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La Napoli dei misteri – Il cimitero delle fontanelle

Vi mancavano le storie di fantasmi del nostro blog? Siamo stati a Napoli per vivere un’avventura urbana davvero suggestiva: vi parleremo del cimitero delle fontanelle.

Tutto inizia quando il nostro amico Antonio, napoletano di nascita, ci raggiunge in una delle tante piazze del centro storico per un caffè. Dove andiamo, dove non andiamo ed esce fuori questo posto strano che ci incuriosisce fin da subito. Un cimitero? Più o meno. Antonio ci spiega che non si tratta di un camposanto tradizionale o monumentale, ma di un ossario antichissimo molto particolare, pregno di storia e di leggende. Come potevamo tirarci indietro? Ci accompagna per un pezzetto e dopo averci fatto mangiare la migliore pizza della nostra vita da Starita, ci indica la via per arrivare al Rione Sanità.

Zainetto in spalla, cartina in una mano e immancabile smartphone nell’altra e ci arrampichiamo quanto basta per raggiungere questo ipogeo di tufo apparentemente poco frequentato dai turisti. Dopo una breve salita si entra in una cava buia, umida e fredda dove sono custodite le ossa di 40.000 cadaveri. Una stima approssimativa riporta un totale di 8.000.000 persone andando a contare anche quelle sotterrate nella cava.

Ma chi sono questi defunti?

Presto detto. La cava è una fossa comune del XVII secolo dove sono stati riposti i resti delle vittime della peste (1656) e del colera (1836, quella che colpì anche il Leopardi). Oggi si possono vedere montagne di ossa lunghe (braccia e gambe) che fanno da altare per centinaia e centinaia di teschi riposti ordinatamente l’uno accanto all’altro. Alcuni sono riposti in teche che riportano dei nomi (chiaramente non quelli del defunto), altri sono addirittura sistemati in piccole bare (quando si tratta di bambini).

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Il cimitero delle fontanelle non è un ossario qualsiasi

No, non lo è per niente. Da fine ‘800 fino al 1969 è stato un luogo di culto delle anime del purgatorio e per questo motivo sono andate creandosi alcune usanze che resistono ancora oggi. Ogni famiglia, cercando di portare pace all’anima anonima di un defunto, adottava una capuzzella (un teschio) e per questa pregava, pregava, pregava nella speranza che un giorno l’anima, arrivando in Paradiso, potesse essere riconoscente di questa premura. Per questo alcuni teschi sono meglio conservati e riposti in piccole “casette” dove sono incisi i nomi e le date di coloro che li hanno adottati. Il cimitero viene chiuso nel 1969 perché si riteneva che quest’usanza dell’adozione della capuzzella fosse eccessivamente feticista. Viene riaperto completamente solo nel 2010 grazie a una pacifica occupazione degli abitanti del Rione, i quali hanno convinto l’amministrazione comunale a rendere visitabile la zona.

Il culto delle anime pezzentelle

Antonio ci ha spiegato i punti principali per adottare una capuzzella. In realtà è molto semplice, basta applicare sul cranio dell’anonimo defunto per indicarne l’adozione e successivamente tocca prendersene cura con assidue preghiere per la salvezza. Già Dante ci ha insegnato questa lezione: un’anima del purgatorio riceve una sorta di “sconto di pena” in proporzione a quante persone pregano per la sua salvezza. Una sorta di televoto, se vogliamo. Quando l’anima da noi adottata raggiungerà – anche grazie al nostro sostegno in preghiere – il Paradiso, allora questa sarà riconoscente e ci donerà la grazia (oppure i numeri del Lotto, oppure una guarigione, oppure il ritorno di un figlio dalla guerra). Per questo motivo tutti i teschi del cimitero delle fontanelle portano in capo una monetina. Già che c’eravamo abbiamo pensato di adottarne uno anche noi. Non pregheremo molto è vero, ma sicuramente ci ricorderemo spesso di quest’anima nei nostri discorsi e forse sarà un po’ la stessa cosa. Non che ci interessino i numeri del Lotto e quello che abbiamo chiesto all’anima pezzentella non ha niente a che fare con il denaro, ma rimangono comunque affari nostri. Non ce ne vogliate.

Non troverete solo monetine, ma anche bigliettini scritti, rosari, oggetti di ogni sorta e tantissime sigarette. Alcuni lasciano delle fotografie, dei santini e alcune spillette. Vicino alle ossa di bambini non sarà insolito trovare montagne di giocattoli e richieste di aiuto per piccoli ammalati.

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La leggenda del capitano

Come potete benissimo immaginare, un luogo simile è terreno fertile per un quantitativo di leggende da saturare persino due curiosoni come noi. Tuttavia, la leggenda del capitano è piaciuta particolarmente ed eccoci qui a raccontarvela.

Tutti i giorni, ad una certa ora, una ragazza lasciava la propria casa per andare a prendersi cura della sua anima pezzentella. Il fidanzato, malfidato e un po’ geloso, decise di seguirla fino a scoprirla inginocchiata davanti a questo teschio curato e lucidato. Divertito dalla cosa e probabilmente sollevato nel constatare che la fidanzata gli era fedele, decise di prendersi gioco della capuzzella infilando un bastone nell’occhio del teschio e smuovendolo in aria. Derise la propria fidanzata e in un impeto di goliardia eccessiva decise di invitare l’anima della capuzzella al matrimonio. Venne il giorno delle nozze e tra gli invitati si presentò un uomo vestito con un’uniforme nera: questo si tolse il cappello, mostrandosi così con un occhio accecato. Lo sposo si avvicinò e riconoscendo l’anima (poiché questa gli disse candidamente d’esser stata invitata personalmente da lui) morì all’istante e con lui anche la sposa e – come ogni tragedia che si rispetti – anche tutti gli invitati.

Paura eh?

Consigli utili

Trovate tutte le informazioni per visitare il cimitero delle fontanelle nel sito ufficiale. La visita prende circa un’oretta di tempo e il quartiere è molto bello da visitare a piedi. Si tratta proprio di un posto caratteristico, con i panni stesi al vento in palazzi molto antichi. Troppo bello per essere evitato con un taxi. Il luogo è facilmente accessibile anche per chi ha disabilità motorie, la carrozzina non trova alcuna barriera architettonica.

Non ci sono servizi igienici e all’esterno non ci sono fontanelle di acqua potabile: portatevi da bere e se soffrite di allergia alla polvere fate incetta di antistaminici e salviette per pulirvi occhi e viso.

All’interno dell’ossario è buona norma rispettare un doveroso silenzio, quindi ricordatevi di togliere la suoneria ai vostri cellulari e mantenete un comportamento adeguato al luogo che, per quanto pittoresco, rimane sempre un ossario.

 

Avventure

Hanami 花見 al laghetto dell’Eur

Ieri pomeriggio sono rimasta da sola: in realtà il programma era quello di buttarsi in spiaggia a Ostia, ma un impegno lavorativo inatteso di Fidanzato Claudio ha ribaltato la situazione e mi sono ritrovata a dover riempire un sacco di ore in solitudine. Cosa fare e cosa non fare, alla fine ho deciso di mettere in moto le cosce in vista della prova costume (a questo punto rimandata alla settimana prossima) e mi sono prefissata di farmi almeno una decina di Km a piedi.

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Giocatore 1, hai sbloccato una nuova avventura: alla scoperta del laghetto dell’Eur

Il percorso da Centocelle non è poi così lungo, basta prendere il 451 sulla Togliatti fino a Ponte Mammolo, a quel punto si sale sulla METRO B e la si percorre per intero, fino a EUR PALASPORT oppure EUR FERMI. In realtà si può prendere anche la METRO C da MIRTI o GARDENIE fino a LODI, poi prendere un magico 51 per arrivare a COLOSSEO e da lì salire sulla METRO B. Fate come vi pare, tanto sempre un’ora e ci vuole. Se invece non partite da Centocelle bella per voi.  Per quanto riguarda l’equipaggiamento, sono andata sul semplice, ho riempito lo zainetto delle avventure: felpa perché magari viene fresco quando il sole cala, auricolari per ascoltare la musica, cellulare per fare fotografie, una bottiglietta d’acqua da riempire alla bisogna, Kinder Cereali per silenziare l’atroce sindrome premestruale e un pacchetto di fazzoletti di carta perché abbiamo la lacrima facilissima e basta un niente per rievocare il dolore della perdita del primo cane. Attenzione, maneggiare con cura.

Per una corretta panoramica sulla storia del Laghetto dell’EUR vi rimandiamo a un breve riassunto scritto da Michela Grassi, io voglio focalizzare invece l’attenzione sull’ Hanami. La verità è che non sono una grandissima appassionata della cultura giapponese, tuttavia sono una persona estremamente curiosa, perciò mentre passeggiavo per quei viali pieni di ciliegi, sono andata alla ricerca di informazioni. Sono capitata su questo sito bellissimo: Sognando il Giappone  di Alessandra Sanna così ho potuto scoprire cosa si nascondesse dietro un semplice gesto qual è quello di ammirare i fiori.

Cosa singnifica Hanami

Hanami (花見? “guardare i fiori”) è un termine giapponese che si riferisce alla tradizionale usanza nipponica di godere della bellezza della fioritura primaverile degli alberi. Ormai si intende principalmente la fioritura dei ciliegi giapponesi, che in lingua giapponese vengono chiamati sakura, e quindi l’hanami è diventato sinonimo dell’ammirare il fiore di ciliegio.

(Wikipedia)

Però non fermiamoci a Wikipedia, che per quanto comoda non può essere altro che una suggestione, vorrei tornare sul sito di Alessandra Sanna perché ad un certo punto dice una cosa molto bella che lega l’Hanami al Bushido, ovvero la morale dei samurai. Il fiore del ciliegio sul quale si pratica principalmente l’Hanami è un fiore molto semplice nella sua costruzione. Il singolo elemento, infatti, non ha nulla di eccezionalmente attraente, ma lo diventa esclusivamente quando viene osservato insieme a tutti gli altri fiori che sbocciano sull’albero. Così come l’armata samurai, l’umiltà del singolo contribuisce allo splendore dell’esercito. Inoltre si fa un riferimento alla delicatezza e alla precarietà del fiore:

Allo stesso modo, come il ciliegio può vedere la sua intera fioritura spazzata via dal vento ma nonostante ciò fiorisce ogni anno, così nel bushido si dà tutta la propria energia sapendo che può essere uno sforzo effimero.

(Alessandra Sanna)

Ho passato quindi il pomeriggio a leggere e a fare ricerche su questo argomento, in modo tale da colmare questa lacuna culturale. In realtà ho avuto anche modo di riflettere su quanto appreso, complice un mando erboso davvero accogliente e un sole per nulla fastidioso. La primavera è un grande momento non solo per i fiori, anche io torno a rinascere dopo il lungo inverno che mi ha vista davvero martoriata dal lavoro e da situazioni davvero spiacevoli. Mi sono buttata alle spalle diverse cose e solo adesso sto riuscendo a prenderne le distanze. Non è stato un inverno semplice, però ne è valsa la pena. Ieri, sdraiata al sole, mentre ammiravo tutta quella meraviglia in fiore, ho capito che per quanto possano essere dolorose certe decisioni, bisogna assumersi la responsabilità di prenderle.

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Cose da fare al laghetto dell’EUR

Mi rendo conto di perdermi spesso in discorsi che magari ai miei lettori non interessano, perciò torno nei ranghi e vado a elencarvi un po’ di cose che potete trovare in questo parco bellissimo.

