La Vigilia di Natale di una famiglia appena nata: il nostro viaggio lampo a Verona

Quando nasce una nuova famiglia accadono molte cose: si sceglie una casa, si impara a gestirla insieme, si trova un modo per amministrare le finanze in maniera sensata,  si prova a condividere ogni singola decisione, si cercano mobili e si tenta di dare un’organizzazione che vada bene per entrambi. Io e Fidanzato Claudio viviamo insieme da giugno e tutto questo non è ancora finito. Nella nostra casa mancano ancora alcuni pezzi d’arredamento fondamentali, spesso non riusciamo a coordinarci nelle scadenze, capita che le mie abitudini si scontrino con le sue. Ma il bello è questo: una sfida ogni giorno per diventare una famiglia. Così, lui ha imparato a non parlarmi prima del caffè, mentre io cerco di rispettare i suoi spazi il più possibile senza invadere tutto come un carrarmato. Ho imparato a non svuotare la moka nel lavandino, lui invece s’è messo in testa di dover abbassare sempre la tavoletta del water. E queste, per chi ha affrontato una convivenza agli albori, sono davvero i passaggi base. Con la calma si stabilisce come fare la spesa, quali siano le cose sulle quali si può risparmiare e quali siano quelle davvero indispensabili. Si impara con la calma a far combaciare due mondi nati in contesti differenti, dove ciò che è ovvio per l’uno può non essere assolutamente contemplabile per l’altro. E no, non è facile, ma è bellissimo perché ogni sera quando si va a letto si può notare come una nuova famiglia prenda forma, passetto per passetto, mattoncino per mattoncino. Inoltre ciò che comunque rende tutto magico è l’intimità di ogni passaggio; i ragionamenti condivisi, le richieste, le perplessità, le paure, le gioie e le risate, tutto fa parte di una bolla sicura dove due persone hanno deciso di prendersi cura l’uno dell’altra.

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Questo Natale per noi era molto importante per diverse ragioni, ma quella più rilevante per entrambi era il fatto che fosse il nostro primo Natale insieme come una nuova famiglia. E come tutte le famiglie, anche la nostra viene da due famiglie differenti. Va da sé che si è posto subito il problema che affligge chiunque: dove e con chi passare le feste? Prioritario e imprescindibile era rimanere insieme io e lui, non perché necessitassimo di vivere in simbiosi queste giornate, ma perché le famiglie a Natale non si separano e perché ciò che è importante per uno dei due è importante anche per l’altro. Abbiamo deciso di viverla così, un’immersione completa nella missione più difficile dell’anno, senza mai lasciarci soli. Stabilito questo, la seconda cosa più importante di tutte era non tagliare fuori nessuno. Sapevamo entrambi che il viaggio sarebbe stato una mazzata, ma per noi era fondamentale riuscire ad abbracciare almeno una volta tutte le persone che si meritavano (a vario titolo) la nostra presenza. Non è colpa di nessuno se ci sono tante persone che ci vogliono bene!

Così, carichi di entusiasmo, sabato mattina abbiamo preso un aereo a Fiumicino, ma solo dopo aver salutato il Papà di Claudio, l’unico che io non sono riuscita a vedere per motivi di lavoro, ma che vedrò presto quantomeno per ringraziarlo di ogni suo eroico gesto nei nostri confronti. L’aereo già è stato una mezza barzelletta, infatti per riuscire a vedere Giulia prima che partisse per Londra, abbiamo rimandato la tappa al pronto soccorso per far visitare il piede di Claudio. Per chi non lo sapesse, infatti, il nostro Giocatore s’è sfasciato un piede cadendo da una scala, ma per fortuna,nonostante il colore violaceo e il gonfiore preoccupante, non v’era nessuna frattura. Quindi zoppicanti zoppicanti saliamo sull’aereo a Fiumicino e dopo un’ora ci troviamo a Villafranca di Verona, all’aeroporto Valerio Catullo, dove papà ci viene a prendere in macchina. Prima tappa? Ospedale Orlandi! Giusto perché nel frattempo era necessario che qualcuno di competente vedesse il piede di Claudio. Così il mio papà fa giusto in tempo a farci qualche domanda di rito, prima di scaricarci al pronto soccorso e correre dall’altra parte della Valpolicella per andare a prelevare Mamma e Nonna all’ospedale Sacro Cuore di Negrar. Sì, giusto perché Nonna ha pensato bene di farsi venire la tachicardia e un giretto prenatalizio al pronto soccorso di qualsiasi ospedale stava diventando un trend importante da non farci sfuggire [#NATALEINOSPEDALE].

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Appurato che il piede era ammaccato, ma non necessitava di gesso, siamo arrivati primi a casa Bianchedi dove ad aspettarci non c’era nessuno (informazione base: casa Bianchedi sta vicinissima all’ospedale Orlandi di Bussolengo, quindi zoppo e gatta se la sono fatta a piedi). Così, con un sofisticatissimo sistema di specchi e leve che non verrà spiegato per ovvi motivi, siamo riusciti a fare irruzione in casa. Mamma, Fratelli, Nonna e Papà dovevano ancora tornare, quindi abbiamo deciso di improvvisare una cena per tutti essendo già le otto passate. Nel lavandino troviamo delle vongole lavate e nel frigorifero ci stavano quelli che a noi sono sembrati gli ingredienti perfetti per una pasta allo scoglio (?), più un branzino fresco e un’orata. Poco male, lo zoppo si mette a preparare le vongole mentre io cerco su internet come si preparino – al forno – i due pescioloni freschi rinvenuti in frigorifero. Perfetti come un orologio svizzero serviamo la cena a tutta la squadra che torna a casa dopo un’oretta dal nostro arrivo: giusto in tempo per sedersi a tavola e mangiare l’agognato pasto. In realtà mamma è arrivata una mezz’ora più tardi rispetto agli altri, ma s’è provveduto a tenerle in caldo il proprio piatto con un po’ di tutto. Qui, mi consenta, tralasciamo la mezza guerra circa la cottura della pasta (cruda a detta di mio Fratello Pietro, scotta per mio Papà e per Claudio, perfetta per mio Fratello Davide e immangiabile per mia Mamma). Tralasciamo anche il fatto che mio Papà ha anche cercato di uccidermi buttando peperoncino ovunque, ma Claudio lo ha prontamente fermato poco prima della catastrofe. Davide, tra un boccone e l’altro, è stato l’unico che s’è ricordato del piede di Claudio e da buon calciatore sempre rotto in diversi punti, s’è dilungato in una serie di ordini – per tutti – in modo tale da far stare più comodo possibile il nuovo ospite in casa. Quindi, mentre ci insultava e ci accusava tutti di essere totalmente inospitali, ha rovesciato in gola a Claudio mezzo chilo di OKI TASK, gli ha tolto la scarpa e gli ha infilato una comoda ciabatta larga, gli ha ordinato di non alzare il culo dalla sedia nemmeno per sbaglio e alla fine ci ha guardati malissimo tutti quanti perché nessuno di noi si stava prendendo cura del ferito di guerra. In ogni caso, tutte carinerie scomparse poco dopo visto che – manco a farlo apposta – proprio quella sera s’è disputata la partita di campionato più azzeccata della stagione: Roma – Juventus.

