Perché non mi faccio una macchina? E perché Pamela usa gli Uniposca rosa?

Se avete pazienza, tra qualche riga inizierò a raccontarvi la storia di Pamela. Se non avete pazienza, andate al paragrafo che parla di Pamela e della sua vita privata. 

Era da tempo che volevo avere il tempo di scrivere questo pezzo perché ultimamente ricevo molti messaggi di persone che mi seguono su Instagram (e quindi vedono le mie Stories) che mi chiedono, increduli “Ma perché ci metti due ore ad andare al lavoro?”. Non avete letto male, lo ribadisco nuovamente: passo 4 ore al giorno sui mezzi pubblici. E no, non lavoro fuori dal raccordo e nemmeno in un’altra regione: vivo a Centocelle e lavoro a Ponte Milvio.

Il tragitto, di per sé, non è molto lungo. Sono circa una ventina di chilometri passando dal centro, male che vada una quarantina di minuti in macchina. Per me no.  Esco di casa intorno alle sette della mattina, minuto più o minuto meno e mi presento alla fermata del 451 sulla Togliatti. Aspetto il primo autobus che in genere è strapieno e non si riesce a salire (causa scuole, naturalmente) quindi aspetto il secondo. A volte anche il terzo. Una volta ho atteso il quarto per poter ricavare un piccolo spazio vitale nel quale sopravvivere fino a Subaugusta, per prendere la metro A.

Direzione Battistini, il treno si carica all’Anagnina e arriva a Subaugusta PIENO di gente. Il primo non riesco mai a prenderlo, in media riesco a salire sul quarto. Una volta ho aspettato il sesto per riuscire a incastrarmi stile Tetris con gli altri passeggeri. Mi ci vogliono un sacco di fermate e devo subire la ressa folle di Termini per arrivare a Flaminio dove, finalmente, scendo e bevo due o tre litri d’acqua al primo nasone disponibile. Di buono c’è che, nonostante le temperature rigide di questi giorni, non sento mai il freddo. Anzi, faccio delle corroboranti saune gratuite, ma sarebbe meglio offrissero anche la doccia e un cambio.

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A Flaminio, dopo essermi scolata tutte le riserve d’acqua di questa città, aspetto con pazienza il tram: il magico 2 che mi porterà dritta dritta a Viale Tiziano. Durante questo tratto, di solito, non ho problemi nel trovare da sedermi. Per fortuna. Quindi, per farvela breve, arrivo in ufficio alle 9:30 circa (minuto più o minuto meno) già stanca e nervosa per un viaggio assurdo che sono costretta a compiere tutte le mattine. Ho imparato a portare con me una maglietta di ricambio e del deodorante, così appena raggiungo l’ufficio riesco a darmi una sistemata minima che faccia di me – almeno – una persona normale. Per diventare turbofiga mi ci vuole troppo tempo e comunque non ne vale la pena.

In tutto questo però una nota positiva c’è: origlio con immenso gaudio le conversazioni altrui. In realtà, una delle cose che mi piace di più è ascoltare le ragazzine che vanno alla scuola superiore perché parlano di maschi e amiche come se fossero l’unica cosa davvero importante di tutta la loro esistenza. Beata innocenza. E allora ho conosciuto Priscilla che ha la mamma testa di cazzo che non la lascia andare alla piazza il sabato sera, Francesca che ha una cotta pazzesca per Giulio di IIIC ma lui sta con Flavia e non si lasceranno proprio mai e Lavinia che è un po’ indecisa e non sapendo bene chi prendere li prova tutti in serie aspettando di trovare quello che le piace di più… e tante altre delle quali non ricordo il nome, ma ho ben chiara la storia.

