Un libro per Natale: I segreti di Asgralot

i-segreti-di-asgralot-467068Quasi è Natale e sono sicurissima che già sentiate nell’aria quel profumino di centro commerciale misto odore di chiuso che vi accompagnerà per i prossimi 15 giorni, mentre sarete alla ricerca del regalo perfetto per ogni singolo componente della vostra famiglia. Per quanto mi piaccia il Natale come periodo dell’anno (via del Corso tutta illuminata, le caldarroste, i cappellini di lana, le sciarpone, le coccole a letto…) una delle cose che meno mi piace è quell’insensato obbligo di fare regali. In realtà non amo fare regali nemmeno ai compleanni, ma io sono un caso patologico e comunque non sono mai stata brava a centrare il dono perfetto. Tuttavia di libri ne leggo tanti e quindi se mai nella vostra lista ci fosse un piccolo ometto amante del fantasy che vada dai 10 anni in su, sappiate che ho l’idea giusta per voi: I segreti di Asgralot, l’isola e gli evoluti.


Elì, te ti rendi conto che per arrivare al punto ci metti sempre settecento parole inutili?

Sì e questo è il mio blog, quindi faccio come diavolo mi pare.


Perché vi sto consigliando questo romanzo? Perché è una bella storia. Sì, semplicemente perché è una bella storia, con un sacco di personaggi super interessanti che si intrecciano in uno schieramento chiarissimo tra il male e il bene. Ci ho messo tanto a leggerlo solo per una questione di tempo, ultimamente non ho praticamente avuto una vita privata, ma se avessi avuto una serata intera probabilmente mi sarebbe bastata per mangiarmelo tutto. Questo libro è talmente tanto coinvolgente che finisci per sentirti parte della trama, come se fosse realmente possibile vivere ogni singolo passo con il protagonista.


Scusa Elì, così tanto per dire, ma la trama?

… Oh ma ste voci fuori campo?


Daniele Anansi è il protagonista ed è uno sfigato. Insomma, non uno di quelli gracili con apparecchio e gobba, ma uno di quelli che non si capisce perché sia uno sfigato. Pare attraente e ben piazzato, risulta essere pure piuttosto intelligente e la scuola la prende bene. Però niente, per qualche ragione è quasi del tutto solo, chiuso in se stesso, amico soltanto di un altro sfigatino emarginato come lui. Praticamente la cricca di gente che io riconosco come “familiare” perché anche io, almeno per i primi tre anni del liceo, sono stata una sfigata epica senza arte né parte.  Insomma, Daniele Anansi uno di noi ed è per questo che si  finisce per adorarlo anche se ha – di tanto in tanto – delle idee di merda. Succede che sto ragazzo di 16 anni un giorno si sveglia e scopre, dopo una serie di casini infiniti che la metà basterebbero, di essere figlio di un essere un po’ fuori dall’ordinario. Arrivano infatti delle persone che gli parlano di questi esseri evoluti che hanno dei poteri sovrannaturali e difendono il mondo: una sorta di Avengers, ma meno Marvel e più Omero. In qualche modo questi super uomini mi hanno ricordato le divinità greche, forse per la loro affinità con gli elementi della natura, cosa molto apprezzata, ve lo devo confessare.

Insomma, questo libro è da leggere per un sacco di ragioni: la prima è che è stato scritto da Federico Paccani, un ragazzo molto giovane e molto coraggioso con una penna che sa il fatto suo. La seconda è che Asgralot è un’isola fichissima dove succedono cose fichissime e dove vorrei assolutamente andare in vacanza almeno 15 giorni all’anno. La terza è che mi risulta raro leggere qualcosa che scorra così bene nonostante abbia una trama elaborata. Soprattutto quando si parla di scrittori emergenti.

Regalate questo libro a Natale, impacchettatelo e infilatelo sotto l’albero del vostro cuginetto nerd, della vostra cuginetta da recuperare prima che sia troppo tardi, oppure regalatelo a voi stessi che non fa mai male. Datemi retta, date a questo giovane scrittore la possibilità che si merita. Cliccate qui.

 

#Compleannogreco (Parte I)

Non vedevo l’ora di trovare il tempo per raccontarvi la vacanza avventura ad Atene, battezzata poi con l’hashtag #compleannogreco proprio per renderla più social possibile e perché era proprio a ridosso del mio compleanno e di quello di Cugina Monica di Fidanzato Claudio

Il nostro ultimo viaggio risaliva a febbraio di quest’anno quando siamo andati a Parigi, allora però questo blog nemmeno esisteva nei miei pensieri e perciò non ne troverete traccia. Un vero peccato perché anche quella volta avevamo troppe cose da vedere e pochissimo tempo per farlo ed è stata tutta una folle corse contro il tic tac dell’orologio. Purtroppo i tempi sono sempre molto serrati, più che di viaggi avventura si dovrebbe parlare di rapide fughe dal mondo quotidiano. Lavorando entrambi come freelance, infatti, ogni giorno sottratto al lavoro è un giorno sottratto alla produttività e quindi, molto banalmente, allo stipendio mensile. Già, per chi non lo sapesse, i liberi professionisti non accumulano ferie come gli impiegati a contratto perciò zero lavoro, zero denaro. Ma questo non ci ferma, una delle prime cose che ci siamo detti io e fidanzato Claudio è stata proprio la promessa che i soldi non avrebbero mai costituito un ostacolo alla nostra voglia di scoprire il mondo insieme.

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Così parte la nostra avventura ad Atene, con altri due giocatori: Cugina Monica di Fidanzato Claudio e Cuoco Fotografo Edoardo. Prendiamo il volo da Ciampino alle 14 e arriviamo precisi precisi ad Atene alle … bho e qualcosa ora locale. Per chi non lo sapesse, ci sta il fuso e Atene se ne sta un’ora in avanti. La prima sola la prendiamo appena atterrati, quando spendiamo ben 10 euro per farci la tratta aeroporto-centro in metropolitana. La chiamo sola, con la o aperta, perché ci siamo accorti che nessuno, ad Atene, paga il titolo di viaggio. Praticamente lo acquistano solo i turisti mentre gli ateniesi passano tranquilli ai tornelli che sono sempre aperti e privi di controllo. E indovinate chi sono gli unici stronzi che hanno beccato il controllo al ritorno? NOI! E povero Cuoco Fotografo Edoardo, che ha dovuto pagare 40 Euro di multa così sull’unghia. Noi, per grazia ricevuta degli dei, non siamo stati pescati.