La formazione sul divano era eloquente di suo: Mamma, Papà, Fratello Davide e Fratello Pietro sul divano laterale a sinistra della televisione, io e Claudio soli come due gambi di sedano sul divano frontale. I Romanisti puzzano e no, non si condivide un cazzo con quelli, nemmeno se si tratta del nuovo fidanzato zoppo della Juventina Elisa. Ergo, toccherà proprio a lei (ovvero a me) far compagnia al ferito di guerra cercando di esultare il meno possibile ad ogni vantaggio dei bianconeri. E per fortuna, a casa mia, la partita si guarda in religioso silenzio e Claudio lo ha capito subito quando Davide, abbandonando ogni protocollo di ospitalità, gli ha intimato di chiudere la bocca subito adesso o altrimenti sarebbe finito fuori al freddo e al gelo. Insomma, tutti amici fin quando non si parla di calcio. Ma a una certa anche la partita finisce (con la sconfitta della Roma) quindi, chi prima e chi dopo, inizia l’ecatombe di gente addormentata a caso. Davide ripristina il protocollo del perfetto ospite e ci invita a usufruire del suo letto matrimoniale con tanto di maxi schermo e Sky, nella sua bellissima camera da letto.

Ora, sia fatto un minuto di silenzio perché in trent’anni non mi era mai stato concesso di entrare in quella camera. Durante queste vacanze non solo sono potuta entrare e uscire a mio piacimento, ma ho anche potuto dormire sul suo materasso comodissimo, guardare la sua televisione e cambiarmi i vestiti. Vivere a Roma porta vantaggi, come un rapido recupero del rapporto con mio Fratello. Io e Claudio insieme facciamo le magie e questa è stata la più bella del Natale 2017. Io e Davide siamo stati insieme 2 giorni parlando, raccontandoci le nostre vite, confrontandoci, riparando un rapporto che da anni si stava logorando per ragioni non troppo specificate. Ed è stato bello, così bello che la prima sera, pensandoci, mi sono commossa.

Ah in tutto questo erano cominciate a piovere le mancette: bravi, così si fa.

Il giorno della Vigilia non ci svegliamo tardi perché la questione era partita malissimo: il ferro da stiro di Mamma non dava segno di vita e no, va bene tutto, ma il ferro da stiro rotto è una questione intollerabile. La sentiamo fare il rosario in Fa# e apriamo gli occhi di botto chiedendoci quale catastrofe climatica si stava abbattendo sul piccolo paese in provincia di Verona. Capendo che la questione era di fatto molto delicata e che andava trattata con un certo garbo, decidiamo di alzarci per renderci utili in qualche maniera. Missione fallita, Mamma ci carica in macchina quasi a peso morto e ci scarica alle terme. Quello che dovete sapere è che in casa mia non è possibile rendersi utili in nessuna maniera, se vuoi fare una cosa bella quando c’è tanto da fare te ne devi andare fuori dalle palle nel minor tempo possibile. Mamma non vuole nessuno intorno, non vuole sentire nemmeno una mosca fiatare mentre smazza lavatrici e altri mestieri a me del tutto incomprensibili. Poi mi si chiede perché io non sia in grado di tenere la casa in ordine e pulita, grazie al cazzo Mamma non mi ha mai lasciato la possibilità di provarci. Fuori dalle balle e ci si vede quando casa splende così tanto da poter trasformare la cucina in una sala operatoria in qualsiasi momento. Intanto passiamo anche dalla Nonna che nel frattempo si sente meglio e via altre mancette: bravissimi, voi sì che avete capito tutto.

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… fermi tutti, io vi avevo promesso che vi avrei parlato di Aquardens, vero? He sì, ma mi servirebbero altri duecentomila parole e qua stiamo già a millesettecentoventi. Insomma, noi del SEO ce ne sbattiamo allegramente. Aquardens è un centro termale nel cuore della Valpolicella. Praticamente una manna dal cielo per chi, come me, soffre di psoriasi. Il parco è davvero enorme, dopo essersi spogliati si accede al piano vasca che per metà è al coperto e per metà e all’aperto. Si può tranquillamente entrare e uscire passando attraverso degli archi chiusi con delle tende. L’acqua è a 37 gradi, quindi anche stando all’esterno non si soffre assolutamente il freddo (calcolate che a Verona siamo a temperature molto basse, prossime allo zero). Durante la permanenza nel parco è possibile partecipare ad alcuni eventi interessanti chiamati Ritual Sauna. Si tratta di un vero e proprio rito di rilassamento all’interno di un’immensa sauna celtica. Al centro c’è un braciere dove due operatori sciolgono ghiaccio rilasciando vapori profumati grazie alle essenze utilizzate. In religioso silenzio ci si lascia coccolare per una quarantina di minuti da vampate d’aria caldissima e profumata, ascoltando musica rilassante. Al piano di sopra rispetto alla sauna celtica si trova La Nuvola, ovvero una terrazza coperta e riscaldata dove ci si rilassa su materassini comodissimi, bevendo tisana e godendosi il paesaggio innevato della Valpolicella.

