La Casa di Carta, ovvero come Netflix scopre perle da ogni parte del mondo.

Ultimamente negli ambienti cinefili c’è un’accesissima discussione sulla nobiltà di Netflix: una parte infatti ritiene la nota piattaforma streaming assolutamente non adatta a supportare le creazioni cinematografiche, l’altra invece la considera come una naturale evoluzione della tecnologia nei confronti della Settima Arte.

Non è mia intenzione soffermarmi su questo scisma che ritengo abbia più o meno lo stesso calibro delle lotte avvenute negli anni passati: colore contro bianco e nero, sonoro contro muto, digitale contro pellicola, e così via, con il rischio di rimanere ancorati a un’ analisi superficiale di un fenomeno che meriterebbe, senz’altro, uno studio molto più approfondito. Ma alla fine, ci credo che alla Kodak rodesse il culo quando arrivarono le prime macchine da presa digitali, e sostenevano quanto il film stesse per perdere di qualità se non si fossero più usate le loro pellicole; allo stesso modo, i proprietari di tutte le sale cinematografiche ritengono che i film che passano sui loro schermi siano i migliori in assoluto, mica come Netflix. Il punto alla fine è proprio tutto qui.

Tutto questo in realtà per anticipare un grande, grandissimo pregio che ha Netflix: la capacità di andare a scovare film e serie tv in ogni parte del globo e riproporre il tutto sulle proprie piattaforme. Io e la Gatta spesso ci siamo imbattuti in orribili film dell’orrore spagnoli e indiani, o ottime serie tedesche (Dark), belgiche… belghe… belge… del Belgio (Tabula Rasa), australiane (Glitch) e così via. I modi in cui Netflix agisce sono diversi: può essere produttrice, affidando un progetto originale; può anche intervenire su un prodotto già finito ma non distribuito; oppure può prendere un prodotto trasmesso localmente e riproporlo su scala mondiale.

Questo è quello che è successo a una serie televisiva che ha riscosso un successo planetario: direttamente dalla Spagna, ecco a voi La Casa de Papel, o in italiano, La Casa di Carta!

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Nata come una produzione della televisione privata spagnola Antena 3 e distribuita dalla stessa da maggio a novembre 2017, ha poi concesso i diritti a Netflix nel dicembre 2017, piazzandosi al primo posto tra le serie tv non in lingua inglese caricate sulla piattaforma per numero di visualizzazioni.

Sarebbe difficile per me recensire con completezza le circa ventuno ore di serie televisiva, ma gli elementi per restare incollati allo schermo e seguire le vicende dei rapinatori della Zecca di Stato spagnola ci sono tutti: il ritmo serrato del montaggio che non lascia scampo ad alcuna distrazione; lo studio delle riprese in campi medi e primi piani che proiettano direttamente dentro la vicenda, facendo vivere ogni aspetto della psiche e dei sentimenti di tutti i personaggi, la complessa storia costruita con maestria e senza lasciare alcun buco, la bravura di tutti gli attori, il messaggio profondo che ci vuole lasciare.

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La trama è presto detta: un uomo, chiamato El Profesor, decide di mettere su una squadra per attuare la rapina che pianifica da una vita: chiudersi nella Zecca di Stato spagnola, stampare una quantità inimmaginabile di denaro e riuscire ad andarsene con il malloppo; una rapina che non tolga un euro a nessuno. Per completare questa missione impossibile i rapinatori hanno l’ordine tassativo di seguire alla lettera le istruzioni del Profesor e di non avere nessun tipo di relazione gli uni con gli altri, si chiamano l’un l’altro infatti con nomi di città: Tokyo, Rio, Berlino, Nairobi, Mosca, Denver, Helsinki e Oslo dovranno mettere a segno il più grande colpo di tutti i tempi.

Nel quadro della complessa partita a scacchi tra il Professore e l’ispettore Raquel Murillo, incaricata di risolvere il caso, si svilupperanno le trappole, i colpi di scena e le relazioni tra i rapinatori, combattenti uniti in una lotta per la libertà spesso messa a paragone con le lotte partigiane contro il fascismo.

La libertà dell’essere umano da un sistema economico e bancario che lo sta uccidendo, quando alla fine dei conti, si parla solo di carta da stampare.


 

La Gatta edita, la Gatta aggiunge.