Disperazione a parte, arriviamo all’Hotel Ariston, segnalatoci dall’ormai salvavita booking.com. L’hotel è vicinissimo alla stazione della metropolitana che collega al centro, ma anche volendo farla a piedi (e io lo consiglio vivamente) piazza Syntagma dista  mezzoretta di cammino ed è veramente una passeggiata molto bella.

La seconda cosa che scopriamo dopo qualche ora è che si mangia davvero a pochissimi soldi, a meno che non si decida di bere il caffè. Una volta sistemate le borse in camera siamo subito partiti alla ricerca di qualcosa (qualsiasi cosa) da mettere sotto i denti. Il nostro pasto principale della giornata, infatti, era stato un panino tristissimo a Ciampino. Mangiamo quindi a Piazza Syntagma, lasciandoci placidamente pescare da un acchiappino che ci infilza e ci sbatte dentro questo locale. Il menù tutto sommato prometteva benissimo: carne gyros, salsicce di-non-abbiamo-mai-capito-cosa e cipolla. Tanta cipolla. Un monte di cipolla. La cucina leggera, in Grecia, non sembra esistere. Ovunque ci siamo seduti a tavola abbiamo assaggiato piatti pazzeschi, super saporiti da mille spezie, inondati di aglio e cipolla e soprattutto (quasi per la maggior parte) a base di carne. Qualche insalata l’abbiamo vista, Cugina Monica di Fidanzato Claudio l’ha ordinata due volte in due ristoranti diversi, ma quando le prime parole del menù comprendono la parola “arrosto” oppure “alla brace” o ancora “stufato di…” sinceramente non mi viene alcuna voglia di affrontare un’insalatina dietetica. Sono in vacanza, la dieta la facciamo domani.

Comunque sia, pieni di carne fin sopra i capelli e ancora molto ricchi (abbiamo speso meno di 12€ a testa mangiando come folli affamati e bevendo birra locale) decidiamo, fatalmente, di andare a prendere un caffè in una delle viuzze lì intorno. Ora, prendetelo come consiglio spassionato: ad Atene lasciate perdere il caffè espresso. Oltre a costare in maniera spropositata (una media di 2€) fa anche piuttosto schifo, nonostante sia, spesse volte, Lavazza. Non lasciatevi tentare, piuttosto chiedete il caffè greco dove lo fanno che è meglio. Fa schifo, ma almeno ha un senso “culturale” assaggiarlo.

A conclusione della giornata, fortunatamente, arriva la prima gioia: il taxi ad Atene costa pochissimo. Praticamente, in proporzione, meno di un caffè. Tant’è che i greci non dicono “Oh, magari una volta prendiamo un caffè insieme” ma preferiscono la formula “Oh, se ti va un giorno di questi prendiamo un taxi!”. Molto più economico e meno impegnativo. Così, alla fine, rientriamo alla base dove ci attende un comodo giaciglio caldo e pulito, una corroborante doccia calda e tante, tantissime nanne.

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Quando il sonno chiama, la Gatta sviene e Fidanzato Claudio coglie l’occasione per umiliare. Se non altro ho così modo di mostrarvi il mio bellissimo cardigan MAIN COMPANY che potete trovare qui: CLICCA FORTISSIMO

Il secondo giorno la sveglia suona prestissimo con immensa gioia di Fidanzato Claudio e Cuoco Fotografo Edoardo, i quali avrebbero dormito quell’oretta in più. Io e Cugina Monica però non vogliamo perdere tempo e all’alba suoniamo la tromba del risveglio. Tutti giù dal letto! La missione pareva semplice: si parte alla scoperta di Atene antica, quella che fin da quando siamo piccoli abbiamo imparato ad amare sui libri di scuola. Inutile dirlo, io e Fidanzato Claudio ci siamo presi una bella sola anche lì! Infatti, una cosa che dovete assolutamente sapere è che i siti archeologici ad Atene chiudono alle 15, quindi se si hanno pochi giorni a disposizione tocca fare una vera e propria maratona. La maratona quella vera però! Μαραθών, ovvero i 42 chilometri e 195 metri che separano questa città (Maratona, appunto) da Atene. No, sto scherzando, volevo solamente far vanto delle mie conoscenze storiche circa il termine “maratona” utilizzato nel mondo dello sport. Per maggiori informazioni, giacché sono una pesaculo, vi rimando a questa bellissima pagina di Wikipedia.

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La sola, comunque, consiste nel fatto che con 30€ si prende il biglietto per vedere tutti i siti archeologici mentre sito per sito costa dai 10€ ai 4€. Io e Fidanzato Claudio, per fare i grandoni, abbiamo speso diligentemente i nostri 60€ convinti di riuscire a vedere tutto. E invece no, visto che i siti archeologici chiudono a un orario scandaloso, non siamo riusciti a vedere l’Agorà, che è un po’ come venire a Roma senza passare per i Fori imperiali. Bene, ma non benissimo. Comunque sia, alla fine ci si lamenta poco, l’Acropoli è bellissima e ci abbiamo speso un sacco di tempo tra fotografie e baci da fidanzatini perfetti. Abbiamo anche litigato, ma solo per due secondi, ecco.

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Eccomi qui tutta bella contenta con il mio giacchino morbidissimo di MAIN COMPANY. Ci sono volute almeno trecento scatti per ottenere questo, odio i miei capelli e santocielo mannaggia a me e al guaio che ho avuto che me li ha fatti tagliare. Trovate il GIACCHINO qui: SCHIACCIA

Una volta recuperata la ciurma, ci siamo messi in marcia per puntare la bandierina anche negli altri siti di interesse archeologico, andando sempre più veloci perché il tempo non era di certo nostro amico. Poco male, come direbbe la mia professoressa di Storia dell’arte del liceo “Visto un sasso li hai visti tutti”. Inutile dire che non sono assolutamente d’accordo e non lo sono mai stata, ma quella donnetta bizzarra era fatta così, se non era un’opera astratta contemporanea non se la filava di striscio. Però una cosa bisogna riconoscerla, al centesimo sasso un po’ ti cala l’entusiasmo.

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Però, tra un sasso e l’altro siamo riusciti a fare buoni scatti, soprattutto Cuoco Fotografo Edoardo, al quale vanno un sacco di ringraziamenti per tutte le dritte che mi ha dato sull’arte del fare buone fotografie. Correndo come dannati per raggiungere i siti archeologici siamo passati per alcune stradine davvero interessanti, piene di localini dove si può tranquillamente consumare una bevanda calda o un pasto seduti sulle scale o su tavolini messi parecchio in bilico. La zona non accoglie esclusivamente turisti, ma è un centro d’incontro per molti giovani ateniesi. Un consiglio spassionato: anche se fa freddo rimanete all’esterno dei locali (tanto vi prestano delle coperte e ci sono i funghi riscaldanti) perché sebbene in città ci sia il divieto di fumo nei luoghi pubblici, questa legge non viene rispettata e tutti i bar e ristoranti sono praticamente delle camere a gas. Sconsigliatissimo passarci più di 5 minuti se non si vuole morire male, molti fumano pipa e sigaro quindi vedete voi.

