che hanno rischiato di morire per mano dell’altro. Si tratta della nostra coppia alla Tarantino maniera, presente Beatrix e Bill? Con meno fucili, ma un numero quasi corrispondente di pallottole. Chiudendola onestamente: copywriter lui, digital marketer lei.

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Ludovica e Riccardo: Ciotolina e Bam Bam. Anche in questo caso, siciliana lei, ma romano lui. Vivono insieme a Prati, come i ricchi e mentre lui gestisce una birreria, lei perde il senno organizzando eventi di portata nazionale. Se ogni tanto si incrociano? Non lo sappiamo, abbiamo pochissime foto di loro due insieme e cominciamo a sospettare che siano la stessa persona. Riccardo il cavernicolo non utilizza social network: niente Instagram, niente Facebook, niente Twitter, niente Tinder… Ludovica invece è la Capocciara, smanetta su tutti i social possibili immaginabili ed è molto brava a prendere a calci in culo la vita. La filosofia della “colonna di cemento” per tutti i rompiscatole che cercano di ostacolarla pare funzionare alla grande. Mangiano tante verdure, sono spesso a dieta, lei ama indossare scarpe Superga senza calze, lui invece accende le lampadine con la forza del pensiero. Ecco a cosa serve una laurea magistrale in fisica. Insieme sono la Capocciara e Cavernicolo.

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Io e fidanzato Claudio! Sì, su di noi non mi allungherei più di tanto visto che comunque abbiamo fiumi e fiumi di parole nella sezione “chi siamo”. Non mi sprecherei nemmeno a fare dell’ulteriore autoironia, voglio dire, basta anche solo una nostra foto per capire che siamo due persone che assolutamente non sanno prendersi sul serio nemmeno a pagamento. Attore lui e scoiattolo indomabile io, abbiamo sempre duecentomila cose da fare e (non contenti) abbiamo deciso farne delle altre. Claudio viene bonariamente chiamato Treccani vivente dagli altri gatti al lardo, ma in realtà questi non sanno che non si tratta di studio matto e disperatissimo, quanto più di un dito molto rapido a digitare parole chiave su google prima di rispondere ad una qualsiasi domanda di storia. Io? Io sono quella che ne sa meno di tutti e sono quella meno capace di fare le cose, tutto sommato però quello che faccio ha il coraggio di uscirmi bene perché il Karma è in debito con me da diversi anni: sta solo saldando il conto.

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Ecco qua quindi, chi sono i Quattro gatti al lardo, quello che fanno e le zero pretese che hanno. Sei persone che vengono da tutte le parti d’Italia che si sono ritrovate a Roma, due perché ci sono nati, gli altri quattro perché inseguivano dei sogni. Qualcuno lo abbiamo realizzato, altri invece sono ancora in elaborazione, ma di sicuro non stanno più nel cassetto da un po’ di tempo.

Quindi se volete organizzare un evento Quattro gatti al lardo nel vostro locale, scriveteci e chiamateci, possiamo farlo! Volete farci testare un prodotto, un marchingegno futuristico ad alto rischio, un elicottero telecomandato che può trasportare passeggeri, lettiere per gatti, scarpe ortopediche, banane e lamponi? Chiamateci. Noi confezioniamo un qualcosa adatto a voi e se ci darete la possibilità coinvolgeremo altri blogger che hanno voglia di divertirsi con noi un pomeriggio, una sera oppure una giornata intera!

Sei un iger, un blogger o un influencer di qualsiasi tipo e vuoi goderti una serata insieme a noi per condividere le nostre esperienze e confrontarti sui temi più caldi per coloro che lavorano sui social? Chiamaci! Stare insieme è gratis ed è bellissimo, quindi non farti problemi e non avere vergogna: condividiamo insieme una serata!

Cogliamo anche l’occasione per ringraziare tutti i blogger e gli influencer che in questo periodo sono stati con noi e ci hanno conosciuti partecipando agli eventi targati Quattro gatti al lardo. Vi siamo riconoscenti e siamo onorati di aver condiviso il nostro tempo con tutti voi. Grazie!

C’era una volta un cuoco: Mabe e la sua cucina spontanea

Vi devo raccontare un’avventura vera, di quelle che non pensi mai possano accadere proprio a te. Eppure, proprio ieri sera, io e Fidanzato Claudio, mentre eravamo sulla via del ritorno, ci siamo smarriti in una foresta incantata. Due tre passi o poco più, uno spintone per ridere, un bacio dato ad occhi chiusi e non eravamo più a piazza Mirti, ma in un altro posto, in un altro luogo, senza spazio e senza tempo. Un lungo corridoio tra piante grasse e biciclette ci conduceva verso un profumino invitante e più ci avvicinavamo a quella che sembrava essere una meta, più ci accorgevamo del fatto che quello non era più il pianeta Terra.


«Regà, ve la l’abbiamo detto cento volte che vi drogate male!» 

«No dai, seriamente, credetemi!»