Amore, visto che sei infermo ti va di scrivere qualcosa sulle ultime serie tv che abbiamo visto?

Un’ora dopo

Fammi capire, su 600 parole 450 sono di polemica e il resto su La casa di Carta?

Mi perdoni Fidanzato Claudio se intervengo nel suo post, so già che la pagherò carissima, ma io una cosa la devo dire: guardate La Casa di Carta perché è una cazzo di figata. Com’è ben noto non sono molto brava a recensire, si veda pure l’articolo su Suburra dove la mia prima motivazione per vederlo era l’estetica di Alessandro Borghi. Inoltre c’è da dire che non saprei mai mettere in piedi un discorso sulla fotografia, il montaggio, le cose dei tecnici e Antena 3. Ma apprezzo le cose belle, questo lo so fare. Perciò, ecco a voi la ragione che vi dovrebbe spingere a guardare La Casa di Carta:

Profesor, soy Nairobi. Empieza el matriarcado.

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Dunkirk: non solo un altro film di guerra.

L’altra sera, non sapendo come festeggiare l’arrivo delle piogge autunnali, abbiamo deciso di andare al cinema. Non credevo fosse possibile, nel 2017, riportare a nuovo splendore le antiche usanze ormai perse nell’oblio della memoria culturale del nostro popolo, ma è evidente che dopo mesi e mesi di siccità senza sconti, un evento come un bell’acquazzone andasse celebrato a dovere.

A questa va aggiunta la ragione meno mistica e più pratica dell’aver dei soldi da parte, una volta ogni tanto: così, dopo averne spesi la maggior parte per le cose di casa (abbiamo perfino un asciugacapelli!) ci è sembrata un’ottima idea raggiungere il nostro vicino Cinema Broadway, rifornirci di popcorn e coca cola, entrare nella sala semi deserta, sceglierci il posto (sì, ci dovrebbero essere quelli assegnati, ma nessuno mi impedirà mai di prendermi i posti centrali della terza fila a partire dal basso, nessuno!) e finire i nostri popcorn prima che inizino i trailer dei film in uscita. Tanto che poi la gatta mi guarda e fa (e questo tra uno spot e l’altro): che ne dici di un altro giro di popcorn?

Cosa siamo andati a vedere? Un film che avevo in programma da parecchio tempo, e che temevo sarei riuscito, come ogni volta che voglio assolutamente andare al cinema, a farmi scappare. Come la settimana scorsa quando al botteghino del cinema ho chiesto un biglietto per quel film che volevo assolutamente vedere, e ogni giorno mi dicevo “domani vado”: Via col vento.
Questa volta è andata meglio, e prima di perdere l’occasione, abbiamo preso i biglietti per l’ultimo (capo)lavoro di Cristopher Nolan: Dunkirk. Che poi era tutto quello che sapevo del film che stavamo per andare a vedere, uno dei miei registi preferiti che gira un film ambientato durante la Seconda Guerra Mondiale; anche solo questo è bastato per fiondarmi in sala appena possibile.

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Ci sarebbero davvero tante cose da dire su una pellicola – non è una figura metaforica, è stato davvero girato su pellicola – che secondo me rappresenta forse il punto più alto della cinematografia di Nolan. Le tre linee narrative che si muovono su fasi temporali sfalsate arrivano a accordarsi nel finale in un crescendo degno di un compositore, dimostrando ancora una volta la capacità dello scrittore/produttore/regista di lavorare intrecci diversi nello spazio e nel tempo all’interno dello stesso film senza perdere nemmeno per un momento la coerenza e la fluidità, cosa non sempre garantita per esempio in Memento, suo film del 2000.

La storia – o le storie –  ci portano a Dunkerque, città portuale francese al confine con il Belgio, nel 1940. La Germania nazista ha iniziato la sua offensiva contro la Francia, che tenta di difendersi grazie all’aiuto degli alleati inglesi. Tuttavia, la superiore forza militare tedesca, porta le truppe inglesi e francesi ad essere circondate nella cittadina affacciata sulla manica, in attesa dell’evacuazione. Una ritirata, una sconfitta, ma che salverà centinaia di migliaia di vite. Vite che poi saranno stroncate da altri cinque anni di guerra, ma tant’è. Nello specifico, l’occhio dello spettatore vive quasi in prima persona tre vicende: due giovani soldati che tentano di scappare dalla cittadina in guerra; una piccola imbarcazione civile che si è proposta volontaria per aiutare l’evacuazione di Dunkerque con il suo equipaggio composto da un signore anziano con suo figlio e il suo amico coetaneo; la missione di tre caccia inglesi inviati a fornire copertura durante le operazioni di imbarco contro gli aerei nemici. Queste tre linee narrative non avvengono però in contemporanea: prendendo come punto di riferimento l’avvenuta evacuazione di Dunkerque, le tre storie avranno inizio, rispettivamente, una settimana, un giorno e un’ora prima.

