La marchesa di O…

Die Marquise von O…
H. von Kleist (Francoforte sull’Oden, 18/10/1777 – Berlino, 21/11/1811)

Di Arianna Cingolani


COLONNA SONORA: Piano Sonata n.8 in C minor, “Pathétique” – L. van Beethoven (consigliata l’esecuzione di M. Pollini)

La marchesa di O…

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Non è facile inserire Kleist in una corrente letteraria precisa, come del resto non lo è inquadrare le sue opere. Precursore del tardo Romanticismo alla Hoffmann, in cui gli elementi magici si mescolano alla realtà, patriottico, eppure profondamente legato ai classici, come dimostrano le sue opere teatrali, Heinrich von Kleist ha vissuto intensamente in un periodo di sconvolgimenti per il mondo, quando la stella di Napoleone sembrava destinata a brillare incontrastata (il racconto è del 1808). Perennemente volto al raggiungimento di una felicità ideale, di una pace impedita dalla febbrile ricerca della stessa, diventa l’esempio del giovane Romantico che sente ogni contraddizione del suo tempo, e allo stesso tempo un unicum per la rielaborazione interiore di tali percezioni.

Vista la breve durata della sua vita, non si possono annoverare nella sua produzione un numero elevato di opere, ma quelle a nostra disposizione sono lo specchio di un animo tormentato, inquieto, profondamente dilaniato tra il mondo reale della morale borghese e nobiliare, e quello interiore, delle emozioni profonde.
La scelta di questo breve brano non è casuale, in quanto è l’esempio più luminoso, secondo me, non solo delle capacità stilistiche, quasi neoclassiche nella cura e nell’eleganza compositiva, ma anche di quel sentire sofferto che serpeggia in tutta l’opera di Kleist.

Il racconto è piuttosto breve, una quarantina di pagine che scorrono via con una fluidità lontana dalla pesantezza di alcuni testi Romantici, in cui a volte l’eleganza formale viene sacrificata per far spazio ad una libertà compositiva che non sempre risulta adeguata al messaggio da trasmettere.
Non è questo il caso.

La storia si apre in modo bizzarro (per quanto l’idea fosse stata presa da un evento contemporaneo allo scrittore): una donna, la marchesa di O, pubblica un annuncio sul giornale per ricercare il padre del figlio che sta aspettando.
Segue un lungo flashback, che inizia durante un assalto ad un castello dell’Italia settentrionale ad opera delle forze russe. A questo proposito, l’autore non identifica mai gli schieramenti o le motivazioni, quasi fosse qualcosa al di fuori del tempo e dello spazio, un microcosmo concentrato soltanto in pochi posti definiti e pressoché staccati dal mondo concreto. Un sogno, o un incubo quasi, in cui gli avvenimenti si susseguono all’apparenza in maniera scollegata per tutto quanto il testo, salvo voi trovare un ordine nel finale.

Parlo di sogno, perché a partire da questo attacco, in cui la marchesa di O… viene salvata da uno stupro dal conte russo F…, ufficiale dell’esercito, tutto è in bilico tra la realtà e un mondo “oltre”, che cozza profondamente con quello materiale, ma che non per questo è meno reale. Non mi riferisco a chissà quale spiritualità, del tutto assente in questo racconto (altro elemento che lo distingue da testi coevi), ma a qualcosa di più forte e profondo, che può spazzare via ogni regola imposta; quella forza della mente e dello spirito che regola la vita umana, a prescindere da ogni altra imposizione o impalcatura razionale.
E’ questo il punto del racconto.

