Il diritto alla casa si acquisisce con la nascita

Ho un rospo in gola ed è un rospo bello grosso, oramai è talmente tanto abituato a stare lì che si è trovato una moglie, una rospa. E hanno fatto anche una serie di ranocchietti. Questo per dire che ci sta una cosa che mi fa parecchio incazzare. Io ve lo dico subito, questo post sarà ad alto contenuto polemico, anche perché tratterà unicamente dell’emergenza abitativa costante della capitale.

Da un paio di settimane la sera vado in un piccolo teatro a Trastevere. Non è un lavoro fisso, ma visto che sui soldi non si sputa accetto di sbigliettare per loro ogni tanto. Questo passaggio allunga di un po’ la mia giornata e accorcia notevolmente le mie ore di sonno: e al popolo? Non importa niente, chiaro. Fatto sta che arrivo alle 18 circa alla fermata Ottaviano della Metro A e percorro circa un chilometro a piedi per raggiungere via della Lungara. Passo, inevitabilmente, per via Ottaviano e lì mi sono imbattuta in una persona che ha scatenato dentro di me panico misto inferno.

Prima di parlarvi di questa persona però, voglio farvi una premessa sulla situazione economica in casa della gatta. In questo momento né io, né Fidanzato Claudio, abbiamo un lavoro a entrata fissa. Avendo la partita iva e lavorando come libera professionista, ogni mese è un mistero. Lui, avendo deciso di intraprendere un certo tipo di percorso, deve arrangiarsi con una serie di lavori occasionali (che comunque fortunatamente arrivano). Questo significa che noi costruiamo di giorno in giorno il nostro “stipendio”, senza sapere con esattezza se il mese successivo sarà fortunato quanto il precedente. Inutile che io vi spieghi quanto questa cosa mi generi ansia: mi sento sempre sul filo del crollo perché basta che qualcosa vada leggermente storto e vado con il culo per terra. Parliamoci chiaro, io a Roma sono sola. Non c’è mamma, non c’è papà e non ci sta nemmeno una zia lontana lontana di tredicesimo grado: se vado a sbattere, qui a Roma, io sono completamente sola. Per farvela breve, non ho le spalle coperte da una famiglia benestante, quindi se non ho i soldi per l’affitto di certo non posso chiederli a mammà.

Ma torniamo a parlare della persona che mi ha mandato letteralmente in crisi la settimana scorsa. Stavo appunto camminando su via Ottaviano e mi imbatto in una ragazza che chiede l’elemosina. E che c’è di strano, vi chiederete, dopotutto a Roma è una cosa normale vedere persone che chiedono l’elemosina, a maggior ragione nei pressi del Vaticano. Perché questa ragazza avrebbe dovuto farmi effetto più di un’altra? Era forse affetta da una grave malattia che le deformava qualche parte del corpo? No. Portava mutilazioni o ferite rimarginate male particolarmente vistose? No. Era nuda, sporca, sciatta, puzzolente, malata…? No, niente di tutto questo. Era una ragazza ordinaria che avrà avuto la mia età. Vestita bene, con dei jeans e un maglione, una giacca e una sciarpa di lana. Se ne stava in ginocchio su una coperta, tenendo il sedere alzato e non appoggiato sui polpacci. Nelle mani aveva un quaderno aperto sul quale aveva scritto “Buon Natale” e un altro pensiero carino di auguri. Era una scritta molto bella, curata e fatta a mano con tante penne colorate. Si era decisamente impegnata moltissimo e aveva messo in quel lavoretto manuale tutta la sua creatività. Io le sono passata vicino e per un attimo ho avuto l’impressione di camminare a rallentatore: la guardavo e lei teneva lo sguardo alto verso le persone, sorridendo e salutando. Era piena di dignità, nonostante l’umiltà del suo gesto.

“Potrei essere io”, penso. Perché no, dopotutto? Perché quella ragazza, senz’altro in grado di lavorare e anche di bell’aspetto, ha la sfortuna di dover chiedere l’elemosina e io non dovrei avere minimamente paura di fare la stessa fine? Che ha di diverso da me? Quali sono stati i fattori che hanno determinato il suo dover elemosinare qualche moneta per sopravvivere? Non potrebbe forse succedere la stessa cosa anche a me se tra qualche settimana non avessi il mio – fortunato – ricambio di clienti? Basterebbe che mi mollasse il mio cliente più importante che già non saprei con cosa pagare l’affitto, di certo non sopravviverei con i lavoretti collaterali (scrivere su qualche magazine online, vendere qualche piano editoriale per una piccola azienda, spacciare sottobanco qualche bibliografia per una tesi di laurea). E cosa farei io a quel punto? Sarei effettivamente capace di prendere i miei colori a tempera, scrivere un bel cartello e stare in ginocchio su via Ottaviano sperando che qualcuno mi lasci qualche moneta? Avrei davvero il coraggio di chiedere l’elemosina?