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A fare da filo conduttore non è solo il magistrale montaggio di Lee Smith (alla sua settima collaborazione con Nolan) che se non gli danno l’Oscar quest’anno devono cancellare il premio al Miglior Montaggio, ma anche la musica di Hans Zimmer con il suo ottimo lavoro non tanto sulle melodie, decisamente in sottofondo rispetto ad altri film in cui fanno quasi da protagonista insieme agli attori, quanto sui ritmi e i tempi che contribuiscono a rendere perfettamente la progressiva accelerazione del film che arriva a un ritmo quasi frenetico sul finale, per poi rallentare in coda.

A proposito di attori, il cast. Per una sceneggiatura lunga appena 76 pagine (luna più o meno quanto la mia tesi di laurea, ma questa è un’altra storia) e con i dialoghi ridotti al minimo, si potrebbe pensare che non ci sia bisogno di chiamare pesi massimi di Hollywood e oltre come Tom Hardy, Cillian Murphy, Kenneth Branagh e Mark Rylance. E invece è andata proprio così. Inutile dire quanto riescano ad essere strepitosi, insieme a tutti gli altri attori più giovani, nel rappresentare il lato più crudele e doloroso di una guerra senza eroi; menzione speciale per Harry Syles alla sua prima interpretazione: mi viene quasi da chiedermi se non gli convenga dedicarsi al cinema e lasciar perdere gli One Direction.

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Ultimo aspetto di cui vale la pena parlare è quello tecnico: ho già scritto che Nolan ha usato la pellicola per girare questo film, cosa che si vede molto bene al cinema; colori attenuati e maggiori sfumature si sposano magnificamente con l’ampio uso di camere a mano, rendendo tutto il film estremamente coinvolgente. Quello che ancora non ho detto, chicca volutamente lasciata per ultima, è che per la realizzazione delle scene di combattimenti aerei e navali la CGI (grafica al computer, per intenderci) è stata ridotta al minimo, preferendo utilizzare aerei e navi d’epoca o, in alternativa, riproduzioni fedeli delle stesse tramite velivoli e imbarcazioni “mascherate”; per non farci mancare nulla, sono stati anche realizzati modelli in grande scala fatti esplodere e affondare durante le riprese.

Personalmente, credo che sia uno dei più bei film sulla Seconda Guerra Mondiale, forse addirittura migliore di Salvate il Soldato Ryan, e il miglior lungometraggio mai realizzato da Nolan. E voglio dire, lo sto mettendo sopra alla trilogia del Cavaliere Oscuro, Interstellar, Inception e Memento. Che dite, glielo diamo un Oscar quest’anno?

20 cacciatori di fantasmi sulle tracce del Conte di Cagliostro e Serafina Feliciani

“Era una notte buia e tempestosa”

Avevo pensato di lasciare a Snoopy il compito di scrivere questo articolo, ma ha detto di essere impegnato, e quindi tocca a me raccontare la bellissima avventura che la gatta che ci cova, gli Aristogracchi, la Capocciara e io abbiamo organizzato il 2 settembre scorso. Se non avete idea di chi siano, vi consiglio di fare un giro sulle loro pagine, agli indirizzi che troverete alla fine di questo articolo.

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Era davvero una notte buia e tempestosa, comunque. Alle 23.30, ora locale, diciannove loschi figuri si sono ritrovati sotto la Scalinata di Trinità dei Monti con la missione ardua e perigliosa di ripercorre le tracce di Giuseppe Balsamo e Lorenza Feliciani, in arte Alessandro e Serafina, Conte e Contessa di Cagliostro, e magari trovarne i fantasmi che ancora girano tra Piazza di Spagna e Trastevere, chiamandosi l’un l’altro.

