La Compagnia Teatrale I Gracchi – ANTIGONE

Per fare le cose fatte bene uno dovrebbe spiegare perché la compagnia teatrale di Fidanzato Claudio si chiama “I Gracchi” e successivamente si dovrebbero dare delle spiegazioni sul fatto che come primo progetto si presenta un lavoro dell’ antica Grecia e non dell’antica Roma. Riassumiamo rapidamente queste noie: I Gracchi sono fighi e l’Antigone è una tragedia strabella. 

Di cosa parla la tragedia di Antigone?

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Prima di tutto è una tragedia, spoiler: Antigone muore. Nelle tragedie, infatti, muoiono tantissime persone quindi sappiate che no, non fa assolutamente ridere nemmeno per cinque minuti. La storia, però, è appunto strabella. Antigone è una delle due figlie di Edipo, sorella di Ismene, Eteocle e Polinice. Proprio questi due decidono di farsi la guerra per il trono di Tebe, finisce male e si ammazzano a vicenda. Creonte diventa re in quanto zio dei due eredi di Edipo morti in battaglia e decide che Polinice, quello che gli stava meno simpatico dei due, non deve ricevere onoranze funebri. Se non ci avete capito niente potete trovare un bel riassunto qui. Antigone non ci sta e vuole seppellire il fratello, chiede aiuto alla sorella Ismene e non ottenendolo decide di fare tutto da sola. La sgamano e la portano davanti a Creonte il quale decide di mantenere fede al suo stesso decreto (che prevedeva l’uccisione di chiunque avesse cercato di onorare il defunto) condannando a morte Antigone, nonché promessa sposa di Emone, figlio di Creonte stesso. Non ci avete capito una mazza? Meglio, così sarete più impressionati quando ci verrete a vedere. 

Antigone a teatro con I Gracchi

Fatta e rifatta in mille salse diverse, abbiamo voluto provare una ricetta tutta nostra. Se nel complesso non abbiamo modificato la storia, sul testo invece abbiamo fatto diversi cambiamenti. Se pensate di venire a vedere la tradizionale tragedia greca con il coro, sappiate che l’abbiamo eliminato completamente, inserendo una nuova figura che potesse svolgere parte di quella funzione integrandola con alcuni aspetti per noi interessanti. Il narratore: sto parlando di quel tizio che nella locandina tiene gli occhi aperti. Se è diverso dagli altri ci sarà un perché.

Quando e dove

Mi secca scrivere tutto, quindi vi propino un becero copia e incollaLa Compagnia Teatrale I Gracchi debutta con il suo primo lavoro al Teatro Agorà, via della Penitenza 33 (Roma). Lo spettacolo andrà in scena dal 19 al 24 giugno nei seguenti orari: martedì-sabato ore 21, domenica ore 17.
Lo spettacolo è riservato ai soci dell’associazione culturale Teatro Agorà 80, sarà possibile effettuare l’iscrizione di 2€ al momento dell’ingresso. Il biglietto per lo spettacolo ha un costo di 13 euro. Vengono effettuate riduzioni per minori di 18 anni mentre a spettatori disabili verrà consegnato un ingresso omaggio.
Per info e prenotazioni: telefonate al numero 331/2696999 oppure WhatsApp 392/3874497. Indirizzo mail: compagniateatraleigracchi@gmail.com

Seguiteci su Facebook, ci siamo tutti

Chiaramente, per mettere in piedi uno spettacolo teatrale ci siamo attrezzati con le migliori maestranze possibili, quindi ai costumi abbiamo messo una sarta costumista, alla scenografia un laboratorio di scenografi e a fare Ismene hanno messo me perché costavo poco e il budget era finito. Seguite la fantastica Elena Gradara e le sue creazioni sartoriali etiche Vagamente Retrò. Ambramà invece è il laboratorio che si occupa della nostra scenografia… rotante (?) e se volete farvi un’idea di quello che combinano andate a vedere i loro video. Ovviamente non manca la fotografia di Claudia Frijio, la grafica di Giulia Cecconi e il trucco di Federica Fusco. Ultimi e non ultimi per niente, un plauso ai gioielli di Marco, artigiano di Revolù Art. Ah, poi se vi va potete seguire anche noi.