La mia passeggiata comunque continua verso il colonnato di piazza San Pietro dove, già alle 20 della sera, molte persone iniziano a costruire il proprio giaciglio per la notte. Li ho osservati attentamente e sono meticolosi, anche perché in questi giorni sta facendo molto freddo. Alcuni sono molto attrezzati, oltre alla base in cartone sulla quale appoggiare eventuali coperte, possiedono anche dei teli di plastica che riescono a sistemare in modo da ripararsi dal vento e dalla pioggia. Altri, invece, sono meno fortunati e non possiedono nient’altro che una coperta perciò sono costretti a ripararsi sotto ai portici (se e quando trovano posto tra altre persone nella loro stessa situazione). Li vedo parlare tra di loro, condividere del cibo oppure scambiarsi dei libri. Qualche volta giocano a carte, si raccontano delle storie, bevono del vino e si scaldano con dei piccoli fornelletti a gas sui quali mettono a bollire delle minestre.

Così, molto banalmente, io penso a tutte le case abbandonate che vedo. Ai capannoni sfitti, ai locali fatiscenti e mi chiedo: ma perché queste persone le facciamo dormire in strada? Davvero non riusciamo a fare un piano sensato per fare in modo che queste persone trovino, almeno per la notte, un dignitoso riparo? Non sto parlando di centri d’accoglienza con complicatissimi piani di inserimento sociale, ma di spazi dignitosi in cui una persona possa farsi una doccia e possa dormire all’asciutto. Dove possa avere un minimo di intimità anche nelle cose più banali, io non credo che queste persone siano felicissime di defecare negli angoli bui delle strade perché i bar negano loro l’accesso alla toilette. E se pensate che questo sia un problema che riguardi solo “matti”, immigrati irregolari, zingari e senza fissa dimora per scelta: vi sbagliate di grosso. Io sto parlando di persone cadute in disgrazia semplicemente perché sole in un enorme momento di difficoltà, esattamente quello che potrebbe succedere a me domani. E non sto banalizzando niente, la mia non è carità cristiana o altre porcherie simili, io sto parlando di equità sociale, di redistribuzione della ricchezza, di diritti dei lavoratori. Perché l’Italia non deve essere una Repubblica fondata sul lavoro, ma sui lavoratori. E quelle persone, quella gente che io vedo ogni giorno dormire in strada al freddo, sono lavoratori che sono stati abbandonati dallo stato. Gente che non merita nulla, nemmeno una promessa in campagna elettorale perché tanto quelli non vanno a votare.

E sono incazzata nera perché stiamo qui ad accusare la Raggi di aver comprato un albero di Natale sfigato e non la accusiamo di lasciare in strada i poveri, privandoli del lusso di essere riconosciuti come esseri umani. Bestie che possono vivere fuori, in giardino, come i cani e i gatti. Come i topi. E provate a dormire a Porta Maggiore, in un angolo anche pulito, contate però quanti sorci delle dimensioni di polli vi passano davanti in cinque minuti. Ma quella gente non è degna nemmeno di prevenzione sanitaria, perciò lasciamo tutto lì, uomini e topi a farsi compagnia. Quindi, invece di rompere le palle per Spelacchio, rompiamo le palle per coloro che non hanno voce e vivono nei vicoli aspettando che qualcuno – un giorno – si possa occupare di loro. Non dovete crederci alla balla enorme che non c’è una casa per tutti, è una stronzata. Esistono famiglie che hanno cinque o sei case e persone che vivono in strada, ma quando arriverà il momento di una sana e onesta redistribuzione della ricchezza? Quando cominceremo con gli espropri quelli seri? Ah, è incostituzionale dite. Allora va bene, allora viviamo in maniera disumana, lasciando uomini sotto la pioggia perché non riusciamo ad affittare il nostro appartamento a sette miliardi di Euro al mese.

E niente, mi sono incazzata anche questa volta e mi rendo conto di averlo fatto per niente. Tanto non ci sarà politico che prenderà a cuore questa questione perché i barboni non portano voti, non ci vanno a votare, non seguono la televisione. Chi se ne frega di questa gente che non vale niente alla conta dei numeri? Io credo solamente che una città governata da un essere umano, di qualsiasi partito politico, dovrebbe essere caratterizzata dall’assenza di un’emergenza abitativa costante. Perché le case ci sono, gli spazi non mancano e se questi sono fatiscenti non mancano i soldi per ripararli. Certo si sarebbe potuto evitare di sputtanare cinquantamila Euro in un albero di Natale di merda.

Vostro Onore, ho concluso. Mi dichiaro colpevole.


Non mi va nemmeno di mettere un’immagine o di imbellettare questo post. Avevo voglia di sfogare la mia rabbia e la mia frustrazione, quindi così com’è andrà benissimo. Il dialogo è comunque aperto e potete commentare con insulti e quant’altro. Io volevo solamente dire la mia, sicuramente un’opinione faziosa, ma non me ne frega proprio niente. Non rileggo nemmeno, non voglio che questo post perda anche solo un grammo di tutta la rabbia che ho messo per scriverlo.

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