  • Bicicletta! Il posto è perfetto per una pedalata (sempre nel rispetto dei pedoni, mi raccomando), inoltre il percorso è abbastanza sicuro per lasciare i bambini autonomi con il loro bolide a pedali: perfetto per imparare ad andare senza rotelline!
  • Run run run! Il laghetto sarebbe il posto preferito di mio padre se abitasse a Roma! Il luogo si presta benissimo per delle belle sessioni di corsa, l’aria pulita e fresca che avvolge il luogo lo rende perfetto per un po’ di movimento sostenuto.
  • Pedalò? Sì grazie! Già, potete affittarne uno e stare in mezzo al laghetto in panciolle! Tranquilli, il laghetto è abbastanza grande per girare senza rischiare incidenti nautici con altri veicoli! Ma occhio alle canoe e alle barchette a vela.
  • Zucchero filato! Quanto adoro passeggiare mentre mi slappo quella matassa di zucchero tutto batuffoloso? Troppo. Sarà il mio animo che non vuole crescere, ma non c’è niente che possa sostituirsi alla nuvola dolce. Potete acquistarlo nei diversi punti allestiti.
  • Fame? Ieri ho visto un camioncino che faceva panini, ma mi hanno detto che da quelle parti potete trovare spesso anche Pizza e Mortazza (potete scoprire i movimenti del furgoncino-ape su Facebook)
  • Gonfiabili, fontane e chi più ne ha più ne metta. Non potete certo annoiarvi, i vostri bambini vorranno buttarsi ovunque. Ci sono i gonfiabili quelli grandi! Io diventerei matta se solo avessi ancora 21 anni. Mh, volevo dire 12.

Eccoci qua, non ho altro da dirvi se non raccomandarvi caldamente di fare un salto al parco proprio in questi giorni. I ciliegi fioriscono quasi tutti insieme e non saranno visibili per molti giorni. Perciò non perdete tempo dentro i centri commerciali, ma uscite e respirate aria buona. Ve l’avevo detto che detesto i centri commerciali? Ho anche una storia carina da raccontarvi. Il titolo? Io alla Rinascente non ci voglio andare. 


 

Grazie per aver letto fino a qui. Se ti è piaciuto il post lasciaci un saluto nei commenti.

Fa sempre un sacco piacere! 

 

Avventure

Cosa fare a Roma una sera – Ara com’era

La Gatta e Fidanzato Claudio familiarizzano con la realtà aumentata

Non sapete cosa fare questa sera? Male! Anzi, bene! Insomma, ve lo diciamo noi! Prendete la metro A, scendete a Flaminio e fatevi una bella passeggiata verso l’Ara Pacis, mettete mano al portafoglio, cacciate una ventina d’Euro e spendeteli bene. Siete pronti per volare – quasi letteralmente – nell’antica Roma per vedere l’Ara com’era?

Io e Fidanzato Claudio ci siamo lanciati in quest’avventura bellissima dopo circa… un anno che continuavamo a dire “Domani ci andiamo!”

Finalmente l’occasione è capitata e non ce la siamo lasciata scappare.

Come funziona

Nulla di più semplice: si indossa un visore e si ascolta la guida mentre spiega come usarlo, ma soprattutto se vi dice di non indossarlo prima del tempo ascoltatela. Cosa succede altrimenti? Chiedetelo a fidanzato Claudio che, ovviamente, se non fa di testa sua non gli riesce bene di vivere. Il percorso si sviluppa per punti attorno all’Ara Pacis e a ogni punto corrisponde un video: il paesaggio si costruirà lentamente attorno a voi e dopo una panoramica accurata sulla storia della struttura, inizierete a vederla in ogni piccolo dettaglio proprio come doveva essere in principio.

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IMG_20180318_113948_613Come fare per non uccidersi e non uccidere

Per l’amor del cielo non mettetevi a passeggiare mentre indossate il visore. Questo funziona in due modi: inizialmente vi farà vedere un video 360 completamente scollegato dalla realtà che vi circonda (e perciò non avrete alcun riferimento geografico per muovervi) poi inizierà a prendere ciò che vi circonda aggiungendo elementi. In questo caso potrebbe venirvi la malsana idea di muovervi, ma non è sicuro. Il visore vi propone sempre la realtà un po’ più rallentata rispetto al normale, perciò rischiate davvero grossi scontri e madonne volanti. Lasciate perdere, seguite ciò che vi dicono di fare, state boni dove vi mettono.

Quando andare

Dal 30 marzo al 30 aprile
venerdì e sabato:
 dalle 20.15 alle 23.30 (ultimo ingresso ore 22.30)
In occasione della Pasqua apertura straordinaria domenica 1 e lunedì 2 aprile dalle 20.15 alle 23.30 (ultimo ingresso ore 22.30)   

Dal 1 maggio al 1 settembre 
venerdì e sabato: dalle 20.45 alle 23.30 (ultimo ingresso ore 22.30)

Dal 2 settembre al 30 settembre
venerdì e sabato: dalle 19.45 alle 23.00 (ultimo ingresso ore 22.00)

Dal 1 ottobre 
venerdì e sabato: dalle 19.30 alle 23.00 (ultimo ingresso ore 22.00)

Potete prenotare scrivendo a questo indirizzo: eventi.aziendali@zetema.it

Limitazioni e specifiche

Se portate gli occhiali mettetevi le lenti a contatto altrimenti la vedo dura, io sono un po’ miope e in certi casi ho sforzato parecchio. Non potete portarci i bambini, il visore non lo possono utilizzare i ragazzini sotto i 13 anni d’età. Il percorso è adatto a chi non riesce a deambulare senza una carrozzina, perciò va bene anche per la mia amica Nana Bianca che vive la sua vita a un metro d’altezza. 

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La nostra opinione

Assolutamente da non perdere. La ricostruzione iniziale è davvero coinvolgente, il primo video che viene trasmesso dal visore ci permette di calarci completamente nella vita quotidiana dell’età augustea. L’ambiente viene ricostruito fedelmente e una voce ci spiega con estrema precisione ogni cosa che ci viene mostrata. Ad un certo punto siamo persino ospiti d’onore di un sacrificio animale. Nemmeno troppo splatter, si poteva fare meglio. Le informazioni che vengono fornite non sono noiose oppure eccessivamente didascaliche, ma sono redatte in maniera precisa seppur leggera. Forse può risultare un po’ faticoso tenere in mano il visore per tutto il tempo (non c’era l’elastico elegantemente mostrato nella locandina), ma si può fare senza problemi, potrebbero però insorgere nel caso di persone non in grado di utilizzare mani e braccia. Il percorso è preciso e non ci si può sbagliare, comunque in caso ci fossero problemi non mancano le guide prontissime ad aiutare. Ci è piaciuto? Sì, moltissimo, infatti ve lo consigliamo caldamente.

Se l’argomento Ara Pacis vi interessa vi consiglio questa pubblicazione: Richard Meier. Il museo dell’Ara Pacis. Ediz. illustrata

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Avventure

La Vigilia di Natale di una famiglia appena nata: il nostro viaggio lampo a Verona

Quando nasce una nuova famiglia accadono molte cose: si sceglie una casa, si impara a gestirla insieme, si trova un modo per amministrare le finanze in maniera sensata,  si prova a condividere ogni singola decisione, si cercano mobili e si tenta di dare un’organizzazione che vada bene per entrambi. Io e Fidanzato Claudio viviamo insieme da giugno e tutto questo non è ancora finito. Nella nostra casa mancano ancora alcuni pezzi d’arredamento fondamentali, spesso non riusciamo a coordinarci nelle scadenze, capita che le mie abitudini si scontrino con le sue. Ma il bello è questo: una sfida ogni giorno per diventare una famiglia. Così, lui ha imparato a non parlarmi prima del caffè, mentre io cerco di rispettare i suoi spazi il più possibile senza invadere tutto come un carrarmato. Ho imparato a non svuotare la moka nel lavandino, lui invece s’è messo in testa di dover abbassare sempre la tavoletta del water. E queste, per chi ha affrontato una convivenza agli albori, sono davvero i passaggi base. Con la calma si stabilisce come fare la spesa, quali siano le cose sulle quali si può risparmiare e quali siano quelle davvero indispensabili. Si impara con la calma a far combaciare due mondi nati in contesti differenti, dove ciò che è ovvio per l’uno può non essere assolutamente contemplabile per l’altro. E no, non è facile, ma è bellissimo perché ogni sera quando si va a letto si può notare come una nuova famiglia prenda forma, passetto per passetto, mattoncino per mattoncino. Inoltre ciò che comunque rende tutto magico è l’intimità di ogni passaggio; i ragionamenti condivisi, le richieste, le perplessità, le paure, le gioie e le risate, tutto fa parte di una bolla sicura dove due persone hanno deciso di prendersi cura l’uno dell’altra.

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Questo Natale per noi era molto importante per diverse ragioni, ma quella più rilevante per entrambi era il fatto che fosse il nostro primo Natale insieme come una nuova famiglia. E come tutte le famiglie, anche la nostra viene da due famiglie differenti. Va da sé che si è posto subito il problema che affligge chiunque: dove e con chi passare le feste? Prioritario e imprescindibile era rimanere insieme io e lui, non perché necessitassimo di vivere in simbiosi queste giornate, ma perché le famiglie a Natale non si separano e perché ciò che è importante per uno dei due è importante anche per l’altro. Abbiamo deciso di viverla così, un’immersione completa nella missione più difficile dell’anno, senza mai lasciarci soli. Stabilito questo, la seconda cosa più importante di tutte era non tagliare fuori nessuno. Sapevamo entrambi che il viaggio sarebbe stato una mazzata, ma per noi era fondamentale riuscire ad abbracciare almeno una volta tutte le persone che si meritavano (a vario titolo) la nostra presenza. Non è colpa di nessuno se ci sono tante persone che ci vogliono bene!

Così, carichi di entusiasmo, sabato mattina abbiamo preso un aereo a Fiumicino, ma solo dopo aver salutato il Papà di Claudio, l’unico che io non sono riuscita a vedere per motivi di lavoro, ma che vedrò presto quantomeno per ringraziarlo di ogni suo eroico gesto nei nostri confronti. L’aereo già è stato una mezza barzelletta, infatti per riuscire a vedere Giulia prima che partisse per Londra, abbiamo rimandato la tappa al pronto soccorso per far visitare il piede di Claudio. Per chi non lo sapesse, infatti, il nostro Giocatore s’è sfasciato un piede cadendo da una scala, ma per fortuna,nonostante il colore violaceo e il gonfiore preoccupante, non v’era nessuna frattura. Quindi zoppicanti zoppicanti saliamo sull’aereo a Fiumicino e dopo un’ora ci troviamo a Villafranca di Verona, all’aeroporto Valerio Catullo, dove papà ci viene a prendere in macchina. Prima tappa? Ospedale Orlandi! Giusto perché nel frattempo era necessario che qualcuno di competente vedesse il piede di Claudio. Così il mio papà fa giusto in tempo a farci qualche domanda di rito, prima di scaricarci al pronto soccorso e correre dall’altra parte della Valpolicella per andare a prelevare Mamma e Nonna all’ospedale Sacro Cuore di Negrar. Sì, giusto perché Nonna ha pensato bene di farsi venire la tachicardia e un giretto prenatalizio al pronto soccorso di qualsiasi ospedale stava diventando un trend importante da non farci sfuggire [#NATALEINOSPEDALE].

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Appurato che il piede era ammaccato, ma non necessitava di gesso, siamo arrivati primi a casa Bianchedi dove ad aspettarci non c’era nessuno (informazione base: casa Bianchedi sta vicinissima all’ospedale Orlandi di Bussolengo, quindi zoppo e gatta se la sono fatta a piedi). Così, con un sofisticatissimo sistema di specchi e leve che non verrà spiegato per ovvi motivi, siamo riusciti a fare irruzione in casa. Mamma, Fratelli, Nonna e Papà dovevano ancora tornare, quindi abbiamo deciso di improvvisare una cena per tutti essendo già le otto passate. Nel lavandino troviamo delle vongole lavate e nel frigorifero ci stavano quelli che a noi sono sembrati gli ingredienti perfetti per una pasta allo scoglio (?), più un branzino fresco e un’orata. Poco male, lo zoppo si mette a preparare le vongole mentre io cerco su internet come si preparino – al forno – i due pescioloni freschi rinvenuti in frigorifero. Perfetti come un orologio svizzero serviamo la cena a tutta la squadra che torna a casa dopo un’oretta dal nostro arrivo: giusto in tempo per sedersi a tavola e mangiare l’agognato pasto. In realtà mamma è arrivata una mezz’ora più tardi rispetto agli altri, ma s’è provveduto a tenerle in caldo il proprio piatto con un po’ di tutto. Qui, mi consenta, tralasciamo la mezza guerra circa la cottura della pasta (cruda a detta di mio Fratello Pietro, scotta per mio Papà e per Claudio, perfetta per mio Fratello Davide e immangiabile per mia Mamma). Tralasciamo anche il fatto che mio Papà ha anche cercato di uccidermi buttando peperoncino ovunque, ma Claudio lo ha prontamente fermato poco prima della catastrofe. Davide, tra un boccone e l’altro, è stato l’unico che s’è ricordato del piede di Claudio e da buon calciatore sempre rotto in diversi punti, s’è dilungato in una serie di ordini – per tutti – in modo tale da far stare più comodo possibile il nuovo ospite in casa. Quindi, mentre ci insultava e ci accusava tutti di essere totalmente inospitali, ha rovesciato in gola a Claudio mezzo chilo di OKI TASK, gli ha tolto la scarpa e gli ha infilato una comoda ciabatta larga, gli ha ordinato di non alzare il culo dalla sedia nemmeno per sbaglio e alla fine ci ha guardati malissimo tutti quanti perché nessuno di noi si stava prendendo cura del ferito di guerra. In ogni caso, tutte carinerie scomparse poco dopo visto che – manco a farlo apposta – proprio quella sera s’è disputata la partita di campionato più azzeccata della stagione: Roma – Juventus.