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Quando poi si vuole passare a un livello superiore di relax è sufficiente salire alla Spa Lounge al piano di sopra, dove i bambini non sono ammessi e dove il silenzio completo è rispettato e fatto severamente rispettare. Qui sono presenti tutti i lussi di una Spa come si deve, tant’è che non è consentito accedere con il proprio costume da bagno, ma ne viene fornito uno usa e getta dal personale. In questa zona, inoltre, è anche possibile accedere a massaggi e trattamenti vari. Insomma, io vi consiglieri caldamente una capatina se mai vi capitasse d’essere in zona. Non si può rinunciare al cocktail servito direttamente nel bar al centro della vasca riscaldata, dove gli sgabelli sono immersi nell’acqua.

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Ma come tutte le cose belle, anche il nostro tempo di assoluto relax volge al termine e a riportarci nel mondo reale è un messaggino di mio Fratello Pietro che dice “tra mezzora siamo lì, fatevi trovare fuori”. SDENG! Dobbiamo arrenderci, un nuovo ostacolo della missione “Vacanze di Natale” ci sta per mettere alla prova: IL CENONE DELLA VIGILIA.

Anche in questo caso c’è da fare una premessa, a casa mia il cenone della vigilia è aperto a tutti coloro che vogliono partecipare. Non è una cosa che riguarda solo e unicamente la famiglia, ma le porte sono aperte sempre per tutti, basta che si avvisi per tempo (e non è nemmeno sempre necessario). La Vigilia in casa Bianchedi è un banchetto goliardico dove si mangia sempre la stessa cosa (cappelletti romagnoli in brodo come primo e bollito con la pearà come secondo), ma soprattutto dove il vino scorre a fiumi e lo sfottò è lo sport nazionale ufficiale. Non è semplicissimo sopravvivere, guai a essere permalosi o perfettini: non vi sarà alcuna pietà. Ogni anno si prendono “i nuovi” ovvero coloro che non hanno mai partecipato a una Vigilia e si fanno alzare in piedi uno per uno, durante questo momento l’ospite viene sommerso da domande molto imbarazzanti che spaziano dalla vita sessuale a quella lavorativa senza alcuna remora. Perciò puoi trovarti a descrivere il tuo ultimo rapporto sessuale dopo aver finito di spiegare che di mestiere fai l’attore e non il fallito al semaforo con le palline colorate. Questa sorte non ha faccia e non ha colore, capita a tutti anche alla povera Nanabianca che ogni tanto ha la bruttissima idea di passare la Vigilia con noi. Le battute sul suo metro d’altezza sono talmente tanto regalate che si sta pensando di storpiarle qualcos’altro per avere nuove questioni sulle quali prenderla in giro. Non voglio soffermarmi nella descrizione della sorte capitata al povero Fidanzato Claudio, il quale fortunatamente ha giocato d’anticipo presentandosi allo sfottò bello sbronzo. Ma alla fine ci si vuole tutti un gran bene e a quella tavola lì ci si sono seduti tutti quanti almeno una volta: fidanzati passeggeri, fidanzati ufficiali, cugini veri e cugini inventati, zii americani, cattolici, comunisti, berlusconiani, ricchi, poveri, abbandonati, sperduti… tutti, sempre tutti. Tranne i fascisti, quelli non li vogliamo mai, in nessun caso. E la mia famiglia è bella per questa ragione, perché a Natale non ha mai lasciato solo nessuno, nemmeno uno sconosciuto. A questo proposito mi sto ancora chiedendo chi fosse il tizio di Napoli che a un certo punto s’è imbucato, ma è stato gentile e ha ringraziato prima di andarsene quindi chi l’avesse portato non ha più molta importanza!

E sono a duemilaquattrocentosessantatré parole arrivando esattamente alla metà del racconto! Ma siete eroi voi che state ancora leggendo! Che poi non vedo proprio cosa potrebbe importare a degli sconosciuti del mio Natale. Però questo è il mio blog e voi lo sapete: io qui faccio quello che mi pare.

Arriva la mattina del 25, quindi tecnicamente Natale e ci alziamo presto perché abbiamo il treno alle 11:17 a Verona Porta Nuova. Nonna, prima di farsi venire un nuovo giro di tachicardia, pensa bene di caricarci come muli da soma: pentole, piumoni, tappeti per il bagno, roba non meglio specificata, mentre Mamma ritiene necessario rifarci il guardaroba partendo dalle scarpe. E niente, siamo partiti con zero bagagli e siamo tornati con una borsa enorme e una valigia assurda. Poco male, sul treno non si paga il bagaglio (qualcuno sta ancora spiegando a Nonna che sull’aereo imbarcare le valigie costa un occhio della testa, non capisce il senso della cosa).  Riusciamo a salutare tutti meno Davide, non si hanno notizie di lui quindi meglio non chiedere, ci penserà Mamma a dargli un bacio da parte nostra. Intanto Papà ci carica in macchina e ci saluta a malincuore alla stazione.

In tre ore abbiamo raggiunto Roma dove ad accoglierci c’era il nulla cosmico; scopriamo infatti che i mezzi pubblici sono in pausa pranzo (ah già, è Natale!) e noi acchiappiamo un magico Taxi che ci porta dritti dritti alla nostra casetta di Centocelle. Giusto il tempo di posare i bagagli, farsi una doccia e riposare mezzo secondo perché ci stavano già aspettando a un’altra tavola per la seconda parte del nostro primo Natale insieme.