La prima tappa del nostro percorso, durato tre chilometri e due ore e mezza, è stata appena sopra la Scalinata, tra il gaudio generale all’idea di farsi centotrentacinque gradini di marmo bagnato dalla pioggia, per trovare l’albergo Scalinata di Spagna, dove i nostri protagonisti nel 1789, dopo svariate peripezie in tutta l’Europa, essere stati incarcerati alla Bastiglia ed esiliati dalla Francia, tornarono a Roma per recitare l’ultimo atto della loro vita, con l’arresto da parte della Santa Sede e la conseguente condanna.

Rifatti gli stessi centotrentacinque gradini in discesa per tornare a Piazza di Spagna, ci siamo spostati nella vicina Via dei Pontefici, luogo di nascita di Lorenza Serafina Santa Feliciani, il lontano 8 aprile 1751, otto anni dopo Giuseppe Balsamo, nato a Palermo il 2 giugno 1743. La strada ormai è totalmente diversa da come doveva essere allora, allargata per permettere il passaggio delle macchine durante gli anni Venti del Novecento, a giudicare dall’architettura dei palazzi intorno.
Dopodiché, la compagnia si è diretta verso il Pantheon.

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Arrivati a Piazza della Rotonda, abbiamo passato buoni dieci minuti a cercare una targa inesistente. Piccolo contrattempo. Quello che cercavamo è la Locanda del Sole, il primo albergo dove soggiornò Cagliostro quando arrivò a Roma nel 1768, scappato da Palermo dopo diversi incidenti che lo avevano coinvolto in risse e truffe. L’albergo c’è ancora ed è molto rinomato per aver ospitato oltre a Cagliostro, personaggi illustri tra i quali Ludovico Ariosto.
Facendo un piccolo passo intorno al Pantheon, ma un grande passo nel tempo, siamo arrivati nella vicina Piazza della Minerva, il luogo dove, nel 1789, furono dati alle fiamme tutti gli scritti, i volumi e gli studi del Conte di Cagliostro, arrestato a Castel Sant’Angelo con una lunga lista di reati, la maggior parte dei quali legati al suo essere entrato nella Massoneria a Londra nel 1776, e all’aver tentato di costituire un Ordine Massonico d’Egitto nella stessa Roma: massoneria, eresia, magia, truffa, e chi più ne ha più ne metta. Proprio in occasione dell’iniziazione della coppia, avevano preso i nomi di Conte e Contessa di Cagliostro, con cui sarebbero diventati famosi in tutta Europa.

Il viaggio è proseguito fino a Piazza Campo de’ Fiori, e da lì in Vicolo delle Grotte, dove Serafina crebbe ed esercitò, si dice, la prostituzione; almeno finché non incontrò nel bordello dove lavorava lo stesso Balsamo. Di Lorenza si dice che fosse una bellissima ragazza: alta, dal fisico slanciato, con capelli biondi e occhi azzurri. Una tale bellezza non sfuggì, tra gli altri a Giacomo Casanova, che parlò di lei nella sua biografia, sottolineandone oltre l’avvenenza anche l’audacia e i modi disinvolti.

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La penultima tappa del percorso è stata in Piazza San Salvatore in Campo, nella cui chiesa Giuseppe Balsamo e Lorena Feliciani, nel 1768 si sposarono. Dopo il matrimonio, la coppia iniziò il loro lungo viaggio, che li portò a visitare le maggiori città e le corti d’Europa. Così, mentre Balsamo vendeva pozioni, studiava come trasformare metalli vili in oro e come prevedere il futuro, Lorenza seduceva e prendeva denaro dagli uomini ricchi e importanti che incontravano sul loro cammino, con il consenso e l’approvazione del marito. Non fu sempre un matrimonio felice: un caso su tutti fu l’arresto nel 1773 di Lorenza a Parigi, nel carcere di Santa Pelagia, dietro denuncia dello stesso Balsamo per abbandono del tetto coniugale; la donna infatti aveva infatti deciso di lasciare il marito proprio per uno degli uomini che, in origine, sarebbe dovuto essere una delle loro prede!