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Ah e spero per voi che non abbiate paura dei gatti perché Atene ne è piena. Ci sono gatti praticamente ovunque e sono ben voluti dagli autoctoni che li cibano e li coccolano. Non è difficile che un micio vi si avvicini per chiedervi un pezzetto di qualsiasi cosa abbiate in mano. Comunque sia, se li lasciate stare, non vi disturberanno minimamente visto che hanno già molto da fare per i fatti loro. Per me che amo i gatti, comunque, è un paradiso.

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Passeggiando così, un po’ a caso e un po’ velocemente, ascoltiamo poi il consiglio di Cuoco Fotografo Edoardo che ci spinge su una collina dove – a detta di una sua amica stata in città di recente – si poteva ammirare un tramonto meraviglioso. Inutile dire che l’occasione per scattare altre fotografie era troppo ghiotta per lasciarsela scappare, quindi come stambecchi poco atletici iniziamo un’arrampicata che ci costringe all’utilizzo di un polmone d’acciaio. L’amica di cui sopra aveva assolutamente ragione e lì ci siamo lasciati rapire dai mille colori che accompagnano la calata dell’astro sul mare. La serata non era adeguatamente limpida, ma il fiato non ce lo ha tolto solo l’arrampicata, ma soprattutto il panorama.

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Questo post sta diventando davvero troppo lungo e mi rendo conto, man mano che scrivo, che ho davvero tantissime altre cose da raccontarvi e non vorrei essere troppo sintetica. Nella prossima puntata vi racconterò dei musei, del quartiere anarchico e del porto (…) dove Fidanzato Claudio ci ha costretti ad andare senza una ragione precisa. Nel frattempo, dovesse interessarvi qualche cosa di più circa i piatti che abbiamo assaggiato, trovate tutto su Instagram utilizzando l’hashtag #compleannogreco.

Sperando quindi di non avervi annoiati, vi do appuntamento alla seconda puntata del racconto di questa fantastica avventura. Non ho, come sempre, idea di quando mi rimetterò alla tastiera per proseguire la narrazione, ma sono certa che non mancherete all’appuntamento. Perché siamo belli dai, ditelo.

Vi lascio con un slideshow dei “sassi” che abbiamo visto il secondo giorno.

 

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San Pietro in Montorio, Beatrice Cenci atto finale

Mi voglia perdonare la cara guida Laura Angelelli, ma proprio non riesco a non amare la sua traduzione latina della formula inglese (ben più conosciuta) Happy Hour. L’apericena, l’aperitivo, l’aperiquellochevepare. Non è questa la cosa importante. La cosa che conta è che io e Cugina Monica di Fidanzato Claudio siamo andate alla scoperta di uno dei posti più suggestivi di tutta Roma: la chiesa di San Pietro in Montorio con il suo Tempietto del Bramante adiacente.


Sì, ma cosa c’entra l’aperitivo?

Una cosa alla volta. 


Ve la ricordate la storia di Beatrice Cenci che vi abbiamo raccontato qualche mese fa? Se volete rinfrescarvi la memoria la trovate qui. Vi abbiamo lasciato dicendovi che il suo corpo era stato sepolto nella chiesa di San Pietro in Montorio, privo di riconoscimenti poiché condannata a morte per l’assassinio del padre. Vi avevamo anche raccontato che la sua testa era stata messa su un vassoio d’argento e che qualche anno dopo un militare francese ci aveva giocato a calcetto con gli amici.

Ebbene, sono andata a sincerarmi che la poveretta godesse ora di un lieto eterno riposo. Questa volta, compagna di avventura è stata una magica new entry nel gioco della mia vita: Cugina Monica di Fidanzato Claudio, ma avremo molto tempo per conoscerla e parlarne visto che parteciperà anche lei al tanto atteso viaggio ad Atene.

L’idea di questa avventura rinascimentale, tra l’altro, è venuta proprio a Monica. Era oramai diverso tempo che puntavamo un evento organizzato da Ancient Aperitif in Rome ovvero l’aperitivo rinascimentale al tempietto del Bramante. A essere proprio sinceri del tutto, Claudio ha proposto più volte questa avventura, ma ogni volta c’era qualcosa che ci impediva di andare. Il caso, però, ha voluto che Monica facesse la proposta proprio la sera dello spettacolo Al passo con i Parisi, dove Claudio – per l’appunto – recita da martedì. Inutile dirvi che ci ha maledette tantissimo e che ci maledirà ancor di più quando avrà letto questo blog post che (tanto per avvisarvi) probabilmente sarà molto lungo.


Sì, ma adesso ci racconti di quest’avventura o continui a ciarlare come il tuo solito?

Va bene, va bene, adesso vi racconto


La chiesa di San Pietro in Montorio sorge sull’ottavo colle di Roma, quello dove vanno le coppiete a pomiciare, quello che vedete sempre nei film, praticamente quel posto classico dove porti una ragazza per dirle che è tempo di smetterla di fare gli amiconi ed è ora di iniziare ad accoppiarsi. Non è un caso che Fidanzato Claudio scelse proprio quel posto lì per fare tutto il suo discorso-dichiarazione e aggiudicarsi così l’ingresso nella mia .. anima. Pensate che sia solo una questione di panorama? Sbagliato. L’ottavo colle di Roma, che per chi ancora non lo avesse capito si tratta del Gianicolo, è dedicato al dio Giano, il dio bifronte per eccellenza, divinità protettrice dei passaggi (ianua in latino significa porta), delle porte, degli ingressi (…) Beh, ora si spiega tutto il capoverso precedente. Tra l’altro voglio dirvi due cose interessanti che ho scoperto grazie alla mia guida Laura Angelelli, la prima è che il dio Giano è anche il protettore dei solstizi (essendo appunto date di passaggio) e la seconda è il fatto che le date dei due solstizi oggi sono intitolate a San Giovanni (Ioannes in latino) nome molto simile a Ianus. Giano è anche il dio del passato e del futuro, essendo bifronte guarda avanti e guarda indietro contemporaneamente, ma è anche colui che custodisce le chiavi del cielo secondo la tradizione, proprio come il cattolico San Pietro. Insomma, questa divinità è proprio super impegnata e ha un sacco di cose da proteggere, ma se non dovesse bastare sappiate che a lui è dedicato anche il primo mese dell’anno: gennaio.