Sono talmente tanto interessata a queste vicende che alle volte mi verrebbe da fermare queste ragazzine e chiedere loro “Oh, ma alla fine Chiara ha detto a Francesco che Penelope lo tradisce con il fratello di Giovanni?” Eh sì, perché poi ti mancano i pezzi! Passi praticamente quaranta minuti ad ascoltare tutti i dettagli di una vicenda e non saprai mai il finale perché accadrà nei giorni successivi e tu non puoi certo fermare le studentesse del classico per farti aggiornare. Per esempio io vorrei proprio sapere Lavinia (o era Flaminia?) che fine ha fatto quando l’amica sua si è presentata furente sotto casa. Sì perché Flaminia (o Lavinia?) aveva avuto l’indelicatezza di scrivere al ragazzo che piaceva a Chiara (o Clara?) e Clara (o Chiara?) giustamente non l’aveva presa benissimo. Dopo un giro di telefonate in lacrime e accurate indagini sui contenuti dei messaggi, Chiara (o Clara?) aveva deciso di andare direttamente da Lavinia (o Flaminia?) per presentarle il conto. Quale conto? EH NON LO SO!

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Oggi però Pamela mi ha fatto volare altissimo con il suo Uniposca rosa. La storia effettivamente merita qualche riga, ho fatto moltissima fatica a non scoppiare a ridere rischiando di farmi sgamare dalle due che – ignare della mia malattia – si confidavano l’una con l’altra. Non conosco il nome delle due ragazze che parlavano, ma una era molto arrabbiata con Pamela. Pamela è l’ex fidanzata del suo ragazzo, una tizia che va sempre in discoteca e che si veste “tutta coatta”. Non l’ho mai vista, sto riportando fedelmente. Insomma, Pamela non ha preso benissimo il fatto che il suo ex si fosse trovato rapidamente (… troppo rapidamente? Non lo sapremo mai) una nuova ragazza e quindi, invece di prendersela con lui ha giustamente pensato (come tutte le brave psicopatiche di questo mondo) di prendersela con lei. Perché? Nemmeno questo lo sapremo mai. Fatto sta che oltre a riempirla di insulti via Facebook (fino a quando non è stata bloccata) ha pensato di prendere le fotografie della nuova coppia e disegnarci sopra dei cazzi rosa con Paint, così da stamparle e lasciarle ovunque nell’atrio della scuola. Non contenta, probabilmente con un diavolo per capello, ha deciso che questo non era abbastanza e che tutto sommato si poteva rinunciare completamente alla dignità. Dopo la scuola, riuscendo a svignarsela prima di altri, ha raggiunto il motorino della ragazza e sul parabrezza ha scritto qualcosa come: ME TE MAGNO E ME TE RICAGO.Delicatissima. Pamela però è un po’ coatta, ce lo hanno comunicato subito, così per non perdere quella nota elegante e raffinata ha pensato di scrivere il messaggio con un fantastico, quanto mirabolante, Uniposca rosa. Le due ragionavano sull’accaduto e non riuscivano a smettere di ridere. Per quanto questa Pamela fosse arrabbiata e anche potenzialmente pericolosa, le due non hanno minimamente preso sul serio quella minaccia stupenda vergata in rosa. Tra l’altro, mi dispiace per Pamela, ma l’Uniposca va via con un po’ d’acqua e una spugnetta… le cose si fanno fatte bene, la prossima volta va utilizzato un indelebile nero di quelli che puzzano come la morte. Eh, allora sì che forse ottieni qualcosa. Qualche bestemmia e un pugno sul naso? Sì.

Ma insomma, la cosa triste è che non sapremo mai quali altri malefici piani Pamela escogiterà per screditare la nuova ragazza del suo ex. Non sapremo mai se metterà in giro voci circa qualche malattia venerea, oppure se le verrà voglia di mettere del Gutalax nelle bevande della vittima. Non sapremo mai se le incendierà la casa, se farà lo scalpo al gatto oppure se muoverà guerra contro la Corea del Nord. Non lo sapremo mai e io rimarrò lì ad aspettare, ogni giorno come il giorno precedente, nella speranza che arrivi qualcuno e mi racconti … come cazzo le sia venuto in mente di stampare le foto modificate con paint e di lasciarle nell’atrio della scuola.

F I N E

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