Avventure · Personal Diary

La gatta e la volpe in “Vacanze RoNane”

“Ma è tua sorella?”

“No, è  mia amica”


“Piccolina!”

“No, la piccolina ha trent’anni”


“Le facciamo una domanda: secondo lei, io sono la sorella, l’accompagnatrice o l’amica di questa ragazza?”

“Direi l’accompagnatrice”

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Foto di repertorio correva l’anno 2013

Ed ecco alcuni esempi dei dialoghi tipo ai quali io e Francesca siamo oramai super abituate. Chi è Francesca? Francesca è l’amica mia alta un metro, be’ qualcosa meno di un metro, insomma… un metro con le scarpe. Io e lei ne abbiamo viste un bel po’: ci conosciamo da diversi anni e dal giorno che ci siamo conosciute ad oggi, di cose ne sono cambiate un sacco.

“Tu e Francesca siete proprio fortunate, pagate meno in treno ed entrate gratis ovunque”

“Sì, ma i nostri viaggi non sono mai giretti rilassanti”

Verissimo, in treno paga solo una di noi due e generalmente viaggiamo in prima classe al prezzo della seconda. Vero anche il fatto che (quasi sempre) entriamo gratis nei musei e se non è gratis, sicuramente paga solo una di noi due. Vero pure che non conosciamo code e attese, molto spesso non veniamo nemmeno sottoposte ad estenuanti controlli all’ingresso e qualche volta abbiamo il privilegio di poterci avvicinare un po’ di più ad un’opera rispetto al pubblico non disabile. Una gran fortuna, non è vero? Be’ no, non è così. Più che altro noi la viviamo come uno sconto, tanto che se qualcuno ci dicesse “Voi qui entrate gratis” noi potremmo tranquillamente rispondere “E grazie ar cazzo”.

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Altra foto di repertorio, forse era il 2014

Come sia vivere ad un metro d’altezza ve lo racconta direttamente Francesca nel suo blog, mentre io vi racconto cosa significhi essere amica di Francesca. Quando ci siamo conosciute le cose erano molto diverse rispetto ad oggi, le cose che lei faceva in autonomia erano molte meno ed io avevo la tendenza a sbrigare le faccende al posto suo pur di fare prima. In poche parole: io non avevo voglia e pazienza di attendere i tempi altrui e lei trovava piuttosto comodo non doversi cimentare in cose che lei stessa credeva di non essere in grado di fare. Non andavamo troppo in giro a quei tempi, il nostro spostamento massimo da sole era dal centro disabili dell’università alla mensa e dalla mensa allo studio della professoressa Franco, e comunque anche quei pochi spostamenti prevedevano tappe difficoltose, come i servizi igienici. Quattro anni più tardi eravamo già state a Venezia, a Innsbruck, a Firenze, a Bologna, a Padova, a Milano e… sicuramente da qualche altra parte che adesso non mi viene in mente. Nel corso di questi anni ci siamo calibrate un sacco su una relazione che non partiva da fantastiche premesse: tra di noi giocava un forte senso di colpa (di Francesca nei miei confronti) e un distruttivo quanto esagerato senso di responsabilità (mio, nei confronti di Francesca).

Nulla di più normale, pensandoci bene. Ad ogni passo io mi sentivo responsabile di lei, di ogni suo respiro, di ogni piccola cosa che le potesse capitare, nel mentre lei si sentiva in colpa per la fatica che fisicamente potevo fare nel doverla sempre spingere, nel doverla prendere in braccio, nel trascinare valigie e così via. Toccava trovare un modo per sopravvivere e rimanere amiche, senza che io mi trasformassi nella sua badante ed evitando che lei non volesse più muoversi per non affaticarmi eccessivamente. Questo è stato un processo del tutto naturale: man mano che lei provava a conquistare più autonomia rendendosi indipendente da me, io lasciavo che lei si assumesse parte delle responsabilità, evitando di accollarmene di non mie.  Quindi sì, mi dà un sacco fastidio quando mi scambiate per la sua badante, perché abbiamo fatto tantissima fatica per fare in modo che non fosse così.

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E non è stato facile, ma ci siamo riuscite. Francesca ha vissuto da sola a Padova, con un’altra sua amica fidata, ha preso la patente e ha imparato a prendere il treno senza un accompagnatore. La sua autonomia è aumentata quasi a raggiungere il massimo possibile in un mondo progettato per persone alte almeno un metro e venti, mentre io sono diventata molto più paziente e rispettosa dei suoi tempi, delle sue paure e del suo essere una donna adulta in grado di fare delle cose anche senza di me. E sì, entriamo gratis nei musei, grazie ar cazzo.

IMG_5609Quando un mesetto fa mi ha detto che sarebbe venuta a Roma approfittando del viaggio che avrebbe fatto anche mio fratello, ho iniziato subito a pensare a quanto sarebbe stato difficile vivere la città più disorganizzata d’Italia con una persona non in grado di muoversi come tutti gli altri. Come si sarebbe presa la metropolitana se moltissime fermate hanno l’ascensore che non funziona o il montacarichi mai entrato in uso? E come avremmo fatto con il tram 5 e il tram 19 che sono vecchissimi e senza rampe d’accesso? Vogliamo parlare dei notturni? Delle strade dissestate, dei sanpietrini… ommioddio che ansia, che panico, era meglio Venezia! Già, meglio Venezia, quella con un sacco di ponti e nessuna rampa, quella che ogni venti metri toccava scendere dalla carrozzina, portare al di là del ponte Francesca, tornare indietro e portare la carrozzina, tornare ancora per prendere le valigie. Poteva davvero essere meglio Venezia? Nel mio immaginario sì, ma invece no.

Roma ci ha messo alla prova, davvero tantissimo. Probabilmente senza l’aiuto di fidanzato Claudio e di fratello Pietro non sarebbe stato così semplice, tuttavia abbiamo visitato un sacco di posti, cedendo solo sulle catacombe (più per il caldo che per la paura dell’accessibilità). Per quanto riguarda l’agibilità per i disabili delle varie zone, sono abbastanza sicura che potrete trovare dettagliatissime informazioni sul blog di Francesca e di lei vi lascio tutti i rifermenti per seguirla sui social.

Vincono: i Musei Vaticani ed il loro personale super efficiente ed efficace nell’aiutarci a superare tutte le varie barriere architettoniche, vince la metro B (fermate Eur Magliana, Piramide e Monti Tiburtini) per gli ascensori funzionanti, vince il personale ATAC che s’è mostrato premuroso e sempre pronto ad aiutarci. Ostia Lido Centro ed il suo trenino per raggiungerla non ci ha creato nessun problema, anzi un plauso alla macchinista che nonostante le parolacce dei viaggiatori ci ha cambiato il treno all’ultimo per non farci morire su un mezzo privo di aria condizionata. Vince anche Villa Torlonia, totalmente accessibile e la caffetteria Arnold Coffee con tanto di rampa di accesso all’entrata. Vince pure lo stabilimento El Miramar di Ostia Lido che ci ha accolti in 4 con ombrellone e lettino a 20€ contro i 40 richiesti dallo stabilimento accanto. Il tram 3 che apre in linea con il marciapiede e non crea problemi di accessibilità, al contrario di quelli più vecchi. Okay anche per Galleria Borghese e bravissimi gli operatori nell’aiutarci a sbrigare le pratiche per gli ingressi disabili con accompagnatore.