Ieri sera siamo stati ospiti del ristorante MABE in Piazza dei Mirti, a Centocelle. Potete anche non crederci e accusarci di tossicodipendenza, ma sappiate che abbiamo un sacco di fotografie che testimoniano quanto sia magico quel posto. Il locale si trova proprio in piazza, l’entrata è piccolina e discreta, ricorda molto il tunnel nel quale si infila Alice. Ed è proprio un paese delle meraviglie quello che si apre in fondo al corridoio: nani da giardino, piante grasse e fiori colorati, cassette della frutta e tappi di sughero appesi. Piastrelle colorate incorniciano le pareti, al di sopra di noi un quadrato blu e azzurro luminosissimo che apre l’ambiente. Uno spazio piccolo, ma allo stesso tempo molto ampio: vi è grande respiro e una continuità discreta tra l’esterno e l’interno, grazie alle immense vetrate che donano luce al tutto.


«Elì, siamo alle solite: te stai a perde. Come se magna?»

«No vabbè, ma con voi non si può parlare d’altro eh!»


Il menù è essenziale, pochissimi piatti. Ci accorgiamo immediatamente che la scelta è ridotta, ma allo stesso tempo molto curata. Poche cose, ma centrate. Antipasti, primi e secondi li troviamo accompagnati da vini pregiati che meritano una carta a parte: il tutto presentato da Alessio, uno dei due proprietari e il responsabile della sala. Scegliamo di assaggiare di tutto un po’: facciamo un tuffo nel mare con un misto di crudi e poi torniamo sulla terra con un piatto di tonnarelli al ragù bianco di agnello. Personalmente sono sempre stata molto rompi palle sulle ostriche, se non sono fresche me ne accorgo subito: mi piacciono moltissimo e se potessi vivrei solo di quelle. Potete anche non crederci, ma quelle di ieri sera erano di primissima scelta, tanto che non ho nemmeno osato mettere il limone quando mi sono sentita arrivare alle narici il profumo salmastro del mare. Ci lasciamo ovviamente guidare nella scelta del vino bianco e nel frattempo chiediamo ad Alessio cosa significhi “Cucina spontanea” giacché, sotto all’insegna, questa dicitura fa da sottotitolo al nome del ristornante. A spiegarcelo arriva lo chef in persona: Rocco. Ci racconta che è loro intenzione avere sempre sul tavolo le migliori cose che la natura ci offre, assecondando quindi ciò che le stagioni propongono, ciò che il mare accompagna sulla terra, senza forzare con ingredienti surgelati o fuori dal tempo. Ci dice che per avere un prodotto di qualità dobbiamo attendere il momento giusto, perché la freschezza non è qualcosa che si possa comandare, ma qualcosa che in dono si riceve. A tempo debito, con calma.

Ostriche e carpaccio di tonno con bottarga

Felicissimi di tutte queste spiegazioni e dell’accoglienza impeccabile, chiedo di fare un giro per il locale e mi si accompagna fino alla cucina. E lì capisco il motivo per il quale, nonostante si cucini pesce e carne allo stesso tempo, i sapori non si mischino nei piatti quando arrivano al tavolo. La cucina è a vista e ciò che balza all’occhio è l’incredibile organizzazione e la pulizia. Mia madre andrebbe in fibrillazione costatando che, sul banco di lavoro, sia possibile eseguire un’appendicectomia senza rischiare un’infezione batterica. Pulito, pulito ai massimi livelli e tutto perfettamente organizzato. Con ciò mi spiego anche perché il locale si prenda la libertà di accogliere, senza troppi problemi, anche coloro che necessitano di una cucina gluten free.

Tartare di denditce servita con salsa di ananas caramellato. Tonnarelli con ragù bianco d’agnello e Parmigiano Reggiano

Quindi non ci resta che ordinare il dolce e veniamo colti da diabete improvviso quando ci portano la lista. Anche in questo caso poche cose, ma perfette. Scegliamo il Tiramisù con lingue di gatto e i Brownie con salsa ai frutti di bosco, nocciole e panna. Cosa vi posso dire? Io e Fidanzato Claudio siamo quasi venuti alle mani, sebbene fossimo più che sazi entrambi. Il momento del dolce è sempre il mio preferito e anche in questo caso sono stata colpita da entrambe le proposte arrivate sul tavolo. E dal cucchiaio di Fidanzato Claudio mentre mi cimentavo nel tentativo di rubargli un altro boccone di Tiramisù. Ah, non ho potuto assaggiare nemmeno una lingua di gatto, indovinate perché?

Tiramisù con lingue di gatto e Brownie con nocciole, panna e salsa ai frutti di bosco

Una scoperta bellissima, proprio dietro casa mia. Mabe è un locale molto carino, arredato con gusto e molto intimo. La musica è presente, ma non disturba, il volume è moderato e piacevole. Il servizio è molto buono, non vi è da aspettare molto tra una portata e l’altra, anche se il locale ha molti tavoli occupati. Il posto è perfetto sia per una cena romantica, che per una cena tra amici grazie allo spazio esterno dov’è possibile sentirsi un po’ più liberi di far caciara. Potete andare tranquillamente anche con i vostri bambini, senza problemi. Al locale è possibile anche fare aperitivo con 8 Euro, vino e assaggi vari di qualità assicurati!