Il nostro giro si è concluso a Trastevere, a Piazza di Sant’Apollonia. Qui infatti, dove ora c’è il Teatro Belli, sorgeva il convento al quale fu assegnata Serafina in cambio della sua testimonianza contro il marito. Giuseppe Balsamo fu prima condannato a morte, poi la sua pena fu commutata in carcere a vita alla Fortezza di San Leo, attualmente in provincia di Rimini. Qui morì il 26 agosto 1795, a 52 anni.
Sulla sorte di Serafina, invece, le notizie sono discordanti: c’è chi dice che sparì misteriosamente una volta messo piede nel convento, chi invece che morì d’infarto anni dopo lavorando come portinaia per lo stesso convento.

Alla fine, di fantasmi non ne abbiamo visti, ma ci siamo tutti divertiti un sacco, e con noi tutto il gruppo; di questo passo, ci toccherà organizzare una nuova avventura al più presto!

“Io non sono di nessuna epoca e di nessun luogo: al di fuori del tempo e dello spazio, il mio essere spirituale vive la sua eterna esistenza.” Alessandro di Cagliostro

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Link utili qui:

Le pagine degli altri organizzatori: Gli Aristogracchi, Capocciara
Un paio di articoli interessanti sui Cagliostro: qui, qui e qui.

Cinque cose da sapere sui call center

Oggi è il primo giorno in cui non faccio più l’operatore di un call center.

Sì, perché nonostante io continui a millantare una zoppicante carriera d’attore, la verità è che mese dopo mese sto collezionando una serie di lavori che, oltre a permettermi di pagare l’affitto – non è vero, con quello che mi hanno dato forse posso permettermi una bruschetta con olio e il sale – mi stanno facendo conoscere mondi finora inesplorati. Così, mentre studio una parte, preparo un provino e mi appresto a iniziare una nuova fantastica avventura come negoziante della 3, volevo raccontare perché d’ora in avanti quando mi chiameranno per propormi una vantaggiosissima offerta Tim, Vodafone, Fastweb o un aspira polvere, metterò da parte ogni astio e perlomeno starò ad ascoltare quanto hanno da dirmi. E dovreste farlo anche voi, davvero.

call-center-2505953_960_720[non è vero, nessuno che lavora in un call center è così felice di farlo]

  1. Nessuno vi chiama perché proprio voi siete particolarmente presi di mira. Gli operatori telefonano da postazioni computer in cui un programma compone automaticamente dei numeri di telefono, fissi o cellulari, con profilazioni molto vaghe. Al limite può distinguere il numero di un privato da un’azienda, ma non fa molto più di così.
  2. I vostri numeri di telefono non vi vengono rubati di notte da malvagi agenti segreti. Una delle cose più comuni che ho sentito è stata “io voglio sapere dove avete preso il mio numero”. La verità, signore e signori, è che siete voi a dare ai call center il vostro numero. Sorpresi? Non dovreste, basterebbe leggere le condizioni di utilizzo e i termini per scoprire che ogni volta che usate il vostro numero di telefono per registrarvi su un sito, su una mailing list, e così via, voi date il diritto di comprare e vendere quel numero a fini commerciali. Il secondo segreto è che non siete obbligati ad autorizzare il trattamento dei vostri dati per questi scopi, infatti di solito avete due caselle da spuntare sui siti di registrazione.
  3. Nessun operatore call center potrà mai “cancellare il vostro numero”. Come spiegato sopra, quel numero è un bene che è stato regolarmente venduto e comprato, e certo non potrà essere un disgraziato davanti a uno schermo a interrompere questa transazione. L’unica cosa che si può fare, in questo caso è iscriversi al Registro delle Opposizioni sul loro sito internet. Non funziona al cento per cento, ma sicuramente è in grado di ridurre il volume delle chiamate.
  4. Il call center non è un hobby. So che questo può sembrare banale, ma vi garantisco che molte volte sembra questa la sensazione diffusa nelle persone che vengono chiamate. Le polemiche più comuni sono “le sembra questa l’ora di chiamare, sono a pranzo!” oppure “ma anche quando sono in vacanza al mare mi dovete disturbare?”. Ora. Mentre voi siete al mare, sdraiati sotto l’ombrellone a gustarvi il rumore delle onde che si infrangono sulla battigia, oppure mentre vi state per mettere a tavola pronti ad assaporare il delizioso pranzetto che vi è stato preparato dopo una lunga giornata di lavoro, sappiate che dall’altra parte del telefono c’è qualcuno che a mezzogiorno e mezza del 21 di agosto è in un ufficio a prendersi vaffanculi in attesa della fine del turno, dopo aver passato le vacanze in un raggio di venti chilometri da casa perché non può permettersi di partire.
  5. I call center non sono associazioni a delinquere, e non passano le giornate a progettare astuti piani su come rubarvi i soldi. Semplicemente, le agenzie di comunicazione prendono accordi con le aziende (telefoniche, di elettrodomestici, creme per il corpo…) con i quali si offrono di vendere i loro prodotti in cambio di una provvigione. Un tempo lo si faceva porta a porta (lo si fa ancora), ora si fa anche con il telefono. Sono gli stessi che hanno gli stand al centro commerciale. Questa è la cruda verità. Non pagate a stare al telefono, e il compito di tutti questi venditori non è ingannarvi, ma riuscire a prendere un bruscolino in più per ogni contratto che riescono a chiudere. E per contratto chiuso intendo che sono riusciti non solo a fare la registrazione, ma che alla fine voi avete ricevuto il prodotto, funzionante, a casa. Altrimenti niente bruscolino.