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Falliscono: malissimo per la metro A fermata Barberini, niente ascensori, niente montacarichi, totale inaccessibilità. Male anche per il tram 5 e il tram 19 nelle loro vetture vecchie, impossibile viverci con una carrozzina. Male il parco di Villa Borghese, più una giungla che un giardino se visitato con una carrozzella, male anche per il sito internet di Galleria Borghese, non ci si capisce una mazza quando si cerca di prenotare per i disabili. Accessi ai marciapiedi un po’ alla cazzo di cane, macchine parcheggiate sui pochi accessi disponibili, rampe non funzionati sulla maggior parte dei mezzi ATAC. E ATAC infame, perdonatemi, ma con il loro scarsissimo impegno per l’accessibilità si permettono pure di far pagare il biglietto intero sia al disabile che all’accompagnatore, ‘tacci loro. 

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Avventure

Quattro gatti al lardo: la caccia ai fantasmi

Tutto inizia con “Fidanzato Claudio! Ho un’idea!” e tutto finisce a Piazza Navona, alle tre della mattina. Cosa impariamo da queste pochissime righe? Che spesso ho idee di merda.

Era da tempo che io e Fidanzato Claudio volevamo andare a caccia di fantasmi, abbiamo infatti scoperto che Roma ne è letteralmente infestata. Ce ne stanno un bel mazzetto a Castel Sant’Angelo, due o tre vagano tra i vicoli attorno a Piazza di Spagna, qualcuno si aggira sulle sponde del Tevere… e poi in via del Governo Vecchio, al civico 57, c’è una vera e propria festina. Si tratta infatti del locale di punta dell’Altro Mondo. Una specie di Billionaire dei morti, dove entri solo se sei amico di quello, che è amico di quell’altro e via dicendo.

La nostra avventura richiedeva del supporto, quindi abbiamo chiamato immediatamente l’altra metà della mela. Da qualche tempo infatti abbiamo istituito il gruppo geriatrico vacanze, così per non sentirci soli in queste gitarelle della domenica: quattro gatti al lardo è il nome scelto per il magico quartetto, il quale comprende me, Fidanzato Claudio, Aristogracchia e Aristogracchio. Ma nello specifico caso non siamo rimasti soli a lungo, visto che ai gatti al lardo si sono aggiunti poi una Capocciara e un Fidanzato Fisico Vegano Cavernicolo (se vi state facendo domande sulla sanità mentale di questo povero ragazzo, sappiate che la risposta sta unicamente nella laurea in fisica). Poi per sfiga – sua, porello – mio fratello si trova a Roma proprio in questi giorni e, reduce di una sbornia durata più di 24 ore, non ha potuto in alcuna maniera tirarsi indietro. Vi lasciamo una diapositiva della squadra ghostbusters.

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Quindi armati di: cintura gialla, umorismo sardo, teorie fisiche quantistiche, Superga senza calze, post sbronza interessante e Treccani vivente, ci siamo immersi nella notte calda e umida di una Roma in piena estate.

Attorno a Piazza di Spagna siamo andati alla ricerca di Lorenza Serafina Feliciani. Della storia di questa donna voglio prendermi il tempo di scrivere qualcosa di più articolato, esattamente come feci al tempo per Beatrice Cenci. La signorina Feliciani, infatti, vive in un momento storico interessante, è compagna del misterioso e biricchino Giuseppe Balsamo, conte di Cagliostro e ha un incontro interessante persino con Casanova. Perciò sappiate che non mi dilungherò eccessivamente in questa sede, ma ne ricaverò la prossima avventura.

(Aristogracchi, la cosa vi riguarda, quindi non fate i vaghi e preparate lo zainetto)

Bene, però cosa ci interessa in questa sede di Lorenza Serafina Feliciani? Ciò che per forza dobbiamo raccontare in relazione al suo fantasma è che dopo esser stata condannata a ritirarsi in un convento, pare che lì sia entrata e successivamente scomparsa nel nulla. No, adesso non ve lo racconto perché è stata condannata al convento, per ora vi dovete accontentare di questa informazione. Fatto sta che è sparita, evaporata, sublimata nel nulla. Il suo fantasma invece sembra infestare ancora i vicoli attorno al convento in questione, nei pressi di Piazza di Spagna. La si dovrebbe vedere bene nella notte del 27 dicembre, anniversario dell’inizio della sua tragedia personale, mentre in tutti gli altri giorni dell’anno si dovrebbe poter sentire un uomo che la cerca, disperato, chiamandola per nome. Loreeenza, Loreeeeenza! Noi siamo andati a cercarla fin sotto alla porta del convento nel quale Lorenza è sparita, ma niente. Nessuna traccia di lei, del suo fantasma, del marito che la cerca disperato e di qualsiasi altro essere vivente o no. Però ringraziamo fortissimo zia Virginia Raggi che per l’occasione ci ha spento le luci dei vicoli rendendo la caccia molto più paurosa e suggestiva.

Da Piazza di Spagna poi siamo andati verso Castel Sant’Angelo, con la calma e non con poca strizza visto che Fidanzato Cavernicolo della Capocciara, sembrava avere lo strano potere magnetico di accendere cose e spegnerle al suo passaggio. Non mi sono fatta troppe domande, faceva ambient e mi stava benissimo così. Sul ponte della famosa fortezza non potevano non trovare Beatrice Cenci, quella della storia che vi abbiamo raccontato in maniera molto dettagliata qui. Il fantasma della ragazzina pare comparire preferibilmente nelle notti di luna piena e nell’anniversario della sua morte (o nella notte precedente, quindi quella tra il 10 e l’11 settembre). A questo spiritello piace girare con la propria testa in mano, tenuta per i capelli. Non propriamente un bel vedere, ma sicuramente pertinente alla tematica “Morti per morte violenta”. No, non abbiamo trovato nemmeno Beatrice, ma da quelle parti c’è sempre qualche menestrello che per pochi spicci regala della buona musica ai passati.

Scendiamo poi sul Lungotevere e iniziamo la lunghissima passeggiata che ci conduce a Ponte Sisto dove troveremo ammassati un bel po’ di fantasmi di quelli ignoranti. Nelle notti più fredde, e per questo noi ci siamo andati a fine luglio, dovrebbero essere visibili le anime dei poverelli annegati nel Tevere e che lì, in quell’ansa, andavano ad incagliarsi. Venivano recuperati dalla confraternita dei Sacconi Rossi, confraternita che esiste ancora a scopo celebrativo. Questo gruppo di fedeli, riconoscibile per dei lunghi mantelli di colore rosso, andava a raccogliere i cadaveri di coloro che venivano trascinati dal Tevere privi di vita e davano a questi sfortunati degna sepoltura cristiana. La sepoltura dei corpi non riconosciuti avveniva attorno all’isola Tiberina, ma papa Gregorio XVI vietò successivamente le sepolture di questo genere per questioni sanitarie e quindi le spoglie vennero tumulate al Verano, in una fossa comune. Ancora oggi, il 2 novembre, viene celebrata una messa in ricordo di queste vittime annegate, ed il Fatebenefratelli ha richiesto il ripristino della confraternita, ottenendolo senza troppi problemi. Però, anche in questo caso, nessun avvistamento per noi.

