Cose che non si devono raccontare: il parto

“Il parto non si racconta, mi raccomando”, questo è ciò che ti potresti sentir dire da un’infermiera o da un’ostetrica mentre ti riaccompagnano in reparto. Che se sei fortunata ci torni su una carrozzina, se invece ti ha detto sfiga ci torni in barella. Che poi effettivamente la cosa ha senso, perché spaventare delle donne che stanno per attraversare il tunnel del travaglio e dell’espulsione? Ogni parto è a sé e raccontarlo non serve a chi lo ascolta, ma serve a chi l’ha subito per “disfarsene” attraverso una sana narrazione. Per questa ragione, se non avete figli o se siete incinta per la prima volta vi chiedo di farvi un favore: chiudete questa finestra e non leggete quanto segue perché non vi servirà a niente. E già che ci siete evitate di chiedere a tutte le donne la loro esperienza perché, comunque vada, non sarà mai uguale alla vostra e non vi aiuterà minimamente a prepararvi. 

Chiudete questa finestra, subito. 

Bene, da qui in poi sappiate che sto scrivendo per me e che non ho alcuna intenzione di “limare” il contenuto per addolcire una situazione che per me sarà impossibile da dimenticare. Non mi prendo la responsabilità delle persone che sto per impressionare, siete avvisati. 
Mi avete scritto in tanti per chiedermi come sia andato il parto, inizialmente non avevo alcuna voglia di condividere nemmeno una virgola, ma ora penso d’essere abbastanza lucida per rispondere alle vostre curiosità e provare – molto egoisticamente – a elaborare il tutto attraverso la narrazione. 


SABATO 16 NOVEMBRE

Sono a casa, è mattina presto e come le notti precedenti non ho dormito nemmeno tre ore. Mi fa male lo stomaco, ho il reflusso gastrico e la mia pancia sembra esplodere. Ho delle contrazioni non regolari che però mi danno fastidio, la ginecologa mi ha detto chiaramente che non sono in travaglio quindi non c’è motivo di andare al pronto soccorso. Non sono dilatata, la mia cervice non si accorcia e Milo è ancora molto alto. Io però inizio a sentire qualcosa di più di un fastidio e alzandomi dal letto inizio a perdere acqua. Si rompono le membrane, o come si dice comunemente “mi si sono rotte le acque”, quindi sveglio Claudio e nell’euforia, nella gioia e nell’impazienza di conoscere il nostro bambino andiamo in ospedale. Lì mi visitano, dicono che nonostante la rottura presunta non siamo in travaglio e mettono pure in dubbio che le membrane si siano lacerate. Ogni visita interna, ogni ispezione vaginale è molto fastidiosa. Puoi trovare l’ostetrica delicata, ma anche no. “Dottore, non scola” dicono tra di loro, così mi attaccano all’ennesimo monitoraggio e aspettiamo. Zero contrazioni, sono nervosa e ho paura. Dopo un’oretta mi alzo in piedi e riempio la sala d’acqua che scende a cascata piena, quindi anche chi aveva qualche dubbio a quel punto se lo fa passare. Mi ricoverano e mi portano in reparto. Passa la notte, non dormo nemmeno tre ore. 


DOMENICA 17 NOVEMBRE

Ancora niente di nuovo, mi tengono monitorata ma io ho avuto per tutto il sabato e per tutta la notte solo contrazioni preparatorie e il parto non è “aperto” perciò, visto che il tempo scorre, decidono di inserire nella mia vagina quella che chiamano “fettuccia”. Odio quel nome, non si chiama così. Si chiama PROPESS ed è un dispositivo vaginale che, attraverso il dinoprostone (PROSTAGLANDINA E2), favorisce l’avviarsi del parto. Viene inserito dall’ostetrica e non è un procedimento indolore. Inizia così la prima induzione al parto (è mezzogiorno) e alle due io comincio a sentire dei dolori abbastanza forti che mi impediscono di intrattenere conversazioni umane. Le contrazioni ancora non sono regolari, ovviamente, ma comincio a sentire che qualcosa cambia: sono dolorose davvero. Dopo 12 ore, mannaggia la miseria, quindi a mezzanotte, un’ostetrica mi consola da un pianto disperato che si trasforma subito in un tremendo attacco di panico. Mi coccola, mi abbraccia forte, mi rassicura e alla fine mi visita: tutto quel casino per ottenere due centimetri di dilatazione. SOLO DUE FOTTUTI CENTIMETRI che praticamente non bastano per salire in sala travaglio. Bisogna arrivare a quattro. Passa la notte, non dormo, piango e mi maledico. 