Venite a vederci? Noi vi aspettiamo!

Nina, Perché? Mamma, la mia immagine non ti appartiene

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Quattro motivi per non rendere pubblica l’immagine dei vostri figli

  1. L’immagine di vostro figlio non vi appartiene, ma ne siete i tutori. Il fatto che il fglio sia vostro non vi giustifica a disporne dell’immagine come meglio credete. Voi, come genitori, siete chiamati a tutelare l’immagine del vostro bambino fino a quando questo non sarà in grado di occuparsene autonomamente. Questo è abbastanza semplice da capire: il minore è sotto la tutela del genitore, quindi anche l’immagine lo è. Andrebbe un po’ rivista l’idea che il genitore possa disporre a proprio piacimento dell’immagine del bambino, considerando il fatto che una volta messa in rete una foto è lasciata nelle mani di un pubblico di sconosciuti. Questo pubblico, ovviamente, non ha alcun obbligo di tutela verso nessuno e potenzialmente può fare dell’immagine di vostro figlio quello che meglio crede.
  2. Le immagini pubblicate in rete sono pubbliche. Sembra un’ovvietà, ma a quanto pare per molti non è chiaro. Ogni volta che caricate una foto sui social voi state esponendo l’immagine di una persona agli occhi di moltissima gente. State, sostanzialmente, prendendo vostro figlio e lo state mettendo in piazza mentre urlate a tutti “Guardatelo, guardatelo!” Piacevole? Forse non per tutti. Ciò che voi mostrate con orgoglio, magari un’immagine della vostra bambina che si alza la gonna e mostra il pannolino, per alcuni può assumere sfumature erotiche. Senza contare che vostra figlia, un giorno, potrebbe non essere d’accordo che in rete esista quell’immagine che la ritrae.
  3. La pedopornografia esiste e non capita “solo agli altri”. Alcuni dati agghiaccianti della Polizia Postale dimostrano come sia facile che un’immagine da noi postata possa finire in mani sbagliate, modificata semplicemente e distribuita in una rete di persone che non ne fanno un utilizzo autorizzato e legale. Non scandalizzatevi se vi dico che una bambina che s’alza la gonna e mostra il pannolino può assumere sfumature erotiche, questa è le tristissima realtà e nessuno di noi è esonerato dal rischio. In realtà stiamo parlando di una percentuale altissima del rischio che l’immagine del vostro minore sia venduta a persone disturbate che ne fanno un utilizzo disgustoso. Siete sicuri di voler accettare il rischio?
  4. La reputazione digitale del vostro bambino è sotto la vostra tutela. Prima vi parlavo di immagine, ora vi parlo di reputazione. Ciò che viene dato in pasto alla rete, rimane in rete e spesso è difficilissimo da eliminare. Questo significa che un contenuto potrebbe essere reperibile anche a distanza di anni e non è detto che sia cosa gradita. La reputazione digitale è una questione molto delicata alla quale non siamo ancora adeguatamente educati. Ma non sappiamo chi diventerà un giorno il minore sotto la nostra tutela, perché rischiare di rendere pubbliche immagini che un giorno potrebbero danneggiarne la carriera? Sembra una sciocchezza, ma è sufficiente pensare al fatto che dei figli di Kate Middleton non esistano foto durante il bagnetto. Solo fotografie ufficiali e studiate per i figli della corona d’Inghilterra: sono scemi o stanno proteggendo la reputazione digitale dei propri figli?
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Come proteggersi?

Se proprio non potete resistere alla tentazione di far vedere ai vostri contatti digitali la foto dei vostri bambini, cercate almeno di tenere conto di alcuni aspetti.