Passiamo sotto a Ponte Sisto dove probabilmente siamo arrivati o troppo in ritardo o troppo in anticipo perché non siamo riusciti a vedere la carrozza di Olimpia Pamphilj che sfrecciava in fiamme lontano dal Vaticano. Un gran peccato, già. Ma se a Roma non hanno orari i mezzi dell’ATAC non vedo perché dovrebbe averli la carrozza fantasma della Pimpaccia. Anche in questo caso sono molto combattuta, so perfettamente che per completezza d’informazione dovrei raccontarvi tutta la storia della Pimpaccia, ma… me la vorrei riservare. Si tratta infatti di un intrigo molto molto interessante e potrebbe essere il tema di una nuova avventura, quindi vogliate perdonarmi, ma non aggiungerò altro alla storia di questa brutta e antipatica signora. Che poi, lo so bene che potreste andare a cercarvela in autonomia, ma mi piace pensare che siate affezionati a me e che aspetterete di leggere le mie storie. (Illusa! Illusa! Illusa!)

Mentre ci dirigiamo in via del Governo Vecchio, al civico 57, notiamo una cosa molto interessante. Un battello sul Tevere, un’imbarcazione che sembra abbandonata, ha due luci accese al suo interno. Armati quindi di tanto coraggio e di cintura gialla dell’Aristogracchia, decidiamo di avvicinarci scendendo le scalette. Ovviamente, per rendere tutto più tetro, non c’è anima viva e una volta avvicinati inizia l’esplorazione della bagnarola. Dentro davvero non c’era nessuno, all’apparenza, ma possiamo giurare di aver visto luci accendersi e spegnersi. Stiamo ancora indagando e per il momento l’ipotesi di un timer automatico è quella più accreditata. Timer o no, ci siamo presi una bella strizza collettiva. Ma neanche tanto. Insomma, il giusto.

L’appartamento inesistente è la nostra penultima tappa: si tratta dell’abitazione più infestata di Roma. L’11 maggio 1861 viene registrato un evento insolito, denunciato dall’allora padrone di casa tal Tromba. Pare che gli oggetti dell’abitazione vivano di vita propria, volando e andandosi a lanciare fuori dalle finestre. Materassi, candelabri, posate, sedie, set di piatti… tutto vola dalla finestra sebbene tutti i membri della famiglia Tromba siano scesi in strada spaventati dall’evento. Il signor Tromba ha chiesto aiuto anche ad un prete, cercando di esorcizzare la casa, ma niente. Il festino di spiritelli non intende cessare e di conseguenza la casa è stata abbandonata e le finestre sono state murate. Negli anni la casa non viene più registrata al catasto, quindi attualmente non esiste in nessuna carta e risulta completamente inesistente. Potendo chiunque andarci a vivere, nessuno s’azzarda. Aristogracchi e Capocciara ci hanno subito visto il business: un bel B&B e via che si fanno i petrodollari.

La nostra avventura finisce a Piazza Navona, a Palazzo De Cupis dove cerchiamo la mano della bella Costanza. E niente anche lì, Costanza probabilmente aveva di meglio da fare che rimanere appiccicata ad un vetro ad aspettarci. La sua storia però è molto bella e interessante, ma ve la racconto adesso senza farvi aspettare. Costanza aveva delle bellissime mani, talmente tanto belle che un artigiano decise persino di farne un calco. Tutti andavano ad adorare quelle dita lunghe e affusolate, fino a quando un forestiero travestito da frate non decise di profetizzare, alla povera Costanza, sciagura infinita. Le disse che avrebbe perso le sue bellissime mani e che sarebbe per questo caduta in rovina. La ragazza, spaventata, decise di chiudersi in casa per ridurre al minimo tutti gli incidenti che avrebbero potuto portarla alla perdita delle mani, ma evidentemente non aveva mai letto “La bella addormentata nel bosco”. Si punse infatti con un ago e a seguito di una bruttissima infezione i medici le amputarono la mano, purtroppo però il male le raggiunse il cuore e la ragazza morì. Si dice che, nelle notti di luna piena, sia possibile vedere Costanza appoggiare la mano alla finestra del suo palazzo. Ma l’altra sera non c’era la luna piena e niente fantasma per noi.

Si conclude così la nostra caccia ai fantasmi, senza alcun risultato ottenuto, ma con una manciata di nuovi amici nello zainetto. E che dire, vi diamo appuntamento alla prossima avventura che vedrà protagonista Lorenza Serafina Feliciani! Se volete venire con noi, nelle nostre passeggiate esplorative, tenete sotto controllo la pagina Qui la gatta ci cova perché in genere è proprio lì che mandiamo gli avvisi. Le squadre di esploratori e avventurieri sono per tutti, anche per i ragazzini, l’importante è portarsi dietro sempre un paio di litri d’acqua visto che si cammina per chilometri e chilometri!

Leggi anche il racconto esilarante degli Aristogracchi e della Capocciara!

Segui le loro pagine facebook:

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https://www.facebook.com/capocciara/

(L’immagine in evidenza è di proprietà Aristogracchi)

La caccia ai fantasmi è il primo progetto in collaborazione con gli Aristogracchi e dà il via alla nostra nuova esperienza “Quattro gatti al lardo”. Rimanete sintonizzati, ne vedrete delle belle!

Avventure

Di matrimoni e diavoli a Santa Sabina, ma non solo

scritto da Fidanzato Claudio

Abbiamo cercato madonnelle che muovono gli occhi per proteggere i romani dal temibile Napoleone, poi abbiamo trovato la tana di un drago sconfitto da San Silvestro e ancora non siamo soddisfatti. Il bello di avere una gatta veronese a Roma è la sua insaziabile e contagiosa sete di avventure; quell’occhio esterno che si muove alla ricerca di leggende dimenticate dove per un autoctono ci sono solo sassi e chiese a cui passa davanti con occhio distratto, ormai assuefatto.

La nostra missione è ricomporre quel mosaico di segreti, leggende e storie che hanno contribuito a costruire l’identità culturale di un popolo, di una città, scavando con i nostri racconti le radici di Roma stessa.
Così, muovendoci nel cuore della cristianità, siamo andati a cercare tracce del passaggio del demonio. Evidentemente essere così vicini a San Pietro non ha permesso al nostro amico Belzebù di fare troppe apparizioni in giro, ma cerca che ti ricerca siamo riusciti a trovare due storie (ovviamente supportate da indiscutibili prove) che raccontano la triste storia di un povero diavolo a cui le cose non sono andate troppo bene.

IMG_5112La prima che vi racconto è forse quella più conosciuta, riguarda San Domenico, il Diavolo e la basilica di Santa Sabina all’Aventino: c’era una volta San Domenico che stava pregando davanti alla basilica di Santa Sabina ) quando passa il diavolo da quelle parti e cerca di distogliere il nostro martire dalle sue preghiere. Ovviamente San Domenico non è uno che si lascia distrarre facilmente, così il diavolo decide di tirargli un sercio (sércio, termine agiografico che indica un sasso di modeste, ma letali dimensioni): il sercio manca San Domenico, sfonda una lapide, il Diavolo fa pippa (altro termine agiografico che indica la sconfitta del Maligno) e se ne va. Ma perché San Domenico non stava pregando dentro, chiederanno i miei piccoli lettori! E che ne so io? Magari ci stava un matrimonio. E ce ne sono tanti, garantito. Tuttavia il sercio è rimasto nella basilica, ed ora è esposto sopra una colonna, con i segni degli artigli del Maligno scavati nella pietra (del sercio, non della colonna).

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Certo, la storiografia ufficiale ci dirà che questa leggenda è stata inventata quando tale Domenico Fontana, architetto incaricato di un restauro nel tardo Cinquecento, ha rotto la lapide cercando di spostarla.