Queste sono le cinque cose che dovreste sapere sui call center e che spero vi aiuteranno ad affrontare con un sorriso il disturbo che vi può arrecare una telefonata che non durerà più di cinque minuti. Magari non avete alcuna intenzione di cambiare gestore telefonico o comprare un’aspirapolvere, ma almeno avrete dato a chi sta dall’altra parte della linea l’idea di non essere la peggior feccia dell’universo perché ha osato telefonarvi.

Ah, e “buon lavoro” è quanto di più ben accetto si possa dire per concludere la telefonata.

 

Death Note. Peggio di così, solo Netflix

Non mi piacciono i fumetti e i cartoni animati giapponesi. L’idea di partire così con questo articolo era troppo allettante per non metterla in pratica.


“Ma si chiamano manga e anime, ignorante! E poi sono bellissimi, hanno le storie i personaggi la psicologia l’amore i mostri i buoni i cattivi bene e male che si intrecciano e…”


Certo, certo, chiaro. La cultura giapponese, il sushi, i ciliegi che sbocciano, i samurai, le katane, sono tutte cose che affascinano, io stesso da bambino guardavo Ramma ½ o i Pokemòn, e ho persino letto qualche fumetto…


“si chiamano manga!”


E allora! Dicevo, ho letto qualche fumetto di Dragonball o Kurochan; senza contare il fatto che la mia prima cotta da bambino me la sono presa per Lana, la bambina che parlava ai gabbiani nel cartone animato…


“anime!”


Cartone animato Conan – Il ragazzo del futuro di Hayao Miyazaki.
Però poi, crescendo, i prodotti animati giapponesi mi sono piaciuti via via sempre di meno, sia dal punto di vista tecnico che da quello del semplice intrattenimento. Storie lunghe e inutilmente intricate, animazioni minimali che muovono solo chi sta eseguendo un’azione tenendo gli altri congelati in pose innaturali, e poi un continuo mescolarsi di cultura pop tra orientale e occidentale, degli ibridi quasi peggiori del centrosinistra italiano. Continuo a essere fermamente convinto che i cartoni animati e i fumetti giapponesi siano pensati in partenza per la grande distribuzione, per il monopolio mondiale dell’intrattenimento animato, come la Canon per le macchine fotografiche o la Yamaha per le moto.


“Ma non devi parlare di Death Note?”


Sì, ci sto arrivando. Questa introduzione però mi serviva per spiegare il motivo per cui, quando ieri sera La gatta che ci cova mi ha detto “Ehi, guardiamo il film di Death Note su Netflix?” io sapevo due cose: la prima, che c’entrava un quaderno dove uno può scrivere un nome e quello muore; la seconda, che con tutta probabilità dopo dieci minuti dall’inizio del film avrei sentito un coro di sdegno levarsi dalle fila dei giappomink degli appassionati del fumetto e/o del cartone animato. Alla fine, c’ho quasi preso con tutte e due le supposizioni.