Così siamo riusciti a vedere proprio tutte le persone a noi care, forse pagandola un po’ in termini di stanchezza, ma nessuno è stato escluso e questa cosa mi rende molto felice perché è ciò che mi hanno insegnato a fare i miei genitori. Ce l’abbiamo messa tutta e ci siamo riusciti, nonostante le mille sfighe che sicuramente non aiutano chi ha un brutto carattere come il mio. Vero che mi faccio prendere spesso dallo sconforto, vero che ho sprecato il tempo a prendermela con mia mamma quando potevo rimandare certe discussioni, vero anche che se qualche volta non dicessi proprio tutto quello che penso sarebbe meglio. E non voglio nemmeno giustificarmi con il solito “io sono fatta così”. In realtà mi rendo conto di non avere scuse quando non riesco ad adattarmi o quando non riesco a scendere a patti con certe cose che dovrei accettare e basta, quindi non ci sarà alcun “ma” a terminare questa frase.

Qui però non si sta pettinando le bambole, si sta costruendo una famiglia e come primo Natale non si può certo dire che sia andato male. Il prossimo anno però ci si organizza meglio, si acquista per tempo il biglietto diretto per l’Havana e si torna direttamente insieme alla befana. Sulla scopa, vestita da strega, con un porro sul nasone enorme, ma con dei regali bellissimi per tutti.

Il diritto alla casa si acquisisce con la nascita

Ho un rospo in gola ed è un rospo bello grosso, oramai è talmente tanto abituato a stare lì che si è trovato una moglie, una rospa. E hanno fatto anche una serie di ranocchietti. Questo per dire che ci sta una cosa che mi fa parecchio incazzare. Io ve lo dico subito, questo post sarà ad alto contenuto polemico, anche perché tratterà unicamente dell’emergenza abitativa costante della capitale.

Da un paio di settimane la sera vado in un piccolo teatro a Trastevere. Non è un lavoro fisso, ma visto che sui soldi non si sputa accetto di sbigliettare per loro ogni tanto. Questo passaggio allunga di un po’ la mia giornata e accorcia notevolmente le mie ore di sonno: e al popolo? Non importa niente, chiaro. Fatto sta che arrivo alle 18 circa alla fermata Ottaviano della Metro A e percorro circa un chilometro a piedi per raggiungere via della Lungara. Passo, inevitabilmente, per via Ottaviano e lì mi sono imbattuta in una persona che ha scatenato dentro di me panico misto inferno.

Prima di parlarvi di questa persona però, voglio farvi una premessa sulla situazione economica in casa della gatta. In questo momento né io, né Fidanzato Claudio, abbiamo un lavoro a entrata fissa. Avendo la partita iva e lavorando come libera professionista, ogni mese è un mistero. Lui, avendo deciso di intraprendere un certo tipo di percorso, deve arrangiarsi con una serie di lavori occasionali (che comunque fortunatamente arrivano). Questo significa che noi costruiamo di giorno in giorno il nostro “stipendio”, senza sapere con esattezza se il mese successivo sarà fortunato quanto il precedente. Inutile che io vi spieghi quanto questa cosa mi generi ansia: mi sento sempre sul filo del crollo perché basta che qualcosa vada leggermente storto e vado con il culo per terra. Parliamoci chiaro, io a Roma sono sola. Non c’è mamma, non c’è papà e non ci sta nemmeno una zia lontana lontana di tredicesimo grado: se vado a sbattere, qui a Roma, io sono completamente sola. Per farvela breve, non ho le spalle coperte da una famiglia benestante, quindi se non ho i soldi per l’affitto di certo non posso chiederli a mammà.

Ma torniamo a parlare della persona che mi ha mandato letteralmente in crisi la settimana scorsa. Stavo appunto camminando su via Ottaviano e mi imbatto in una ragazza che chiede l’elemosina. E che c’è di strano, vi chiederete, dopotutto a Roma è una cosa normale vedere persone che chiedono l’elemosina, a maggior ragione nei pressi del Vaticano. Perché questa ragazza avrebbe dovuto farmi effetto più di un’altra? Era forse affetta da una grave malattia che le deformava qualche parte del corpo? No. Portava mutilazioni o ferite rimarginate male particolarmente vistose? No. Era nuda, sporca, sciatta, puzzolente, malata…? No, niente di tutto questo. Era una ragazza ordinaria che avrà avuto la mia età. Vestita bene, con dei jeans e un maglione, una giacca e una sciarpa di lana. Se ne stava in ginocchio su una coperta, tenendo il sedere alzato e non appoggiato sui polpacci. Nelle mani aveva un quaderno aperto sul quale aveva scritto “Buon Natale” e un altro pensiero carino di auguri. Era una scritta molto bella, curata e fatta a mano con tante penne colorate. Si era decisamente impegnata moltissimo e aveva messo in quel lavoretto manuale tutta la sua creatività. Io le sono passata vicino e per un attimo ho avuto l’impressione di camminare a rallentatore: la guardavo e lei teneva lo sguardo alto verso le persone, sorridendo e salutando. Era piena di dignità, nonostante l’umiltà del suo gesto.

“Potrei essere io”, penso. Perché no, dopotutto? Perché quella ragazza, senz’altro in grado di lavorare e anche di bell’aspetto, ha la sfortuna di dover chiedere l’elemosina e io non dovrei avere minimamente paura di fare la stessa fine? Che ha di diverso da me? Quali sono stati i fattori che hanno determinato il suo dover elemosinare qualche moneta per sopravvivere? Non potrebbe forse succedere la stessa cosa anche a me se tra qualche settimana non avessi il mio – fortunato – ricambio di clienti? Basterebbe che mi mollasse il mio cliente più importante che già non saprei con cosa pagare l’affitto, di certo non sopravviverei con i lavoretti collaterali (scrivere su qualche magazine online, vendere qualche piano editoriale per una piccola azienda, spacciare sottobanco qualche bibliografia per una tesi di laurea). E cosa farei io a quel punto? Sarei effettivamente capace di prendere i miei colori a tempera, scrivere un bel cartello e stare in ginocchio su via Ottaviano sperando che qualcuno mi lasci qualche moneta? Avrei davvero il coraggio di chiedere l’elemosina?