“Oh, mi sa che ho fatto un mezzo casino”
“Vabbé, dimo che è stato er demonio”
“Daje”

Che poi, detta così sembra facile: prendi il tram 3, arrivi a Circo Massimo, ti fai un pezzetto a piedi ed ecco che sei arrivato alla basilica, scatti due foto e te ne vai. Tutto giusto, se non fosse che per arrivare nella chiesa è necessario districarsi in una giungla di abiti bianchi, neri, macchine di lusso e d’epoca, carrozze con cavalli e improbabili cappelli. In una parola: matrimoni. Voi mi direte “sì, è una chiesa, che t’aspetti?” Giusto, ma un conto è imbucarsi durante una celebrazione nuziale per fotografare il sercio (fatto), un conto è restare una buona mezzora nei dintorni della chiesa a osservare sgomenti una coda di almeno quattro spose con tutto il loro codazzo di invitati, autisti, cocchieri, fotografi… che dire, delicatissimo. Delicatissimi i vestiti, tutti rigorosamente bianchi, simbolo di castità, così come le spalle scoperte, le ampie scollature, i tagli sulla schiena o gli short… ah no.

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La seconda leggenda invece ha luogo a Piazza del Gesù, dietro Piazza Venezia. Lì infatti, sorge la chiesa del Gesù, la chiesa madre dei gesuiti (strabiliante). Avete presente quell’ordine di uomini tutti vestiti di nero, che nel corso di diversi secoli si erano impegnati nel convertire masse di indigeni all’unica vera fede, quegli uomini che attraverso società segrete e pubbliche erano il braccio armato del papato quando c’era da fare l’unità nazionale… insomma, quelli. Fatto che sta che una volta, il Diavolo e il Vento si trovavano a passeggiare proprio davanti alla chiesa del Gesù. Ora voi mi chiederete “ma che ci faceva il vento con il diavolo?” Ma perché, io vengo a contestare le vostre frequentazioni? Fatto sta che quando si trovano davanti al portone della Chiesa, il Diavolo chiese al Vento di aspettarlo fuori, mentre lui sarebbe entrato per svolgere alcune sue faccende. Purtroppo, non sapremo mai quali affari aveva il Diavolo in ballo con i gesuiti, perché il Maligno non uscì mai più da quella chiesa, lasciando il Vento ad attenderlo in eterno. Secondo me perché si è trovato in particolare buona compagnia. Tanto che, in qualsiasi periodo del giorno o dell’anno voi andiate a Piazza del Gesù, troverete sempre una leggera brezza che spazza l’aria.

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E qui finisce, pressapoco, quello che concerne il diavolo a Roma. Bugia. In realtà di leggende e dicerie ce ne stanno ancora tantissime e man mano che questo caldo asfissiante andrà scemando le affronteremo tutte, o quasi. Per oggi ci fermiamo qui, sperando di avervi intrattenuto quei cinque o dieci minuti. Come sempre, se v’è piaciuta raccontatela in giro, se vi abbiamo annoiati… sicuramente non possiamo aver fatto peggio di Manzoni.

Avventure

San Silvestro, un drago e la Metro C: cronache d’altri tempi

Quando scopro una leggenda, magari mi viene raccontata da qualcuno oppure la origlio in un discussione tra due perfetti sconosciuti sui mezzi pubblici, mi viene sempre una gran voglia di ficcarci il naso fino in fondo. Non mi basta la narrazione della vicenda, io voglio sapere tutto: cosa ci sta prima, cosa ci sta durante, cosa ci sta dopo e pure cosa si potrebbe trovare tutt’intorno. I fatti non mi bastano, io l’avventura la voglio vivere. In questo specifico caso c’è da dire che non ci siamo risparmiati proprio niente, siamo saliti in barca e ci siamo lasciati trasportare da tutto ciò che stanavamo durante il nostro percorso, finendo poi per trovare collegamenti – totalmente arbitrari – persino con altre leggende. A tal proposito ci tengo a specificare una cosa: noi stiamo semplicemente raccontando una storia, non abbiamo alcuna pretesa di autorità scientifica o di scienza infusa. Ci siamo semplicemente lasciati suggestionare da un’idea, da un pensiero, dall’avventura stessa e ci siamo altrettanto lasciati trasportare dalla magia di una leggenda che affonda il suo incipit in Grecia per poi affondare del tutto accanto al futuro capolinea della Metro C. Cosa c’entra la Metro C? Poi vedremo.

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Era il 293 a.C e a Roma c’era la peste; così, per ottenere la guarigione, una delegazione romana decise di partire per mare e raggiungere il santuario di Asclepio ad Epidauro, in Grecia. Ottenuto il responso favorevole della sibilla, i romani tornarono a Roma, ma una volta attraccati all’isola tiberina un grosso serpente uscì dalla stiva della nave, inabissandosi in un canneto lungo il fiume Tevere. Era chiaramente una delle bestie sacre di Asclepio, venuta ad abitare il nuovo tempio che di lì a poco sarebbe sorto proprio dove il serpente si era nascosto, e proprio dove zampillava una fontana dai miracolosi poteri di guarigione.

IMG_4500La nostra avventura quindi parte proprio da lì, dall’isola tiberina, dove oggi troviamo la chiesa dei Nuovi Martiri, intitolata precedentemente a San Bartolomeo, proprio davanti all’Ospedale Fatebenefratelli. Una delle primissime cose che ci colpisce è il fatto che nonostante i secoli, all’isola sia rimasta una connotazione precisa, ovvero quella della guarigione. Infatti sorgono lì due ospedali, uno più famoso già citato e l’ospedale israelitico. Quindi, cosa dovevamo cercare? La fontana, la sorgente di quest’acqua miracolosa e per trovarla ci affidiamo a qualcuno che sembra saperla lunga: entriamo dunque nella chiesa di San Bartolomeo. No, non chiediamo al Santo, quello riposa in pace sull’altare, in un bellissimo sarcofago di granito. Dopo una visita alla chiesa, dove sono esposte una serie di reliquie di martiri moderni, andiamo a bussare alla porta della custode, Francesca (della comunità di Sant’Egidio), la quale diventa l’eroina della nostra caccia al drago. Sorride divertita quando le chiediamo di mostrarci il pozzo, la sorgente (non sapevamo nemmeno noi come chiamarla) e ci conduce innanzi all’altare dove ci prende una sincope. Insomma, stare in coppia al termine di una navata centrale di una chiesa mette un filo d’ansia eh.

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Ci mostra quindi ciò che stavamo cercando: la fonte dell’acqua miracolosa. Ci racconta anche, con santissima pazienza, tutta la storia della chiesa, dall’anno 1000 in poi, fino a quando – nel 1993 – il Papa non decise di affidarne le cure alla Comunità di Sant’Egidio, chiedendo che la chiesa fosse utilizzata per il ricordo e la celebrazione dei nuovi martiri. Ci racconta un sacco di vicende interessanti, ma allo stesso tempo illumina anche i nostri passi nella ricerca del drago. Ci conferma infatti che l’isola mantiene un sacco questa connotazione della cura del malato, tant’è che la chiesa stessa viene proprio percepita come un polo fondamentale per la preghiera indirizzata a questo genere di problematiche.

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Le chiediamo se per caso San Bartolomeo avesse qualche capacità taumaturgica, ma lei non sembra ricordare nulla del genere, ammettendo comunque di poterlo scordare al momento della domanda. Quindi, indipendentemente dal santo che ad oggi riposa in quella basilica minore (ricordiamo che si tratta comunque di San Bartolomeo apostolo, quindi uno dei dodici best friends di Gesù Cristo), la chiesa rimane con una traccia pagana, poiché sorge lì dove una volta il Tempio di Esculapio ovvero il dio della medicina. Facciamo comunque una riflessione, sapendo che Bartolomeo fu martirizzato con la scuoiatura della pelle, e non ci risulta così casuale il fatto che la peste sia una delle malattia che più di tutte si manifesta sull’epidermide. San Bartolomeo apostolo è infatti molto invocato in caso di pruriti, dermatiti e fastidi vari sulla pelle.