Ma perché la chiesa si chiama San Pietro in Montorio e non San Pietro sul Gianicolo? Il copywriter dell’epoca ha deciso che forse era meglio mettere in evidenza il fatto che il Gianicolo fosse – effettivamente – un Monte d’oro. Questa cosa purtroppo non si vede più, ma il Gianicolo era chiamato mons aurelius perché costituito da una bellissima e lucente sabbia dorata che lo rendeva brillante e caldo proprio come l’oro. Poi ci sarebbe da fare, volendo, tutto un discorso sul fatto che il dio Giano fosse molto spesso raffigurato sulle monete d’oro, che l’Aurelia sia la strada che arriva proprio in bocca al Gianicolo e che la porta aurea fosse la porta per la quale si entrasse nel tempio sacro (…) possiamo perderci per giorni. Ah, tanto per farvelo sapere, i romani ancora non c’entrano, questa è tutto made in Etruria. Fermiamoci e torniamo alla nostra chiesa, non riuscirei mai a essere esaustiva sulle origini del Gianicolo e su tutte le cose che si potrebbero raccontare a riguardo. Ma non temete, abbiamo in serbo tante belle avventure che riguardano anche i colli di Roma.

La chiesa di San Pietro in Montorio è stata commissionata da Papa Sisto IV della Rovere, che è lo stesso papa della Cappella Sistina. Egli ha voluto rendere omaggio al luogo in cui, secondo una delle tante tradizioni, ha avuto luogo il martirio di San Pietro. La gestione del luogo di culto viene affidata a Amedeo Mendes de Silva, poi fatto successivamente beato, il quale amministrò i soldi arrivati da Luigi XI (l’imperatore di Notre Dame de Paris di Hugo) e Isabella di Castiglia con Ferdinando d’Aragona per la realizzazione della chiesa.

San Pietro in Montorio facciata
Fonte fotografia: wikipedia

Non essendo una grandissima amante dell’architettura, salterò a piè pari tutto quello che riguarda la pianta della chiesa. Vi basti sapere che all’interno, ai lati della navata centrale, ci sono ben 4 cappelle prima del transetto. Una di queste cappelle viene disegnata da Bernini e realizzata successivamente da Francesco Baratta ed è la cappella dedicata ai Raimondi. Un’altra invece viene realizzata dal grandissimo (e da me molto amato) Vasari, egli si occupa della cappella Ciocchi Del Monte, ovvero quella del papa che fece costruire Villa Giulia (oggi museo etrusco) la quale dà il nome a tutta la splendida zona lì tra i Parioli e via Flaminia: Valle Giulia.

Nell’abside troviamo oggi una copia della Crocifissione di San Pietro Martire di Guido Reni. Prima di questa, c’era la Trasfigurazione di Raffaello. L’opera rimase incompiuta poiché Raffaello, come ci racconta il Vasari stesso, morì prima di finirla. La pala venne terminata da Giulio Romano e posizionata, giustamente, nell’abside di San Pietro in Montorio. Nel 1797, a seguito del Trattato di Tolentino, venne trasferita in Francia e riportata poi in Italia da Antonio Canova al momento delle grandi restituzioni. La pala però non venne più riposizionata a San Pietro in Montorio, ma adesso la possiamo ammirare nella pinacoteca dei musei vaticani.

big_CappellaBorgheriniLaFlagellazioneelaTrasfigurazionediSebastianodelPiomboRaffaello, Bernini, Vasari, non sono gli unici ad aver messo lo zampino in questa bellissima chiesa, ma voglio dare un po’ di spazio anche al mio caro corregionale, il grandissimo colorista veneto Sebastiano del Piombo. Egli si occupa di un dipinto a olio su muro per la cappella Borgherini. Immaginate il genio cromatico di Sebastiano del Piombo su un cartone di Michelangelo. Se non riuscite, poco male, vorrà dire che vi toccherà andare a visitare la cappella in questione. Attenzione, non si tratta di un affresco. Vedete nella foto come si nota la patina lucidissima: è colore a olio, come vi ho detto prima. L’affresco funziona su muro fesco, quindi con il colore che si mescola alla calce. Il colore, nell’affresco, penetra proprio nel muro stesso reagedo e scendendo in profondità. Un dipinto a olio lo dovete immaginare come una pellicola, una patina lucidissima che viene stesa su un muro che deve, per forza di cose, essere perfettamente liscio. Un lavoraccio tremendo, ma un escamotage perfetto per rendere giustizia alla grandissima capacità di Sebastiano di rendere profondo, caldo e tremendamente avvolgente il colore dell’opera.


Elì, eddai, ogni volta che si parla di Veneto, Venezia e Verona te attacchi la pippa!

Ah! Un giorno vi parlerò del mio grande amore Paolo Caliari e vi farò vedere!


Comunque sia ci sarebbe da dire molto altro sull’interno di questa chiesa, essere leggeri ed esaustivi alle volte non è proprio possibile e non voglio tediarvi ulteriormente, la mia idea di base si limita a suggestionarvi a tal punto da farvi venire la voglia di prendere parte all’evento. Tutta questa interessantissima visita guidata all’interno della chiesa conduce successivamente al celebre Tempietto del Bramante, dove ci attende la nostra meravigliosa Hora Felix, con tanto di accompagnamento musicale. Ma prima di raccontarvi del menù completamente rinascimentale, voglio soffermarmi sul tempietto e darvi due informazioni a riguardo.

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Il tempietto viene commissionato dal Re di Spagna a Bramante come ex voto, questa struttura doveva celebrare il martirio di San Pietro che, come vi dicevo prima, secondo qualche leggenda venne crocifisso a testa in giù proprio lì dove ora sorge il tempio. Sotto, infatti, è possibile osservare il foro nel quale si racconta venne inserita la croce del Santo. Il progetto, a base circolare, è ad oggi considerato uno degli esempi più aulici di architettura rinascimentale: ebbe una fortuna critica immensa anche se il progetto originale non prevedeva “la chiusura” in cui è stato costretto, ma il Bramante immaginava attorno a questo gioiello un ampio giardino.

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Cosa sta guardando il tizio che ci mostra il regal didietro? Là sotto, dove l’occhio del signore ritratto sembra arrivare, vi è la finestrella dalla quale è possibile vedere il foro nel terreno per la croce di San Pietro. La tizia che se la ride, quella con i jeans e gli occhiali, è Monica.