La mia passeggiata comunque continua verso il colonnato di piazza San Pietro dove, già alle 20 della sera, molte persone iniziano a costruire il proprio giaciglio per la notte. Li ho osservati attentamente e sono meticolosi, anche perché in questi giorni sta facendo molto freddo. Alcuni sono molto attrezzati, oltre alla base in cartone sulla quale appoggiare eventuali coperte, possiedono anche dei teli di plastica che riescono a sistemare in modo da ripararsi dal vento e dalla pioggia. Altri, invece, sono meno fortunati e non possiedono nient’altro che una coperta perciò sono costretti a ripararsi sotto ai portici (se e quando trovano posto tra altre persone nella loro stessa situazione). Li vedo parlare tra di loro, condividere del cibo oppure scambiarsi dei libri. Qualche volta giocano a carte, si raccontano delle storie, bevono del vino e si scaldano con dei piccoli fornelletti a gas sui quali mettono a bollire delle minestre.

Così, molto banalmente, io penso a tutte le case abbandonate che vedo. Ai capannoni sfitti, ai locali fatiscenti e mi chiedo: ma perché queste persone le facciamo dormire in strada? Davvero non riusciamo a fare un piano sensato per fare in modo che queste persone trovino, almeno per la notte, un dignitoso riparo? Non sto parlando di centri d’accoglienza con complicatissimi piani di inserimento sociale, ma di spazi dignitosi in cui una persona possa farsi una doccia e possa dormire all’asciutto. Dove possa avere un minimo di intimità anche nelle cose più banali, io non credo che queste persone siano felicissime di defecare negli angoli bui delle strade perché i bar negano loro l’accesso alla toilette. E se pensate che questo sia un problema che riguardi solo “matti”, immigrati irregolari, zingari e senza fissa dimora per scelta: vi sbagliate di grosso. Io sto parlando di persone cadute in disgrazia semplicemente perché sole in un enorme momento di difficoltà, esattamente quello che potrebbe succedere a me domani. E non sto banalizzando niente, la mia non è carità cristiana o altre porcherie simili, io sto parlando di equità sociale, di redistribuzione della ricchezza, di diritti dei lavoratori. Perché l’Italia non deve essere una Repubblica fondata sul lavoro, ma sui lavoratori. E quelle persone, quella gente che io vedo ogni giorno dormire in strada al freddo, sono lavoratori che sono stati abbandonati dallo stato. Gente che non merita nulla, nemmeno una promessa in campagna elettorale perché tanto quelli non vanno a votare.

E sono incazzata nera perché stiamo qui ad accusare la Raggi di aver comprato un albero di Natale sfigato e non la accusiamo di lasciare in strada i poveri, privandoli del lusso di essere riconosciuti come esseri umani. Bestie che possono vivere fuori, in giardino, come i cani e i gatti. Come i topi. E provate a dormire a Porta Maggiore, in un angolo anche pulito, contate però quanti sorci delle dimensioni di polli vi passano davanti in cinque minuti. Ma quella gente non è degna nemmeno di prevenzione sanitaria, perciò lasciamo tutto lì, uomini e topi a farsi compagnia. Quindi, invece di rompere le palle per Spelacchio, rompiamo le palle per coloro che non hanno voce e vivono nei vicoli aspettando che qualcuno – un giorno – si possa occupare di loro. Non dovete crederci alla balla enorme che non c’è una casa per tutti, è una stronzata. Esistono famiglie che hanno cinque o sei case e persone che vivono in strada, ma quando arriverà il momento di una sana e onesta redistribuzione della ricchezza? Quando cominceremo con gli espropri quelli seri? Ah, è incostituzionale dite. Allora va bene, allora viviamo in maniera disumana, lasciando uomini sotto la pioggia perché non riusciamo ad affittare il nostro appartamento a sette miliardi di Euro al mese.

E niente, mi sono incazzata anche questa volta e mi rendo conto di averlo fatto per niente. Tanto non ci sarà politico che prenderà a cuore questa questione perché i barboni non portano voti, non ci vanno a votare, non seguono la televisione. Chi se ne frega di questa gente che non vale niente alla conta dei numeri? Io credo solamente che una città governata da un essere umano, di qualsiasi partito politico, dovrebbe essere caratterizzata dall’assenza di un’emergenza abitativa costante. Perché le case ci sono, gli spazi non mancano e se questi sono fatiscenti non mancano i soldi per ripararli. Certo si sarebbe potuto evitare di sputtanare cinquantamila Euro in un albero di Natale di merda.

Vostro Onore, ho concluso. Mi dichiaro colpevole.


Non mi va nemmeno di mettere un’immagine o di imbellettare questo post. Avevo voglia di sfogare la mia rabbia e la mia frustrazione, quindi così com’è andrà benissimo. Il dialogo è comunque aperto e potete commentare con insulti e quant’altro. Io volevo solamente dire la mia, sicuramente un’opinione faziosa, ma non me ne frega proprio niente. Non rileggo nemmeno, non voglio che questo post perda anche solo un grammo di tutta la rabbia che ho messo per scriverlo.

Perché non mi faccio una macchina? E perché Pamela usa gli Uniposca rosa?

Se avete pazienza, tra qualche riga inizierò a raccontarvi la storia di Pamela. Se non avete pazienza, andate al paragrafo che parla di Pamela e della sua vita privata. 

Era da tempo che volevo avere il tempo di scrivere questo pezzo perché ultimamente ricevo molti messaggi di persone che mi seguono su Instagram (e quindi vedono le mie Stories) che mi chiedono, increduli “Ma perché ci metti due ore ad andare al lavoro?”. Non avete letto male, lo ribadisco nuovamente: passo 4 ore al giorno sui mezzi pubblici. E no, non lavoro fuori dal raccordo e nemmeno in un’altra regione: vivo a Centocelle e lavoro a Ponte Milvio.

