La Vigilia di Natale di una famiglia appena nata: il nostro viaggio lampo a Verona

Quando nasce una nuova famiglia accadono molte cose: si sceglie una casa, si impara a gestirla insieme, si trova un modo per amministrare le finanze in maniera sensata,  si prova a condividere ogni singola decisione, si cercano mobili e si tenta di dare un’organizzazione che vada bene per entrambi. Io e Fidanzato Claudio viviamo insieme da giugno e tutto questo non è ancora finito. Nella nostra casa mancano ancora alcuni pezzi d’arredamento fondamentali, spesso non riusciamo a coordinarci nelle scadenze, capita che le mie abitudini si scontrino con le sue. Ma il bello è questo: una sfida ogni giorno per diventare una famiglia. Così, lui ha imparato a non parlarmi prima del caffè, mentre io cerco di rispettare i suoi spazi il più possibile senza invadere tutto come un carrarmato. Ho imparato a non svuotare la moka nel lavandino, lui invece s’è messo in testa di dover abbassare sempre la tavoletta del water. E queste, per chi ha affrontato una convivenza agli albori, sono davvero i passaggi base. Con la calma si stabilisce come fare la spesa, quali siano le cose sulle quali si può risparmiare e quali siano quelle davvero indispensabili. Si impara con la calma a far combaciare due mondi nati in contesti differenti, dove ciò che è ovvio per l’uno può non essere assolutamente contemplabile per l’altro. E no, non è facile, ma è bellissimo perché ogni sera quando si va a letto si può notare come una nuova famiglia prenda forma, passetto per passetto, mattoncino per mattoncino. Inoltre ciò che comunque rende tutto magico è l’intimità di ogni passaggio; i ragionamenti condivisi, le richieste, le perplessità, le paure, le gioie e le risate, tutto fa parte di una bolla sicura dove due persone hanno deciso di prendersi cura l’uno dell’altra.

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Questo Natale per noi era molto importante per diverse ragioni, ma quella più rilevante per entrambi era il fatto che fosse il nostro primo Natale insieme come una nuova famiglia. E come tutte le famiglie, anche la nostra viene da due famiglie differenti. Va da sé che si è posto subito il problema che affligge chiunque: dove e con chi passare le feste? Prioritario e imprescindibile era rimanere insieme io e lui, non perché necessitassimo di vivere in simbiosi queste giornate, ma perché le famiglie a Natale non si separano e perché ciò che è importante per uno dei due è importante anche per l’altro. Abbiamo deciso di viverla così, un’immersione completa nella missione più difficile dell’anno, senza mai lasciarci soli. Stabilito questo, la seconda cosa più importante di tutte era non tagliare fuori nessuno. Sapevamo entrambi che il viaggio sarebbe stato una mazzata, ma per noi era fondamentale riuscire ad abbracciare almeno una volta tutte le persone che si meritavano (a vario titolo) la nostra presenza. Non è colpa di nessuno se ci sono tante persone che ci vogliono bene!

Così, carichi di entusiasmo, sabato mattina abbiamo preso un aereo a Fiumicino, ma solo dopo aver salutato il Papà di Claudio, l’unico che io non sono riuscita a vedere per motivi di lavoro, ma che vedrò presto quantomeno per ringraziarlo di ogni suo eroico gesto nei nostri confronti. L’aereo già è stato una mezza barzelletta, infatti per riuscire a vedere Giulia prima che partisse per Londra, abbiamo rimandato la tappa al pronto soccorso per far visitare il piede di Claudio. Per chi non lo sapesse, infatti, il nostro Giocatore s’è sfasciato un piede cadendo da una scala, ma per fortuna,nonostante il colore violaceo e il gonfiore preoccupante, non v’era nessuna frattura. Quindi zoppicanti zoppicanti saliamo sull’aereo a Fiumicino e dopo un’ora ci troviamo a Villafranca di Verona, all’aeroporto Valerio Catullo, dove papà ci viene a prendere in macchina. Prima tappa? Ospedale Orlandi! Giusto perché nel frattempo era necessario che qualcuno di competente vedesse il piede di Claudio. Così il mio papà fa giusto in tempo a farci qualche domanda di rito, prima di scaricarci al pronto soccorso e correre dall’altra parte della Valpolicella per andare a prelevare Mamma e Nonna all’ospedale Sacro Cuore di Negrar. Sì, giusto perché Nonna ha pensato bene di farsi venire la tachicardia e un giretto prenatalizio al pronto soccorso di qualsiasi ospedale stava diventando un trend importante da non farci sfuggire [#NATALEINOSPEDALE].