Mano a mano che gli eventi si susseguono, che la realtà rende evidente la gravidanza della marchesa di O…, che le reazioni del padre e del mondo si adeguano a schemi prestabiliti, la protagonista rimane sempre più fedele a sé stessa, esempio di purezza al di fuori dalla morale, fragile nella sua condizione fisica di donna vedova incinta e non sposata, eppure invincibile nella convinzione di non aver consumato nessun rapporto sessuale che possa giustificare il suo stato interessante. E mai, nemmeno per un momento, se ci si immerge nella lettura, si dubita della sua sincerità, del fatto che la sua proclamazione d’innocenza non sia una scusa. Probabilmente è proprio da questa autoconsapevolezza, da questo candore d’anima, che la marchesa trova la forza di avere la sua indipendenza, di affrancarsi senza rumore dal padre e dalla famiglia senza alcun rimpianto, ma nemmeno con risentimento. Una donna che è disposta a pagare il prezzo della fedeltà a sé stessa e alla propria innocenza, sia esso il dover rinunciare alla propria famiglia, o dover sposare, prendendosi le proprie responsabilità nonostante tutto, colui che l’ha stuprata, a prescindere dal suo ceto. Non una favola, per quanto in alcuni tratti possa sembrarlo, ma quasi la biografia di una donna che nella sua purezza d’intenti resta irrimediabilmente innocente nonostante tutte le maldicenze o le evidenze del reale; perché essa stessa innocente e strenuamente fedele a sé stessa lo è rimasta nello spirito.
Nemmeno quando il conte F… si presenta per sposarla in tutta fretta, a più riprese nel racconto, lei pensa ad un suo coinvolgimento, proprio per il sentirsi estranea alla faccenda, come se in fondo lei appartenesse solo a sé stessa, in un rifiuto di qualsiasi violenza proveniente dall’esterno e dalle contingenze.

Il lettore intuisce che il conte possa avere a che fare con la gravidanza della marchesa, per cui l’epilogo non stupirà certo nessuno. Eppure, l’originalità di Kleist non sta, ancora una volta, negli avvenimenti, ma nei comportamenti.

Senza spoilerare quello che, per me, è il VERO finale del racconto, posso però anticipare che grazie all’ultima pagina tutto prende senso. Ogni nodo viene nascosto viene disciolto, ogni motivazione compresa, seppur niente venga chiarito in maniera volgarmente evidente. E’ richiesto lo stesso animo della marchesa per comprenderne le ragioni e vedere i meccanismi psicologici dietro al racconto.

E ci si renderà conto, quasi, che Kleist ha anticipato concetti che sarebbero stati affrontati solo anni più tardi dalla psicanalisi; in maniera, ovviamente, meno chiara dei suoi successori, ma sicuramente con una sensibilità e un’apertura emotiva totale e quasi rivoluzionaria verso un mondo che impone all’essere umano e, nello specifico, alla donna, di accettare ogni violenza soltanto perché socialmente riconosciuta come normale e conveniente.

Credo che queste siano le ragioni che rendono questo racconto una pietra miliare non solo della letteratura, ma anche della propria crescita personale.
Ora, come allora.


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Topo da biblioteca a cui ogni tanto prendono i cinque minuti e se ne va in giro per il mondo zaino in spalla, ma senza scordare che organizzazione is the way. Idealismo e fastidio. Where classica and metal unite. MOTTO: NO. ALLINEAMENTO: Legale Buono BACCHETTA: Legno di Pioppo, nucleo di Crine di unicorno, lunghezza di 10 pollici e 3/4

La mia ricetta per fare la pearà: una buona abitudine (invernale) della domenica

Io adoro la domenica: ci si sveglia tardissimo, praticamente all’ora di pranzo, e si perdono quelle due ore a “palugalre” tra le coperte calde. Cosa significa “palugare”? Non ne ho idea, è una parola che ho sempre sentito dire solo al mio babbo riferendosi al rimanere a crogiolarsi ancora un po’ dopo essersi svegliati. In ogni caso, che sia un termine esistente o meno in qualche dialetto, il concetto è stupendo: starsene accoccolati tra baci e carezze nel più dolce far niente.

Un’altra cosa che della domenica mi piace moltissimo è la preparazione del pranzo. Mi piace progettare sempre qualcosa di carino da mettere sulla tavola e spesso vado a pescare nei piatti della tradizione veneta. Sono cose che mi riescono abbastanza semplici da preparare, giusto perché sono cresciuta vedendo mamma ai fornelli, ma soprattutto sono piatti che fidanzato Claudio non conosce e quindi si lascia stupire sempre con mia immensa soddisfazione.

Tempo fa vi accennai su Facebook di un piatto tipico veronese: il bollito con la pearà e tutti, veronesi esclusi, siete impazziti cercando di capire cosa fosse la pearà. Vi avevo promesso che ve ne avrei parlato in breve tempo, ma tra una cosa e l’altra sono passati mesi. Allora, se volete la ricetta per questa buonissima salsa veronese dobbiamo partire dal bollito!