Ed è proprio in questo splendido contesto che abbiamo potuto finalmente mangiare qualcosa assaggiare i prelibatissimi piatti rinascimentali preparati per noi dall’associazione che ci ha ospitati. Ora vi presento il menù.

  • Frittelle di sambuco (farina, ricotta, formaggio stagionato, lievito, uova, latte e fiori di sambuco)
  • Tacchino in fricassea francese (tacchino, burro, arance, zucchero e cannella)
  • Ceci infranti con codeghe (ceci, brodo di pollo, lardo, pancetta, menta, pepe e zenzero.
  • Ciambella di riso (riso, burro, uova, cannella, zucchero e pecorino)
  • Torta alla crema bisbetica (pasta sfoglia, crema di limoni burrata, mandorle amare tritate)

Da bere: Ippocrasso (vino rosso, zucchero, cannella, zenzero, chiodi di garofano e noce moscata) [a Verona noi questo lo beviamo caldo e lo chiamiamo Vin Brulè!]

Mi dispiace, non ho fatto nessuna fotografia. Ma posso dirvi alcune cose: le frittelle di sambuco erano così buone che ne ho mangiate cinque. Il tacchino in fricassea aveva un sapore così delicato che ho riempito il piatto due volte. I ceci erano davvero una bomba, ma cominciavo ad essere pienotta e il lardo con la pancetta mi risultavano impegnativi. La ciambella di riso, purtroppo, non mi è piaciuta. Non vado matta per il riso in bianco e lo trovo sempre molto ospedaliero. A questo proposito volevo dirvi che questa ciambella di riso è proprio uno dei primissimi esperimenti di riso utilizzato come pietanza, in epoca rinascimentale infatti si parlava di riso quasi solo a scopo medicinale/terapeutico.

Non sto nemmeno a sottolineare che l’arrivo della torta alla crema bisbetica è stato il mio momento preferito di tutta la visita, commozione e giubilo infiniti. Adoro da matti la crema bisbetica e se potessi me la mangerei dal vasetto con il cucchiaino ogni giorno. Io consiglio a tutti di assaggiare almeno una volta questa torta buonissima dalla ricetta così antica, forse non è bellissima da vedere, ma per il palato è una primavera di sapori. Vi lascio la ricetta che conosco io. [Monica impara!]

Torta rinascimentale con crema bisbetica

Per la frolla 
250 gr di farina (00)
200 gr di burro salato
120 gr di zucchero a velo
2 tuorli
1 cucchiaio di acqua fredda (o latte ; se necessario)
Buccia di un limone grattugiataPer la crema bisbetica
140 gr di burro non salato
2 limoni (non trattati ; succo e buccia grattugiata)
4 uova
120 gr di zucchero semolato
120 gr di mandorle amare (da ridurre in farina)
50 gr di mandorle a scaglie

In un recipiente mescolare farina, zucchero a velo, buccia di limone e burro freddo a pezzetti. Con la punta delle dita “sabbiare” l’impasto cercando di amalgamare gli ingredienti. Una volta ottenuto un composto simile a sabbia bagnata, aggiungere i tuorli e il cucchiaio di acqua fredda e impastare velocemente. Creare ora una palla, avvolgerla nella pellicola trasparente e metterla in frigo per almeno due ore. Stendere l’impasto e rivestire con questo uno stampo da crostata (meglio se a cerniera) imburrato e infarinato o coperto di carta forno. Preparare la crema di mandorle amare: grattugiare finemente la scorza dei limoni e raccoglierne il succo. In un pentolino scaldare il burro a bagnomaria. Sbattere le uova con la frusta a mano e unire lo zucchero, i limoni (succo e buccia), la polvere di mandorle e il burro sciolto. Versare il composto sulla base di frolla e ricoprire tutta la superficie con le scaglie di mandorla. Infornare a 170 ° per 45/50 minuti circa o sino a che la superficie non diventa dorata.

 

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Eccoci durante il nostro banchetto, reso ancor più magico dalla presenza di un chitarrista

Naturalmente, come ogni banchetto rinascimentale che si rispetti, non poteva mancare la lettura delle regole del Galateo di Giovanni della Casa. Io vorrei anche anticiparvele un po’, perché alcune sono davvero un sacco buffe. Il punto è che così vi rovinerei la fantastica interpretazione della nostra guida Laura, la quale ci ha fatto schiattare dalle risate. Io credo di avervi raccontato a sufficienza di questa esperienza, anche perché darvi ulteriori informazioni significherebbe anticiparvi troppo così da vanificare il mio intento di suggestionarvi a partecipare.

L’aperitivo rinascimentale viene organizzato una volta al mese (almeno così mi sembra di aver capito) e costa 20€ a persona comprensivi di buffet finale. Forse ora inizia a fare un po’ freddo, effettivamente  ieri sera un po’ si è sofferto il clima, ma la visita ripaga alla grande il piccolo sforzo richiesto. Voglio dire, siate impavidi e copritevi bene!

Bene, siamo arrivati alla fine del racconto di questa esperienza, penso che la prossima sarà direttamente il viaggio ad Atene. Posso assicurare, a quanti di coloro si fossero affezionati alla storia, che la cara Beatrice Cenci ora riposa tranquilla in un posto meraviglioso. Anche io, probabilmente, sarei contenta d’essere sepolta nel caldo abbraccio del monte d’oro.

La compagnia del bagatto, Shakespeare e le mutande messe al rovescio

Una regista che stimo un sacco, Agnese, mi ha detto ieri che si sta montando uno spettacolo e che ha una particina per me. Sì, proprio per me che studio recitazione da pochissimo e che ancora sto cercando di costruirmi applicandomi in questa nuova sfida. Mi ha chiamata e con tanto entusiasmo mi ha detto che in “Molto rumore per nulla” aveva pensato a me per il ruolo di Orsola.

EVVIVA!

Così ieri è iniziata la mia nuova mega avventura insieme a La compagnia del bagatto, dove milita da diversi anni anche Fidanzato Claudio. Ho una paura tremenda, inutile nasconderlo. Ho così tanta paura di piazzarci la figuraccia del secolo che sto già facendo la memoria e mi sono letta il copione almeno una quarantina di volte. Oh, è Shakespeare, mica banane e lamponi! A me viene già la tremarella, ogni volta che ci penso mi piglia il vuoto nello stomaco come se stessi sulle montagne russe. E se non fossi capace? E se facessi proprio schifo, ma nessuno avesse il coraggio di dirmelo perché c’è di mezzo Fidanzato Claudio? E se non imbroccassi una cosa che fosse una? E se poi succede che non riesco a tenermi a mente le battute e svenissi di botto sul palco? Ecco, come vedete la prendo sempre benissimo e con estrema positività.