In conclusione, che siate amanti del pesce o della carne, non potete non provare a fare un salto da Mabe, Piazza dei Mirti 19, 00172 Roma. Numero di telefono: 06/89017177. Indirizzo mail: maberestaurant@gmail.com, indirizzo web: www.maberestaurant.it

E adesso mi credete o no? Bé, allora andate a verificare di persona, malfidati. 


 

Cena di carne alla brace a Centocelle?

Scegli Grano e Brace!

Acqua e menta ghiacchiata: delicatamente Roberta Bianchessi

A volte non è la storia in sé a catturarci, ma i sentimenti che ci ispira scorrendo ogni pagina – Roberta Bianchessi

Questa è stata la frase che ho trovato sulla prima pagina del libro che mi è stato recapitato ieri dal postino. E voi direte: “Ma come, te lo ha recapitato ieri e già lo recensisci!” Sì, perché me lo sono letto tutto d’un fiato, in autobus. Inoltre sono solo 37 paginette.

Prima di parlare di Acqua e menta ghiacchiata, voglio fare una premessa. Secondo me non esistono libri osceni, brutti, immeritevoli e per questo non parlo mai male di una storia che mi viene sottoposta. Ho letto storie più coinvolgenti, ne ho lette altre meno interessanti, ma quando la lingua rimane intatta e la grammatica rispettata, per me è un testo che merita comunque una letta. Inoltre ritengo che ogni libro abbia in sé almeno un punto di forza che va incoraggiato e sostenuto, ho sempre pensato fosse improduttiva la recensione stroncante, svilente e scoraggiante: esattamente come faceva la maestra Laura con i miei scritti alle elementari. “Imbarazzante” disse una volta, dopo aver letto un mio elaborato. Ciao Maestra Laura, sono diventata una copywrtiter e con la scrittura mi mantengo e ci campo benissimo. Comunque sia, questo è il motivo per il quale non troverete mai una recensione negativa nel mio blog. Io consiglio letture e per ognuna di esse elaboro un motivo: chi si fida di me forse ha la possibilità di scoprire cose che in altri casi ignorerebbe.

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Premessa a parte, non è questo il caso di Acqua e menta ghiacchiata, anche se devo ammettere un po’ mi aveva scoraggiato il fatto che si trattasse di un self-publishing. In generale, questa pratica di pubblicarsi i libri da soli, non viene apprezzata e i motivi sono semplici: uno fra tutti è la mancanza, quasi sempre assicurata, di un lavoro di editing fatto bene. Lo devo ammettere, quando trovo troppi refusi nel testo fatico ad andare avanti anche se la storia mi coinvolge: già per me è difficile leggere per tutta una serie di motivi, figuriamoci se in mezzo ci sono troppi errori di battitura. Ma anche qui, non è questo il caso: non ho trovato nessun refuso.

Non ho iniziato a leggerlo subito, me lo sono messo in borsa. Ieri dovevo spostarmi da Centocelle a Monti Tiburtini perché ho accompagnato Fidanzato Claudio ad un presidio antifascista, così ho pensato che quel tragitto con l’autobus fosse l’ideale per immergersi nella lettura.

E mi commuovo, quasi subito. Roberta Bianchessi affronta il tema dell’Alzheimer e lo fa in modo molto dolce e delicato. Descrive l‘essenza dei rapporti man mano che si sgretola, fragile, tra le dita. Si percepisce l’allontanarsi di una persona che seppur viva, seppur fisicamente presente, si sta piano piano disgregando perdendo ogni cosa. Perché quando si perdono i ricordi di una vita, si perde la propria identità e poco importa se la parola s’allontana, la triste realtà è che non rimangono più nemmeno i pensieri. Così, queste persone rimangono lì e ti guardano, con quello sguardo vacuo che poco ricorda ciò che furono un tempo: morti, vuoti, contenitori di un’anima assente. Ed è un tema a me caro, giacché ho visto la mia prozia andarsene in questa maniera ed era morta molto prima che sotterrassero le sue spoglie, di lei era rimasta una figuretta impalpabile che, seduta su una sedia, guardava fuori dalla finestra.

Mi ci sono ritrovata nel testo, ho letto alcuni dialoghi che mi sembravano estrapolati dalla mia stessa esperienza. Commovente, commovente a tal punto che anche ora, mentre scrivo, mi si increspa la pelle. Non ho mai letto un testo che parlasse di questa malattia in grado di arrivare al cuore, direttamente, senza chiedere il permesso. Il libro di Roberta Bianchessi entra così, di prepotenza, per poi accoccolarsi piano piano e raccontarci, delicatamente, la sofferenza.