 

IMG_4499Ma la nostra Francesca ha ancora un asso nella manica ed è prontissima a mandarci ancor di più nel delirio dell’eccitazione per le nostre scoperte: sulla prua dell’isola c’è scolpito il serpente che stiamo cercando, ovvero quello che dalla Grecia arrivò a Roma per abitare – a diritto – il tempio di Esculapio. Ci salutiamo con la promessa di risentirci prestissimo, la prossima volta ci farà vedere i resti della chiesa antica a patto che riusciamo in qualche modo ad accordarci per un appuntamento (giustamente necessita anche lei di un preavviso). Ci raccomanda di non farci vedere scendere là sotto dai tizi del cinema all’aperto e benedice la nostra missione sotto agli occhi dell’Altissimo. Così, in versione ninja – con tanto di avvistamenti e studi precisi sugli spostamenti del nemico – ci intrufoliamo per le scale e arriviamo davanti al nostro serpente dove scattiamo un paio di fotografie. (Come sono andate veramente le cose: non ci si è filato nessuno, abbiamo scattato le foto e ci siamo fatti tutti i nostri discorsi con estrema calma, la salita e la discesa sono state una passeggiata di piacere sotto la luce del sole.)

Passavano gli anni, e del serpente sacro di Asclepio non si aveva più nessuna traccia; tuttavia sull’isola tiberina, dopo che la peste smise di attanagliare la popolazione, si continuavano a portare gli ammalati, perché potessero essere guariti.

Dopo molti secoli Roma era diventata grande, il centro di un Impero che si stendeva dalle coste della Lusitania alla Partia, dalla Caledonia alla Nubia e un nuovo Dio era arrivato a Roma, aveva sconfitto le armate pagane a Ponte Milvio, e guarito l’imperatore Costantino dalla lebbra, con l’intercessione di Silvestro, Vescovo di Roma. Gli antichi Dèi furono presto sopraffatti, e lo stesso serpente di Asclepio, spodestato del suo ruolo taumaturgico, risalì silenziosamente il Tevere, trovò rifugio nella Cloaca Maxima, e da lì ripiegò al Palatino lungo le fognature, in una grotta sotto terra tra i sacerdoti del Tempio dei Dioscuri, e le Vestali del Tempio che in segreto lo nutrivano con le loro offerte.

IMG_4501Arrivati a questo punto toccava assolutamente vedere l’imbocco e lo sbocco del viaggio del serpente dall’isola tiberina ai fori imperiali. Niente di più semplice, infatti abbiamo trovato subitissimo la Cloaca Maxima (che se è maxima un motivo ci sarà, infatti è bella grande e si vede bene senza essere necessariamente Indiana Jones). Abbiamo quindi fatto la foto che vedete a sinistra per mostrarvi il punto in cui il serpente ha deciso di infilarsi per trovare rifugio. Lì adesso ci sono solo piante e sorci, un posto molto fatiscente che a causa della povertà  viene anche chiamato casa.  Vediamo infatti una camera da letto allestita proprio sulla parte alta, ma riteniamo non sia rispettoso fotografarla e quindi ci siamo limitati alla parte che ci interessa. Risalendo quindi il condotto fognario, il nostro drago sarebbe arrivato ai Fori Imperiali, sì ma da dove è uscito? E qui arriva il punto della storia dove siamo stati letteralmente salassati economicamente.

IMG_4435.JPGLa verità è che ieri faceva un sacco caldo e più di una volta ho rischiato di finire lunga distesa nonostante il pranzo indiano che ci siamo concessi in precedenza. Del pranzo vi mostro la diapositiva a destra. Camminando, camminando decidiamo quindi di fermarci in un bar dove sembrano avere della granita e ci dissetiamo. Lo scherzo ci costa ben 7 euro, comprensivi di bicchiere di ghiaccio con due gocce di succo d’arancia e un sorso di tè San Benedetto. Li mortacci loro, sì. Incassato il furto e non contenti di esser stati derubati, ci appropinquiamo all’ingresso dei Fori dove ci tocca sborsare altri 20 euro per entrare insieme. E niente, ci mettiamo una mano sul cuore e l’altra sul portafoglio, finendo per pagare l’obolo alla soprintendenza dei beni culturali di Roma. Entriamo quindi vittoriosi nell’area protetta dei fori e iniziamo la ricerca del collegamento con la Cloaca Maxima. Lì, tra turisti indisciplinati e guide multilingue arriviamo ad un altro tassello della nostra storia.

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Questo che vedete a sinistra è ciò che stavamo cercando, ovvero il Sacello di Venere Cloacina. Il basamento circolare è posto sopra una costruzione di tufo che scende nel sottosuolo ed è situata nel punto in cui la Coaca Maxima entra nel Foro. Si tratta del sacello dedicato a Venere Cloacina e contenete due statue con i simboli di Venere. Decidiamo, del tutto arbitrariamente che questo deve essere necessariamente il punto d’uscita del nostro serpente, anche perché si trova abbastanza vicino al tempio dei Dioscuri e a quello di Vesta, fotografati e riportati qui in basso. (A sinistra Vesta, a destra i Discouri, dietro invece abbiamo la chiesa di Santa Maria Antiqua)

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Tuttavia, una creatura antica seicento anni non è facile da tenere quieta, e con l’espandersi della Parola del Cristo Risorto non ha altra scelta che ricordare ai pontefici e all’Imperatore la potenza del Pantheon che sta rapidamente scivolando nell’oblio. E a Costantino arrivano le voci terrorizzate di un enorme rettile, un drago, che ogni giorno miete trecento vittime. Silvestro conosce bene la battaglia che sta per avere luogo e si offre di sconfiggere il drago, in cambio della conversione dei pontefici pagani. Guidato dai Santi Pietro e Paolo, Silvestro scese nella grotta, e con un filo della sua veste chiuse le fauci del drago, condannandolo a restare con quel cappio fino al giorno del giudizio. Uscito dalla grotta, ne sigillò l’entrata e fece edificare sulla sua tana una chiesa, Santa Maria Liberatrice, oggi conosciuta come Santa Maria Antiqua.

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Ecco qui la conclusione della nostra avventura, la chiesa di Santa Maria Antiqua, ad oggi chiusa per lavori di restauro. Arriviamo quindi al punto in cui vive ancora oggi il nostro drago, lì sotto proprio dove noi abbiamo scattato questa fotografia. Così, mentre milioni e milioni di turisti camminano indisturbati, tra le viscere della terra ancora s’aggira un drago ammutolito e vinto da San Silvestro, questo mostro sta lì e aspetta il giorno del giudizio il quale non si sa bene quando arriverà.

Cosa c’entra tutto questo con la Metro C? Bé, chi vive a Roma sa perfettamente che quella metro dovrebbe allacciarsi lì alla linea B, circa. Nostro sospetto (fondatissimo a questo punto) è che la giunta Raggi sappia perfettamente di questo piccolo inconveniente e stia temporeggiando per trovare una soluzione. Così, mentre zia Virginia decide se portare il Drago al Bioparco oppure fare la vaga e nascondere l’eventuale morte violenta di centinaia di operai, noi vi consigliamo di camminarci piano lì attorno, sia mai che sta bestia enorme si faccia di nuovo rodere il culo e non decida di far crollare il colle Palatino. 