Il tragitto, di per sé, non è molto lungo. Sono circa una ventina di chilometri passando dal centro, male che vada una quarantina di minuti in macchina. Per me no.  Esco di casa intorno alle sette della mattina, minuto più o minuto meno e mi presento alla fermata del 451 sulla Togliatti. Aspetto il primo autobus che in genere è strapieno e non si riesce a salire (causa scuole, naturalmente) quindi aspetto il secondo. A volte anche il terzo. Una volta ho atteso il quarto per poter ricavare un piccolo spazio vitale nel quale sopravvivere fino a Subaugusta, per prendere la metro A.

Direzione Battistini, il treno si carica all’Anagnina e arriva a Subaugusta PIENO di gente. Il primo non riesco mai a prenderlo, in media riesco a salire sul quarto. Una volta ho aspettato il sesto per riuscire a incastrarmi stile Tetris con gli altri passeggeri. Mi ci vogliono un sacco di fermate e devo subire la ressa folle di Termini per arrivare a Flaminio dove, finalmente, scendo e bevo due o tre litri d’acqua al primo nasone disponibile. Di buono c’è che, nonostante le temperature rigide di questi giorni, non sento mai il freddo. Anzi, faccio delle corroboranti saune gratuite, ma sarebbe meglio offrissero anche la doccia e un cambio.

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A Flaminio, dopo essermi scolata tutte le riserve d’acqua di questa città, aspetto con pazienza il tram: il magico 2 che mi porterà dritta dritta a Viale Tiziano. Durante questo tratto, di solito, non ho problemi nel trovare da sedermi. Per fortuna. Quindi, per farvela breve, arrivo in ufficio alle 9:30 circa (minuto più o minuto meno) già stanca e nervosa per un viaggio assurdo che sono costretta a compiere tutte le mattine. Ho imparato a portare con me una maglietta di ricambio e del deodorante, così appena raggiungo l’ufficio riesco a darmi una sistemata minima che faccia di me – almeno – una persona normale. Per diventare turbofiga mi ci vuole troppo tempo e comunque non ne vale la pena.

In tutto questo però una nota positiva c’è: origlio con immenso gaudio le conversazioni altrui. In realtà, una delle cose che mi piace di più è ascoltare le ragazzine che vanno alla scuola superiore perché parlano di maschi e amiche come se fossero l’unica cosa davvero importante di tutta la loro esistenza. Beata innocenza. E allora ho conosciuto Priscilla che ha la mamma testa di cazzo che non la lascia andare alla piazza il sabato sera, Francesca che ha una cotta pazzesca per Giulio di IIIC ma lui sta con Flavia e non si lasceranno proprio mai e Lavinia che è un po’ indecisa e non sapendo bene chi prendere li prova tutti in serie aspettando di trovare quello che le piace di più… e tante altre delle quali non ricordo il nome, ma ho ben chiara la storia.

Sono talmente tanto interessata a queste vicende che alle volte mi verrebbe da fermare queste ragazzine e chiedere loro “Oh, ma alla fine Chiara ha detto a Francesco che Penelope lo tradisce con il fratello di Giovanni?” Eh sì, perché poi ti mancano i pezzi! Passi praticamente quaranta minuti ad ascoltare tutti i dettagli di una vicenda e non saprai mai il finale perché accadrà nei giorni successivi e tu non puoi certo fermare le studentesse del classico per farti aggiornare. Per esempio io vorrei proprio sapere Lavinia (o era Flaminia?) che fine ha fatto quando l’amica sua si è presentata furente sotto casa. Sì perché Flaminia (o Lavinia?) aveva avuto l’indelicatezza di scrivere al ragazzo che piaceva a Chiara (o Clara?) e Clara (o Chiara?) giustamente non l’aveva presa benissimo. Dopo un giro di telefonate in lacrime e accurate indagini sui contenuti dei messaggi, Chiara (o Clara?) aveva deciso di andare direttamente da Lavinia (o Flaminia?) per presentarle il conto. Quale conto? EH NON LO SO!

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Oggi però Pamela mi ha fatto volare altissimo con il suo Uniposca rosa. La storia effettivamente merita qualche riga, ho fatto moltissima fatica a non scoppiare a ridere rischiando di farmi sgamare dalle due che – ignare della mia malattia – si confidavano l’una con l’altra. Non conosco il nome delle due ragazze che parlavano, ma una era molto arrabbiata con Pamela. Pamela è l’ex fidanzata del suo ragazzo, una tizia che va sempre in discoteca e che si veste “tutta coatta”. Non l’ho mai vista, sto riportando fedelmente. Insomma, Pamela non ha preso benissimo il fatto che il suo ex si fosse trovato rapidamente (… troppo rapidamente? Non lo sapremo mai) una nuova ragazza e quindi, invece di prendersela con lui ha giustamente pensato (come tutte le brave psicopatiche di questo mondo) di prendersela con lei. Perché? Nemmeno questo lo sapremo mai. Fatto sta che oltre a riempirla di insulti via Facebook (fino a quando non è stata bloccata) ha pensato di prendere le fotografie della nuova coppia e disegnarci sopra dei cazzi rosa con Paint, così da stamparle e lasciarle ovunque nell’atrio della scuola. Non contenta, probabilmente con un diavolo per capello, ha deciso che questo non era abbastanza e che tutto sommato si poteva rinunciare completamente alla dignità. Dopo la scuola, riuscendo a svignarsela prima di altri, ha raggiunto il motorino della ragazza e sul parabrezza ha scritto qualcosa come: ME TE MAGNO E ME TE RICAGO.Delicatissima. Pamela però è un po’ coatta, ce lo hanno comunicato subito, così per non perdere quella nota elegante e raffinata ha pensato di scrivere il messaggio con un fantastico, quanto mirabolante, Uniposca rosa. Le due ragionavano sull’accaduto e non riuscivano a smettere di ridere. Per quanto questa Pamela fosse arrabbiata e anche potenzialmente pericolosa, le due non hanno minimamente preso sul serio quella minaccia stupenda vergata in rosa. Tra l’altro, mi dispiace per Pamela, ma l’Uniposca va via con un po’ d’acqua e una spugnetta… le cose si fanno fatte bene, la prossima volta va utilizzato un indelebile nero di quelli che puzzano come la morte. Eh, allora sì che forse ottieni qualcosa. Qualche bestemmia e un pugno sul naso? Sì.