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Vi chiedo di spendere questi pochissimi euro per acquistare questo romanzo. Non ci guadagno niente, non è mio interesse economico e sapete che non chiudo mai una recensione chiedendovi di acquistare un libro, ma al massimo vi esorto a dare a questo una possibilità. In questo caso vi chiedo di acquistarlo e non lo sto facendo per compiacere l’autrice, ma perché credo che non esista altro libro che possa spiegarvi meglio di così cosa sia realmente l’Alzheimer. Acquistate questo volumetto e regalatelo, perché le persone devono sapere cosa succede in una famiglia quando un componente contrae questa malattia: il mondo si ferma e sul nostro caro si concentrano tutte le nostre attenzioni. Così, purtroppo, non si annulla solo il passato di chi soffre di questa malattia, ma si deteriora il presente di tutte le persone che gli vivono accanto. E questo si deve sapere, perché serve comprensione e quindi serve informazione.

Grazie per avermi letto, fatemi sapere cosa ne pensate.

Per acquistare Acqua e menta ghiacchiata clicca qui, anche in versione digitale! 

Amelia Bistrot provato per voi dai Quattro gatti al lardo: i bicchieri non reggono Chantal

Esiste un bistrot meraviglioso a due passi da Furio Camillo, proprio vicinissimo alla fermata della Metro A. Si tratta di un posticino intimo, molto piccolo, dall’arredamento essenziale, dov’è possibile prenotare per una cena a base di pesce senza rischiare la brutta figura. Amelia Bistrot è il posto in cui porto tranquillamente a cena i miei futuri clienti e così facendo metto nel cassetto l’ansia da prestazione. Detto questo, passiamo alle cose serie.

Amelia Bistrot non poteva non passare al vaglio dei Quattro gatti al lardo, che questa volta erano undici. Undici food and fashion blogger (alcuni sedicenti tali e sto parlando principalmente di me) affamati e armati di smarphone: affari vostri! Questa volta la formazione della squadra prevedeva in attacco Meggy Fry e Tom Byron, rispettivamente di Impossibile fermare i battiti e Net in town. Centrocampo serrato dalla tripletta Marika, Claudia e Stefania (Breakfast and Coffee, Claudia_Ottaviani, e Un metro quadro di cucina). In difesa, schierati non troppo bene, Chantal e Degortes degli Aristogracchi, supportati da due corridori laterali importanti: Ludovica e Vegan Magnete Cavernicolo di Capocciara. In porta abbiamo piazzato Fidanzato Claudio e a mettere le pezze in giro per il campo… io. Risultato della partita? Un bicchiere rotto per noi a zero. Dite che abbiamo vinto?


Cosa avete mangiato?

Tanto.

No, cosa!

Sì, bene.


Abbiamo avuto l’onore di un menù personalizzato tutto per noi, tre antipasti, un primo, un secondo e un dolce. Il tutto accompagnato da un vino bianco naturale, un vino superiore anche ai più moderni vini biodinamici poiché realizzato con metodi di lavoro che prevedono il minor numero possibile di interventi in vigna e in cantina, l’assenza di additivi chimici e di manipolazioni da parte dell’uomo. La cantina di Amelia è per lo più composta da questa tipologia di vini e sono tutti da provare seguendo le indicazioni di Stefano, il proprietario.

Vi mostro la galleria di immagini dei piatti che sono stati serviti al nostro tavolo, perché per quanto io sia di penna scaltra, alle volte non riesco a trovare le parole adatte per descrivere certe meraviglie.

Pesce spada alla cacciatora su crema di rapa, polpetta di leccio, gallinella su bagna cauda.

Come vi dicevo all’inizio del blog post, Amelia Bistrot è un locale molto intimo ed essenziale, dove al centro dell’attenzione rimane il cibo e la sua preparazione (la cucina è a vista), di conseguenza conviene prenotare per essere sicuri di non dover attendere fuori dalla porta, soprattutto adesso che s’avvicina la stagione piovosa e fredda.

Nel complesso, la squadra di mici dalle code attorcigliate decide all’unanimità di promuovere il ristorante convenendo che le quasi cinque palle (cit. Capocciara) di Trip Advisor sono sostanzialmente meritate.

Ora, se volete conoscere le dinamiche precise della perdita del bicchiere di Chantal… bene, non lo sappiamo. Lì attorno c’era un AristoSardo, un Cavernicolo, una Capocciara e un Fidanzato Claudio e nessuno di loro sa spiegare, almeno per ora, una sequenza di fatti che abbia una certa coerenza: colpa del vino? Ciò che rimane incontrovertibile è la rottura del bicchiere e del silenzio tradizionale che segue il fattaccio, seguito poi da applausi e complimenti, abbracci e commozione (cerebrale).

Amatriciana di mare

Per il resto, la serata è stata ricchissima di spunti di riflessione che mi sono portata a casa con grande gratitudine verso coloro che condividono sempre con me i loro punti di vista. Il mestiere del blogger, che esso sia proprio una professione remunerativa o un semplice hobby, dovrebbe vivere anche di confronto tra le persone. Le opinioni, le esperienze, le idee… quando tutto questo viene condiviso non può che uscirne un profitto intellettuale per tutti. Quindi devo ringraziare, solo ringraziare.