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Appurato che il piede era ammaccato, ma non necessitava di gesso, siamo arrivati primi a casa Bianchedi dove ad aspettarci non c’era nessuno (informazione base: casa Bianchedi sta vicinissima all’ospedale Orlandi di Bussolengo, quindi zoppo e gatta se la sono fatta a piedi). Così, con un sofisticatissimo sistema di specchi e leve che non verrà spiegato per ovvi motivi, siamo riusciti a fare irruzione in casa. Mamma, Fratelli, Nonna e Papà dovevano ancora tornare, quindi abbiamo deciso di improvvisare una cena per tutti essendo già le otto passate. Nel lavandino troviamo delle vongole lavate e nel frigorifero ci stavano quelli che a noi sono sembrati gli ingredienti perfetti per una pasta allo scoglio (?), più un branzino fresco e un’orata. Poco male, lo zoppo si mette a preparare le vongole mentre io cerco su internet come si preparino – al forno – i due pescioloni freschi rinvenuti in frigorifero. Perfetti come un orologio svizzero serviamo la cena a tutta la squadra che torna a casa dopo un’oretta dal nostro arrivo: giusto in tempo per sedersi a tavola e mangiare l’agognato pasto. In realtà mamma è arrivata una mezz’ora più tardi rispetto agli altri, ma s’è provveduto a tenerle in caldo il proprio piatto con un po’ di tutto. Qui, mi consenta, tralasciamo la mezza guerra circa la cottura della pasta (cruda a detta di mio Fratello Pietro, scotta per mio Papà e per Claudio, perfetta per mio Fratello Davide e immangiabile per mia Mamma). Tralasciamo anche il fatto che mio Papà ha anche cercato di uccidermi buttando peperoncino ovunque, ma Claudio lo ha prontamente fermato poco prima della catastrofe. Davide, tra un boccone e l’altro, è stato l’unico che s’è ricordato del piede di Claudio e da buon calciatore sempre rotto in diversi punti, s’è dilungato in una serie di ordini – per tutti – in modo tale da far stare più comodo possibile il nuovo ospite in casa. Quindi, mentre ci insultava e ci accusava tutti di essere totalmente inospitali, ha rovesciato in gola a Claudio mezzo chilo di OKI TASK, gli ha tolto la scarpa e gli ha infilato una comoda ciabatta larga, gli ha ordinato di non alzare il culo dalla sedia nemmeno per sbaglio e alla fine ci ha guardati malissimo tutti quanti perché nessuno di noi si stava prendendo cura del ferito di guerra. In ogni caso, tutte carinerie scomparse poco dopo visto che – manco a farlo apposta – proprio quella sera s’è disputata la partita di campionato più azzeccata della stagione: Roma – Juventus.

La formazione sul divano era eloquente di suo: Mamma, Papà, Fratello Davide e Fratello Pietro sul divano laterale a sinistra della televisione, io e Claudio soli come due gambi di sedano sul divano frontale. I Romanisti puzzano e no, non si condivide un cazzo con quelli, nemmeno se si tratta del nuovo fidanzato zoppo della Juventina Elisa. Ergo, toccherà proprio a lei (ovvero a me) far compagnia al ferito di guerra cercando di esultare il meno possibile ad ogni vantaggio dei bianconeri. E per fortuna, a casa mia, la partita si guarda in religioso silenzio e Claudio lo ha capito subito quando Davide, abbandonando ogni protocollo di ospitalità, gli ha intimato di chiudere la bocca subito adesso o altrimenti sarebbe finito fuori al freddo e al gelo. Insomma, tutti amici fin quando non si parla di calcio. Ma a una certa anche la partita finisce (con la sconfitta della Roma) quindi, chi prima e chi dopo, inizia l’ecatombe di gente addormentata a caso. Davide ripristina il protocollo del perfetto ospite e ci invita a usufruire del suo letto matrimoniale con tanto di maxi schermo e Sky, nella sua bellissima camera da letto.

Ora, sia fatto un minuto di silenzio perché in trent’anni non mi era mai stato concesso di entrare in quella camera. Durante queste vacanze non solo sono potuta entrare e uscire a mio piacimento, ma ho anche potuto dormire sul suo materasso comodissimo, guardare la sua televisione e cambiarmi i vestiti. Vivere a Roma porta vantaggi, come un rapido recupero del rapporto con mio Fratello. Io e Claudio insieme facciamo le magie e questa è stata la più bella del Natale 2017. Io e Davide siamo stati insieme 2 giorni parlando, raccontandoci le nostre vite, confrontandoci, riparando un rapporto che da anni si stava logorando per ragioni non troppo specificate. Ed è stato bello, così bello che la prima sera, pensandoci, mi sono commossa.

Ah in tutto questo erano cominciate a piovere le mancette: bravi, così si fa.