FINE

 

Come già specificato in testa all’articolo, qui ci siamo fatti prendere un po’ la mano dalla fantasia e dal nostro spirito avventuriero. Di cazzate ne abbiamo sparate a pacchi, ma sono quasi tutte ben collegate tra di loro. Ci siamo certamente concessi qualche licenza poetica, ma i fatti storici che abbiamo trovato – drago a parte – non fanno acqua esageratamente. Prendetela così, come una storiella da raccontare ai vostri figli grandicelli, come una leggenda dalla quale lasciarsi suggestionare, ma per l’amor di Dio che non vi venga in mente di scrivere alla Sindaca chiedendo protezione dal drago immigrato. Grazie per averci letto, scusate la lunghezza e per chiuderla alla manzoniana maniera, se vi abbiamo annoiati non s’è di certo fatto apposta! 

Fonti: (sì, abbiamo delle fonti) Actus Silvestri, Bonino Mombrizio e Simone Petrelli nell’articolo linkato.

 

Avventure

Clemente VIII, Beatrice Cenci e teste che volano

Conoscete la storia di Beatrice Cenci? Mettetevi comodi, oggi vi accompagno nella Roma di fine Cinquecento. Portate con voi un asciugamano (come si insegna nella guida intergalattica per autostoppisti)

La vicenda è complicatissima e ho provato ad immergermi in tutta la mole di documentazione che l’internet mi ha proposto: roba da uscirne fuori matti. Il punto è che si tratta di una massa indefinita di carte e carteggi che parlano di processi, accuse, multe, denunce, confessioni e quant’altro e la produzione letteraria su questa catasta di roba è immensa. Va be’, ad una certa ho chiuso tutto e ho provato a rimettere insieme i pezzi cercando di rispettarne (quanto più possibile) la cronologia esatta.

Dopo una prima lettura rapida della storia, mettendo insieme i pezzetti, acchiappo Claudio (anima pia) e lo trascino di peso a caccia di una targa in via di Monserrato. La targa ricorda la data dell’esecuzione della pena capitale ai danni di Beatrice e l’abbiamo trovata abbastanza rapidamente. In quei giorni eravamo a caccia di Madonnelle, quindi sempre a naso all’insù.

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Sapendo quindi che Beatrice nacque nel 1577, scopriamo che a causa di una “giustizia ingiusta” come recita la targa, viene uccisa per mano del boia a 23 anni. Quindi la protagonista della nostra avventura è una giovanissima donna nobile che abitava a Palazzo Cenci e che ad un certo punto della sua breve vita viene accusata di parricidio e condotta in carcere con i fratelli e la matrigna.

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Prima di continuare con questa storia vorrei provassimo a dare una faccia a questa persona, intanto perché qui si esce dalle leggende e si entra proprio nella narrazione storica, poi perché associare una faccia a quest’eroina popolare aiuta chi come me soffre (ma allo stesso tempo si bea) di una profonda empatia.  Ci facciamo aiutare da questo ritratto di oramai certa paternità Reni. L’opera si dice sia stata compiuta mentre la ragazza stava in carcere, ma questo va in conflitto con la cronologia degli spostamenti di Guido Reni, il quale nel 1599 (anno dell’esecuzione della pena capitale) si trovava a Bologna e non a Roma. Ma noi prendiamola per buona, anche solo per suggestione.

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Giocatore 1 e Giocatore 2 hanno attivato una nuova quest: scoprire la storia di Beatrice 

La storia è molto complessa, come dicevo all’inizio, inoltre è difficile separare la leggenda dai dati storici concreti, nel corso del tempo la vicenda è stata molto romanzata e arricchita con particolari non necessariamente veri, ma bene o male molto credibili. In caso si volesse mettere mano alla documentazione originale faccio un immenso augurio, dato che risulta essere molto impegnativo, ma com’è giusto che sia visto che si parla di una vicenda di fine Cinquecento.

Il padre di Beatrice (Francesco Cenci) non era esattamente una brava persona, era un tizio rissoso e piantagrane, con un sacco di debiti ovunque e diverse denunce per violenze e abusi sessuali. Dava così fastidio che quando Sisto V era Papa, fu costretto ad andarsene da Roma, giacché non si riusciva in alcun modo a conciliare la durezza del pontefice con la sregolatezza di questo nobile. Comunque sia, morto Sisto V torna a Roma rapidamente, vedendo morire così altri tre papi: Urbano VII, Gregorio XIV e Innocenzo IX, fino al 1592 quando allo Stato Pontificio arriva Clemente VIII. Ecco, Clemente non stravedeva per il Signor Cenci, chiamato e tutta l’allegra famigliola, quindi questo spiega tutta la storia che ne segue.

La famiglia Cenci intanto ha seppellito la prima moglie di Francesco Cenci, il quale si risposa poco dopo con Lucrezia Petroni, sempre nel 1592. Cronaca, pura e semplice (nonché noiosissima) cronaca, quindi diamo un’accelerata e arriviamo al nodo della questione. I Cenci non sono visti benissimo, anche perché il padre non mantiene bene i propri figli, i quali per andare a matrimonio si fanno sistemare direttamente dal Papa. Il padre non è interessato, non elargisce nemmeno il denaro minimo per campare. Beatrice però intanto cresce, diventa bella e comincia ad attirare le attenzioni di qualche nobile che si propone di prenderla in sposa. Il padre, sicuramente animato da un interesse molto poco nobile, decide di tenere la figlia tutta per sé, segregandola nella Rocca di Petrella Salto, territorio del Regno di Napoli. Là, praticamente nel nulla, le violenze sulla moglie e gli stupri incessanti sulla figlia non hanno limiti (e nemmeno troppi testimoni) fino a quando qualcosa non accade.

Francesco Cenci viene ucciso e l’omicidio passa – in un primo momento – come un incidente. In realtà il corpo sembra sia stato seppellito prima che qualcuno potesse verificare come in realtà sia stato martoriato il cranio a colpi di probabilissime mazze chiodate.

In quella casa effettivamente c’era un po’ di gente che voleva Francesco sotto ad un cipresso: Beatrice sicuramente non era molto propensa a farsi leggere le favole della buonanotte, la matrigna aveva sempre cerca di proteggere la figliastra, i fratelli sicuramente non vedevano di buon occhio il fatto di morire di fame a causa di un padre fuori di testa… ma non erano gli unici. Lì ci stava anche tal Marzio Catalano[*], un brigante al quale Francesco Cenci non solo aveva rubato la donna, ma gli aveva ucciso – per ella – tutti gli uomini al soldo. Insomma, qualche rancore del passato che magari era ora di lasciar andare.

Tutta la famiglia torna a Roma a Palazzo credendo sicuramente che la storia sarebbe rimasta nel Regno di Napoli. E invece no. Le cose non tornano a qualcuno, così viene riesumato il corpo di Francesco e i referti parlano di ferite troppo profonde e troppo gravi per essere giustificate con l’incidente descritto dalla famiglia della vittima. Tra l’altro, s’ha da dire che Clemente VIII non vedeva l’ora di togliersi dai piedi la scomodissima famiglia dei Cenci, quindi spinse molto le indagini in un’unica direzione. Da questo momento inizia un po’ la caccia all’uomo, qualcuno canta della congiura alle guardie e in breve tempo vengono arrestati: Beatrice, Lucrezia, Bernardo e Giacomo. Insomma, i tre fratelli e la matrigna sono gli accusati e iniziano ad essere sottoposti a torture indicibili.