Per concludere, senza annoiarvi con i miei papiri infiniti dove spiego l’importanza dello scambio di idee, vi consiglio di andare a cena da Amelia Bistrot e ve lo consiglio con il cuore. Il locale si presta molto ad una cenetta romantica (ci sono le candele!) quindi se siete vicini a qualche anniversario speciale… ecco, vi ho risolto il problema! Fatemi sapere se ci andate, mi raccomando!

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Tataki di pesce spada su polpetta di panzanella

 

20 cacciatori di fantasmi sulle tracce del Conte di Cagliostro e Serafina Feliciani

“Era una notte buia e tempestosa”

Avevo pensato di lasciare a Snoopy il compito di scrivere questo articolo, ma ha detto di essere impegnato, e quindi tocca a me raccontare la bellissima avventura che la gatta che ci cova, gli Aristogracchi, la Capocciara e io abbiamo organizzato il 2 settembre scorso. Se non avete idea di chi siano, vi consiglio di fare un giro sulle loro pagine, agli indirizzi che troverete alla fine di questo articolo.

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Era davvero una notte buia e tempestosa, comunque. Alle 23.30, ora locale, diciannove loschi figuri si sono ritrovati sotto la Scalinata di Trinità dei Monti con la missione ardua e perigliosa di ripercorre le tracce di Giuseppe Balsamo e Lorenza Feliciani, in arte Alessandro e Serafina, Conte e Contessa di Cagliostro, e magari trovarne i fantasmi che ancora girano tra Piazza di Spagna e Trastevere, chiamandosi l’un l’altro.

La prima tappa del nostro percorso, durato tre chilometri e due ore e mezza, è stata appena sopra la Scalinata, tra il gaudio generale all’idea di farsi centotrentacinque gradini di marmo bagnato dalla pioggia, per trovare l’albergo Scalinata di Spagna, dove i nostri protagonisti nel 1789, dopo svariate peripezie in tutta l’Europa, essere stati incarcerati alla Bastiglia ed esiliati dalla Francia, tornarono a Roma per recitare l’ultimo atto della loro vita, con l’arresto da parte della Santa Sede e la conseguente condanna.

Rifatti gli stessi centotrentacinque gradini in discesa per tornare a Piazza di Spagna, ci siamo spostati nella vicina Via dei Pontefici, luogo di nascita di Lorenza Serafina Santa Feliciani, il lontano 8 aprile 1751, otto anni dopo Giuseppe Balsamo, nato a Palermo il 2 giugno 1743. La strada ormai è totalmente diversa da come doveva essere allora, allargata per permettere il passaggio delle macchine durante gli anni Venti del Novecento, a giudicare dall’architettura dei palazzi intorno.
Dopodiché, la compagnia si è diretta verso il Pantheon.

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Arrivati a Piazza della Rotonda, abbiamo passato buoni dieci minuti a cercare una targa inesistente. Piccolo contrattempo. Quello che cercavamo è la Locanda del Sole, il primo albergo dove soggiornò Cagliostro quando arrivò a Roma nel 1768, scappato da Palermo dopo diversi incidenti che lo avevano coinvolto in risse e truffe. L’albergo c’è ancora ed è molto rinomato per aver ospitato oltre a Cagliostro, personaggi illustri tra i quali Ludovico Ariosto.
Facendo un piccolo passo intorno al Pantheon, ma un grande passo nel tempo, siamo arrivati nella vicina Piazza della Minerva, il luogo dove, nel 1789, furono dati alle fiamme tutti gli scritti, i volumi e gli studi del Conte di Cagliostro, arrestato a Castel Sant’Angelo con una lunga lista di reati, la maggior parte dei quali legati al suo essere entrato nella Massoneria a Londra nel 1776, e all’aver tentato di costituire un Ordine Massonico d’Egitto nella stessa Roma: massoneria, eresia, magia, truffa, e chi più ne ha più ne metta. Proprio in occasione dell’iniziazione della coppia, avevano preso i nomi di Conte e Contessa di Cagliostro, con cui sarebbero diventati famosi in tutta Europa.

Il viaggio è proseguito fino a Piazza Campo de’ Fiori, e da lì in Vicolo delle Grotte, dove Serafina crebbe ed esercitò, si dice, la prostituzione; almeno finché non incontrò nel bordello dove lavorava lo stesso Balsamo. Di Lorenza si dice che fosse una bellissima ragazza: alta, dal fisico slanciato, con capelli biondi e occhi azzurri. Una tale bellezza non sfuggì, tra gli altri a Giacomo Casanova, che parlò di lei nella sua biografia, sottolineandone oltre l’avvenenza anche l’audacia e i modi disinvolti.