LUNEDI 18 NOVEMBRE

Non dormo da troppe ore, sono esausta, non riesco più a capire se la realtà intorno a me è un sogno o se invece sono sveglia. Il tempo sembra non passare e sono preoccupata per i miei genitori in sala d’attesa che da due giorni sono lì che aspettano di potermi sapere tranquilla con il mio bambino in braccio. Claudio non mi ha mai mollata un secondo ed è con me tutte le volte che gli viene data la possibilità dagli orari di visita. Mi protegge, mi rassicura, tranquillizza anche i miei genitori, ma io non ho più la lucidità mentale per beneficiare del suo aiuto. Chiamo l’ostetrica e la imploro di farmi l’epidurale: non sopporto questo dolore che nel frattempo è diventato regolare, ma ancora la mia cervice non si dilata. L’ostetrica capisce la situazione, è passato troppo tempo dalla rottura della membrana quindi è il momento di fare qualcosa. Mi portano in sala parto dove mi fanno l’epidurale e mi sparano in vena l’ossitocina, un altro metodo per invogliare il mio canale del parto a fare il proprio lavoro. Per la prima volta dopo tante ore, riesco a prendere fiato e mi abbandono in un sonno pesante grazie all’effetto dell’epidurale. In sala da parto dormiamo tutti e due, sia io che Claudio, oramai esausti e completamente stravolti. 


IL PARTO

Il travaglio sembra andare bene, tra un sonnellino e l’altro troviamo anche il tempo di parlare di teatro con le ostetriche. Chiacchieriamo, ridiamo, io utilizzo la comoda palla per aiutare Milo a scendere. Non sento dolore, ma a un certo punto l’epidurale smette di fare effetto anche se questa cosa sembra molto strana (avevo appena fatto il “rabbocco” del farmaco). L’ostetrica mi visita, entrano altre persone, ci sono tante persone intorno a me e io non ci capisco niente. Mi fa male, un male che non conosco e che provo per la prima volta, non lo so gestire e mi spaventa tantissimo. Mi viene chiesto di spingere, ma io non ci riesco e non so come farlo. Arriva la ginecologa, mi prende la mano e mi dice che tentiamo di far girare il bambino nella posizione giusta per evitare un cesareo. Non ci capisco niente e soprattutto non capisco perché Milo dovrebbe essere aiutato a mettersi nella posizione giusta, ma non c’era già? Sì, ma all’ultimo si è spostato causandomi questo dolore che sento. Dopo venti minuti, non so come, non so perché e non so con che toni visto che lo so solo perché me lo hanno raccontato, chiedo alla ginecologa di farmi il cesareo e lei annuisce, accarezzandomi la fronte (questo lo ricordo, mi ha sorriso mentre nessuno sorrideva). 


Questo è quanto. 

Come avete potuto constatare, per chi ha già partorito, non è successo nulla di insolito. Non ci sono state violenze o negligenze, non ho subito niente di ingiusto (anzi, ogni cosa mi è stata spiegata e per ogni attività mi è stato chiesto un permesso). Ho incontrato ostetriche splendide, porto nel cuore Valentina che mi ha salvata dal peggior attacco di panico che io abbia mai avuto, ma non tolgo gloria a nessuna di quel reparto. Se potessi le abbraccerei tutte anche solo per la delicatezza che hanno saputo mantenere nonostante tutto, nonostante spesso e volentieri io non fossi proprio una persona facile da trattare.  Non c’è nient’altro da dire, non ho nient’altro da raccontare e spero di aver soddisfatto la curiosità di coloro che mi hanno chiesto di raccontare, sicuramente ha me è servito mettere tutto nero su bianco e condividere. 

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...