La marchesa di O…

Die Marquise von O…
H. von Kleist (Francoforte sull’Oden, 18/10/1777 – Berlino, 21/11/1811)

Di Arianna Cingolani


COLONNA SONORA: Piano Sonata n.8 in C minor, “Pathétique” – L. van Beethoven (consigliata l’esecuzione di M. Pollini)

La marchesa di O…

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Non è facile inserire Kleist in una corrente letteraria precisa, come del resto non lo è inquadrare le sue opere. Precursore del tardo Romanticismo alla Hoffmann, in cui gli elementi magici si mescolano alla realtà, patriottico, eppure profondamente legato ai classici, come dimostrano le sue opere teatrali, Heinrich von Kleist ha vissuto intensamente in un periodo di sconvolgimenti per il mondo, quando la stella di Napoleone sembrava destinata a brillare incontrastata (il racconto è del 1808). Perennemente volto al raggiungimento di una felicità ideale, di una pace impedita dalla febbrile ricerca della stessa, diventa l’esempio del giovane Romantico che sente ogni contraddizione del suo tempo, e allo stesso tempo un unicum per la rielaborazione interiore di tali percezioni.

Vista la breve durata della sua vita, non si possono annoverare nella sua produzione un numero elevato di opere, ma quelle a nostra disposizione sono lo specchio di un animo tormentato, inquieto, profondamente dilaniato tra il mondo reale della morale borghese e nobiliare, e quello interiore, delle emozioni profonde.
La scelta di questo breve brano non è casuale, in quanto è l’esempio più luminoso, secondo me, non solo delle capacità stilistiche, quasi neoclassiche nella cura e nell’eleganza compositiva, ma anche di quel sentire sofferto che serpeggia in tutta l’opera di Kleist.

Il racconto è piuttosto breve, una quarantina di pagine che scorrono via con una fluidità lontana dalla pesantezza di alcuni testi Romantici, in cui a volte l’eleganza formale viene sacrificata per far spazio ad una libertà compositiva che non sempre risulta adeguata al messaggio da trasmettere.
Non è questo il caso.

La storia si apre in modo bizzarro (per quanto l’idea fosse stata presa da un evento contemporaneo allo scrittore): una donna, la marchesa di O, pubblica un annuncio sul giornale per ricercare il padre del figlio che sta aspettando.
Segue un lungo flashback, che inizia durante un assalto ad un castello dell’Italia settentrionale ad opera delle forze russe. A questo proposito, l’autore non identifica mai gli schieramenti o le motivazioni, quasi fosse qualcosa al di fuori del tempo e dello spazio, un microcosmo concentrato soltanto in pochi posti definiti e pressoché staccati dal mondo concreto. Un sogno, o un incubo quasi, in cui gli avvenimenti si susseguono all’apparenza in maniera scollegata per tutto quanto il testo, salvo voi trovare un ordine nel finale.

Parlo di sogno, perché a partire da questo attacco, in cui la marchesa di O… viene salvata da uno stupro dal conte russo F…, ufficiale dell’esercito, tutto è in bilico tra la realtà e un mondo “oltre”, che cozza profondamente con quello materiale, ma che non per questo è meno reale. Non mi riferisco a chissà quale spiritualità, del tutto assente in questo racconto (altro elemento che lo distingue da testi coevi), ma a qualcosa di più forte e profondo, che può spazzare via ogni regola imposta; quella forza della mente e dello spirito che regola la vita umana, a prescindere da ogni altra imposizione o impalcatura razionale.
E’ questo il punto del racconto.

Mano a mano che gli eventi si susseguono, che la realtà rende evidente la gravidanza della marchesa di O…, che le reazioni del padre e del mondo si adeguano a schemi prestabiliti, la protagonista rimane sempre più fedele a sé stessa, esempio di purezza al di fuori dalla morale, fragile nella sua condizione fisica di donna vedova incinta e non sposata, eppure invincibile nella convinzione di non aver consumato nessun rapporto sessuale che possa giustificare il suo stato interessante. E mai, nemmeno per un momento, se ci si immerge nella lettura, si dubita della sua sincerità, del fatto che la sua proclamazione d’innocenza non sia una scusa. Probabilmente è proprio da questa autoconsapevolezza, da questo candore d’anima, che la marchesa trova la forza di avere la sua indipendenza, di affrancarsi senza rumore dal padre e dalla famiglia senza alcun rimpianto, ma nemmeno con risentimento. Una donna che è disposta a pagare il prezzo della fedeltà a sé stessa e alla propria innocenza, sia esso il dover rinunciare alla propria famiglia, o dover sposare, prendendosi le proprie responsabilità nonostante tutto, colui che l’ha stuprata, a prescindere dal suo ceto. Non una favola, per quanto in alcuni tratti possa sembrarlo, ma quasi la biografia di una donna che nella sua purezza d’intenti resta irrimediabilmente innocente nonostante tutte le maldicenze o le evidenze del reale; perché essa stessa innocente e strenuamente fedele a sé stessa lo è rimasta nello spirito.
Nemmeno quando il conte F… si presenta per sposarla in tutta fretta, a più riprese nel racconto, lei pensa ad un suo coinvolgimento, proprio per il sentirsi estranea alla faccenda, come se in fondo lei appartenesse solo a sé stessa, in un rifiuto di qualsiasi violenza proveniente dall’esterno e dalle contingenze.

Il lettore intuisce che il conte possa avere a che fare con la gravidanza della marchesa, per cui l’epilogo non stupirà certo nessuno. Eppure, l’originalità di Kleist non sta, ancora una volta, negli avvenimenti, ma nei comportamenti.

Senza spoilerare quello che, per me, è il VERO finale del racconto, posso però anticipare che grazie all’ultima pagina tutto prende senso. Ogni nodo viene nascosto viene disciolto, ogni motivazione compresa, seppur niente venga chiarito in maniera volgarmente evidente. E’ richiesto lo stesso animo della marchesa per comprenderne le ragioni e vedere i meccanismi psicologici dietro al racconto.

E ci si renderà conto, quasi, che Kleist ha anticipato concetti che sarebbero stati affrontati solo anni più tardi dalla psicanalisi; in maniera, ovviamente, meno chiara dei suoi successori, ma sicuramente con una sensibilità e un’apertura emotiva totale e quasi rivoluzionaria verso un mondo che impone all’essere umano e, nello specifico, alla donna, di accettare ogni violenza soltanto perché socialmente riconosciuta come normale e conveniente.

Credo che queste siano le ragioni che rendono questo racconto una pietra miliare non solo della letteratura, ma anche della propria crescita personale.
Ora, come allora.


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Topo da biblioteca a cui ogni tanto prendono i cinque minuti e se ne va in giro per il mondo zaino in spalla, ma senza scordare che organizzazione is the way. Idealismo e fastidio. Where classica and metal unite. MOTTO: NO. ALLINEAMENTO: Legale Buono BACCHETTA: Legno di Pioppo, nucleo di Crine di unicorno, lunghezza di 10 pollici e 3/4

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