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La penultima tappa del percorso è stata in Piazza San Salvatore in Campo, nella cui chiesa Giuseppe Balsamo e Lorena Feliciani, nel 1768 si sposarono. Dopo il matrimonio, la coppia iniziò il loro lungo viaggio, che li portò a visitare le maggiori città e le corti d’Europa. Così, mentre Balsamo vendeva pozioni, studiava come trasformare metalli vili in oro e come prevedere il futuro, Lorenza seduceva e prendeva denaro dagli uomini ricchi e importanti che incontravano sul loro cammino, con il consenso e l’approvazione del marito. Non fu sempre un matrimonio felice: un caso su tutti fu l’arresto nel 1773 di Lorenza a Parigi, nel carcere di Santa Pelagia, dietro denuncia dello stesso Balsamo per abbandono del tetto coniugale; la donna infatti aveva infatti deciso di lasciare il marito proprio per uno degli uomini che, in origine, sarebbe dovuto essere una delle loro prede!

Il nostro giro si è concluso a Trastevere, a Piazza di Sant’Apollonia. Qui infatti, dove ora c’è il Teatro Belli, sorgeva il convento al quale fu assegnata Serafina in cambio della sua testimonianza contro il marito. Giuseppe Balsamo fu prima condannato a morte, poi la sua pena fu commutata in carcere a vita alla Fortezza di San Leo, attualmente in provincia di Rimini. Qui morì il 26 agosto 1795, a 52 anni.
Sulla sorte di Serafina, invece, le notizie sono discordanti: c’è chi dice che sparì misteriosamente una volta messo piede nel convento, chi invece che morì d’infarto anni dopo lavorando come portinaia per lo stesso convento.

Alla fine, di fantasmi non ne abbiamo visti, ma ci siamo tutti divertiti un sacco, e con noi tutto il gruppo; di questo passo, ci toccherà organizzare una nuova avventura al più presto!

“Io non sono di nessuna epoca e di nessun luogo: al di fuori del tempo e dello spazio, il mio essere spirituale vive la sua eterna esistenza.” Alessandro di Cagliostro

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Link utili qui:

Le pagine degli altri organizzatori: Gli Aristogracchi, Capocciara
Un paio di articoli interessanti sui Cagliostro: qui, qui e qui.

Cinque cose da sapere sui call center

Oggi è il primo giorno in cui non faccio più l’operatore di un call center.

Sì, perché nonostante io continui a millantare una zoppicante carriera d’attore, la verità è che mese dopo mese sto collezionando una serie di lavori che, oltre a permettermi di pagare l’affitto – non è vero, con quello che mi hanno dato forse posso permettermi una bruschetta con olio e il sale – mi stanno facendo conoscere mondi finora inesplorati. Così, mentre studio una parte, preparo un provino e mi appresto a iniziare una nuova fantastica avventura come negoziante della 3, volevo raccontare perché d’ora in avanti quando mi chiameranno per propormi una vantaggiosissima offerta Tim, Vodafone, Fastweb o un aspira polvere, metterò da parte ogni astio e perlomeno starò ad ascoltare quanto hanno da dirmi. E dovreste farlo anche voi, davvero.

call-center-2505953_960_720[non è vero, nessuno che lavora in un call center è così felice di farlo]

  1. Nessuno vi chiama perché proprio voi siete particolarmente presi di mira. Gli operatori telefonano da postazioni computer in cui un programma compone automaticamente dei numeri di telefono, fissi o cellulari, con profilazioni molto vaghe. Al limite può distinguere il numero di un privato da un’azienda, ma non fa molto più di così.
  2. I vostri numeri di telefono non vi vengono rubati di notte da malvagi agenti segreti. Una delle cose più comuni che ho sentito è stata “io voglio sapere dove avete preso il mio numero”. La verità, signore e signori, è che siete voi a dare ai call center il vostro numero. Sorpresi? Non dovreste, basterebbe leggere le condizioni di utilizzo e i termini per scoprire che ogni volta che usate il vostro numero di telefono per registrarvi su un sito, su una mailing list, e così via, voi date il diritto di comprare e vendere quel numero a fini commerciali. Il secondo segreto è che non siete obbligati ad autorizzare il trattamento dei vostri dati per questi scopi, infatti di solito avete due caselle da spuntare sui siti di registrazione.
  3. Nessun operatore call center potrà mai “cancellare il vostro numero”. Come spiegato sopra, quel numero è un bene che è stato regolarmente venduto e comprato, e certo non potrà essere un disgraziato davanti a uno schermo a interrompere questa transazione. L’unica cosa che si può fare, in questo caso è iscriversi al Registro delle Opposizioni sul loro sito internet. Non funziona al cento per cento, ma sicuramente è in grado di ridurre il volume delle chiamate.
  4. Il call center non è un hobby. So che questo può sembrare banale, ma vi garantisco che molte volte sembra questa la sensazione diffusa nelle persone che vengono chiamate. Le polemiche più comuni sono “le sembra questa l’ora di chiamare, sono a pranzo!” oppure “ma anche quando sono in vacanza al mare mi dovete disturbare?”. Ora. Mentre voi siete al mare, sdraiati sotto l’ombrellone a gustarvi il rumore delle onde che si infrangono sulla battigia, oppure mentre vi state per mettere a tavola pronti ad assaporare il delizioso pranzetto che vi è stato preparato dopo una lunga giornata di lavoro, sappiate che dall’altra parte del telefono c’è qualcuno che a mezzogiorno e mezza del 21 di agosto è in un ufficio a prendersi vaffanculi in attesa della fine del turno, dopo aver passato le vacanze in un raggio di venti chilometri da casa perché non può permettersi di partire.
  5. I call center non sono associazioni a delinquere, e non passano le giornate a progettare astuti piani su come rubarvi i soldi. Semplicemente, le agenzie di comunicazione prendono accordi con le aziende (telefoniche, di elettrodomestici, creme per il corpo…) con i quali si offrono di vendere i loro prodotti in cambio di una provvigione. Un tempo lo si faceva porta a porta (lo si fa ancora), ora si fa anche con il telefono. Sono gli stessi che hanno gli stand al centro commerciale. Questa è la cruda verità. Non pagate a stare al telefono, e il compito di tutti questi venditori non è ingannarvi, ma riuscire a prendere un bruscolino in più per ogni contratto che riescono a chiudere. E per contratto chiuso intendo che sono riusciti non solo a fare la registrazione, ma che alla fine voi avete ricevuto il prodotto, funzionante, a casa. Altrimenti niente bruscolino.