  1. Fate in modo che il vostro bambino venga ritratto sempre vestito e mai nudo. Deciderà lui, un giorno, quali parti del corpo esibire e quali no, non potete decidere per lui. Il corpo del minore non vi appartiene- inoltre potrebbe essere, come sopra spiegato, utilizzato in modo orribile.
  2. Non associate pensieri e parole che non appartengono a vostro figlio, ma che sono frutto di una vostra deduzione suscitata dallo scatto che rendete noto. Non avete il diritto di parlare per bocca di un minore, la sua opinione la conosceremo quando potrà esporla, al momento tocca a voi tutelarla.
  3. Evitate immagini in cui piange, si lamenta, si arrabbia o ha atteggiamenti che un giorno potrebbero metterlo in imbarazzo. Ciò che per voi è buffo. un giorno potrebbe essere motivo di vergogna o imbarazzo per il minore. State attenti alle situazioni che ritraete nelle vostre fotografie.
  4. Assicuratevi che non ci siano mai indicazioni su dove si trovi il vostro bambino, sulla scuola che frequenta, sugli orari degli spostamenti, sulle attività extra scolastiche. Cercate di fare in modo che il minore non sia rintracciabile mai e in nessun modo.

Ma se volete fare una bella cosa, evitate completamente qualsiasi immagine di vostro figlio e tutelatela fino a quando non sarà lui stesso a potersene occupare. Ci sono mille modi per parlare pubblicamente dell’esperienza dell’essere genitori senza usare i vostri bambini.

Nina, perché?

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Avete mai visto la pagina “Nina perché?“, in questo caso la bambina viene disegnata simpaticamente dal papà. Veramente una bella trovata che da qualche mese a questa parte è letteralmente esplosa come un caso letterario. Da qualche tavola disegnata per gioco, ora si è passati addirittura ad un libro a fumetti molto molto carino che io e Fidanzato Claudio abbiamo letto tutto d’un fiato. Potete dare un’occhiata alla pubblicazione cliccando qui e vi consigliamo caldamente di acquistarne una copia perché fa veramente ridere grandi e bambini.

Nina, Diego e Maria Chiara chi sono?

Sono nostri amici virtuali, prima di qualsiasi altra cosa. Diego Tarchini nasce ad Ancona il 22 agosto 1976, è architetto, designer e professore. Si laurea al politecnico di Milano e conosce Maria Chiara Bertuzzi, anche lei architetto e designer, nata a Trescore Balneario (BG) il 20 marzo 1975. Nina è la loro bambina. Nel 2016 hanno deciso che pubb

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licare le immagini della figlia sui vari social network non poteva essere una grande idea perché oltre a rischiare di fracassare le palle ad amici e parenti, avrebbero consegnato a perfetti sconosciuti l’identità della persona a loro più cara al mondo. Hanno così deciso di disegnare e trasformare in fumetto ogni momento buffo della crescita della piccola Nina. Ad oggi le tavole create sono state sufficienti per produrre un primo libro a fumetti, ma siamo già in attesa del secondo che è in lavorazione.

Siate responsabili e non esibite i vostri figli, perché sembra brutto dirlo così, ma sono belli e speciali solo per voi. Guardate Nina com’è carina quando deve lavare il sapone!

E comunque Diego ha pensato di fare anche un’ Elisa, perché? Così mi è arrivata una fantastica tavola con il mio faccione stralunato! Io sono letteralmente impazzita e me la sono messa come avatar anche su Skype! Così sì che sono una persona super credibile!

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La Casa di Carta, ovvero come Netflix scopre perle da ogni parte del mondo.

Ultimamente negli ambienti cinefili c’è un’accesissima discussione sulla nobiltà di Netflix: una parte infatti ritiene la nota piattaforma streaming assolutamente non adatta a supportare le creazioni cinematografiche, l’altra invece la considera come una naturale evoluzione della tecnologia nei confronti della Settima Arte.

Non è mia intenzione soffermarmi su questo scisma che ritengo abbia più o meno lo stesso calibro delle lotte avvenute negli anni passati: colore contro bianco e nero, sonoro contro muto, digitale contro pellicola, e così via, con il rischio di rimanere ancorati a un’ analisi superficiale di un fenomeno che meriterebbe, senz’altro, uno studio molto più approfondito. Ma alla fine, ci credo che alla Kodak rodesse il culo quando arrivarono le prime macchine da presa digitali, e sostenevano quanto il film stesse per perdere di qualità se non si fossero più usate le loro pellicole; allo stesso modo, i proprietari di tutte le sale cinematografiche ritengono che i film che passano sui loro schermi siano i migliori in assoluto, mica come Netflix. Il punto alla fine è proprio tutto qui.