La formazione sul divano era eloquente di suo: Mamma, Papà, Fratello Davide e Fratello Pietro sul divano laterale a sinistra della televisione, io e Claudio soli come due gambi di sedano sul divano frontale. I Romanisti puzzano e no, non si condivide un cazzo con quelli, nemmeno se si tratta del nuovo fidanzato zoppo della Juventina Elisa. Ergo, toccherà proprio a lei (ovvero a me) far compagnia al ferito di guerra cercando di esultare il meno possibile ad ogni vantaggio dei bianconeri. E per fortuna, a casa mia, la partita si guarda in religioso silenzio e Claudio lo ha capito subito quando Davide, abbandonando ogni protocollo di ospitalità, gli ha intimato di chiudere la bocca subito adesso o altrimenti sarebbe finito fuori al freddo e al gelo. Insomma, tutti amici fin quando non si parla di calcio. Ma a una certa anche la partita finisce (con la sconfitta della Roma) quindi, chi prima e chi dopo, inizia l’ecatombe di gente addormentata a caso. Davide ripristina il protocollo del perfetto ospite e ci invita a usufruire del suo letto matrimoniale con tanto di maxi schermo e Sky, nella sua bellissima camera da letto.

Ora, sia fatto un minuto di silenzio perché in trent’anni non mi era mai stato concesso di entrare in quella camera. Durante queste vacanze non solo sono potuta entrare e uscire a mio piacimento, ma ho anche potuto dormire sul suo materasso comodissimo, guardare la sua televisione e cambiarmi i vestiti. Vivere a Roma porta vantaggi, come un rapido recupero del rapporto con mio Fratello. Io e Claudio insieme facciamo le magie e questa è stata la più bella del Natale 2017. Io e Davide siamo stati insieme 2 giorni parlando, raccontandoci le nostre vite, confrontandoci, riparando un rapporto che da anni si stava logorando per ragioni non troppo specificate. Ed è stato bello, così bello che la prima sera, pensandoci, mi sono commossa.

Ah in tutto questo erano cominciate a piovere le mancette: bravi, così si fa.

Il giorno della Vigilia non ci svegliamo tardi perché la questione era partita malissimo: il ferro da stiro di Mamma non dava segno di vita e no, va bene tutto, ma il ferro da stiro rotto è una questione intollerabile. La sentiamo fare il rosario in Fa# e apriamo gli occhi di botto chiedendoci quale catastrofe climatica si stava abbattendo sul piccolo paese in provincia di Verona. Capendo che la questione era di fatto molto delicata e che andava trattata con un certo garbo, decidiamo di alzarci per renderci utili in qualche maniera. Missione fallita, Mamma ci carica in macchina quasi a peso morto e ci scarica alle terme. Quello che dovete sapere è che in casa mia non è possibile rendersi utili in nessuna maniera, se vuoi fare una cosa bella quando c’è tanto da fare te ne devi andare fuori dalle palle nel minor tempo possibile. Mamma non vuole nessuno intorno, non vuole sentire nemmeno una mosca fiatare mentre smazza lavatrici e altri mestieri a me del tutto incomprensibili. Poi mi si chiede perché io non sia in grado di tenere la casa in ordine e pulita, grazie al cazzo Mamma non mi ha mai lasciato la possibilità di provarci. Fuori dalle balle e ci si vede quando casa splende così tanto da poter trasformare la cucina in una sala operatoria in qualsiasi momento. Intanto passiamo anche dalla Nonna che nel frattempo si sente meglio e via altre mancette: bravissimi, voi sì che avete capito tutto.

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… fermi tutti, io vi avevo promesso che vi avrei parlato di Aquardens, vero? He sì, ma mi servirebbero altri duecentomila parole e qua stiamo già a millesettecentoventi. Insomma, noi del SEO ce ne sbattiamo allegramente. Aquardens è un centro termale nel cuore della Valpolicella. Praticamente una manna dal cielo per chi, come me, soffre di psoriasi. Il parco è davvero enorme, dopo essersi spogliati si accede al piano vasca che per metà è al coperto e per metà e all’aperto. Si può tranquillamente entrare e uscire passando attraverso degli archi chiusi con delle tende. L’acqua è a 37 gradi, quindi anche stando all’esterno non si soffre assolutamente il freddo (calcolate che a Verona siamo a temperature molto basse, prossime allo zero). Durante la permanenza nel parco è possibile partecipare ad alcuni eventi interessanti chiamati Ritual Sauna. Si tratta di un vero e proprio rito di rilassamento all’interno di un’immensa sauna celtica. Al centro c’è un braciere dove due operatori sciolgono ghiaccio rilasciando vapori profumati grazie alle essenze utilizzate. In religioso silenzio ci si lascia coccolare per una quarantina di minuti da vampate d’aria caldissima e profumata, ascoltando musica rilassante. Al piano di sopra rispetto alla sauna celtica si trova La Nuvola, ovvero una terrazza coperta e riscaldata dove ci si rilassa su materassini comodissimi, bevendo tisana e godendosi il paesaggio innevato della Valpolicella.

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Quando poi si vuole passare a un livello superiore di relax è sufficiente salire alla Spa Lounge al piano di sopra, dove i bambini non sono ammessi e dove il silenzio completo è rispettato e fatto severamente rispettare. Qui sono presenti tutti i lussi di una Spa come si deve, tant’è che non è consentito accedere con il proprio costume da bagno, ma ne viene fornito uno usa e getta dal personale. In questa zona, inoltre, è anche possibile accedere a massaggi e trattamenti vari. Insomma, io vi consiglieri caldamente una capatina se mai vi capitasse d’essere in zona. Non si può rinunciare al cocktail servito direttamente nel bar al centro della vasca riscaldata, dove gli sgabelli sono immersi nell’acqua.

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Ma come tutte le cose belle, anche il nostro tempo di assoluto relax volge al termine e a riportarci nel mondo reale è un messaggino di mio Fratello Pietro che dice “tra mezzora siamo lì, fatevi trovare fuori”. SDENG! Dobbiamo arrenderci, un nuovo ostacolo della missione “Vacanze di Natale” ci sta per mettere alla prova: IL CENONE DELLA VIGILIA.

Anche in questo caso c’è da fare una premessa, a casa mia il cenone della vigilia è aperto a tutti coloro che vogliono partecipare. Non è una cosa che riguarda solo e unicamente la famiglia, ma le porte sono aperte sempre per tutti, basta che si avvisi per tempo (e non è nemmeno sempre necessario). La Vigilia in casa Bianchedi è un banchetto goliardico dove si mangia sempre la stessa cosa (cappelletti romagnoli in brodo come primo e bollito con la pearà come secondo), ma soprattutto dove il vino scorre a fiumi e lo sfottò è lo sport nazionale ufficiale. Non è semplicissimo sopravvivere, guai a essere permalosi o perfettini: non vi sarà alcuna pietà. Ogni anno si prendono “i nuovi” ovvero coloro che non hanno mai partecipato a una Vigilia e si fanno alzare in piedi uno per uno, durante questo momento l’ospite viene sommerso da domande molto imbarazzanti che spaziano dalla vita sessuale a quella lavorativa senza alcuna remora. Perciò puoi trovarti a descrivere il tuo ultimo rapporto sessuale dopo aver finito di spiegare che di mestiere fai l’attore e non il fallito al semaforo con le palline colorate. Questa sorte non ha faccia e non ha colore, capita a tutti anche alla povera Nanabianca che ogni tanto ha la bruttissima idea di passare la Vigilia con noi. Le battute sul suo metro d’altezza sono talmente tanto regalate che si sta pensando di storpiarle qualcos’altro per avere nuove questioni sulle quali prenderla in giro. Non voglio soffermarmi nella descrizione della sorte capitata al povero Fidanzato Claudio, il quale fortunatamente ha giocato d’anticipo presentandosi allo sfottò bello sbronzo. Ma alla fine ci si vuole tutti un gran bene e a quella tavola lì ci si sono seduti tutti quanti almeno una volta: fidanzati passeggeri, fidanzati ufficiali, cugini veri e cugini inventati, zii americani, cattolici, comunisti, berlusconiani, ricchi, poveri, abbandonati, sperduti… tutti, sempre tutti. Tranne i fascisti, quelli non li vogliamo mai, in nessun caso. E la mia famiglia è bella per questa ragione, perché a Natale non ha mai lasciato solo nessuno, nemmeno uno sconosciuto. A questo proposito mi sto ancora chiedendo chi fosse il tizio di Napoli che a un certo punto s’è imbucato, ma è stato gentile e ha ringraziato prima di andarsene quindi chi l’avesse portato non ha più molta importanza!

E sono a duemilaquattrocentosessantatré parole arrivando esattamente alla metà del racconto! Ma siete eroi voi che state ancora leggendo! Che poi non vedo proprio cosa potrebbe importare a degli sconosciuti del mio Natale. Però questo è il mio blog e voi lo sapete: io qui faccio quello che mi pare.

Arriva la mattina del 25, quindi tecnicamente Natale e ci alziamo presto perché abbiamo il treno alle 11:17 a Verona Porta Nuova. Nonna, prima di farsi venire un nuovo giro di tachicardia, pensa bene di caricarci come muli da soma: pentole, piumoni, tappeti per il bagno, roba non meglio specificata, mentre Mamma ritiene necessario rifarci il guardaroba partendo dalle scarpe. E niente, siamo partiti con zero bagagli e siamo tornati con una borsa enorme e una valigia assurda. Poco male, sul treno non si paga il bagaglio (qualcuno sta ancora spiegando a Nonna che sull’aereo imbarcare le valigie costa un occhio della testa, non capisce il senso della cosa).  Riusciamo a salutare tutti meno Davide, non si hanno notizie di lui quindi meglio non chiedere, ci penserà Mamma a dargli un bacio da parte nostra. Intanto Papà ci carica in macchina e ci saluta a malincuore alla stazione.

In tre ore abbiamo raggiunto Roma dove ad accoglierci c’era il nulla cosmico; scopriamo infatti che i mezzi pubblici sono in pausa pranzo (ah già, è Natale!) e noi acchiappiamo un magico Taxi che ci porta dritti dritti alla nostra casetta di Centocelle. Giusto il tempo di posare i bagagli, farsi una doccia e riposare mezzo secondo perché ci stavano già aspettando a un’altra tavola per la seconda parte del nostro primo Natale insieme.

Così siamo riusciti a vedere proprio tutte le persone a noi care, forse pagandola un po’ in termini di stanchezza, ma nessuno è stato escluso e questa cosa mi rende molto felice perché è ciò che mi hanno insegnato a fare i miei genitori. Ce l’abbiamo messa tutta e ci siamo riusciti, nonostante le mille sfighe che sicuramente non aiutano chi ha un brutto carattere come il mio. Vero che mi faccio prendere spesso dallo sconforto, vero che ho sprecato il tempo a prendermela con mia mamma quando potevo rimandare certe discussioni, vero anche che se qualche volta non dicessi proprio tutto quello che penso sarebbe meglio. E non voglio nemmeno giustificarmi con il solito “io sono fatta così”. In realtà mi rendo conto di non avere scuse quando non riesco ad adattarmi o quando non riesco a scendere a patti con certe cose che dovrei accettare e basta, quindi non ci sarà alcun “ma” a terminare questa frase.