Ma insomma, la cosa triste è che non sapremo mai quali altri malefici piani Pamela escogiterà per screditare la nuova ragazza del suo ex. Non sapremo mai se metterà in giro voci circa qualche malattia venerea, oppure se le verrà voglia di mettere del Gutalax nelle bevande della vittima. Non sapremo mai se le incendierà la casa, se farà lo scalpo al gatto oppure se muoverà guerra contro la Corea del Nord. Non lo sapremo mai e io rimarrò lì ad aspettare, ogni giorno come il giorno precedente, nella speranza che arrivi qualcuno e mi racconti … come cazzo le sia venuto in mente di stampare le foto modificate con paint e di lasciarle nell’atrio della scuola.

F I N E

Antea Onlus: il regalo solidale che rende felici tante persone

Calza-722x1024Natale è un momento frenetico per tutti, lo sappiamo. Corriamo come disperati a destra e a sinistra alla ricerca del regalo perfetto per ogni componente della nostra famiglia. Giustamente non vogliamo deludere nessuno, ma non vogliamo nemmeno spendere troppi soldi, tenendo sempre in considerazione la paura folle di toppare di brutto.

Non c’è una formula magica per il regalo perfetto, tuttavia posso aiutarti se devi arrangiare dei presenti per i tuoi colleghi oppure per il capo ufficio, ma – perché no – anche la vicina di casa e l’amica del cuore!

Antea Onlus è un’associazione romana che si occupa di garantire ai pazienti in fase avanzata di malattia una qualità della vita dignitosa, prendendosi cura di loro a domicilio. L’attività di questa associazione nata nel 1987 si basa sulle cure palliative, ovvero un  approccio multidisciplinare che prevede un supporto psicologico, riabilitativo, sociale, spirituale e legale oltre all’assistenza medico-infermieristica. I principi che muovono lo spirito dell’associazione sono tre e sono così articolati:

  1. L’accesso alle cure palliative è un diritto umano inviolabile che deve essere garantito ovunque si trovi la persona malata e a prescindere dalla sua condizione sociale ed economica
  2. La sofferenza e l’abbandono non devono cancellare la dignità della persona
  3. I pazienti in fase avanzata di malattia sono persone con qualcosa di unico da condividere

Trovandomi perfettamente in linea con questo approccio molto articolato e con i principi che hanno dato vita all’associazione,  ho deciso di supportare la campagna natalizia di Antea, attraverso la quale si raccoglieranno i fondi per mantenere le attività dell’associazione stessa. L’assistenza di Antea al paziente è garantita 24 ore su 24 da professionisti qualificati; stiamo parlando di 15 medici, 29 infermieri, 15 operatori socio sanitari, 2 ausiliari, 2 psicologi, 1 assistente sociale, 3 fisioterapisti, 1 assistente spirituale, 1 terapista occupazionale e più di 100 volontari.

Se anche tu, come me, senti particolarmente vicino questo tema, allora dovresti cominciare a pensare in modo diverso ai regali di Natale di cui parlavano in apertura. Ogni anno io cerco due associazioni alle quali destinare una parte dei miei guadagni mensili, generalmente sceglio un’associazione locale e una internazionale. Non è un gesto di cui parlo per vantarmi, ma semplicemente perché dicembre è il mese in cui guadagno mediamente un po’ di più e mi è più semplice contribuire alle cause in cui credo.

Perciò dai un’occhiata alle proposte creative di Antea Onlus per i regali di Natale, sicuramente troverai quello adatto per la tua collega alla quale piace mangiare casereccio, oppure alla creativa che ti abita di fronte che adora i biglietti alla “vecchia maniera” quelli ancora scritti a mano, ma anche per zio e zia ai quali piace tanto andare a teatro! Visita il sito. Ti ricordo che essendo un regalo solidale la spesa e deducibile/detraibile a norma di legge.

Oltre ai bigliettini bellissimi, troverete ingressi per il teatro e cestini con prodotti gastronomici. Di questi voglio farvi uno spoiler prima che andiate a vedere sul sito:

Confezione VERDE (€ 20,00)
Tagliatelle di Campofilone, ceci, noci, lenticchie, sugo al basilico.
Confezione ROSSA (€ 30,00)
Calamarata, quadrucci, ceci, bastoncini mandorlati, pomodori secchi e una bottiglia di vino rosso.
Confezione ARGENTO (€ 50,00)
Tagliatelle di Campofilone, lenticchie, calamarata, bastoncini mandorlati, quadrucci, pomodori secchi, ceci,noci, sugo al basilico, bottiglia di vino rosso e un ciondolo realizzato dai nostri pazienti.

Penso sia inutile dirvi che la Confezione Argento è già mia e la porterò dritta dritta alla mia mamma che adora i bastoncini mandorlati e il vino rosso. Quest’anno infatti ho deciso che farò solo regali solidali perché di regalare inutili cianfrusaglie sono proprio arcistufa!

E tu? Cos’hai deciso? 

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Il museo archeologico di Atene e il colpevole del ritardo dell’apertura della Metro C

Tutti pronti per la seconda puntata del mio mirabolante #compleannogreco?


Elisa, fai meno.

Ma non ho ancora cominciato e già attaccate con le voci fuoricampo?


Va bene, ricominciamo. Iniziare un pezzo è sempre la parte più difficile e questo freddo non aiuta affatto la mia creatività. Come avrete intuito sto per raccontare la seconda parte del mio viaggio ad Atene, quindi in caso la cosa non vi interessasse avete sempre la possibilità di chiudere tutto e tornare a farvi gli affari vostri.

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In questo blog post voglio parlarvi del Museo archeologico di Atene che è uno dei musei più importanti del mondo nonché il più grande di tutta la Grecia. Naturalmente, essendo da quelle parti, non potevamo assolutamente perderci la possibilità di andare a scoprire personalmente tutte quelle opere famosissime che siamo abituati a vedere unicamente sui libri.