Queste sono le cinque cose che dovreste sapere sui call center e che spero vi aiuteranno ad affrontare con un sorriso il disturbo che vi può arrecare una telefonata che non durerà più di cinque minuti. Magari non avete alcuna intenzione di cambiare gestore telefonico o comprare un’aspirapolvere, ma almeno avrete dato a chi sta dall’altra parte della linea l’idea di non essere la peggior feccia dell’universo perché ha osato telefonarvi.

Ah, e “buon lavoro” è quanto di più ben accetto si possa dire per concludere la telefonata.

 

Pinsa e buoi dei … quattro gatti al lardo!

«Pronto, buonasera. Abbiamo letto che “Cosa fare a Roma” vi elenca nelle 10 migliori pinserie della capitale e… niente. Possiamo verificare?»

[tu tu tu tu tu]

No, ovviamente non è andata così, si fa per giocare. L’ospitalità del personale di Pinsa e Buoi dei… è assolutamente indiscutibile e di certo non si sarebbero mai permessi di riagganciare in faccia nemmeno a sei disperati come noi: I quattro gatti al lardo in missione. Ma non eravate in sei? Sì, ma prima eravamo in quattro. 

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Più che altro vi sembrerà strano che ci si possa limitare alla verifica della qualità della pinsa quando si ha la possibilità di cenare in un posto così rinomato e prestigioso… e infatti non è andata così. Abbiamo voluto assaggiare tutto, ma proprio tutto, partendo dall’antipasto per chiudere con il dessert. Una cena in piena regola, il menù adatto per celebrare ufficialmente la fondazione del nostro gruppo di blogger al massacro. Ve ne parleremo in un altro articolo, ora torniamo al vero protagonista di questo post: il cibo romano, presentato a regola d’arte nel pieno della tradizione capitolina. E anche oggi la dieta la facciamo un’altra volta, eh? 

Apriamo le danze con un accattivante tris di fritti: Fidanzato Claudio e Aristogracchia si assicurano con premura e amore che non mi avvicini nemmeno per sbaglio a quello con la Nduja. Per la serie “Gatta, ti vogliamo bene, ma la serata al San Giovanni per riacchiapparti dall’inferno… un’altra volta”. Già, non posso mangiare il peperoncino, mi fa male e succede un casino. Poco male, posso assaggiare gli altri. Il punto è che non abbiamo fatto in tempo a fotografarli, Vegan Magnete e Fidanzato Claudio non hanno saputo resistere e ci hanno rovinato la composizione. Bravi, davvero un atteggiamento molto maturo da parte vostra!

A questo punto arriva lui, Luciano il cameriere, dispostissimo ad illustrarci tutto il menù a nostra disposizione, compresi i piatti del giorno. Intanto, per incominciare, assaggiamo la famosa pinsa e scegliamo, manco a dirlo, quella del giorno: pinsa con farina semi integrale condita con prosciutto crudo, stracchino, pomodoro pachino e rucola. Abbiamo fatto in tempo a fare una fotografia, ma solo perchè la Capocciara ha minacciato di morte Vegan Magnete ed io ho ricordato a Fidanzato Claudio una tipologia di castigo piuttosto crudele da applicare all’interno di una coppia.

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E adesso possiamo dirlo: sì, la pinsa è davvero buonissima. Leggera, croccante, gustosa e farcita con ingredienti di primissima scelta. Non so dire se sia la più buona di Roma, ancora non le ho assaggiate tutte, ma sicuramente per ora è tra le mie preferite. C’è da dire, tra le cose, che il piatto si presenta benissimo e già l’occhio viene sfamato e soddisfatto ampiamente.