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Quindi niente, adesso tocca fare l’attrice per davvero. Devo prendere tutte le cose belle che mi ha insegnato il mio maestro Alessio e metterle, molto semplicemente, in pratica. Molto semplicemente, eh? Certo. In realtà mi sento la testa piena di cose e ancora non mi è chiaro come metterle in fila per costruire un personaggio, cosa che per altro mi agita non poco. Pare non ci sia troppo tempo per discuterne e Agnese ci ha detto di fare un lavoro autonomo presentandosi alle prove con il proprio personaggio già fatto. Ah, sì, come no. Finisco la peperonata e scendo! Se non altro ho in casa qualcuno con una massiccia esperienza, spero che almeno Fidanzato Claudio troverà il tempo per mettermi in mano un lume aiutandomi a capire qualcosa. Già sono iniziati i sogni strani: ieri sera, dopo la prima prova, sono tornata a casa e mi sono addormentata quasi subito. Mi sono svegliata quando è rientrato Fidanzato Claudio (sta a teatro con Al passo con i Parisi) e mi sono accorta che stavo sognando di arrivare al giorno dello spettacolo con i vestiti di danza e non quelli di scena. Nella mia borsa ci stavano le scarpette, il body nero, i fuseaux e gli scaldamuscoli. Nel sogno tiravo fuori tutto e pensavo al culo che mi avrebbero fatto i compagni nello scoprire che avevo sbagliato tutto e che avevo lasciato a casa le cose che realmente mi sarebbero servite. Poco male, risvegliandomi ho attaccato a parlare a macchinetta con Fidanzato Claudio e non ci ho più pensato. Ma se cominciamo così, cosa succederà il giorno vero dello spettacolo? Arrivo vestita di viola facendo cadere il copione mentre dico che Macbeth tutto sommato è palloso, ma interessante? Non ridete, sarei perfettamente in grado di farlo e di chiedere anche “qual è il problema?” nel vedere tutti a testa in giù che ripetono all’unisono “Buonanotte Broadway” come fosse un mantra. Ah ma sono preparata: se cade il copione si prende e si sbatte a terra tre volte, se si dice per sbaglio “Macbeth” tocca fare tutta una serie di atti assurdi prima di uscire dal teatro bussando per rientrare e di viola, in casa, non ho proprio nulla da indossare.

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Che cosa facciamo, dunque? Niente, ce la siamo cercata e adesso che siamo in ballo, balliamo. La mia nuova avventura si chiama La compagnia del bagatto e vi terrò aggiornati, di tanto in tanto, sulle mie piccole catastrofi teatrali. Perché, statene certi, io qualche macello lo combinerò sicuramente. E come sono questi bagatti? Ancora non mi odiano e non hanno intenzione di chiudermi in uno sgabuzzino, quindi tutto sommato parrebbe partire bene. Mi prendo un sacco di sorrisi, di baci e di abbracci, che in certe serate sono proprio un toccasana per il mio umore a volte molto nero, quindi bene. Quindi va bene. Vedremo cosa succede appena inizio ad aprire bocca, perché ieri sera non avevo alcuna battuta da dire. Signori, i pomodori ve li abbiamo preparati belli marci nel cestino ai vostri piedi. Tirateli piano, ma con fare deciso, mirando alla faccia. 

Quindi, cari amici, siete pronti a seguirmi in questa avventura tragicomica? Dai, sarà divertente, alle brutte posso sempre fare la portinaia! Io la curo eh, io la curo!

Però, anche se non sono mai stata particolarmente superstiziosa, forse metterò le mutande messe al rovescio come, per qualche ragione a me sconosciuta, facevo quando avevo uno spettacolo di danza. Non ho mai indagato il motivo di questa mia fissazione o se realmente avessi mai sentito una diceria simile da qualche parte, ma lo ricordo bene: le mie mutande erano sempre con l’etichetta fuori. Per non saper leggere né scrivere io … mh, vedendo com’è andata la mia carriera di ballerina forse meglio iniziare a mettere la biancheria per il verso giusto. Che faccio? Mutande dritte o mutande rovesce?

 

 

 

Il buono nel bello, i migliori vini italiani

Luca Maroni, analista sensoriale di fama internazionale per il suo rivoluzionario approccio alla degustazione dei vini, porta a Frascati “I migliori vini italiani”: una kermesse di tre giorni che unisce poesia, letteratura, musica e vino per dare vita a un evento unico.

… e noi non potevamo certo mancare. Quindi per prima cosa ringraziamo Belinda Bortolan, responsabile ufficio stampa di Luca Maroni, e Stefania Zagari sua collaboratrice, per l’invito.

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Nella fantastica atmosfera dei Castelli Romani, nel cuore di Frascati c’è una location mozzafiato: Le mura del Valadier. Da lì, in quel posto magico, si può godere di un panorama unico fatto di luci e tantissima storia. Storia che si respira ad ogni passo all’interno delle mura del Valadier, grazie anche all’allestimento di questo prestigioso evento che vede come tema centrale il buon vino, l’arte e la poesia.

LUCA MARONI - I MIGLIORI VINI ITALIANI (2)

Io, gli Aristogracchi, La Capocciara e Roberta Zioni abbiamo ricevuto l’invito per presenziare alla premiazione dei migliori vini del Lazio, premio conferito da Luca Maroni in persona, autore della voce “degustazione del vino” dell’Enciclopedia Treccani (questa volta non è una battuta). Di questa persona, per dare una descrizione completa, toccherebbe scrivere almeno una ventina di articoli. La sua fama, come degustatore di vini, è nota a chiunque del settore, anche solo per aver dato vita a un metodo innovativo e oggettivo per comprendere il vino, i suoi profumi, la sua integrità e il suo equilibrio. Come egli stesso spiega, ha cercato di rivoluzionare il rapporto tra l’uomo e il vino esattamente come Martin Lutero rivoluzionò il rapporto tra l’uomo e Dio. Questo, signori miei, la dice lunga sulla considerazione che questa persona ha del vino come prodotto, o meglio dire, come opera d’arte.

