La Casa di Carta, ovvero come Netflix scopre perle da ogni parte del mondo.

Ultimamente negli ambienti cinefili c’è un’accesissima discussione sulla nobiltà di Netflix: una parte infatti ritiene la nota piattaforma streaming assolutamente non adatta a supportare le creazioni cinematografiche, l’altra invece la considera come una naturale evoluzione della tecnologia nei confronti della Settima Arte.

Non è mia intenzione soffermarmi su questo scisma che ritengo abbia più o meno lo stesso calibro delle lotte avvenute negli anni passati: colore contro bianco e nero, sonoro contro muto, digitale contro pellicola, e così via, con il rischio di rimanere ancorati a un’ analisi superficiale di un fenomeno che meriterebbe, senz’altro, uno studio molto più approfondito. Ma alla fine, ci credo che alla Kodak rodesse il culo quando arrivarono le prime macchine da presa digitali, e sostenevano quanto il film stesse per perdere di qualità se non si fossero più usate le loro pellicole; allo stesso modo, i proprietari di tutte le sale cinematografiche ritengono che i film che passano sui loro schermi siano i migliori in assoluto, mica come Netflix. Il punto alla fine è proprio tutto qui.

Tutto questo in realtà per anticipare un grande, grandissimo pregio che ha Netflix: la capacità di andare a scovare film e serie tv in ogni parte del globo e riproporre il tutto sulle proprie piattaforme. Io e la Gatta spesso ci siamo imbattuti in orribili film dell’orrore spagnoli e indiani, o ottime serie tedesche (Dark), belgiche… belghe… belge… del Belgio (Tabula Rasa), australiane (Glitch) e così via. I modi in cui Netflix agisce sono diversi: può essere produttrice, affidando un progetto originale; può anche intervenire su un prodotto già finito ma non distribuito; oppure può prendere un prodotto trasmesso localmente e riproporlo su scala mondiale.

Questo è quello che è successo a una serie televisiva che ha riscosso un successo planetario: direttamente dalla Spagna, ecco a voi La Casa de Papel, o in italiano, La Casa di Carta!

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Nata come una produzione della televisione privata spagnola Antena 3 e distribuita dalla stessa da maggio a novembre 2017, ha poi concesso i diritti a Netflix nel dicembre 2017, piazzandosi al primo posto tra le serie tv non in lingua inglese caricate sulla piattaforma per numero di visualizzazioni.

Sarebbe difficile per me recensire con completezza le circa ventuno ore di serie televisiva, ma gli elementi per restare incollati allo schermo e seguire le vicende dei rapinatori della Zecca di Stato spagnola ci sono tutti: il ritmo serrato del montaggio che non lascia scampo ad alcuna distrazione; lo studio delle riprese in campi medi e primi piani che proiettano direttamente dentro la vicenda, facendo vivere ogni aspetto della psiche e dei sentimenti di tutti i personaggi, la complessa storia costruita con maestria e senza lasciare alcun buco, la bravura di tutti gli attori, il messaggio profondo che ci vuole lasciare.

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La trama è presto detta: un uomo, chiamato El Profesor, decide di mettere su una squadra per attuare la rapina che pianifica da una vita: chiudersi nella Zecca di Stato spagnola, stampare una quantità inimmaginabile di denaro e riuscire ad andarsene con il malloppo; una rapina che non tolga un euro a nessuno. Per completare questa missione impossibile i rapinatori hanno l’ordine tassativo di seguire alla lettera le istruzioni del Profesor e di non avere nessun tipo di relazione gli uni con gli altri, si chiamano l’un l’altro infatti con nomi di città: Tokyo, Rio, Berlino, Nairobi, Mosca, Denver, Helsinki e Oslo dovranno mettere a segno il più grande colpo di tutti i tempi.

Nel quadro della complessa partita a scacchi tra il Professore e l’ispettore Raquel Murillo, incaricata di risolvere il caso, si svilupperanno le trappole, i colpi di scena e le relazioni tra i rapinatori, combattenti uniti in una lotta per la libertà spesso messa a paragone con le lotte partigiane contro il fascismo.

La libertà dell’essere umano da un sistema economico e bancario che lo sta uccidendo, quando alla fine dei conti, si parla solo di carta da stampare.


 

La Gatta edita, la Gatta aggiunge.

Amore, visto che sei infermo ti va di scrivere qualcosa sulle ultime serie tv che abbiamo visto?

Un’ora dopo

Fammi capire, su 600 parole 450 sono di polemica e il resto su La casa di Carta?

Mi perdoni Fidanzato Claudio se intervengo nel suo post, so già che la pagherò carissima, ma io una cosa la devo dire: guardate La Casa di Carta perché è una cazzo di figata. Com’è ben noto non sono molto brava a recensire, si veda pure l’articolo su Suburra dove la mia prima motivazione per vederlo era l’estetica di Alessandro Borghi. Inoltre c’è da dire che non saprei mai mettere in piedi un discorso sulla fotografia, il montaggio, le cose dei tecnici e Antena 3. Ma apprezzo le cose belle, questo lo so fare. Perciò, ecco a voi la ragione che vi dovrebbe spingere a guardare La Casa di Carta:

Profesor, soy Nairobi. Empieza el matriarcado.

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Un pensiero riguardo “La Casa di Carta, ovvero come Netflix scopre perle da ogni parte del mondo.

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