Come preparare un buon bollito

Io sono un sacco pignola quando si tratta di bollito: mi piace scegliere la carne buona che faccia un brodo buono. Proprio per questa ragione preferisco spendere quei 20€ in più andando da un macellaio piuttosto che affidarmi alla carne da banco del supermercato. Ora, senza offendere nessuno, vi racconterò come io preparo il brodo e il bollito, ma non ho alcuna pretesa d’essere masterchef. Sicuramente i vari Cracco e compagnia cantante mi boccerebbero all’istante, ma io voglio solo trasmettere il mio modo di cucinare e non ho nessuna intenzione di insegnare un mestiere.

  1. Prendo una pentola bella grande e la riempio d’acqua cercando di non arrivare al bordo. L’acqua la prendo fredda ghiacciata e non so il motivo, mia zia Rossella mi disse di fare così e così io ho sempre fatto così da quel giorno.
  2. A fuoco ancora SPENTO metto nell’acqua fredda: un bel pezzo di muscolo di manzo, una lingua sempre di manzo, tre ossi col buco e mezza gallina. Qualche volta scelgo anche un pezzo di carne buonissimo: la copertina di spalla.
  3. Poi vado con le verdure: una testa di sedano bella lavata, due cipolle e una carota bella grande. A volte, ma solo se mi va, ci infilo dentro un pomodoro. Il sapore cambia di un po’.
  4. A questo punto, quando la pentola è pronta con tutti questi ingredienti, la metto sul fuoco (fiamma bassissima) e lascio andare il tutto per 3/4 ore buone.

Di tanto in tanto assaggio e aggiusto il sapore con un po’ di sale, alcune volte trovo utile utilizzare un po’ di dado granulare, ma succede raramente. In ogni caso io sconsiglio di aggiungere ingredienti prima delle 2 ore: il sapore si forma con calma, quindi è inutile metterci le mani prima.

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Come si fa la pearà

A questo punto possiamo fare la pearà: cosa ci serve? Facciamo il punto degli ingredienti. Io però a questo punto devo farvi una confessione: non so le quantità. Io vado proprio a occhio e con l’esperienza ho imparato a capire quanto mettere di ogni cosa. Io non credo esistano dei parametri precisi, anche perché dipende soprattutto dal gusto personale. Comunque sia procuratevi:

  • Pane raffermo grattuggiato
  • Sale e pepe
  • Tutta la parte grassa del brodo (quella che sale in superficie)
  • Brodo

Allora, il brodo lo stiamo preparando e tutta la parte grassa ce la prendiamo. Io, per questo procedimento, metto mano alla fatica. Ci saranno sicuramente metodi più semplici, ma io non li conosco. Prendo un mestolone e cerco di raccogliere tutta la parte superiore del brodo, proprio tutta. Non si butta via niente, midollo delle ossa incluso. Sgrassate bene il brodo, quindi, e mettete tutto in una pentola di terracotta. Aggiungete piano piano il pangrattato e poi due o tre mestolate di brodo. Buttate dentro un sacco di pepe (e me piace molto pepata). Tenetela abbastanza liquida perché dovete farla cuocere per un bel po’. Quanto? Non lo so, io la tengo fino a quando non mi si forma la crosticina sopra. Non mescolatela, non toccatela e non rompete la crosticina. Se proprio volete assaggiarla aspettate almeno un paio d’ore. Mia mamma ci aggiunge anche l’olio, io non lo metto. Alcuni ci aggiungono il burro, io inorridisco all’idea. Talvolta ci si mette il grana padano grattugiato, ma a me non piace molto.

Quello che dovrebbe venire è…

Ricetta pearà di verona
Fonte dell’immagine: http://www.fieradelbollito.it

Cosa fare con il brodo

Io tolgo tutto e mi ritaglio una quarantina di minuti per mettere le patate sbucciate, perché mi piacciono bollite e condite con olio, sale e prezzemolo. Poi il brodo lo uso per la pasta da brodo: spesso faccio i tortellini, ma quando ho tempo preparo i cappelletti romagnoli che mi ha insegnato a fare il mio babbo. Ve ne parlerò un’altra volta.

Come usare la pearà

Ah, non ve l’ho detto? Rovesciatela in quantità industriali sul bollito e buon appetito! Io ne mangio tantissima, ma quando miracolosamente avanza la metto in un contenitore e la tengo in frigorifero. Buonissima anche il giorno dopo scaldata in padella!