LUCA MARONI - I MIGLIORI VINI ITALIANI PRESENTAZIONE

E noi, Quattro gatti al lardo, abbiamo avuto l’onore (perché di onore si parla) di sentir parlare quest’uomo dalla cultura infinita, dal ricco lessico, in grado di creare immagini e sapori utilizzando unicamente le parole. Non mi era mai capitato di avvertire l’utilizzo di tutti i miei cinque sensi a partire unicamente dall’udito. Sono tornata a casa con qualcosa di inaspettato, oltre che a moltissime informazioni sui vini della regione che oramai è la mia da un anno a questa parte. Dopotutto, diciamolo, per una veneta è davvero difficile mostrare un minimo di umiltà davanti al vino di Frascati, ma ho dovuto rivedere la mia posizione e ammettere che in questa regione le cose stanno cambiando davvero. Se prima “Frascati” era una provenienza quasi da nascondere, da scrivere in piccolo, ora invece torna finalmente ad essere un valore aggiunto.

2017-11-03 21.27.08Vi state chiedendo se ho assaggiato un vino migliore dell’Amarone di Farina? No, non l’ho trovato, ma posso dirvi che in un caso specifico ho assaggiato qualcosa di altrettanto dignitoso. Il Montiano della famiglia Cotarella. Si tratta del prodotto di punta dell’azienda Falesco, riconosciuto come uno dei più grandi vini rossi innovativi italiani. Cuorisi? Cliccate qui per saperne di più. Io vi dico soltanto che raramente m’accorgo dei dettagli quando si tratta di vino, ma in questo specifico caso ho avvertito immediatamente il sapore delle more e della vaniglia. Assaggiare questo vino è stata un’esperienza sensoriale meravigliosa, tra l’altro mi tocca anche ringraziare Vegan Magnete perché è stato lui a suggerirmi lo stand.

Ma suppongo che adesso vogliate sapere cosa abbiamo mangiato, d’altra parte se i Quattro gatti al lardo non ci lasciano lo zampino nelle cucine, che divertimento c’è? Ebbene, non vi deluderò, anche in questo caso abbiamo avuto pane per i nostri denti.

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Ci è stato servito un piatto di rigatoni con la coda alla vaccinara, da quello che ho capito da quando abito a Roma credo sia praticamente un piatto tradizionale quanto prestigioso. Io so soltanto che solo a sentirlo nominare Gli Aristogracchi e Vegan Magnete si sono illuminati a festa. Come i bambini a Natale, praticamente. Oltre al primo, ci è stato servito anche un insolito secondo, sempre a base di coda. Onestamente, il piatto era talmente tanto raffinato che non vorrei proprio dire scemenze sulla composizione. Però, fidatevi di me, non ho mai assaggiato degli abbinamenti così particolari e io non sono un’amante della coda, sia chiaro. Temo che vi lascerò con la curiosità, perché quella barchetta che vedete nella foto è praticamente una delle migliori esperienze gustative dell’intera manifestazione.

Spero di avervi incuriositi a sufficienza per farvi prendere la macchina e andare a fare un salto a questa manifestazione ben costruita e ben organizzata. Vi lascio quindi di seguito delle indicazioni precise sull’evento.

Nella magnifica cornice dei Castelli Romani, dal 3 al 5 novembre 2017, nella nobile Frascati, patrocinato dal Comune di Frascati, promosso dal Consorzio Tutela Denominazioni Vini Frascati e in collaborazione con il GAL – Gruppo di Azione Locale – Castelli Romani e Monti Prenestini, torna la più importante manifestazione dedicata al mondo del vino firmata da una delle più autorevoli firme dell’enologia italiana: IL BUONO NEL BELLO – I MIGLIORI VINI ITALIANI di Luca Maroni. Nelle sale de Le Mura del Valadier, sullo spettacolare belvedere di Frascati, saranno presenti le più importanti aziende vitivinicole del Lazio che presenteranno l’eccellenza della loro più recente produzione: 240 le etichette in degustazione, oltre 40 le Cantine aderenti, migliaia le bottiglie che verranno aperte e innumerevoli i calici che si serviranno. La manifestazione è aperta al pubblico, con tre giorni di degustazioni non stop e l’avvicendarsi di laboratori sensoriali dedicati al vino e ai prodotti del territorio: nel prezzo dell’ingresso sono compresi gli assaggi, il bicchiere e la partecipazione a tutte le iniziative collaterali. Saranno presenti all’apertura della manifestazione il Sindaco di Frascati Roberto Mastrosanti, l’assessore alla Cultura Emanuela Giusti, il Delegato all’Agricoltura Basilio Ventura, i Sindaci dei Comuni Dei Castelli Romani, il Presidente della Comunità Montana Damiano Pucci, il Presidente del Gal Giuseppe Righi, il Presidente del Consorzio per la Tutela delle Denominazioni Vini Frascati, Paolo Stramacci. Invitati, ma ancora non confermati, il Presidente della Regione Lazio Luca Zingaretti e Carlo Hausmann, Assessore all’Agricoltura della Regione Lazio.

Di nuovo, si ringrazia l’ufficio stampa di Luca Maroni per l’invito, Luca Maroni per l’accoglienza,  Stefania e Belinda per la fantastica introduzione all’evento.

 

 

Instagram photo contest Qui la gatta ci cova. And the winner is… Wafertubo!

Questo mese, il contest #quantosonohygge2017 non è andato benissimo come il precedente, ma devo ammettere che la colpa è soltanto mia. Purtroppo ho avuto pochissimo tempo e si sono raccolte pochissime immagini. Tuttavia ho deciso che, nonostante sia andata storta, lo spettacolo deve continuare e ho scelto quella che per me era la foto più bella. Vince così la fotografia di Wafertubo che secondo me rappresenta benissimo la tematica scelta da Ritarda.Daria. Per chi già non lo facesse io consiglio caldamente di seguirle entrambe su Instagram (se cliccate i nomi vi ho linkato le loro gallery).

Altre foto molto carine dello stesso tema sono state inviate da Wanderwall_ale  e da I pasticci di Terry. 

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Attendiamo quindi che Wafer (oppure Gelsomina) ci comunichi quale sarà il tema di novembre e introduciamo una sorpresa in più. Ci saranno ben due premi, due copie di un libro che ho recensito (e che viene gentilmente messo in palio dall’autrice). Allora rimanete in campana perché le regole del contest e la tematica (comprensiva di hashtag) verranno comunicati direttamente sul mio profilo Instagram (nelle storie) e se ancora non mi seguite, mi trovate qui.

Il motivo di questi contest? Scovare nuove persone da seguire, conoscere nuovi profili e magari iniziare qualche nuova collaborazione. Instagram è un posto bellissimo, dove si possono trovare fotografie che lasciano senza parole, tuttavia spesso non abbiamo idee e la nostra home page finisce per essere un po’ noiosa. In questo modo magari troviamo qualcuno di nuovo e interessante da seguire, no? Provateci, magari qualcuno sta cercando proprio voi.