In realtà il processo fu una mezza farsa, tant’è che non fu permesso alla difesa di tenere un’arringa finale. Tutti colpevoli di omicidio, con immensa gioia del Pontefice, quindi tutti condannati alla pena capitale, fatta eccezione per Bernardo che all’epoca aveva solo 18 anni. Non che gli andò meglio, comunque, fu infatti costretto ad assistere all’esecuzione dei famigliari rimanendo legato ad una sedia, successivamente fu mandato su una nave dove dovette remare, remare, remare per diversi anni. Pare sia riuscito comunque ad riavere la libertà su pagamento, ma dopo diversi lustri.

Così torniamo alla foto che ho fatto alla targa in via di Monserrato: proprio da lì Beatrice, la quale non ha mai ammesso di essere stata stuprata dal padre, la quale non ha ceduto fino alla fine ai dolori immensi della tortura, prende la via assieme a Lucrezia per Castel Sant’Angelo, dove verrà decapitata per ultima. Le cronache narrano di una donna ferma e risoluta che scelse di togliersi da sola la benda dagli occhi e s’accomodò sul tronco senza aiuti, esponendo con fierezza il collo al boia. Si racconta che poco prima di morire invocò Maria Vergine e Gesù Cristo, ma solo dopo aver detto al giustiziere di fare tranquillamente il suo lavoro, poiché lei sarebbe stata presa in gloria dal Padre Eterno. Ci sono anche aneddoti divertenti, un po’ di umorismo nero Seicentesco: pare infatti che la signora Lucrezia avesse dei problemi ad esporre il collo a causa del seno prosperoso che faticava ad appoggiare sul tronco dell’esecuzione.

Comunque sia così sono andate le cose, i beni della famiglia furono confiscati e in buona parte furono assegnati ad un nipote del Papa Clemente VIII, il quale per altro si disse molto soddisfatto dell’epilogo della vicenda, asserendo con convinzione che giustizia fosse stata fatta. Non erano dello stesso avviso i popolani e diversi cardinali, molteplici infatti furono le richieste di clemenza, per altro i due boia che eseguirono le condanne non ressero il peso della colpa e morirono suicidi molto poco tempo dopo.

Così termina la nostra storia, le spoglie di Beatrice sono tutt’ora sepolte nella chiesa di San Pietro in Montorio, in un loculo davanti all’altare privo di nome secondo la regola per i condannati a morte. Se invece volete andare a caccia di fantasmi, sappiate che possiamo tranquillamente darci appuntamento la notte dell’11 Settembre, proprio davanti a Castel Sant’Angelo, dove pare che la ragazza si materializzi e porti a spasso la sua testa su un vassoio d’argento. Il vassoio non è un caso, fu veramente sepolta con il cranio appoggiato su questo oggetto prezioso, peccato che durante la Prima Repubblica Romana, i francesi decisero di profanare la tomba e giocare a calcio con la testa della poverina.

Mi rendo conto di averla fatta lunga questa volta, spero di non avervi annoiato, ma sappiate che ho tagliato moltissimi dettagli interessanti e ho omesso alcuni passaggi che potevano pure risultare secondari. La storia è molto articolata e di cose da raccontare ce ne sarebbero ancora tantissime. Se qualcuno è curioso, se ne volete sapere un po’ di più, se ci sono cose che non vi tornano o magari avete versioni diverse su alcuni passaggi, vi prego di scrivermi una mail, oppure un commento, qualsiasi cosa. Se qualcuno invece si volesse fare una passeggiata con me per scoprire questi luoghi, basta chiedere!

Grazie per aver letto fin qui!

Note: [*]Su questa presenza ho trovato un po’ di confusione, ci sono diversi uomini che portano lo stesso nome (Marzio) e hanno tutti ruoli più o meno importanti nella morte di Francesco Cenci. Mi è stato difficile capire se fosse realmente il Catalano quello che arrivò ad uccidere Francesco, o se si trattasse di qualcun altro. Sicuramente non è Marzio Colonna, il quale invece fu uno dei promotori per la riesumazione del cadavere. 

Fonti principali e letture consigliate: Beatrice Cenci, storia del secolo XVI voll 1 e 2 – F.D. Guerrazzi – Pagnoni 1860. Ottocento. Beatrice Cenci: Causa Celebre Criminale Del Secolo XVI Filippo Scolari 1856.

Avventure

Il veliero di San Pietro: miracoli e prodigi dei polentoni

Quando ero piccola mia nonna Anna arrivava al 28 giugno tutta felice perché aveva qualcosa con cui impressionarmi. È infatti tradizione veneta preparare la caraffa per il veliero di San Pietro, ovvero un artefatto casalingo per capire come andrà il raccolto dell’estate, come saranno le temperature, quanto pioverà oppure se semplicemente qualcosa ci andrà male o ci andrà bene. In buona sostanza è convinzione popolare che tutte le cose nate prima del giorno di San Pietro vengano alla luce sotto una buona stella, ma sarà il veliero a stabilire se effettivamente saranno guai oppure gioie. Oh, gioie! Che sia il nostro caso? Mah.

 

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Fatto sta che questa sera, io e fidanzato, abbiamo deciso che in certe situazioni solo ai santi ci si possa appellare e quasi sempre per prendersela con loro. Messi da parte gli improperi di routine sbocciati al termine di una giornata da dimenticare, colgo l’occasione per dare la svolta insegnando a Claudio questa bellissima tradizione popolare tipicamente nordica (polentona, insomma, di Verona, pure un filino leghista ecco). Quindi niente, dopo lunghi sospiri e alzate di spalle compulsive, lo caccio di casa e lo mando a fare compere.

 

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LA LISTA DELLA SPESA: una caraffa d’acqua, un uovo (solo l’albume) e un posto esterno dove appoggiare la caraffa, quindi un balcone, una finestra, un terrazzo, ma meglio di ogni cosa sarebbe un prato verde. Verde, mi raccomando, come la bandiera della Padania. Andiamo quindi a documentare con supporto fotografico i difficili passaggi di quest’operazione. Prendete l’uovo e con un bicchiere separate il tuorlo dall’albume, la parte che vi servirà sarà proprio quest’ultima. Una volta fatta questa semplicissima operazione, dovrete unicamente versare l’albume nella caraffa d’acqua riempita un bel po’. Fatto questo, non vi resta che posizionare la brocca all’esterno, al chiaro di luna, lasciandola poi lì tutta la notte.  Ed ecco qua che il gioco è fatto. Quello che ne risulterà domani mattina sarà una sorpresa, dentro la caraffa d’acqua troverete uno splendido veliero creato con l’albume dell’uovo. Questo veliero andrà successivamente interpretato: vele aperte sono sempre di buon auspicio, vele chiuse … niente gioie all’orizzonte.

Quando ero piccola ero solita svegliarmi all’alba per andare in giardino a vedere cosa fosse successo, in realtà non stavo nemmeno tanto ad ascoltare tutta l’interpretazione del veliero, mi piaceva solo l’idea che per una volta all’anno accadesse qualcosa di magico, qualcosa che io non riuscivo in alcun modo a spiegarmi. Era magia, tutto qui, solo magia. E un po’ di magia serve sempre, sia nella vita dei bambini, quanto nella vita degli adulti. Abbandonarsi ad una credenza senza porsi quesiti scientifici è in qualche modo rassicurante, sapere che esiste un ordine al di sopra di noi ci deresponsabilizza per qualche istante e ci fa sentire un pochino più leggeri.