Il giorno della Vigilia non ci svegliamo tardi perché la questione era partita malissimo: il ferro da stiro di Mamma non dava segno di vita e no, va bene tutto, ma il ferro da stiro rotto è una questione intollerabile. La sentiamo fare il rosario in Fa# e apriamo gli occhi di botto chiedendoci quale catastrofe climatica si stava abbattendo sul piccolo paese in provincia di Verona. Capendo che la questione era di fatto molto delicata e che andava trattata con un certo garbo, decidiamo di alzarci per renderci utili in qualche maniera. Missione fallita, Mamma ci carica in macchina quasi a peso morto e ci scarica alle terme. Quello che dovete sapere è che in casa mia non è possibile rendersi utili in nessuna maniera, se vuoi fare una cosa bella quando c’è tanto da fare te ne devi andare fuori dalle palle nel minor tempo possibile. Mamma non vuole nessuno intorno, non vuole sentire nemmeno una mosca fiatare mentre smazza lavatrici e altri mestieri a me del tutto incomprensibili. Poi mi si chiede perché io non sia in grado di tenere la casa in ordine e pulita, grazie al cazzo Mamma non mi ha mai lasciato la possibilità di provarci. Fuori dalle balle e ci si vede quando casa splende così tanto da poter trasformare la cucina in una sala operatoria in qualsiasi momento. Intanto passiamo anche dalla Nonna che nel frattempo si sente meglio e via altre mancette: bravissimi, voi sì che avete capito tutto.

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… fermi tutti, io vi avevo promesso che vi avrei parlato di Aquardens, vero? He sì, ma mi servirebbero altri duecentomila parole e qua stiamo già a millesettecentoventi. Insomma, noi del SEO ce ne sbattiamo allegramente. Aquardens è un centro termale nel cuore della Valpolicella. Praticamente una manna dal cielo per chi, come me, soffre di psoriasi. Il parco è davvero enorme, dopo essersi spogliati si accede al piano vasca che per metà è al coperto e per metà e all’aperto. Si può tranquillamente entrare e uscire passando attraverso degli archi chiusi con delle tende. L’acqua è a 37 gradi, quindi anche stando all’esterno non si soffre assolutamente il freddo (calcolate che a Verona siamo a temperature molto basse, prossime allo zero). Durante la permanenza nel parco è possibile partecipare ad alcuni eventi interessanti chiamati Ritual Sauna. Si tratta di un vero e proprio rito di rilassamento all’interno di un’immensa sauna celtica. Al centro c’è un braciere dove due operatori sciolgono ghiaccio rilasciando vapori profumati grazie alle essenze utilizzate. In religioso silenzio ci si lascia coccolare per una quarantina di minuti da vampate d’aria caldissima e profumata, ascoltando musica rilassante. Al piano di sopra rispetto alla sauna celtica si trova La Nuvola, ovvero una terrazza coperta e riscaldata dove ci si rilassa su materassini comodissimi, bevendo tisana e godendosi il paesaggio innevato della Valpolicella.

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Quando poi si vuole passare a un livello superiore di relax è sufficiente salire alla Spa Lounge al piano di sopra, dove i bambini non sono ammessi e dove il silenzio completo è rispettato e fatto severamente rispettare. Qui sono presenti tutti i lussi di una Spa come si deve, tant’è che non è consentito accedere con il proprio costume da bagno, ma ne viene fornito uno usa e getta dal personale. In questa zona, inoltre, è anche possibile accedere a massaggi e trattamenti vari. Insomma, io vi consiglieri caldamente una capatina se mai vi capitasse d’essere in zona. Non si può rinunciare al cocktail servito direttamente nel bar al centro della vasca riscaldata, dove gli sgabelli sono immersi nell’acqua.

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Ma come tutte le cose belle, anche il nostro tempo di assoluto relax volge al termine e a riportarci nel mondo reale è un messaggino di mio Fratello Pietro che dice “tra mezzora siamo lì, fatevi trovare fuori”. SDENG! Dobbiamo arrenderci, un nuovo ostacolo della missione “Vacanze di Natale” ci sta per mettere alla prova: IL CENONE DELLA VIGILIA.