Qui però non si sta pettinando le bambole, si sta costruendo una famiglia e come primo Natale non si può certo dire che sia andato male. Il prossimo anno però ci si organizza meglio, si acquista per tempo il biglietto diretto per l’Havana e si torna direttamente insieme alla befana. Sulla scopa, vestita da strega, con un porro sul nasone enorme, ma con dei regali bellissimi per tutti.

Avventure

Il museo archeologico di Atene e il colpevole del ritardo dell’apertura della Metro C

Tutti pronti per la seconda puntata del mio mirabolante #compleannogreco?


Elisa, fai meno.

Ma non ho ancora cominciato e già attaccate con le voci fuoricampo?


Va bene, ricominciamo. Iniziare un pezzo è sempre la parte più difficile e questo freddo non aiuta affatto la mia creatività. Come avrete intuito sto per raccontare la seconda parte del mio viaggio ad Atene, quindi in caso la cosa non vi interessasse avete sempre la possibilità di chiudere tutto e tornare a farvi gli affari vostri.

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In questo blog post voglio parlarvi del Museo archeologico di Atene che è uno dei musei più importanti del mondo nonché il più grande di tutta la Grecia. Naturalmente, essendo da quelle parti, non potevamo assolutamente perderci la possibilità di andare a scoprire personalmente tutte quelle opere famosissime che siamo abituati a vedere unicamente sui libri.

Io e Fidanzato Claudio ci siamo svegliati prestissimo perché, ad Atene, i musei chiudono alle quattro del pomeriggio e io non volevo perdere nemmeno un minuto. Chi mi conosce, infatti, sa perfettamente che sono in grado di passare un’intera giornata all’interno di un museo, come quando costrinsi ben 15 persone a vivere 8 ore all’interno degli Uffizi di Firenze o come quando ho letteralmente trascinato a peso -quasi morto- Fidanzato Claudio in TUTTE (ma proprio tutte) le sale del Louvre di Parigi. Fortunatamente ho un compagno di viaggio emozionabile almeno quanto me, quindi anche per lui è stato davvero esaltante poter -finalmente- vedere dal vivo la famosa pittura vascolare tanto studiata e le statue che abbiamo sempre visto sulle copertine patitane dei libri di testo scolastici.

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Cosa dire del museo? Ad attenderci qualche delusione. Per prima cosa sappiate che non è assolutamente consentito prendersela comoda, davvero i musei chiudono alle 16 quindi i ritmi, per chi ha poco tempo, sono davvero serrati. Seconda cosa, cercate di arrivare abbastanza comodi sopratutto in inverno perché non è possibile affidare a un guardaroba il proprio capo spalla. La giacca dovete portarvela appresso, comprese eventuali sciarpe e berretti. Potete posare unicamente lo zaino (obbligatorio farlo) e la borsa. Nelle sale inoltre fa caldo, quindi vi consiglio almeno di vestirvi a cipolla, così nel caso potete togliervi il maglione o la felpa e metterli legati in vita. Se invece avete la fortuna di avere una macchina… lasciate tutto nel bagagliaio ed entrate direttamente in mutande. Tanto, lì dentro, nessuno farà troppo caso a voi: non esiste il benché minimo controllo. Avete presente le file immense e infinite che si fanno nei musei più famosi del mondo? Ecco, qui non esistono. Niente metal detector, niente perquisizioni, niente norme antiterrorismo: si entra e bella lì. Oh, ma i 10€ falsi ce li hanno sgamati subito alla biglietteria, quindi non fate troppo i furbi.


Che è sta storia dei 10€ falsi?

Niente, una barista figa li ha rifilati a Claudio mentre lui era distratto a guardarle il culo.


Nelle sale ci sono effettivamente dei problemi dati, a mio avviso, da una certa incuria. Prima di tutto la luce non è quasi mai adeguata, non si capisce se sia perché il direttore voglia ottenere un effetto “romantico” o se sia perché l’illuminazione non sia affatto compresa nel budget annuale. In tutti i casi, munitevi di torcia e utilizzatela senza scrupoli alla bisogna: entrerete maggiormente nel mood Lara Croft Tomb Rider. Non mi soffermo troppo sull’accessibilità, è un genere di valutazione che faccio per lo più quando viaggio con Francesca perché mi accorgo immediatamente delle difficoltà, comunque posso dirvi che se ci fosse stata lei, sarebbe stato complicato farle vedere molte cose perché troppo alte o messe in punti scomodi.

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Siamo comunque incappati in una mostra temporanea molto ben fatta, decisamente più smart nell’allestimento rispetto a tutto il museo, alcune opere erano esposte in questo percorso “negli abissi” dove si ripercorreva la storia di Ulisse. La mostra è stata allestita in occasione delle celebrazioni per i 150 anni del museo. Ispirata dal poema omerico, si articola in tre sezioni – “Viaggio”, “Itaca”, “Esodo” – per raccontare, attraverso 184 tesori del museo, l’avventura del cammino umano nel tempo. La mostra utilizza proiezioni, brani di poesie, ma anche la musica di Vangelis Papathanassiou, per creare un viaggio virtuale nella storia umana. Insomma, ne è valsa la pena.

24796402_710419582496311_2633504117994359795_nNel nostro viaggio nell’archeologia abbiamo incontrato un personaggio di cui noi avevamo già parlato nel racconto di un’altra delle nostre avventure: Esculapio (o Asclepio che dir si voglia). Vi ricordate la storia del drago intrappolato sotto ai Fori Imperiali di Roma? Se non vi ricordate la storia vi metto il link qui. Abbiamo anche scattato una fotografia, dopotutto il colpevole dei ritardi di realizzazione della Metro C doveva avere una faccia e noi gliel’abbiamo data. Non prendetevela più con Virgina, povera anima, dopo tutto cosa fareste voi se vi capitasse di dover sistemare un enorme drago al bioparco? Eddai, su. La nostra passeggiata tra le statue comunque continua e continua, fino a quando non riescono a raggiungerci anche Cugina Monica e Cuoco Fotografo Edoardo, con i quali poi ci avventuriamo in altre avventure museali.

… il resto ve lo racconto nella terza puntata, se e quando avrò di nuovo tempo per mettermi alla tastiera a scrivere qualcosa di logicamente sensato. Ultimamente, infatti, sembra quasi che la mia vena creativa stia subendo una bruttissima battuta d’arresto. In realtà non so bene quale sia la causa, ma ultimamente sembra quasi che io non sia più in grado di realizzare testi interessanti o comunque simpatici. La fretta, quasi sempre, mi fa fare un sacco di errori di battitura e più sono agitata (in genere quando mi sento messa alla prova) più combino dei casini allucinanti. Mi manca tantissimo la presenza della mia grandissima editor Marilena, lei curava con amore ogni mio scritto e senza mai mettere mano con violenza andava a correggere tutti i refusi che possono capitare a delle dita veloci come le mie. Ma le cose cambiano e la vita di tutti va avanti, a volte si prendono decisioni che possono rivelarsi molto più impegnative di quanto non sembrassero all’inizio. Ora, non so quanto vi importi di questo scorcio della mia vita privata, ma questo è il mio blog e qui non voglio assolutamente perdere umanità.

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Perciò vi mostro un cazzo greco minuscolo #CIAO. 

Avventure

#Compleannogreco (Parte I)

Non vedevo l’ora di trovare il tempo per raccontarvi la vacanza avventura ad Atene, battezzata poi con l’hashtag #compleannogreco proprio per renderla più social possibile e perché era proprio a ridosso del mio compleanno e di quello di Cugina Monica di Fidanzato Claudio

Il nostro ultimo viaggio risaliva a febbraio di quest’anno quando siamo andati a Parigi, allora però questo blog nemmeno esisteva nei miei pensieri e perciò non ne troverete traccia. Un vero peccato perché anche quella volta avevamo troppe cose da vedere e pochissimo tempo per farlo ed è stata tutta una folle corse contro il tic tac dell’orologio. Purtroppo i tempi sono sempre molto serrati, più che di viaggi avventura si dovrebbe parlare di rapide fughe dal mondo quotidiano. Lavorando entrambi come freelance, infatti, ogni giorno sottratto al lavoro è un giorno sottratto alla produttività e quindi, molto banalmente, allo stipendio mensile. Già, per chi non lo sapesse, i liberi professionisti non accumulano ferie come gli impiegati a contratto perciò zero lavoro, zero denaro. Ma questo non ci ferma, una delle prime cose che ci siamo detti io e fidanzato Claudio è stata proprio la promessa che i soldi non avrebbero mai costituito un ostacolo alla nostra voglia di scoprire il mondo insieme.

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Così parte la nostra avventura ad Atene, con altri due giocatori: Cugina Monica di Fidanzato Claudio e Cuoco Fotografo Edoardo. Prendiamo il volo da Ciampino alle 14 e arriviamo precisi precisi ad Atene alle … bho e qualcosa ora locale. Per chi non lo sapesse, ci sta il fuso e Atene se ne sta un’ora in avanti. La prima sola la prendiamo appena atterrati, quando spendiamo ben 10 euro per farci la tratta aeroporto-centro in metropolitana. La chiamo sola, con la o aperta, perché ci siamo accorti che nessuno, ad Atene, paga il titolo di viaggio. Praticamente lo acquistano solo i turisti mentre gli ateniesi passano tranquilli ai tornelli che sono sempre aperti e privi di controllo. E indovinate chi sono gli unici stronzi che hanno beccato il controllo al ritorno? NOI! E povero Cuoco Fotografo Edoardo, che ha dovuto pagare 40 Euro di multa così sull’unghia. Noi, per grazia ricevuta degli dei, non siamo stati pescati.

Disperazione a parte, arriviamo all’Hotel Ariston, segnalatoci dall’ormai salvavita booking.com. L’hotel è vicinissimo alla stazione della metropolitana che collega al centro, ma anche volendo farla a piedi (e io lo consiglio vivamente) piazza Syntagma dista  mezzoretta di cammino ed è veramente una passeggiata molto bella.

La seconda cosa che scopriamo dopo qualche ora è che si mangia davvero a pochissimi soldi, a meno che non si decida di bere il caffè. Una volta sistemate le borse in camera siamo subito partiti alla ricerca di qualcosa (qualsiasi cosa) da mettere sotto i denti. Il nostro pasto principale della giornata, infatti, era stato un panino tristissimo a Ciampino. Mangiamo quindi a Piazza Syntagma, lasciandoci placidamente pescare da un acchiappino che ci infilza e ci sbatte dentro questo locale. Il menù tutto sommato prometteva benissimo: carne gyros, salsicce di-non-abbiamo-mai-capito-cosa e cipolla. Tanta cipolla. Un monte di cipolla. La cucina leggera, in Grecia, non sembra esistere. Ovunque ci siamo seduti a tavola abbiamo assaggiato piatti pazzeschi, super saporiti da mille spezie, inondati di aglio e cipolla e soprattutto (quasi per la maggior parte) a base di carne. Qualche insalata l’abbiamo vista, Cugina Monica di Fidanzato Claudio l’ha ordinata due volte in due ristoranti diversi, ma quando le prime parole del menù comprendono la parola “arrosto” oppure “alla brace” o ancora “stufato di…” sinceramente non mi viene alcuna voglia di affrontare un’insalatina dietetica. Sono in vacanza, la dieta la facciamo domani.

Comunque sia, pieni di carne fin sopra i capelli e ancora molto ricchi (abbiamo speso meno di 12€ a testa mangiando come folli affamati e bevendo birra locale) decidiamo, fatalmente, di andare a prendere un caffè in una delle viuzze lì intorno. Ora, prendetelo come consiglio spassionato: ad Atene lasciate perdere il caffè espresso. Oltre a costare in maniera spropositata (una media di 2€) fa anche piuttosto schifo, nonostante sia, spesse volte, Lavazza. Non lasciatevi tentare, piuttosto chiedete il caffè greco dove lo fanno che è meglio. Fa schifo, ma almeno ha un senso “culturale” assaggiarlo.