Una grande storia d’amore: Il cuore appeso, di Monica Bianchetti

Per chi mi segue da tempo non è una novità: io non amo le storie d’amore. Però ci sono libri in grado di farsi spazio con prepotenza, un po’ perché sono scritti bene e un po’ perché ti incuriosiscono sufficientemente. 

27786311_10214129453064026_1816006730_oVoglio essere sincera, appena ho sfilato il libro di Monica Bianchetti dal pacco inviatomi ho rovesciato gli occhi e ho sbuffato. Ho pensato “Oddio che copertina orribile, peggio di un Harmony”, quindi l’ho appoggiato sul tavolo e l’ho guardato storto per almeno una decina di minuti. Pensavo, con il mio solito atteggiamento prevenuto, che si trattasse del solito romanzetto mezzo autobiografico, scritto male e impaginato peggio. Ebbene, mi sono sbagliata. In realtà ho giudicato un libro dalla copertina, commettendo l’errore peggiore che si possa fare approcciando a un romanzo di uno scrittore non famoso.  Questo blog post, quindi, serve da immenso SORRY.

Tre buonissime ragioni per leggere “Il cuore appeso”

  1. Monica Bianchetti ha una scrittura sublime. Le sue frasi sono costruite in modo tale da sembrare musica: scandiscono un ritmo dolce e lento che arriva a cullare il lettore accompagnandolo nello svolgimento della trama. Le parole di Monica sono rassicuranti anche quando arrivano al dramma. Come una madre che non ti abbandona nei momenti difficili, Monica non ti risparmia la giusta sofferenza.
  2. La storia è creata con il giusto dosaggio di quiete e colpi di scena: si alternano momenti tranquilli in cui c’è tempo di gustarsi l’atmosfera e momenti  in cui il nodo in gola impedisce di respirare. Il libro si vive come si vivrebbe una passeggiata in montagna: attimi di relax alternati a grande fatica. Le tematiche all’interno sono importanti e non vengono mai banalizzate. Non è solo una storia d’amore, ma c’è molto di più.
  3. I personaggi sono completi e non è esattamente una cosa scontata. Soprattutto delle due protagoniste si ha una visione a tuttotondo. Questo è vero a tal punto che sembra di conoscerle da una vita. Ciò risulta fondamentale per l’immedesimazione, la quale avviene naturalmente grazie proprio alle mille sfumature delle due donne. Si vive, si soffre, si piange e si ride insieme a loro.

Puoi acquistare il libro cliccando qui: Il cuore appeso 

La copertina continua a non piacermi

Nonostante io del libro abbia un’idea completamente positiva continuo a pensare che la copertina sia  inadatta. L’immagine in sé, una fotografia di un olio su tela, è molto bella e rispecchia perfettamente la protagonista del romanzo, tuttavia è una figura a mio avviso sbagliata per la funzione che ha in questo caso. Troppo nero e visual molto poco accattivante: se lo vedessi sopra uno scaffale di una negozio probabilmente lo ignorerei. Il romanzo, al suo interno, rievoca posti bellissimi dove la natura regna sovrana: punterei più su questo genere di immagini per la presentazione. Oppure, visto che il tema del viaggio ricorre spesso ed è fondamentale per la trama stessa, potrebbe essere un’idea anche tentare di rievocare attraverso le immagini questo aspetto. Però, onestamente, queste sono solo idee personali.

La trama 

Due donne e due epoche, l’omicidio brutale di una bambina che segnerà per sempre tanti destini. Lisbona sullo sfondo a incorniciare una grande storia d’amore. “Sara. Lea. Erano alla fine simili le loro storie, entrambe amanti, entrambe condannate a non stare con l’uomo che amavano, entrambe trafficanti di segreti. Ognuno ha il cuore che ha, il cuore non lo si sceglie e a volte essere se stessi a ogni costo non è facile. Come sono strani gli incontri tra le persone. È davvero il caso il regista delle nostre vite?” 