Tutto questo in realtà per anticipare un grande, grandissimo pregio che ha Netflix: la capacità di andare a scovare film e serie tv in ogni parte del globo e riproporre il tutto sulle proprie piattaforme. Io e la Gatta spesso ci siamo imbattuti in orribili film dell’orrore spagnoli e indiani, o ottime serie tedesche (Dark), belgiche… belghe… belge… del Belgio (Tabula Rasa), australiane (Glitch) e così via. I modi in cui Netflix agisce sono diversi: può essere produttrice, affidando un progetto originale; può anche intervenire su un prodotto già finito ma non distribuito; oppure può prendere un prodotto trasmesso localmente e riproporlo su scala mondiale.

Questo è quello che è successo a una serie televisiva che ha riscosso un successo planetario: direttamente dalla Spagna, ecco a voi La Casa de Papel, o in italiano, La Casa di Carta!

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Nata come una produzione della televisione privata spagnola Antena 3 e distribuita dalla stessa da maggio a novembre 2017, ha poi concesso i diritti a Netflix nel dicembre 2017, piazzandosi al primo posto tra le serie tv non in lingua inglese caricate sulla piattaforma per numero di visualizzazioni.

Sarebbe difficile per me recensire con completezza le circa ventuno ore di serie televisiva, ma gli elementi per restare incollati allo schermo e seguire le vicende dei rapinatori della Zecca di Stato spagnola ci sono tutti: il ritmo serrato del montaggio che non lascia scampo ad alcuna distrazione; lo studio delle riprese in campi medi e primi piani che proiettano direttamente dentro la vicenda, facendo vivere ogni aspetto della psiche e dei sentimenti di tutti i personaggi, la complessa storia costruita con maestria e senza lasciare alcun buco, la bravura di tutti gli attori, il messaggio profondo che ci vuole lasciare.

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La trama è presto detta: un uomo, chiamato El Profesor, decide di mettere su una squadra per attuare la rapina che pianifica da una vita: chiudersi nella Zecca di Stato spagnola, stampare una quantità inimmaginabile di denaro e riuscire ad andarsene con il malloppo; una rapina che non tolga un euro a nessuno. Per completare questa missione impossibile i rapinatori hanno l’ordine tassativo di seguire alla lettera le istruzioni del Profesor e di non avere nessun tipo di relazione gli uni con gli altri, si chiamano l’un l’altro infatti con nomi di città: Tokyo, Rio, Berlino, Nairobi, Mosca, Denver, Helsinki e Oslo dovranno mettere a segno il più grande colpo di tutti i tempi.

Nel quadro della complessa partita a scacchi tra il Professore e l’ispettore Raquel Murillo, incaricata di risolvere il caso, si svilupperanno le trappole, i colpi di scena e le relazioni tra i rapinatori, combattenti uniti in una lotta per la libertà spesso messa a paragone con le lotte partigiane contro il fascismo.

La libertà dell’essere umano da un sistema economico e bancario che lo sta uccidendo, quando alla fine dei conti, si parla solo di carta da stampare.


 

La Gatta edita, la Gatta aggiunge.

Amore, visto che sei infermo ti va di scrivere qualcosa sulle ultime serie tv che abbiamo visto?

Un’ora dopo

Fammi capire, su 600 parole 450 sono di polemica e il resto su La casa di Carta?

Mi perdoni Fidanzato Claudio se intervengo nel suo post, so già che la pagherò carissima, ma io una cosa la devo dire: guardate La Casa di Carta perché è una cazzo di figata. Com’è ben noto non sono molto brava a recensire, si veda pure l’articolo su Suburra dove la mia prima motivazione per vederlo era l’estetica di Alessandro Borghi. Inoltre c’è da dire che non saprei mai mettere in piedi un discorso sulla fotografia, il montaggio, le cose dei tecnici e Antena 3. Ma apprezzo le cose belle, questo lo so fare. Perciò, ecco a voi la ragione che vi dovrebbe spingere a guardare La Casa di Carta:

Profesor, soy Nairobi. Empieza el matriarcado.

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