A conclusione della giornata, fortunatamente, arriva la prima gioia: il taxi ad Atene costa pochissimo. Praticamente, in proporzione, meno di un caffè. Tant’è che i greci non dicono “Oh, magari una volta prendiamo un caffè insieme” ma preferiscono la formula “Oh, se ti va un giorno di questi prendiamo un taxi!”. Molto più economico e meno impegnativo. Così, alla fine, rientriamo alla base dove ci attende un comodo giaciglio caldo e pulito, una corroborante doccia calda e tante, tantissime nanne.

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Quando il sonno chiama, la Gatta sviene e Fidanzato Claudio coglie l’occasione per umiliare. Se non altro ho così modo di mostrarvi il mio bellissimo cardigan MAIN COMPANY che potete trovare qui: CLICCA FORTISSIMO

Il secondo giorno la sveglia suona prestissimo con immensa gioia di Fidanzato Claudio e Cuoco Fotografo Edoardo, i quali avrebbero dormito quell’oretta in più. Io e Cugina Monica però non vogliamo perdere tempo e all’alba suoniamo la tromba del risveglio. Tutti giù dal letto! La missione pareva semplice: si parte alla scoperta di Atene antica, quella che fin da quando siamo piccoli abbiamo imparato ad amare sui libri di scuola. Inutile dirlo, io e Fidanzato Claudio ci siamo presi una bella sola anche lì! Infatti, una cosa che dovete assolutamente sapere è che i siti archeologici ad Atene chiudono alle 15, quindi se si hanno pochi giorni a disposizione tocca fare una vera e propria maratona. La maratona quella vera però! Μαραθών, ovvero i 42 chilometri e 195 metri che separano questa città (Maratona, appunto) da Atene. No, sto scherzando, volevo solamente far vanto delle mie conoscenze storiche circa il termine “maratona” utilizzato nel mondo dello sport. Per maggiori informazioni, giacché sono una pesaculo, vi rimando a questa bellissima pagina di Wikipedia.

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La sola, comunque, consiste nel fatto che con 30€ si prende il biglietto per vedere tutti i siti archeologici mentre sito per sito costa dai 10€ ai 4€. Io e Fidanzato Claudio, per fare i grandoni, abbiamo speso diligentemente i nostri 60€ convinti di riuscire a vedere tutto. E invece no, visto che i siti archeologici chiudono a un orario scandaloso, non siamo riusciti a vedere l’Agorà, che è un po’ come venire a Roma senza passare per i Fori imperiali. Bene, ma non benissimo. Comunque sia, alla fine ci si lamenta poco, l’Acropoli è bellissima e ci abbiamo speso un sacco di tempo tra fotografie e baci da fidanzatini perfetti. Abbiamo anche litigato, ma solo per due secondi, ecco.

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Eccomi qui tutta bella contenta con il mio giacchino morbidissimo di MAIN COMPANY. Ci sono volute almeno trecento scatti per ottenere questo, odio i miei capelli e santocielo mannaggia a me e al guaio che ho avuto che me li ha fatti tagliare. Trovate il GIACCHINO qui: SCHIACCIA

Una volta recuperata la ciurma, ci siamo messi in marcia per puntare la bandierina anche negli altri siti di interesse archeologico, andando sempre più veloci perché il tempo non era di certo nostro amico. Poco male, come direbbe la mia professoressa di Storia dell’arte del liceo “Visto un sasso li hai visti tutti”. Inutile dire che non sono assolutamente d’accordo e non lo sono mai stata, ma quella donnetta bizzarra era fatta così, se non era un’opera astratta contemporanea non se la filava di striscio. Però una cosa bisogna riconoscerla, al centesimo sasso un po’ ti cala l’entusiasmo.

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Però, tra un sasso e l’altro siamo riusciti a fare buoni scatti, soprattutto Cuoco Fotografo Edoardo, al quale vanno un sacco di ringraziamenti per tutte le dritte che mi ha dato sull’arte del fare buone fotografie. Correndo come dannati per raggiungere i siti archeologici siamo passati per alcune stradine davvero interessanti, piene di localini dove si può tranquillamente consumare una bevanda calda o un pasto seduti sulle scale o su tavolini messi parecchio in bilico. La zona non accoglie esclusivamente turisti, ma è un centro d’incontro per molti giovani ateniesi. Un consiglio spassionato: anche se fa freddo rimanete all’esterno dei locali (tanto vi prestano delle coperte e ci sono i funghi riscaldanti) perché sebbene in città ci sia il divieto di fumo nei luoghi pubblici, questa legge non viene rispettata e tutti i bar e ristoranti sono praticamente delle camere a gas. Sconsigliatissimo passarci più di 5 minuti se non si vuole morire male, molti fumano pipa e sigaro quindi vedete voi.

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Ah e spero per voi che non abbiate paura dei gatti perché Atene ne è piena. Ci sono gatti praticamente ovunque e sono ben voluti dagli autoctoni che li cibano e li coccolano. Non è difficile che un micio vi si avvicini per chiedervi un pezzetto di qualsiasi cosa abbiate in mano. Comunque sia, se li lasciate stare, non vi disturberanno minimamente visto che hanno già molto da fare per i fatti loro. Per me che amo i gatti, comunque, è un paradiso.

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Passeggiando così, un po’ a caso e un po’ velocemente, ascoltiamo poi il consiglio di Cuoco Fotografo Edoardo che ci spinge su una collina dove – a detta di una sua amica stata in città di recente – si poteva ammirare un tramonto meraviglioso. Inutile dire che l’occasione per scattare altre fotografie era troppo ghiotta per lasciarsela scappare, quindi come stambecchi poco atletici iniziamo un’arrampicata che ci costringe all’utilizzo di un polmone d’acciaio. L’amica di cui sopra aveva assolutamente ragione e lì ci siamo lasciati rapire dai mille colori che accompagnano la calata dell’astro sul mare. La serata non era adeguatamente limpida, ma il fiato non ce lo ha tolto solo l’arrampicata, ma soprattutto il panorama.

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Questo post sta diventando davvero troppo lungo e mi rendo conto, man mano che scrivo, che ho davvero tantissime altre cose da raccontarvi e non vorrei essere troppo sintetica. Nella prossima puntata vi racconterò dei musei, del quartiere anarchico e del porto (…) dove Fidanzato Claudio ci ha costretti ad andare senza una ragione precisa. Nel frattempo, dovesse interessarvi qualche cosa di più circa i piatti che abbiamo assaggiato, trovate tutto su Instagram utilizzando l’hashtag #compleannogreco.

Sperando quindi di non avervi annoiati, vi do appuntamento alla seconda puntata del racconto di questa fantastica avventura. Non ho, come sempre, idea di quando mi rimetterò alla tastiera per proseguire la narrazione, ma sono certa che non mancherete all’appuntamento. Perché siamo belli dai, ditelo.

Vi lascio con un slideshow dei “sassi” che abbiamo visto il secondo giorno.

 

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Avventure

San Pietro in Montorio, Beatrice Cenci atto finale

Mi voglia perdonare la cara guida Laura Angelelli, ma proprio non riesco a non amare la sua traduzione latina della formula inglese (ben più conosciuta) Happy Hour. L’apericena, l’aperitivo, l’aperiquellochevepare. Non è questa la cosa importante. La cosa che conta è che io e Cugina Monica di Fidanzato Claudio siamo andate alla scoperta di uno dei posti più suggestivi di tutta Roma: la chiesa di San Pietro in Montorio con il suo Tempietto del Bramante adiacente.


Sì, ma cosa c’entra l’aperitivo?

Una cosa alla volta. 


Ve la ricordate la storia di Beatrice Cenci che vi abbiamo raccontato qualche mese fa? Se volete rinfrescarvi la memoria la trovate qui. Vi abbiamo lasciato dicendovi che il suo corpo era stato sepolto nella chiesa di San Pietro in Montorio, privo di riconoscimenti poiché condannata a morte per l’assassinio del padre. Vi avevamo anche raccontato che la sua testa era stata messa su un vassoio d’argento e che qualche anno dopo un militare francese ci aveva giocato a calcetto con gli amici.

Ebbene, sono andata a sincerarmi che la poveretta godesse ora di un lieto eterno riposo. Questa volta, compagna di avventura è stata una magica new entry nel gioco della mia vita: Cugina Monica di Fidanzato Claudio, ma avremo molto tempo per conoscerla e parlarne visto che parteciperà anche lei al tanto atteso viaggio ad Atene.

L’idea di questa avventura rinascimentale, tra l’altro, è venuta proprio a Monica. Era oramai diverso tempo che puntavamo un evento organizzato da Ancient Aperitif in Rome ovvero l’aperitivo rinascimentale al tempietto del Bramante. A essere proprio sinceri del tutto, Claudio ha proposto più volte questa avventura, ma ogni volta c’era qualcosa che ci impediva di andare. Il caso, però, ha voluto che Monica facesse la proposta proprio la sera dello spettacolo Al passo con i Parisi, dove Claudio – per l’appunto – recita da martedì. Inutile dirvi che ci ha maledette tantissimo e che ci maledirà ancor di più quando avrà letto questo blog post che (tanto per avvisarvi) probabilmente sarà molto lungo.


Sì, ma adesso ci racconti di quest’avventura o continui a ciarlare come il tuo solito?

Va bene, va bene, adesso vi racconto


La chiesa di San Pietro in Montorio sorge sull’ottavo colle di Roma, quello dove vanno le coppiete a pomiciare, quello che vedete sempre nei film, praticamente quel posto classico dove porti una ragazza per dirle che è tempo di smetterla di fare gli amiconi ed è ora di iniziare ad accoppiarsi. Non è un caso che Fidanzato Claudio scelse proprio quel posto lì per fare tutto il suo discorso-dichiarazione e aggiudicarsi così l’ingresso nella mia .. anima. Pensate che sia solo una questione di panorama? Sbagliato. L’ottavo colle di Roma, che per chi ancora non lo avesse capito si tratta del Gianicolo, è dedicato al dio Giano, il dio bifronte per eccellenza, divinità protettrice dei passaggi (ianua in latino significa porta), delle porte, degli ingressi (…) Beh, ora si spiega tutto il capoverso precedente. Tra l’altro voglio dirvi due cose interessanti che ho scoperto grazie alla mia guida Laura Angelelli, la prima è che il dio Giano è anche il protettore dei solstizi (essendo appunto date di passaggio) e la seconda è il fatto che le date dei due solstizi oggi sono intitolate a San Giovanni (Ioannes in latino) nome molto simile a Ianus. Giano è anche il dio del passato e del futuro, essendo bifronte guarda avanti e guarda indietro contemporaneamente, ma è anche colui che custodisce le chiavi del cielo secondo la tradizione, proprio come il cattolico San Pietro. Insomma, questa divinità è proprio super impegnata e ha un sacco di cose da proteggere, ma se non dovesse bastare sappiate che a lui è dedicato anche il primo mese dell’anno: gennaio.

Ma perché la chiesa si chiama San Pietro in Montorio e non San Pietro sul Gianicolo? Il copywriter dell’epoca ha deciso che forse era meglio mettere in evidenza il fatto che il Gianicolo fosse – effettivamente – un Monte d’oro. Questa cosa purtroppo non si vede più, ma il Gianicolo era chiamato mons aurelius perché costituito da una bellissima e lucente sabbia dorata che lo rendeva brillante e caldo proprio come l’oro. Poi ci sarebbe da fare, volendo, tutto un discorso sul fatto che il dio Giano fosse molto spesso raffigurato sulle monete d’oro, che l’Aurelia sia la strada che arriva proprio in bocca al Gianicolo e che la porta aurea fosse la porta per la quale si entrasse nel tempio sacro (…) possiamo perderci per giorni. Ah, tanto per farvelo sapere, i romani ancora non c’entrano, questa è tutto made in Etruria. Fermiamoci e torniamo alla nostra chiesa, non riuscirei mai a essere esaustiva sulle origini del Gianicolo e su tutte le cose che si potrebbero raccontare a riguardo. Ma non temete, abbiamo in serbo tante belle avventure che riguardano anche i colli di Roma.