Monica Bianchetti

27718943_10214129460984224_1647754510_nÈ nata a Vicenza dove tutt’ora vive. Ha pubblicato nel 2005 il romanzo La bambina di Venezia ed è seconda classificata al premio Adolfo Giuriato di Vicenza con il racconto La bicicletta. Nel 2006 ha pubblicato il romanzo Il cielo sopra l’albero e sempre nel 2006 è finalista (tra i primi dieci su oltre 1700) al II° Festival delle lettere di Milano con il racconto Il mare in una lacrima. Nel 2007 ha pubblicato la raccolta di racconti Le curve delle parole e nello stesso anno è finalista al concorso di poesia Un fiore di parola con la poesia Ragazza di Lisbona. Nel 2008 esce il suo libro Il sapore della neve. Ha collaborato inoltre con Alberto Di Gilio per Asiago 1915-18. La porta della pianura e Altopiani 1915-18. I guardiani di pietra. (Fonte biografia: quarta di copertina de Il cuore appeso)


Per le tematiche trattate si sconsiglia la lettura a un’età inferiore ai 14 anni.

Blog post in collaborazione con l’autore. 

Altèra, le cronache dei cinque regni

51hiI3-GqCLRicordate quando vi ho parlato de I guerrieri d’argento? Rinfrescatevi la memoria perché sono andata avanti con Le cronache dei cinque Regni e mi sto appassionando sempre di più.

Elvio Ravasio continua ad alleggerire le mie lunghe traversate sui mezzi pubblici di Roma, e io pur di non distogliere gli occhi dal suo racconto finisco in braccio alle nonne con la spesa che si siedono nei posti a loro dedicati. Il punto è proprio questo, quando si inizia a leggere Altèra non si può smettere.

La trama

In un passato remoto l’incantesimo più potente mai pronunciato aveva posto fine ad una guerra. Ma dopo tanto tempo, l’antica città di Altèra, sospesa in un’altra dimensione a seguito dell’incantesimo, vuole riemergere con tutte le sue forze; al suo interno il male cresce e si espande. I protagonisti saranno parte di un disegno che metterà in discussione la loro amicizia, la loro forza, la loro volontà. Saranno divisi, posseduti, torturati, messi l’uno contro l’altro e sottoposti a prove terribili. La loro amicizia verrà messa in discussione e la loro anima soggiogata. Dovranno imparare la differenza tra rabbia e perdono, indulgenza e severità, ma non sempre le loro scelte avranno l’effetto desiderato. Gli alleati di sempre saranno con loro e dalle terre sconosciute, nuove popolazioni verranno in loro aiuto: gli eleuriani abbandoneranno il loro eremo di pace e si uniranno all’esercito, una antica razza di draghi senza ali si unirà a Elamar. Poteri devastanti entreranno in gioco, antichi rancori riemergeranno, gli elementi avranno un nuovo padrone. Il confine tra forza e pazzia verrà oltrepassato, draghi, magia e coraggio contrasteranno il potente nemico di sempre. Ma basteranno le loro forze riunite per sconfiggere Merja Norim ?

Perché dovete leggerlo

  1. I personaggi sono cresciuti e continuano a farlo. Assumono sempre più sfumature e sono delineati in modo via via più completo. In questo episodio li vediamo seriamente messi alla prova e conosciamo lati di loro che prima non avevamo nemmeno presi in considerazione.
  2. L’ambientazione è stupenda, c’è poco da dire. Ti rapisce e ti porta dentro un mondo incantato del quale riesci a immaginare perfettamente ogni singolo aspetto. Una notte ho persino sognato un luogo simile e nel sogno stesso ero consapevole di essere in un racconto di Ravasio. Tanto per dirvi quanto può avermi colpita.
  3. Non ripeterò quanto questo autore scriva bene, il tutto è molto fluido e incalzante e questo permette di rimanere sempre sulla storia. Non ci sono virtuosismi di penna inutili e disturbanti, la scrittura è completamente votata allo sviluppo della trama. Così mi piace molto, soprattutto quando si tratta di Fantasy.
  4. I disegni! Le pagine sono intervallate da splendide illustrazioniIo mi ci sono persa proprio e spesso le immagini erano l’unica cosa che riusciva a distrarmi, per pochi attimi, dalla lettura.

Ci sono moltissime altre ragioni per acquistare il libro e metterlo sul comodino, ma lascio a voi il piacere di trovarle. Sono certa che dopo I guerrieri d’argento e dopo Altèra, finirete per acquistare anche i prossimi… se non altro per vedere come prosegue la situazione. Il finale, infatti, lascia un po’ l’amaro in bocca.