 

 

Exitus Escape Room, sarai abbastanza intelligente per sopravvivere?

I Quattro gatti al lardo questa volta hanno ricevuto un invito un po’ strano: il dottor Zero ha chiesto loro di dimostrare  furbizia e coraggio.

Cari Quattro Gatti al Lardo, andare a mangiare nei ristoranti e raccontare dell’esperienza è tanto facile: mangiate bene, tornate a casa e poi scrivete. Ma io voglio proporvi qualcosa di speciale, qualcosa di diverso: voglio farvi provare la paura quella vera. Se accettate la sfida, venite in via Quintilio Varo 75 (Fermata Metro A Giulio Agricola) e se ne uscirete vivi, forse, avrete qualcosa di speciale da raccontare. Vi aspetto lunedì 30 novembre, alle ore 21. Niente polizia. 

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Considerando che di solito non brilliamo di intelligenza particolarmente sopraffina, io qualche titubanza l’ho palesata. Non che mi spaventasse la paura di morire, figuriamoci, io sono quella che propone di andare a caccia di fantasmi! Ma un discorso è contare sulle proprie gambe, un altro è sperare che in otto disperati si riesca a mettere insieme le facoltà intellettive sufficienti per infilare il cavo A nella presa B seguendo il canale C. Io non so voi, ma qui si fa fatica a montare i letti dell’Ikea. Tuttavia si è preso il coraggio a due mani (e una buona dose di fatalismo) e ci siamo organizzati portando in campo il seguente schieramento: Aristogracchi con cintura gialla e umorismo sardo, Capocciara influenzata con Vegan Magnete e laurea in fisica, Roberta e tutta una serie di creme per la pelle, rossetti e correttori super efficaci (se devo morire voglio morire bella) e Claudia con panino al seguito, perché va bene tutto, ma quando viene fame non ci piace soffrire per più di cinque minuti. Ah, ovviamente io e Fidanzato Claudio che un attore e una specialista della comunicazione social forse possono tornare utili in paradiso. Alle brutte ci giochiamo qualche laurea inutile che abbiamo collezionato nel corso degli anni. Ma Dio non ha Facebook? Eddai.

Come dite? Siamo morti? Esatto. 

Arriviamo a destinazione puntualissimi e all’ingresso ci accoglie Claudio, un umilissimo servitore del dottor Zero. Ci fa entrare e ci fa firmare delle liberatorie, ognuno di noi decide lì per lì che se sarebbe dovuto essere dei nostri cadaveri. La Capocciara chiarisce che vuole essere cremata e buttata in qualche mare che non ho sentito, ma tanto è morta e quindi sticazzi. Quindi dopo questa piccola introduzione, Claudia e Roberta vanno in un angolino e acchittano un piccolo santuario dedicato alla Madonna del perpetuo soccorso. Per non saper né leggere né scrivere, si improvvisa un rosario. Scritto il testamento, lasciato messaggi strappalacrime sulle segreterie dei nostri cari, comunicato a Taffo le nostre volontà circa il rito funebre… ci siamo fatti accompagnare nella stanza che il dottor Zero aveva preparato per noi.

Più di trenta enigmi, sangue sulle pareti, catene e resti umani.

 

22886293_610384919352822_8434671748572565402_nRoberta decide che può essere il momento giusto per scattare la foto di profilo della propria lapide, si assicura che qualche parente la possa effettivamente cambiare ogni tot perché altrimenti diventerebbe ripetitiva. Comunque sia, si dà una sistemata e sceglie una posa adeguata alla situazione. Vi lasciamo la diapositiva. Mi spaventa di più Chantal che asseconda questa cosa proponendosi di scattare. Insomma, come al solito, morti sì ma con stile. Ma poco dopo, facendoci fare un mega infarto, la porta della stanza si chiude e sul monitor appare un inquietante conto alla rovescia. Abbiamo solo un’ora per uscire vivi da quella stanza e (giusto perché lo sappiate) siamo al buio. 

Fortunatamente Vegan Magnete ha preso una laurea in fisica, quindi sa come si chiude un circuito affinché si accenda una lampadina. Conoscenza piuttosto inutile perché trova un interruttore e si limita ad azionarlo. Da questo momento in poi sono solo cazzi nostri. Vi lascio una brevissima gallery, giusto per darvi un’idea di dove Roberta ha infilato la mano.

Se ve lo state chiedendo la risposta è sì, la Ottaviani ha infilato la mano nella tazza del cesso e non è stato assolutamente un passaggio piacevole. Comunque sia, alla fine della fiera, siamo riusciti a implorare il dottor zero per avere un piccolo extra time di 12 minuti per completare l’ultimo e decisivo enigma. Probabilmente non credeva che il pastore sardo e l’attore sarebbero riusciti a trovare la quadra in quella matassa indefinita di cavi elettrici da collegare ad una macchina con del vapore dentro (?) E invece no, ci sono riusciti nonostante la mia inutile presenza a fianco con un laser rosso. Poi si è anche scoperto a cosa servisse il laser, ma ci tengo a sottolineare che la Capocciara lo ha diligentemente conservato praticamente dall’inizio della partita. Ed è lì che, con tutta probabilità, mi sono resa ospite dei fantastici germi che mi stanno costringendo a letto. Mai condividere un laser con Ludovica.

Una volta risolto anche l’ultimo tranello, una volta inserita anche l’ultima delle chiavi da recuperare per avere salva la vita, la porta FINALMENTE si apre e noi possiamo scappare via a gambe levate. Ciao dottor Zero, ciao, è stato difficile, ma siamo più fighi di te. Vincenti e orgogliosi come Forrest Gump alla fine dell’infinita corsa con seguaci, saliamo le scale: c’è chi piange, c’è chi si abbraccia, un paio di noi chiamano la mamma, io disdico la mia bara con vista acquistata preventivamente con i soldi dell’assicurazione sulla vita.

E quindi uscimmo a riveder le stelle

(Inferno XXXIV, 139)

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Vuoi provare a battere anche tu il dottor Zero? Sfidarlo non è difficile, se abiti a Roma  basta cliccare qui altrimenti controlla sul sito la disponibilità delle stanze vicine a te nella tua città. Vi ho convinti? Siete mai stati in un’ escape room? Vi va di provare? Noi torneremo presto, stanno preparando una nuova stanza con nuovi enigmi da risolvere: saremo i primi a provarla!