La chiesa di San Pietro in Montorio è stata commissionata da Papa Sisto IV della Rovere, che è lo stesso papa della Cappella Sistina. Egli ha voluto rendere omaggio al luogo in cui, secondo una delle tante tradizioni, ha avuto luogo il martirio di San Pietro. La gestione del luogo di culto viene affidata a Amedeo Mendes de Silva, poi fatto successivamente beato, il quale amministrò i soldi arrivati da Luigi XI (l’imperatore di Notre Dame de Paris di Hugo) e Isabella di Castiglia con Ferdinando d’Aragona per la realizzazione della chiesa.

San Pietro in Montorio facciata
Fonte fotografia: wikipedia

Non essendo una grandissima amante dell’architettura, salterò a piè pari tutto quello che riguarda la pianta della chiesa. Vi basti sapere che all’interno, ai lati della navata centrale, ci sono ben 4 cappelle prima del transetto. Una di queste cappelle viene disegnata da Bernini e realizzata successivamente da Francesco Baratta ed è la cappella dedicata ai Raimondi. Un’altra invece viene realizzata dal grandissimo (e da me molto amato) Vasari, egli si occupa della cappella Ciocchi Del Monte, ovvero quella del papa che fece costruire Villa Giulia (oggi museo etrusco) la quale dà il nome a tutta la splendida zona lì tra i Parioli e via Flaminia: Valle Giulia.

Nell’abside troviamo oggi una copia della Crocifissione di San Pietro Martire di Guido Reni. Prima di questa, c’era la Trasfigurazione di Raffaello. L’opera rimase incompiuta poiché Raffaello, come ci racconta il Vasari stesso, morì prima di finirla. La pala venne terminata da Giulio Romano e posizionata, giustamente, nell’abside di San Pietro in Montorio. Nel 1797, a seguito del Trattato di Tolentino, venne trasferita in Francia e riportata poi in Italia da Antonio Canova al momento delle grandi restituzioni. La pala però non venne più riposizionata a San Pietro in Montorio, ma adesso la possiamo ammirare nella pinacoteca dei musei vaticani.

big_CappellaBorgheriniLaFlagellazioneelaTrasfigurazionediSebastianodelPiomboRaffaello, Bernini, Vasari, non sono gli unici ad aver messo lo zampino in questa bellissima chiesa, ma voglio dare un po’ di spazio anche al mio caro corregionale, il grandissimo colorista veneto Sebastiano del Piombo. Egli si occupa di un dipinto a olio su muro per la cappella Borgherini. Immaginate il genio cromatico di Sebastiano del Piombo su un cartone di Michelangelo. Se non riuscite, poco male, vorrà dire che vi toccherà andare a visitare la cappella in questione. Attenzione, non si tratta di un affresco. Vedete nella foto come si nota la patina lucidissima: è colore a olio, come vi ho detto prima. L’affresco funziona su muro fesco, quindi con il colore che si mescola alla calce. Il colore, nell’affresco, penetra proprio nel muro stesso reagedo e scendendo in profondità. Un dipinto a olio lo dovete immaginare come una pellicola, una patina lucidissima che viene stesa su un muro che deve, per forza di cose, essere perfettamente liscio. Un lavoraccio tremendo, ma un escamotage perfetto per rendere giustizia alla grandissima capacità di Sebastiano di rendere profondo, caldo e tremendamente avvolgente il colore dell’opera.


Elì, eddai, ogni volta che si parla di Veneto, Venezia e Verona te attacchi la pippa!

Ah! Un giorno vi parlerò del mio grande amore Paolo Caliari e vi farò vedere!


Comunque sia ci sarebbe da dire molto altro sull’interno di questa chiesa, essere leggeri ed esaustivi alle volte non è proprio possibile e non voglio tediarvi ulteriormente, la mia idea di base si limita a suggestionarvi a tal punto da farvi venire la voglia di prendere parte all’evento. Tutta questa interessantissima visita guidata all’interno della chiesa conduce successivamente al celebre Tempietto del Bramante, dove ci attende la nostra meravigliosa Hora Felix, con tanto di accompagnamento musicale. Ma prima di raccontarvi del menù completamente rinascimentale, voglio soffermarmi sul tempietto e darvi due informazioni a riguardo.

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Il tempietto viene commissionato dal Re di Spagna a Bramante come ex voto, questa struttura doveva celebrare il martirio di San Pietro che, come vi dicevo prima, secondo qualche leggenda venne crocifisso a testa in giù proprio lì dove ora sorge il tempio. Sotto, infatti, è possibile osservare il foro nel quale si racconta venne inserita la croce del Santo. Il progetto, a base circolare, è ad oggi considerato uno degli esempi più aulici di architettura rinascimentale: ebbe una fortuna critica immensa anche se il progetto originale non prevedeva “la chiusura” in cui è stato costretto, ma il Bramante immaginava attorno a questo gioiello un ampio giardino.

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Cosa sta guardando il tizio che ci mostra il regal didietro? Là sotto, dove l’occhio del signore ritratto sembra arrivare, vi è la finestrella dalla quale è possibile vedere il foro nel terreno per la croce di San Pietro. La tizia che se la ride, quella con i jeans e gli occhiali, è Monica.

Ed è proprio in questo splendido contesto che abbiamo potuto finalmente mangiare qualcosa assaggiare i prelibatissimi piatti rinascimentali preparati per noi dall’associazione che ci ha ospitati. Ora vi presento il menù.

  • Frittelle di sambuco (farina, ricotta, formaggio stagionato, lievito, uova, latte e fiori di sambuco)
  • Tacchino in fricassea francese (tacchino, burro, arance, zucchero e cannella)
  • Ceci infranti con codeghe (ceci, brodo di pollo, lardo, pancetta, menta, pepe e zenzero.
  • Ciambella di riso (riso, burro, uova, cannella, zucchero e pecorino)
  • Torta alla crema bisbetica (pasta sfoglia, crema di limoni burrata, mandorle amare tritate)

Da bere: Ippocrasso (vino rosso, zucchero, cannella, zenzero, chiodi di garofano e noce moscata) [a Verona noi questo lo beviamo caldo e lo chiamiamo Vin Brulè!]

Mi dispiace, non ho fatto nessuna fotografia. Ma posso dirvi alcune cose: le frittelle di sambuco erano così buone che ne ho mangiate cinque. Il tacchino in fricassea aveva un sapore così delicato che ho riempito il piatto due volte. I ceci erano davvero una bomba, ma cominciavo ad essere pienotta e il lardo con la pancetta mi risultavano impegnativi. La ciambella di riso, purtroppo, non mi è piaciuta. Non vado matta per il riso in bianco e lo trovo sempre molto ospedaliero. A questo proposito volevo dirvi che questa ciambella di riso è proprio uno dei primissimi esperimenti di riso utilizzato come pietanza, in epoca rinascimentale infatti si parlava di riso quasi solo a scopo medicinale/terapeutico.

Non sto nemmeno a sottolineare che l’arrivo della torta alla crema bisbetica è stato il mio momento preferito di tutta la visita, commozione e giubilo infiniti. Adoro da matti la crema bisbetica e se potessi me la mangerei dal vasetto con il cucchiaino ogni giorno. Io consiglio a tutti di assaggiare almeno una volta questa torta buonissima dalla ricetta così antica, forse non è bellissima da vedere, ma per il palato è una primavera di sapori. Vi lascio la ricetta che conosco io. [Monica impara!]

Torta rinascimentale con crema bisbetica

Per la frolla 
250 gr di farina (00)
200 gr di burro salato
120 gr di zucchero a velo
2 tuorli
1 cucchiaio di acqua fredda (o latte ; se necessario)
Buccia di un limone grattugiataPer la crema bisbetica
140 gr di burro non salato
2 limoni (non trattati ; succo e buccia grattugiata)
4 uova
120 gr di zucchero semolato
120 gr di mandorle amare (da ridurre in farina)
50 gr di mandorle a scaglie

In un recipiente mescolare farina, zucchero a velo, buccia di limone e burro freddo a pezzetti. Con la punta delle dita “sabbiare” l’impasto cercando di amalgamare gli ingredienti. Una volta ottenuto un composto simile a sabbia bagnata, aggiungere i tuorli e il cucchiaio di acqua fredda e impastare velocemente. Creare ora una palla, avvolgerla nella pellicola trasparente e metterla in frigo per almeno due ore. Stendere l’impasto e rivestire con questo uno stampo da crostata (meglio se a cerniera) imburrato e infarinato o coperto di carta forno. Preparare la crema di mandorle amare: grattugiare finemente la scorza dei limoni e raccoglierne il succo. In un pentolino scaldare il burro a bagnomaria. Sbattere le uova con la frusta a mano e unire lo zucchero, i limoni (succo e buccia), la polvere di mandorle e il burro sciolto. Versare il composto sulla base di frolla e ricoprire tutta la superficie con le scaglie di mandorla. Infornare a 170 ° per 45/50 minuti circa o sino a che la superficie non diventa dorata.

 

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Eccoci durante il nostro banchetto, reso ancor più magico dalla presenza di un chitarrista

Naturalmente, come ogni banchetto rinascimentale che si rispetti, non poteva mancare la lettura delle regole del Galateo di Giovanni della Casa. Io vorrei anche anticiparvele un po’, perché alcune sono davvero un sacco buffe. Il punto è che così vi rovinerei la fantastica interpretazione della nostra guida Laura, la quale ci ha fatto schiattare dalle risate. Io credo di avervi raccontato a sufficienza di questa esperienza, anche perché darvi ulteriori informazioni significherebbe anticiparvi troppo così da vanificare il mio intento di suggestionarvi a partecipare.

L’aperitivo rinascimentale viene organizzato una volta al mese (almeno così mi sembra di aver capito) e costa 20€ a persona comprensivi di buffet finale. Forse ora inizia a fare un po’ freddo, effettivamente  ieri sera un po’ si è sofferto il clima, ma la visita ripaga alla grande il piccolo sforzo richiesto. Voglio dire, siate impavidi e copritevi bene!

Bene, siamo arrivati alla fine del racconto di questa esperienza, penso che la prossima sarà direttamente il viaggio ad Atene. Posso assicurare, a quanti di coloro si fossero affezionati alla storia, che la cara Beatrice Cenci ora riposa tranquilla in un posto meraviglioso. Anche io, probabilmente, sarei contenta d’essere sepolta nel caldo abbraccio del monte d’oro.

Avventure

Exitus Escape Room, sarai abbastanza intelligente per sopravvivere?

I Quattro gatti al lardo questa volta hanno ricevuto un invito un po’ strano: il dottor Zero ha chiesto loro di dimostrare  furbizia e coraggio.

Cari Quattro Gatti al Lardo, andare a mangiare nei ristoranti e raccontare dell’esperienza è tanto facile: mangiate bene, tornate a casa e poi scrivete. Ma io voglio proporvi qualcosa di speciale, qualcosa di diverso: voglio farvi provare la paura quella vera. Se accettate la sfida, venite in via Quintilio Varo 75 (Fermata Metro A Giulio Agricola) e se ne uscirete vivi, forse, avrete qualcosa di speciale da raccontare. Vi aspetto lunedì 30 novembre, alle ore 21. Niente polizia. 

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Considerando che di solito non brilliamo di intelligenza particolarmente sopraffina, io qualche titubanza l’ho palesata. Non che mi spaventasse la paura di morire, figuriamoci, io sono quella che propone di andare a caccia di fantasmi! Ma un discorso è contare sulle proprie gambe, un altro è sperare che in otto disperati si riesca a mettere insieme le facoltà intellettive sufficienti per infilare il cavo A nella presa B seguendo il canale C. Io non so voi, ma qui si fa fatica a montare i letti dell’Ikea. Tuttavia si è preso il coraggio a due mani (e una buona dose di fatalismo) e ci siamo organizzati portando in campo il seguente schieramento: Aristogracchi con cintura gialla e umorismo sardo, Capocciara influenzata con Vegan Magnete e laurea in fisica, Roberta e tutta una serie di creme per la pelle, rossetti e correttori super efficaci (se devo morire voglio morire bella) e Claudia con panino al seguito, perché va bene tutto, ma quando viene fame non ci piace soffrire per più di cinque minuti. Ah, ovviamente io e Fidanzato Claudio che un attore e una specialista della comunicazione social forse possono tornare utili in paradiso. Alle brutte ci giochiamo qualche laurea inutile che abbiamo collezionato nel corso degli anni. Ma Dio non ha Facebook? Eddai.