Vi lascio i link per approdare direttamente su Amazon per acquistare i primi due volumi della saga. Vi consiglio di non lasciarveli scappare e di non credere che il fantasy italiano sia per forza una cosa brutta. C’è dell’apprezzabile qui, parola della gatta.

I guerrieri d’argento. Le cronache dei cinque regni

Altèra: Le Cronache dei cinque Regni


Per i temi trattati a lettura della saga è consigliata fortemente ad un pubblico preadolescente e adolescente. Blog post in collaborazione con l’autore.

Tre buoni motivi per non guardare “Chiamami col tuo nome” al cinema

Oppure tre buoni motivi per non guardarlo affatto.

Martedì sera sono andata al cinema con Fidanzato Claudio e il Magico Lele, la missione era semplice: scoprire il film che ha fatto incetta di candidature agli Oscar. Chiamami col tuo nome è stato infatti nominato per:

  • Miglior film
  • Migliore canzone originale
  • Migliore sceneggiatura non originale
  • Timothée Chalame migliore attore

Ebbene, a me non è piaciuto nemmeno un po’ e questo ha scatenato una guerra lampo tra me e Fidanzato Claudio, a tal punto che si è rischiato di dover far evacuare la metro A per eccessiva violenza. Mi prendo il diritto, con tutte le responsabilità del caso, di dire che Chiamami col tuo nome è un film brutto.  Ed eccomi a darvi tre buoni motivi per zompare a piè pari questo film.

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  1. Due ore e un quarto di film e non succede praticamente niente. Si potrebbe riassumere la trama in questa maniera: due ragazzi si incontrano, si innamorano, vivono un’estate bellissima e alla fine l’amore finisce e uno dei due decide di sposarsi – a distanza di qualche mese – con un’altra persona. Fine. Nel mezzo non succede assolutamente niente se non un brevissimo scambio – minimizzato – con la ragazza di uno dei due che viene friendzonata. Ma anche in questo momento il tutto viene liquidato con un semplice “okay”.
  2. I dialoghi sono di una banalità imbarazzante. Uno scambio mi è rimasto impresso più degli altri: i due si baciano per la prima volta e uno dei due dice all’altro “Ti è bastato?”. Seriamente? Alcune cose che i personaggi si dicono sono assolutamente irreali, stereotipate e banalizzate. La verità è che ci sono poche cose che i personaggi possono dirsi e quando potrebbero farlo, non accade.
  3. Io – e credo molti altri – non sento l’esigenza di ulteriori film che sdoganino la coppia gay. Perché per come viene presentata la storia sembra che si voglia presentare la dolcezza e la tenerezza di un rapporto tra uomini. Ebbene? C’è ancora bisogno di dire che i gay non sono tutte checche isteriche, ma che l’amore gay è identico a qualsiasi altro tipo d’amore? Che palle, mi annoia quanto mi annoierebbe un film che avesse come obiettivo la legittimazione del diritto di non depilarsi. Basta dai. Cominciamo a dare per scontato – giustamente – che l’amore non sia una questione di genere.

Mi sono annoiata terribilmente, tanto che dopo 45 minuti mi sono addormentata sbavando sul braccio di Lele (oddio scherzo, spero non sia successo davvero)  e quando mi sono risvegliata non era successo niente di niente. Insomma, non ho perso il filo. Ma ci sono tre cose che vorrei comunque segnalare, in positivo.

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  1. Gli attori sono bravissimi. Tutti, nessuno escluso. Comprendo perfettamente la nomination per Timothée Chalame e credo che se vincesse ne avrebbe pieno diritto. L’ho amato davvero: il suo modo di muoversi, le sue espressioni, i suoi sorrisi e la sua gioia sono tutti elementi che rendono il film tollerabile. M’è piaciuta un sacco anche  Esther Garrel, peccato che non le sia stata data la possibilità di avere un personaggio completo.
  2. Citazioni nostalgiche a manetta. Per gli amanti degli anni Ottanta qui non manca niente. Sono gli anni della disillusione politica, del pentapartito, di Bettino… ecco. Costumi, contesto, musica, estati infinite… il quadro è completo ed è davvero bellissimo.
  3. Alla fine è sempre bello andare al cinema.