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Procediamo per gradi, però. Andando sull’Internet Movie Database, alla sezione Plot di Death Note (2017), troviamo il soggetto descritto dalla Warner Bros, la casa che ha distribuito il titolo in Giappone -che gentilmente traduco dall’inglese: “Light Turner, uno studente brillante, incappa in un quaderno magico che ha il potere di uccidere qualunque persona di cui lui scriva il nome. Light decide di lanciare una crociata segreta per pulire le strade dai criminali. Presto, lo studente-vigilante si trova perseguito da un Famoso detective conosciuto solo con lo pseudonimo L”. Ecco, il fatto è che leggendo queste poche righe si potrebbe pure pensare che la trama sia relativamente fedele al fumetto da cui è tratto ma…no.

Intendiamoci, io sono uno di quelli che non ha particolare interesse nel fatto che un film sia più o meno identico all’opera originaria da cui è tratto, non ritengo che questa sia una qualità assoluta in un prodotto cinematografico. Altrimenti, capolavori come Shining di Kubrick dovrebbero essere accusati di essere pessime riduzioni di altrettanto capolavori come quello letterario firmato King.
Tutto sta in quello che chi concepisce il film vuole trasmettere, quale aspetto dell’opera originaria lo ha colpito maggiormente e vuole proporre, e non solo attraverso la storia in sé, ma anche con tutto quello di cui un film è composto: fotografia, recitazione, scenografie, montaggio. Se si chiedesse a dieci registi diversi di girare la riduzione cinematografica di un racconto, uscirebbero dieci film totalmente diversi. Figuriamoci cosa può succede se si dà agli autori la legittima libertà di manipolare i testi!

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Death Note non presenta molte differenze con la trama del fumetto e del cartone, che ho iniziato a vedere. La cosa particolare è che, però, le differenze non sono solo in quello che accade: Light trova il quaderno a scuola, conosce Ryuk, il demone possessore del quaderno, lo usa per uccidere i cattivi, un ragazzo geniale e un po’ disadattato che si fa chiamare L gli dà la caccia. A dirla così, nessuno saprebbe capire se sto parlando del film o del fumetto.  E il nocciolo della questione è tutto qui. Sembra che chi abbia ideato questo film, si sia limitato a leggere la trama dei fumetti su internet, o se la sia fatta raccontare da un amico, perché quello che ne esce è un qualcosa di piatto, con personaggi tra il banale e il campato per aria, cose che capitano senza motivazione (chi è Ryuk? Perché è comparso in America? Perché il film è ambientato in America? Perché il Death Note è caduto sulla Terra? Era proprio necessario vedere questo film?), per non parlare di una fotografia banale, di un montaggio di quelli che ti insegna il tutorial di Movie Maker, e degli attori che mi hanno fatto rimpiangere non aver mai visto Il Segreto.

A me piace dare sempre una possibilità ai film con soggetto non originale, perché portano in sé un ventaglio di possibilità così ampio da rasentare l’infinito. Tenendo come esempio Death Note, c’erano almeno due operazioni che potevano essere eseguite: la prima è quella che io chiamo alla Frank Miller, cioè tentare di utilizzare i mezzi cinematografici per rendere al meglio storie e atmosfere del fumetto, che finisce quasi per diventare uno storyboard del film; in questo caso, lo sforzo dell’opera cinematografica avrebbe dovuto essere orientato alla riproduzione più fedele possibile, ambientando l’opera in Giappone, con attori giapponesi, e tentando di dare un taglio fotografico che richiamasse le vignette del manga. La seconda possibilità invece è più coraggiosa, ed è quella che chiamo alla Dark Knight; in questo caso, il prodotto cinematografico assume una dignità autonoma, che può trarre spunto da un personaggio o da un fumetto, ma è l’opera di maestranze che hanno lavorato seguendo un’idea diversa, un’estetica personale: non esiste un fumetto in particolare al quale la trilogia di Nolan si sia ispirato, ma chi mai direbbe che non ci sono Batman, Spaventapasseri, Joker, e tutti gli altri? Infine, ci sono tutte le vie di mezzo che passano tra questi due estremi: 300, per citarne uno, ma anche American Gods la serie tv tratta dal romanzo di Gaiman, i prodotti della Marvel Cinematic Universe e così via.

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Nel caso di Death Note, invece, si è voluto prendere gli elementi principali della trama, i nomi e i ruoli dei personaggi opportunamente modificati, e trapiantare il tutto in un’anonima Seattle, per rendere il tutto più vendibile agli utenti di Netflix. Il problema è che, in questa maniera, si è arrivati a un’opera senza radici e senza corpo, qualcosa che appena vista, viene (se si è fortunati) dimenticata.