Come dite? Siamo morti? Esatto. 

Arriviamo a destinazione puntualissimi e all’ingresso ci accoglie Claudio, un umilissimo servitore del dottor Zero. Ci fa entrare e ci fa firmare delle liberatorie, ognuno di noi decide lì per lì che se sarebbe dovuto essere dei nostri cadaveri. La Capocciara chiarisce che vuole essere cremata e buttata in qualche mare che non ho sentito, ma tanto è morta e quindi sticazzi. Quindi dopo questa piccola introduzione, Claudia e Roberta vanno in un angolino e acchittano un piccolo santuario dedicato alla Madonna del perpetuo soccorso. Per non saper né leggere né scrivere, si improvvisa un rosario. Scritto il testamento, lasciato messaggi strappalacrime sulle segreterie dei nostri cari, comunicato a Taffo le nostre volontà circa il rito funebre… ci siamo fatti accompagnare nella stanza che il dottor Zero aveva preparato per noi.

Più di trenta enigmi, sangue sulle pareti, catene e resti umani.

 

22886293_610384919352822_8434671748572565402_nRoberta decide che può essere il momento giusto per scattare la foto di profilo della propria lapide, si assicura che qualche parente la possa effettivamente cambiare ogni tot perché altrimenti diventerebbe ripetitiva. Comunque sia, si dà una sistemata e sceglie una posa adeguata alla situazione. Vi lasciamo la diapositiva. Mi spaventa di più Chantal che asseconda questa cosa proponendosi di scattare. Insomma, come al solito, morti sì ma con stile. Ma poco dopo, facendoci fare un mega infarto, la porta della stanza si chiude e sul monitor appare un inquietante conto alla rovescia. Abbiamo solo un’ora per uscire vivi da quella stanza e (giusto perché lo sappiate) siamo al buio. 

Fortunatamente Vegan Magnete ha preso una laurea in fisica, quindi sa come si chiude un circuito affinché si accenda una lampadina. Conoscenza piuttosto inutile perché trova un interruttore e si limita ad azionarlo. Da questo momento in poi sono solo cazzi nostri. Vi lascio una brevissima gallery, giusto per darvi un’idea di dove Roberta ha infilato la mano.

Se ve lo state chiedendo la risposta è sì, la Ottaviani ha infilato la mano nella tazza del cesso e non è stato assolutamente un passaggio piacevole. Comunque sia, alla fine della fiera, siamo riusciti a implorare il dottor zero per avere un piccolo extra time di 12 minuti per completare l’ultimo e decisivo enigma. Probabilmente non credeva che il pastore sardo e l’attore sarebbero riusciti a trovare la quadra in quella matassa indefinita di cavi elettrici da collegare ad una macchina con del vapore dentro (?) E invece no, ci sono riusciti nonostante la mia inutile presenza a fianco con un laser rosso. Poi si è anche scoperto a cosa servisse il laser, ma ci tengo a sottolineare che la Capocciara lo ha diligentemente conservato praticamente dall’inizio della partita. Ed è lì che, con tutta probabilità, mi sono resa ospite dei fantastici germi che mi stanno costringendo a letto. Mai condividere un laser con Ludovica.

Una volta risolto anche l’ultimo tranello, una volta inserita anche l’ultima delle chiavi da recuperare per avere salva la vita, la porta FINALMENTE si apre e noi possiamo scappare via a gambe levate. Ciao dottor Zero, ciao, è stato difficile, ma siamo più fighi di te. Vincenti e orgogliosi come Forrest Gump alla fine dell’infinita corsa con seguaci, saliamo le scale: c’è chi piange, c’è chi si abbraccia, un paio di noi chiamano la mamma, io disdico la mia bara con vista acquistata preventivamente con i soldi dell’assicurazione sulla vita.

E quindi uscimmo a riveder le stelle

(Inferno XXXIV, 139)

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Vuoi provare a battere anche tu il dottor Zero? Sfidarlo non è difficile, se abiti a Roma  basta cliccare qui altrimenti controlla sul sito la disponibilità delle stanze vicine a te nella tua città. Vi ho convinti? Siete mai stati in un’ escape room? Vi va di provare? Noi torneremo presto, stanno preparando una nuova stanza con nuovi enigmi da risolvere: saremo i primi a provarla!

 

Avventure

A spasso con Leading Roma

Elì, ma questa cosa si può considerare attività fisica vero?


Rassicurate Chantal, confermatele che dopo queste due orette di pedalata costante può stare tranquilla e passare il resto della giornata a fare il muschio nel suo amato piumone. Tra l’altro – piccolo aneddoto – Chantal usa il piumone anche ad agosto. Povero Degortes.


Elì, ma non dovevi parlare della Bike Tour Experience?

Sì, ma il blog è mio e faccio quello che mi pare.


IMG_1623.JPGDiapositiva dello sguardo preoccupatissimo dell’Aristogracchia

La verità è che potrei centrare tutta la copy di questo blog post sul fatto che Chantal non andava in bicicletta dall’età di nove anni e che non eravamo troppo sicuri che fosse una buona idea sguinzagliarla tra la folla di turisti notoriamente già distratti di loro, ma poi ci toccherebbe consolarla dicendole che no, non è vero che ce la prendiamo sempre con lei. E invece è vero, ma riusciamo sempre a sfangarla con un cornetto alla crema. E allora cominciamo! I quattro gatti al lardo questa volta erano tre!

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Questa mattina, grazie a Leading Roma abbiamo avuto modo di visitare alcuni luoghi centrali della nostra bellissima città: siamo stati nel quartiere ebraico, sull’isola tiberina, circo massimo, giardino degli aranci e … non mi ricordo, ma sono certa che mi stia sfuggendo qualcosa. Insomma, è stata una bella pedalata, non priva di attimi di panico e delirio. Fortunatamente abbiamo risolto tutto segnalando la bicicletta di Chantal con una foglia ingiallita (?) non ha alcun senso, lo so. Che abbia senso o meno, non ha importanza. Ho scoperto che alle volte è bene compiere atti a caso, ingiustificati, tanto per tenere in allenamento la capacità di farsi una risata fine a se stessa. E con gli Aristogracchi questa cosa mi viene sempre bene.

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Dicevo, in tutto questo, Leading Roma non vi fornisce unicamente la bicicletta (tra l’altro bellissima e comodissima), ma vi segue lungo tutto il tragitto assegnandovi una guida specializzata che vi spiegherà curiosità, aneddoti e passaggi storici di tutte le zone che vi fermerete a visitare. Praticamente è come avere una Wikipedia personale con riconoscimento vocale. Comodo, no? I percorsi sono tanti e diversi, per tutte le età e per tutte le tasche. I prezzi partono dai 38€ per il giro arancione che è ovviamente disponibile anche in lingua inglese. Per gli altri tour e i relativi prezzi clicca qui

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La mia meta preferita delle tante di questa mattina? Il giardino degli aranci. Mi piace tantissimo andare lassù e il perché credo sia ben scontato per tutti coloro che ci sono passati almeno una volta. Il panorama è una meraviglia, tant’è che è sempre pieno zeppo di turisti.  Poi oggi c’era anche un bravissimo cantante/chitarrista che suonava alcuni pezzi di Rino Gaetano e De Andrè e non ho potuto fare a meno di perdere 10/15 minuti per canticchiare assieme a lui le mie canzoni del cuore. Mi è mancato un sacco fidanzato Claudio che in questi giorni sta lavorando come Zombie a Cinecittà World. Sob.

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Comunque sia, dopo una pausa al Circo Massimo, abbiamo cominciato il rientro ben consapevoli che all’arrivo ci stavano aspettando dei fantastici cornetti caldi e il succo di frutta. Francesco e Giorgio infatti ci hanno coccolati per bene, pensando anche a farci trovare una colazione degna di essere chiamata tale. Sì, abbiamo delle diapositive, tranquilli. Eccole qui.

Conclusioni? Che volete che vi dica, per me è stata praticamente un’ora d’aria dopo una settimana allucinante (il Papa, le cose…) e devo ammettere che mi ci voleva proprio. Ultimamente non ho molto tempo per stare con gli amici e alcuni di loro non li vedo proprio da tantissime settimane, quindi una pedalata spensierata con un paio di loro è stata proprio una buona idea anche se il tempo non era assolutamente dei migliori. A un certo punto mi sembrava quasi piovesse, ma non ci ho fatto troppo caso. Leading Roma è un buon servizio per fare qualcosa di diverso, per fare un po’ di movimento e al contempo andare alla scoperta di alcuni angoli della città che non avremmo visto mai da soli. Queste cose, sebbene così si creda, non sono unicamente indirizzate ai turisti. C’è per esempio un tour pensato su Ostia Antica che a me piacerebbe molto fare, non escludo si possa realizzare già nelle prossime settimane.

IMG_1951.JPGDiapositiva della gioia immensa di Chantal nel ritrovarsi viva al temine del giro e di Degortes nel constatare di avere ancora una fidanzata tutta intera!

Va bene, direi che ho sproloquiato abbastanza di oggi e mi cala un pochino la palpebra. Io credo anche di avere un paio di linee di febbre, quindi con massima ironia e massimo rispetto (cit) mi avvio verso il materasso e il piumone, emulando le grandiose ed epiche gesta dell’Aristogracchia. Grazie, come sempre, di seguirmi e di leggere tutte le mie storie, mi fa sempre un sacco piacere avervi appresso! Se vi va potete conoscere meglio Leading Roma sia su Facebook che su Instagram.

Avventure

Enjoy – L’arte incontra il divertimento

Romani fate lo sforzo di leggere questo – breve – blog post perché potreste perdervi una gioia. Poi non lamentatevi se non ne vedete una da un pezzo, perché a cercare bene in città ne è pieno.  Intanto io devo ringraziare la mia amica Sara Lucchetti perché con tutto quello che ho da fare, se non fosse stato per lei, forse non mi sarei nemmeno accorta che in città s’era inaugurata una mostra bellissima.

Danilo Eccher ci regala un’oretta di divertimento allo stato puro, mettendoci a disposizione opere d’arte con le quali giocare. Avete presente il classico “vietato toccare” che trovate nei musei? Oppure il cartello con una bella barra rossa di divieto su una macchina fotografica? Scordatevi tutto questo: Eccher ci permette di toccare, di esplorare, di dondolarci su un’amaca e ci lascia fare un sacco di fotografie. L’esperienza più social che io abbia mai avuto all’interno di un museo e di musei ne ho visti parecchi.

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Io non sono una grande amante dell’arte contemporanea, i miei colleghi storici dell’arte mi chiamano simpaticamente “La Madonnara” perché se nel quadro non c’è una sacra conversazione, una natività oppure una crocifissione io passo oltre senza nemmeno accorgermi che magari di fianco ho un Caravaggio. I miei occhi cercano sfondi dorati, pose innaturali e figure imponenti: per farla breve, quello che di solito a scuola vi annoia a me invece piace moltissimo. E comunque non è vero che mi occupo solo di Gotico e Gotico internazionale, due cose sull’arte moderna le so pure io. Detto tutto questo – in cui non vedo nulla di interessante per voi – torniamo a Eccher che ha realizzato qualcosa di perfetto.

All’ingresso viene consegnata un’audio guida e possiamo scegliere noi chi ci racconta la mostra: un bambino piccolo, un adolescente, un uomo adulto creativo oppure un signore anziano. Scegliamo noi il punto di vista del nostro narratore e in base a ciò che chiediamo otterremo un modo diverso per essere accompagnati all’interno del percorso. Io ho scelto il ragazzetto adolescente, mentre Claudio ha ascoltato la voce narrante di un adulto creativo. Le opere effettivamente vengono presentate in modo diverso, in tutti i casi sono presentate in maniera esaustiva, ma l’accento viene posto in concetti differenti. Io questa cosa l’ho  trovata davvero geniale.

Quindi sostanzialmente per un paio d’ore ci si perde a giocare in questo immenso Luna Park costruito con opere d’arte vere, quelle che di solito sono off limits e che si possono solo guardare. Ci sono bottoni da premere, maglioni da indossare, scale da salire, sedie da spostare … ad un certo punto siamo entrati in una stanza strapiena di palloncini rossi.