Detto ciò mi preparo al linciaggio perché so che questo film è piaciuto un sacco agli amanti dei premi pacco (un giorno faremo un post per raccontarvi cosa sia un premio pacco). Io, comunque, mi appello al mio diritto di essere una persona mediocre, di media cultura e di media intelligenza e affermo che Chiamami col tuo nome è popo un film demmerda. 

… la scena della pesca si poteva evitare, dai.

Cinque tecniche astruse per concentrarsi

#IncursioniLibere di Alessia Pellegrini

Tranquilli, non stiamo parlando di tecniche di concentrazione approvate da psicologi e pedagoghi, né ci annoieremo con una trafila di grafici e dati statistici. Niente di niente in questo articolo sulle più astruse tecniche di concentrazione provate e assodate “solo” da anni di esperienza da studentessa disperata. Quindi cominciamo subito!

Tecnica di concentrazione astrusa n°1

Legarsi i capelli prima di studiare.
Vantaggi: permette ai pensieri di rimanere tutti belli attaccati al cuoio capelluto -e, di conseguenza, al cervello- senza farli evaporare.
Svantaggi: dopo un po’ potrete ricavarne un mal di testa degno di nota.
Eccezioni: Avete i capelli corti? Allora vi consiglio un cappello stretto, atto a comprimere i pensieri!

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Tecnica di concentrazione astrusa n°2

Isolarsi in stanze solitarie insieme al proprio gatto (o pupazzo).
Vantaggi: avrete la giusta concentrazione, a riparo da altre persone e distrazioni. In più potrete ripetere la vostra lezione al fidato e silenzioso animale domestico (o pupazzo).
Svantaggi: Mah, nessuno, se non che agli occhi di qualcuno tutto ciò potrebbe apparire un po’ bizzarro…
Eccezioni: l’animale potrebbe rifiutarsi e fuggire: optate allora per un sostituto-oggetto, o per lo specchio.

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Tecnica di concentrazione astrusa n°3

Le date (o le parole) giganti.
Questa tecnica di concentrazione e memorizzazione l’avevo letta su un articolo tempo fa, anche se un po’ diversa. Consiste nell’immaginare le date da memorizzare come avessero consistenza FISICA, tipo i palloncini giganti coi numeri del vostro compleanno. 1492? Immaginatelo gigantesco lì, proprio accanto alla tv, tutto gonfiato ad elio.
Vantaggi: aiuta davvero a memorizzare meglio le date o termini complessi di linguaggi di settore.
Svantaggi: se avete la casa piccola, rischiate fastidiosi ingombri.

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Tecnica di concentrazione astrusa n°4

Lezione di canto.
Vi è mai capitato di leggere una pagina intera e poi alzare gli occhi e rendervi conto di non aver fatto attenzione a ciò che stavate leggendo? A me sì!
Per aumentare la concentrazione nello studio, provate a leggere a voce alta e canticchiando le parole. Il ritmo aiuta moltissimo a non perdere il filo.
Vantaggi: ciò che studiamo entra meglio in testa e rimarrete più concentrato, divertendovi (v’immaginate quanto?!).
Svantaggi: ce ne sono due: il primo è per gli altri e il secondo per voi:
1) Se siete in biblioteca (e magari anche un po’ stonati) i vicini potrebbero desiderare la vostra dipartita imminente
2) Potreste avere difficoltà a richiamare alla mente ciò che avete studiato… a meno che non lo ripetiate al Prof cantando!

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Tecnica di concentrazione astrusa n°5

Legarsi alla scrivania.
Ok, non intendo in senso letterale, anche perché non vorrei farvi esaurire le riserve di scotch! Intendo di avvicinare la sedia alla scrivania, così tanto da costringerci a stare fermi bloccati in quella posizione. In effetti, anche dei paraocchi da cavallo farebbero comodo in queste situazioni…
Vantaggi: il pensiero di non potervi muovere vi aiuterà a rassegnarvi all’idea di studiare. La concentrazione a quel punto sarà l’unico inevitabile diversivo.
Svantaggi: non si esclude lo sfociare in una forma di pazzia acuta, dovuta alla troppa pressione psicologica.
Eccezioni: se studiate sul divano anziché alla scrivania… ma no via, dai! Non si studia sul divano: fila a legarti alla scrivania!

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Tutte queste tecniche di concentrazione astruse sono frutto di esperienze personali.
L’utilizzo di queste informazioni è quindi sotto il controllo e la responsabilità dell’utente.