Anche in questo caso c’è da fare una premessa, a casa mia il cenone della vigilia è aperto a tutti coloro che vogliono partecipare. Non è una cosa che riguarda solo e unicamente la famiglia, ma le porte sono aperte sempre per tutti, basta che si avvisi per tempo (e non è nemmeno sempre necessario). La Vigilia in casa Bianchedi è un banchetto goliardico dove si mangia sempre la stessa cosa (cappelletti romagnoli in brodo come primo e bollito con la pearà come secondo), ma soprattutto dove il vino scorre a fiumi e lo sfottò è lo sport nazionale ufficiale. Non è semplicissimo sopravvivere, guai a essere permalosi o perfettini: non vi sarà alcuna pietà. Ogni anno si prendono “i nuovi” ovvero coloro che non hanno mai partecipato a una Vigilia e si fanno alzare in piedi uno per uno, durante questo momento l’ospite viene sommerso da domande molto imbarazzanti che spaziano dalla vita sessuale a quella lavorativa senza alcuna remora. Perciò puoi trovarti a descrivere il tuo ultimo rapporto sessuale dopo aver finito di spiegare che di mestiere fai l’attore e non il fallito al semaforo con le palline colorate. Questa sorte non ha faccia e non ha colore, capita a tutti anche alla povera Nanabianca che ogni tanto ha la bruttissima idea di passare la Vigilia con noi. Le battute sul suo metro d’altezza sono talmente tanto regalate che si sta pensando di storpiarle qualcos’altro per avere nuove questioni sulle quali prenderla in giro. Non voglio soffermarmi nella descrizione della sorte capitata al povero Fidanzato Claudio, il quale fortunatamente ha giocato d’anticipo presentandosi allo sfottò bello sbronzo. Ma alla fine ci si vuole tutti un gran bene e a quella tavola lì ci si sono seduti tutti quanti almeno una volta: fidanzati passeggeri, fidanzati ufficiali, cugini veri e cugini inventati, zii americani, cattolici, comunisti, berlusconiani, ricchi, poveri, abbandonati, sperduti… tutti, sempre tutti. Tranne i fascisti, quelli non li vogliamo mai, in nessun caso. E la mia famiglia è bella per questa ragione, perché a Natale non ha mai lasciato solo nessuno, nemmeno uno sconosciuto. A questo proposito mi sto ancora chiedendo chi fosse il tizio di Napoli che a un certo punto s’è imbucato, ma è stato gentile e ha ringraziato prima di andarsene quindi chi l’avesse portato non ha più molta importanza!

E sono a duemilaquattrocentosessantatré parole arrivando esattamente alla metà del racconto! Ma siete eroi voi che state ancora leggendo! Che poi non vedo proprio cosa potrebbe importare a degli sconosciuti del mio Natale. Però questo è il mio blog e voi lo sapete: io qui faccio quello che mi pare.

Arriva la mattina del 25, quindi tecnicamente Natale e ci alziamo presto perché abbiamo il treno alle 11:17 a Verona Porta Nuova. Nonna, prima di farsi venire un nuovo giro di tachicardia, pensa bene di caricarci come muli da soma: pentole, piumoni, tappeti per il bagno, roba non meglio specificata, mentre Mamma ritiene necessario rifarci il guardaroba partendo dalle scarpe. E niente, siamo partiti con zero bagagli e siamo tornati con una borsa enorme e una valigia assurda. Poco male, sul treno non si paga il bagaglio (qualcuno sta ancora spiegando a Nonna che sull’aereo imbarcare le valigie costa un occhio della testa, non capisce il senso della cosa).  Riusciamo a salutare tutti meno Davide, non si hanno notizie di lui quindi meglio non chiedere, ci penserà Mamma a dargli un bacio da parte nostra. Intanto Papà ci carica in macchina e ci saluta a malincuore alla stazione.

In tre ore abbiamo raggiunto Roma dove ad accoglierci c’era il nulla cosmico; scopriamo infatti che i mezzi pubblici sono in pausa pranzo (ah già, è Natale!) e noi acchiappiamo un magico Taxi che ci porta dritti dritti alla nostra casetta di Centocelle. Giusto il tempo di posare i bagagli, farsi una doccia e riposare mezzo secondo perché ci stavano già aspettando a un’altra tavola per la seconda parte del nostro primo Natale insieme.

Così siamo riusciti a vedere proprio tutte le persone a noi care, forse pagandola un po’ in termini di stanchezza, ma nessuno è stato escluso e questa cosa mi rende molto felice perché è ciò che mi hanno insegnato a fare i miei genitori. Ce l’abbiamo messa tutta e ci siamo riusciti, nonostante le mille sfighe che sicuramente non aiutano chi ha un brutto carattere come il mio. Vero che mi faccio prendere spesso dallo sconforto, vero che ho sprecato il tempo a prendermela con mia mamma quando potevo rimandare certe discussioni, vero anche che se qualche volta non dicessi proprio tutto quello che penso sarebbe meglio. E non voglio nemmeno giustificarmi con il solito “io sono fatta così”. In realtà mi rendo conto di non avere scuse quando non riesco ad adattarmi o quando non riesco a scendere a patti con certe cose che dovrei accettare e basta, quindi non ci sarà alcun “ma” a terminare questa frase.

Qui però non si sta pettinando le bambole, si sta costruendo una famiglia e come primo Natale non si può certo dire che sia andato male. Il prossimo anno però ci si organizza meglio, si acquista per tempo il biglietto diretto per l’Havana e si torna direttamente insieme alla befana. Sulla scopa, vestita da strega, con un porro sul nasone enorme, ma con dei regali bellissimi per tutti.

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