Mentre i discorsi a tavola degenerano, scopriamo che alla Capocciara non piace Tarantino e che Aristosardo  non ha mai letto Harry Potter. Vegan Magnete preferisce il silenzio cautelativo, mentre Fidanzato Claudio parte con il pippone da laureato al DASS. Aristogracchia fiuta la catastrofe e propone di passare al primo rapidamente. Poco male, impieghiamo circa quaranta minuti per prendere una decisione e alla fine…

Saccottino con ripieno di caponatina siciliana .jpg

 … facciamo arrivare a tavola un saccottino ripieno di caponatina siciliana. Prendiamo ancora tempo, su. E intanto il vino era già finito. Vai con la seconda bottiglia! Finalmente, dopo un lunghissimo dibattito con il cameriere per evitare la strage per mano del cuoco, ci accordiamo per venire loro in contro: tutti piatti diversi. No, non è vero, ma nemmeno tanto falso. Vi ho preparato una gallery per darvi un’idea.

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Io ho ordinato gli strozzapreti alla gricia, con guanciale di Amatrice, pere e ricotta. Fidanzato Claudio, invece, ha scelto i ravioli al tartufo con fonduta di formaggio. La Capocciara e l’Aristogracchia hanno scelto una meravigliosa carbonara di bombolotti con tartufo e uova biologiche, mentre Aristosardo e Vegan Magnete si sono venduti al tonnarello cacio e pepe con zucchine. Sì, come avete sicuramente notato, solo io e Fidanzato Claudio abbiamo voluto rompere le palle con due piatti differenti. Ne è valsa la pena, credeteci e andate a verificare con le vostre papille gustative.

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Vorremmo fosse messo agli atti che dopo l’antipasto, la pinsa, il saccottino, i primi ed il pane, Vegan Megnete (altresì detto fidanzato cavernicolo della Capocciara) ha chiesto, senza troppa vergogna, un’altra pinsa da condividere. Naturalmente è stato accontentato e da lì in poi le bottiglie di vino rosso sono diventate improvvisamente tre. Misteri della moltiplicazione dell’alcol, nessuno di noi è in grado di spiegare cosa, effettivamente, sia successo. Nel frattempo rischiamo un nuovo incidente diplomatico: Aristosardo non è romantico e non vuole nemmeno provare ad esserlo, perciò Aristogracchia decide di punirlo con una manata sul braccio senza dargli alcuna spiegazione. Lui ci rimane male, ma non quanto Fidanzato Claudio che invece la manata se la prende in faccia, dritta sulla tempia. Bè, giuro, non volevo essere violenta a tal punto, tant’è che c’è un video che dimostra il mio sgomento nell’accorgermi della potenza delle nocche sull’osso del cranio del mio bellissimo fidanzato. Aia.

Semifreddo al pistacchi di Bronte.jpg

Chiudiamo, sfiorando la rissa e una guerra in Corea, con l’arrivo del dessert e dei caffè. Io penso di non aver parole a sufficienza, nel mio vocabolario, per descrivere la meraviglia di quel semifreddo ai pistacchi di Bronte. Ne ho assaggiato solo un cucchiaino, non ho fatto in tempo a scattare una foto che il dolce era già finito. D’accordo, ripiego sul sorbetto agli agrumi di Sicilia.

Ed è finita così, un po’ a risate e un po’ a manate in faccia, ma con la pancia piena e un programma davvero fittissimo di cose da fare marchiate Quattro gatti al lardo.  Mangiare abbiamo mangiato, bevuto abbiamo bevuto, ringraziamo il notturno dell’Atac per la puntualità insolita nel riportare a casa me e Fidanzato Claudio, ringraziamo il nipote del proprietario di Pinsa e Buoi che ci ha fatti servire in modo assolutamente impeccabile, ringraziamo un po’ a destra e un po’ a sinistra, compresi cameriere Luciano e cameriere quasi giornalista.

Ricordiamo che esistono due ristoranti Pinsa e buoi dei… uno si trova a San Lorenzo e uno a San Giovanni. Per maggiori informazioni, contatti e altre fotografie, cliccate qui.

Se sei proprietario di un locale o di una qualsiasi attività di intrattenimento e turismo e vuoi ospitare i Quattro gatti al lardo, facci un fischio! Noi siamo sempre pronti a buttarci in ogni tipo di avventura: tu proponi, noi non abbiamo limiti. Se poi uno di noi muore, non c’è problema, lo sostituiamo.


 

Quattro gatti al lardo® è un progetto in collaborazione con gli Aristogracchi e la Capocciara. Ogni diritto in merito al cioccolato fuso, alle pere caramellate, al guanciale croccante e alla pasta al pesto è riservatissimo. Vuoi venire con noi? Scrivici, se sei un blogger o un igers appassionato di gente poco seria, puoi venire con noi appena c’è occasione.