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Tutto diventa condivisione, parli tranquillamente con gli altri visitatori e nessuno ti dice di abbassare il volume della voce. Scegli tu come fare esperienza di quello che ti viene proposto e tutto – quasi tutto – è concesso. L’ospite ha un solo compito: quello di divertirsi e di stare bene. Noi ci siamo divertiti tantissimo.

Le opere che troverete all’interno portano la firma di Alexander Calder, Mat Collishaw, Jean Tinguely, Leandro Erlich, Tony Oursler, Ernesto Neto, Piero Fogliati, Michael Lin, Gino De Dominicis, Erwin Wurm, Hans Op de Beeck, Studio 65, Martin Creed, Ryan Gander e TeamLab. Artisti del 900 che hanno come leitmotiv il divertimento concepito nella sua etimologia: portare altrove. Questa è l’unica nozione che vi darò in merito al concetto e non ho alcuna intenzione di iniziare – da qui in poi – un testo critico. Non perché lo ritenga superfluo, ma perché vorrei che non fosse un vostro problema durante il percorso. Poi mi si accusa sempre di essere polemica, ma voglio anche io dare il mio contributo a quelle persone che credono che sia arrivato il momento di rendere l’arte contemporanea un po’ più leggera e fruibile, allontanandola da quel peso dei concetti (un filino pure radica chic) che ci stanno dietro. Non che la masturbazione mentale non ci piaccia, io ci sguazzo soprattutto quando il tema è l’estetica, ma in questo specifico caso vi chiederei di non andarci preparati, ma di vivere ogni opera così com’è. Fate fotografie, ridete insieme e perdeteci tempo. Condividete le vostre foto sui social, invitate i vostri amici a partecipare… insomma, mollatevi fuori e uscite un po’ dai soliti imbarazzi e dalle fatiche di un continuo dover apparire. Fate e basta, senza troppi problemi.

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Poi però spendeteli quei due minuti per leggervi il concept, ma solo quando vi sarete spompati per bene e avrete esaurito la vostra voglia di leggerezza.


Chiostro del Bramante – Enjoy. Fino al 25 febbraio 2018.

Hashtag ufficiale: #enjoychiostro

Avventure

20 cacciatori di fantasmi sulle tracce del Conte di Cagliostro e Serafina Feliciani

“Era una notte buia e tempestosa”

Avevo pensato di lasciare a Snoopy il compito di scrivere questo articolo, ma ha detto di essere impegnato, e quindi tocca a me raccontare la bellissima avventura che la gatta che ci cova, gli Aristogracchi, la Capocciara e io abbiamo organizzato il 2 settembre scorso. Se non avete idea di chi siano, vi consiglio di fare un giro sulle loro pagine, agli indirizzi che troverete alla fine di questo articolo.

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Era davvero una notte buia e tempestosa, comunque. Alle 23.30, ora locale, diciannove loschi figuri si sono ritrovati sotto la Scalinata di Trinità dei Monti con la missione ardua e perigliosa di ripercorre le tracce di Giuseppe Balsamo e Lorenza Feliciani, in arte Alessandro e Serafina, Conte e Contessa di Cagliostro, e magari trovarne i fantasmi che ancora girano tra Piazza di Spagna e Trastevere, chiamandosi l’un l’altro.

La prima tappa del nostro percorso, durato tre chilometri e due ore e mezza, è stata appena sopra la Scalinata, tra il gaudio generale all’idea di farsi centotrentacinque gradini di marmo bagnato dalla pioggia, per trovare l’albergo Scalinata di Spagna, dove i nostri protagonisti nel 1789, dopo svariate peripezie in tutta l’Europa, essere stati incarcerati alla Bastiglia ed esiliati dalla Francia, tornarono a Roma per recitare l’ultimo atto della loro vita, con l’arresto da parte della Santa Sede e la conseguente condanna.

Rifatti gli stessi centotrentacinque gradini in discesa per tornare a Piazza di Spagna, ci siamo spostati nella vicina Via dei Pontefici, luogo di nascita di Lorenza Serafina Santa Feliciani, il lontano 8 aprile 1751, otto anni dopo Giuseppe Balsamo, nato a Palermo il 2 giugno 1743. La strada ormai è totalmente diversa da come doveva essere allora, allargata per permettere il passaggio delle macchine durante gli anni Venti del Novecento, a giudicare dall’architettura dei palazzi intorno.
Dopodiché, la compagnia si è diretta verso il Pantheon.

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Arrivati a Piazza della Rotonda, abbiamo passato buoni dieci minuti a cercare una targa inesistente. Piccolo contrattempo. Quello che cercavamo è la Locanda del Sole, il primo albergo dove soggiornò Cagliostro quando arrivò a Roma nel 1768, scappato da Palermo dopo diversi incidenti che lo avevano coinvolto in risse e truffe. L’albergo c’è ancora ed è molto rinomato per aver ospitato oltre a Cagliostro, personaggi illustri tra i quali Ludovico Ariosto.
Facendo un piccolo passo intorno al Pantheon, ma un grande passo nel tempo, siamo arrivati nella vicina Piazza della Minerva, il luogo dove, nel 1789, furono dati alle fiamme tutti gli scritti, i volumi e gli studi del Conte di Cagliostro, arrestato a Castel Sant’Angelo con una lunga lista di reati, la maggior parte dei quali legati al suo essere entrato nella Massoneria a Londra nel 1776, e all’aver tentato di costituire un Ordine Massonico d’Egitto nella stessa Roma: massoneria, eresia, magia, truffa, e chi più ne ha più ne metta. Proprio in occasione dell’iniziazione della coppia, avevano preso i nomi di Conte e Contessa di Cagliostro, con cui sarebbero diventati famosi in tutta Europa.

Il viaggio è proseguito fino a Piazza Campo de’ Fiori, e da lì in Vicolo delle Grotte, dove Serafina crebbe ed esercitò, si dice, la prostituzione; almeno finché non incontrò nel bordello dove lavorava lo stesso Balsamo. Di Lorenza si dice che fosse una bellissima ragazza: alta, dal fisico slanciato, con capelli biondi e occhi azzurri. Una tale bellezza non sfuggì, tra gli altri a Giacomo Casanova, che parlò di lei nella sua biografia, sottolineandone oltre l’avvenenza anche l’audacia e i modi disinvolti.

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La penultima tappa del percorso è stata in Piazza San Salvatore in Campo, nella cui chiesa Giuseppe Balsamo e Lorena Feliciani, nel 1768 si sposarono. Dopo il matrimonio, la coppia iniziò il loro lungo viaggio, che li portò a visitare le maggiori città e le corti d’Europa. Così, mentre Balsamo vendeva pozioni, studiava come trasformare metalli vili in oro e come prevedere il futuro, Lorenza seduceva e prendeva denaro dagli uomini ricchi e importanti che incontravano sul loro cammino, con il consenso e l’approvazione del marito. Non fu sempre un matrimonio felice: un caso su tutti fu l’arresto nel 1773 di Lorenza a Parigi, nel carcere di Santa Pelagia, dietro denuncia dello stesso Balsamo per abbandono del tetto coniugale; la donna infatti aveva infatti deciso di lasciare il marito proprio per uno degli uomini che, in origine, sarebbe dovuto essere una delle loro prede!

Il nostro giro si è concluso a Trastevere, a Piazza di Sant’Apollonia. Qui infatti, dove ora c’è il Teatro Belli, sorgeva il convento al quale fu assegnata Serafina in cambio della sua testimonianza contro il marito. Giuseppe Balsamo fu prima condannato a morte, poi la sua pena fu commutata in carcere a vita alla Fortezza di San Leo, attualmente in provincia di Rimini. Qui morì il 26 agosto 1795, a 52 anni.
Sulla sorte di Serafina, invece, le notizie sono discordanti: c’è chi dice che sparì misteriosamente una volta messo piede nel convento, chi invece che morì d’infarto anni dopo lavorando come portinaia per lo stesso convento.

Alla fine, di fantasmi non ne abbiamo visti, ma ci siamo tutti divertiti un sacco, e con noi tutto il gruppo; di questo passo, ci toccherà organizzare una nuova avventura al più presto!

“Io non sono di nessuna epoca e di nessun luogo: al di fuori del tempo e dello spazio, il mio essere spirituale vive la sua eterna esistenza.” Alessandro di Cagliostro

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Link utili qui:

Le pagine degli altri organizzatori: Gli Aristogracchi, Capocciara
Un paio di articoli interessanti sui Cagliostro: qui, qui e qui.

Avventure

Colazione da Arnold: datemene ancora, datemene per sempre!

Io penso che nemmeno la penna più creativa del pianeta saprebbe descrivervi l’esplosione di dolcezza e gusto che si vive andando a fare colazione da Arnold. Ed è per questo, che come primissima cosa, vi mostrerò uno slide show di ciò che potrete trovare una volta varcata la soglia del paradiso a due passi dal Pantheon.

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Non mi credete, vero? Sappiate che anche noi abbiamo fatto un po’ fatica a convincerci del fatto che fossimo svegli e che non stessimo ancora dormendo beati nei nostri lettini. La colazione da Arnold si presenta proprio così, come ve la siete sempre sognata, come nei film americani ambientati a New York. Come in Sex and The City. E che altro dirvi se non parlarvi bene di questo paradiso terrestre dove i sogni diventano muffin, cupcake, frappè, frullati, caffè americani con panna e caramello, waffle, cookies e… tutto quello che la tua mente di bambino possa immaginare. Non c’è trucco e non c’è inganno, sta tutto qui a Roma, al centro.

Ebbene, cosa stai aspettando esattamente? Non ti stiamo mica raccontando delle bugie. Dei Quattro gatti al lardo ti puoi fidare e comunque, se proprio sei un malfidente, dovresti sapere che con noi c’erano anche Le Colazioniste e anche loro, di tutto questo ben di dio, si sono riempite gli occhi e la pancia. Arnold è un posto davvero carino, dove l’arredamento è molto confortevole (ci sono i divani!), si possono ricaricare i cellulari ed è possibile lavorare con il computer grazie alla rete gratuita accessibile. Il locale presenta tutti i comfort necessari per le persone con problemi di deambulazione: è presente una rampa d’ingresso, gli spazi sono abbastanza ampi per il passaggio di eventuali carrozzine ed è naturalmente provvisto di bagno accessibile. Nulla da ridire, insomma!

Ed ecco qui detto tutto quello che è possibile dire, inutile raccontarvi cose che sapete già tipiche di noi bloggeristi allo stato brado: sì, se ve lo state chiedendo, abbiamo letteralmente smontato il locale. Voi sapete bene quanto teniamo alle nostre fotografie, a maggior ragione quando si tratta di soggetti così tanto instagrammabili. Quindi è successo di tutto, soprattutto quando Le Colazioniste hanno deciso di chiedere allo staff di Arnold di spostare un tavolo sulla via esterna per permetterci di sfruttare la luce del sole. Questo ha giovato a tutti: noi abbiamo fatto delle foto da paura, loro hanno attirato una folla di curiosi che hanno sfruttato il momento e sono entrati per fare colazione. Abbiamo anche registrato la presenza di blogger abusivi attorno a noi, ma abbiamo deciso di accogliere tutti nella nostra grande famiglia dei Quattro gatti al lardo! Turisti blogger abusivi inclusi, dai 60 ai 90 anni!

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E niente, la nostra domenica mattina è andata così. C’è gente che giura di aver visto sette persone rotolare da Via dei Giustiniani a Piazza Navona, credo che ad un certo punto Meggy Fry sia stata scambiata per un muffin mentre cercava di raggiungere la propria auto. Non ho idea del destino de Le Colazioniste, ma sono pervenute un sacco di fotografie sia su Facebook che su Instagram.

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Questa foto credo sia di Meggy!

Gli Aristogracchi stanno bene, vivono e lottano con noi.

Se vi capita di passare da Arnold, mi raccomando, fateci sapere come vi siete trovati. Ci piace consigliarvi i posti giusti, senza troppe ipocrisie, quindi se sperimentate i nostri consigli, mettetecene a parte!

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Con noi erano presenti: Impossibile fermare i battiti, Claudia Ottaviani e Roberta Zioni.