Io e Fidanzato Claudio ci siamo svegliati prestissimo perché, ad Atene, i musei chiudono alle quattro del pomeriggio e io non volevo perdere nemmeno un minuto. Chi mi conosce, infatti, sa perfettamente che sono in grado di passare un’intera giornata all’interno di un museo, come quando costrinsi ben 15 persone a vivere 8 ore all’interno degli Uffizi di Firenze o come quando ho letteralmente trascinato a peso -quasi morto- Fidanzato Claudio in TUTTE (ma proprio tutte) le sale del Louvre di Parigi. Fortunatamente ho un compagno di viaggio emozionabile almeno quanto me, quindi anche per lui è stato davvero esaltante poter -finalmente- vedere dal vivo la famosa pittura vascolare tanto studiata e le statue che abbiamo sempre visto sulle copertine patitane dei libri di testo scolastici.

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Cosa dire del museo? Ad attenderci qualche delusione. Per prima cosa sappiate che non è assolutamente consentito prendersela comoda, davvero i musei chiudono alle 16 quindi i ritmi, per chi ha poco tempo, sono davvero serrati. Seconda cosa, cercate di arrivare abbastanza comodi sopratutto in inverno perché non è possibile affidare a un guardaroba il proprio capo spalla. La giacca dovete portarvela appresso, comprese eventuali sciarpe e berretti. Potete posare unicamente lo zaino (obbligatorio farlo) e la borsa. Nelle sale inoltre fa caldo, quindi vi consiglio almeno di vestirvi a cipolla, così nel caso potete togliervi il maglione o la felpa e metterli legati in vita. Se invece avete la fortuna di avere una macchina… lasciate tutto nel bagagliaio ed entrate direttamente in mutande. Tanto, lì dentro, nessuno farà troppo caso a voi: non esiste il benché minimo controllo. Avete presente le file immense e infinite che si fanno nei musei più famosi del mondo? Ecco, qui non esistono. Niente metal detector, niente perquisizioni, niente norme antiterrorismo: si entra e bella lì. Oh, ma i 10€ falsi ce li hanno sgamati subito alla biglietteria, quindi non fate troppo i furbi.


Che è sta storia dei 10€ falsi?

Niente, una barista figa li ha rifilati a Claudio mentre lui era distratto a guardarle il culo.


Nelle sale ci sono effettivamente dei problemi dati, a mio avviso, da una certa incuria. Prima di tutto la luce non è quasi mai adeguata, non si capisce se sia perché il direttore voglia ottenere un effetto “romantico” o se sia perché l’illuminazione non sia affatto compresa nel budget annuale. In tutti i casi, munitevi di torcia e utilizzatela senza scrupoli alla bisogna: entrerete maggiormente nel mood Lara Croft Tomb Rider. Non mi soffermo troppo sull’accessibilità, è un genere di valutazione che faccio per lo più quando viaggio con Francesca perché mi accorgo immediatamente delle difficoltà, comunque posso dirvi che se ci fosse stata lei, sarebbe stato complicato farle vedere molte cose perché troppo alte o messe in punti scomodi.

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Siamo comunque incappati in una mostra temporanea molto ben fatta, decisamente più smart nell’allestimento rispetto a tutto il museo, alcune opere erano esposte in questo percorso “negli abissi” dove si ripercorreva la storia di Ulisse. La mostra è stata allestita in occasione delle celebrazioni per i 150 anni del museo. Ispirata dal poema omerico, si articola in tre sezioni – “Viaggio”, “Itaca”, “Esodo” – per raccontare, attraverso 184 tesori del museo, l’avventura del cammino umano nel tempo. La mostra utilizza proiezioni, brani di poesie, ma anche la musica di Vangelis Papathanassiou, per creare un viaggio virtuale nella storia umana. Insomma, ne è valsa la pena.

24796402_710419582496311_2633504117994359795_nNel nostro viaggio nell’archeologia abbiamo incontrato un personaggio di cui noi avevamo già parlato nel racconto di un’altra delle nostre avventure: Esculapio (o Asclepio che dir si voglia). Vi ricordate la storia del drago intrappolato sotto ai Fori Imperiali di Roma? Se non vi ricordate la storia vi metto il link qui. Abbiamo anche scattato una fotografia, dopotutto il colpevole dei ritardi di realizzazione della Metro C doveva avere una faccia e noi gliel’abbiamo data. Non prendetevela più con Virgina, povera anima, dopo tutto cosa fareste voi se vi capitasse di dover sistemare un enorme drago al bioparco? Eddai, su. La nostra passeggiata tra le statue comunque continua e continua, fino a quando non riescono a raggiungerci anche Cugina Monica e Cuoco Fotografo Edoardo, con i quali poi ci avventuriamo in altre avventure museali.

… il resto ve lo racconto nella terza puntata, se e quando avrò di nuovo tempo per mettermi alla tastiera a scrivere qualcosa di logicamente sensato. Ultimamente, infatti, sembra quasi che la mia vena creativa stia subendo una bruttissima battuta d’arresto. In realtà non so bene quale sia la causa, ma ultimamente sembra quasi che io non sia più in grado di realizzare testi interessanti o comunque simpatici. La fretta, quasi sempre, mi fa fare un sacco di errori di battitura e più sono agitata (in genere quando mi sento messa alla prova) più combino dei casini allucinanti. Mi manca tantissimo la presenza della mia grandissima editor Marilena, lei curava con amore ogni mio scritto e senza mai mettere mano con violenza andava a correggere tutti i refusi che possono capitare a delle dita veloci come le mie. Ma le cose cambiano e la vita di tutti va avanti, a volte si prendono decisioni che possono rivelarsi molto più impegnative di quanto non sembrassero all’inizio. Ora, non so quanto vi importi di questo scorcio della mia vita privata, ma questo è il mio blog e qui non voglio assolutamente perdere umanità.

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Perciò vi mostro un cazzo greco minuscolo #CIAO.