Comunque vadano le cose, qualsiasi cosa dicano le vele di San Pietro, tutto andrà per il verso giusto. Tutto finirà nel migliore dei modi e se ancora non è finita bene, significa solo che ancora non è finita.

Buona notte magica a tutti quanti. 

Si ringrazia fidanzato per l’acquisto delle uova e della caraffa, ma anche per la documentazione fotografica. Come sempre, in caso vi sia piaciuto leggermi, lasciatemi un commento, un like oppure una barretta di cioccolato kinder. 

Avventure · Personal Diary

Le Madonnelle di Roma, il miracolo mariano del 1796

Le mie avventure nella capitale continuano. Sono sempre alla ricerca di storie da raccontare e da vivere, così mi sono imbattuta in questa vicenda tra il misterioso e l’assurdo: il 9 luglio 1796 le madonnelle di Roma hanno iniziato a muovere gli occhi ed il fenomeno è andato avanti per ben sei mesi.

Prima di leggere questa storia vi chiedo di lasciare a casa tutto quello che non vi serve, prima di tutto – in caso vi riguardasse – riponete nel cassetto la serietà della vostra fede. Qui non si parla di dio, di Maria o della veridicità dei miracoli, io racconto una storia per come i documenti storici me la propongono, quindi se già immaginate di potervi sentire offesi è meglio che vi rechiate verso altri lidi.

Sono le nove della mattina del 9 luglio 1796, Napoleone è alle porte di Roma ed in quei giorni il papa esortava il popolo romano a votarsi alla Madonna e pregarla, pregarla davvero tanto affinché lo spettro francese non irrompesse nello Stato Pontificio. Una signora, passando per via San Marcello e via dell’Archetto sostiene di aver visto gli occhi di un dipinto mariano muoversi. Roma, per chi non lo sapesse, è piena di madonnelle e sono molto care ai cittadini; si tratta di ritratti mariani posti agli angoli delle strade, spesso omaggiati di fiori e lumini. Oggi, come un tempo, segnano le strade più buie, confortando chi nella notte deve tornare alla propria abitazione. Questa signora comunque, presa da un’immensa paura, decide di informare il prete lì vicino e lo conduce alla madonnella dove egli stesso sostiene di aver assistito a ciò che la donna raccontava. Maria Vergine muove gli occhi, guarda i fedeli e poi li alza al cielo, talvolta li chiude. Inutile dire che in brevissimo tempo, attorno alla madonnella in via dell’Archetto si riempì di fedeli desiderosi di assistere al miracolo.
Nel frattempo, poco distante da lì, precisamente nel vicolo delle Bollette, una fedele si sta recando a cambiare i fiori al piccolo angolo in cui staziona un’altra Madonna e rimane senza fiato nel constatare che la donna raffigurata nel quadretto, Maria madre di Gesù, stava muovendo gli occhi. Corre a bussare alla porta di Bernardo Larco, un commerciante con la bottega lì sotto, il quale corre prendendo una scala per poterla osservare meglio. Anche qui il miracolo viene confermato e la notizia inizia a spargersi a macchia d’olio.
Ancora, sempre lì in zona, in via delle Muratte, succede praticamente la stessa identica cosa anche se in questo caso – mi sembra – si tratti di una scultura opera dell’artigiano Paolo Catolli, il quale abitava proprio lì sotto ed è stato il secondo a constatare il miracolo nella sua zona. Insomma, dalle nove della mattina a notte inoltrata, per quella giornata si registrano ben 120 presunti miracoli mariani e a Roma, praticamente, ogni quartiere ha il suo miracolo dedicato.

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Questo è quello che emerge dalla cronache dell’epoca, l’evento ebbe una risonanza tale che moltissime persone – anche fuori Roma – decisero di mettersi in viaggio per andare a constatare con mano la veridicità di ciò che si sentiva urlare dallo Stato Pontificio. Mezzo milione di persone assiste a questo miracolo mariano, giurandone l’autenticità davanti a qualsiasi testo sacro. I documenti riportano testimonianze di scienziati, studiosi esperti di miracoli, artisti, artigiani, scrittori, notai, ebrei e musulmani, i quali non hanno dubbi: a Roma le madonnelle muovono gli occhi. Che poi sia una psicosi di gruppo, uno scherzo ben riuscito oppure l’acqua di Roma eccessivamente inquinata a me non interessa; ciò che di questa storia mi piace è il colore.

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Ieri sera ho acchiappato fidanzato Claudio e l’ho trascinato a caccia di madonnelle,  perché io questi piccoli oggetti prodigiosi, li volevo proprio vedere. Così da Centocelle a Barberini per scendere giù alla Fontana di Trevi a passeggiare con il naso all’insù. Purtroppo non abbiamo trovato tutte quelle che volevo vedere: la madonnella dell’Archetto, la prima in ordine di miracoli, non è più su strada, ma dopo l’evento di fine Settecento venne spostata all’interno di una cappella privata e lì resa fulcro del santuario mariano più piccolo d’Italia. Sarà mia premura andare a vederlo, giacché si tratta di una struttura straordinariamente bella e straordinariamente piccina, si trova in Via San Marcello 41b. Sono riuscita a vedere bene e anche a fotografare la madonna in vicolo delle Bollette, ora sta sopra ad un ristorante ed è semplice da trovare, basta percorrere Via delle Muratte fino a metà circa, dalla fontana di Trevi, svoltando successivamente a sinistra in un vicolo molto stretto. Comunque è segnalato. Credo, ma non sono sicura, di aver visto anche la Madonna di via delle Muratte, ma qui i conti non mi tornano. Le fonti parlano di quadretto, mentre io ho trovato una scultura di marmo. In teoria, da quello che leggo, dovrebbe essere l’opera dell’artigiano Paolo Catolli, ma proprio in quel caso di parla di pittura e non di scultura. Non sono riuscita a chiarire la cosa, comunque sia per non saper né leggere, né scrivere, io ho fatto alcune fotografie. 
Va bene, ma come finisce questa faccenda? Heh, finisce che per altri sei mesi circa l’evento si protrae, per altro si collega ad altri miracoli sulla penisola, alcuni più famosi, altri meno (un’altra madonnina muove gli occhi probabilmente prima di quelle di Roma, ciò succede ad Ancona, nella cattedrale di San Ciriaco). Napoleone comunque arriva lo stesso, prende il papa e lo neutralizza – fisicamente – in Francia. A nulla dunque sono servite le preghiere dei fedeli, l’invasione non ci è stata risparmiata. Comunque sia, trovo molto romantica l’idea che per qualche mese, a Roma, orde infinite di fedeli e non, passeggiassero per le strade a naso all’insù, indicando queste piccole operette molto spesso ignorate. Alcuni documenti di cronaca parlano di mucchi di armi deposte proprio sotto questi capitelli, in segno di conversione; alcuni testimoni parlano di molti briganti che, fermandosi a guardare il miracolo, decidevano di pentirsi, chiedere perdono e lasciavano lì tutto il loro ferro.  Se siete a Roma, oppure a Roma ci abitate, vi lascio la lista di alcune madonnelle in giro per il centro, così se vi viene voglia di andarle a vedere potrete armarvi di mappa, macchina fotografica e bussola per non perdervi. Prendete un vostro amico e andate a caccia di madonnelle, è divertente.

Madonna dell’Archetto, via San Marcello – Madonna della Pietà, vicolo delle Bollette – Madonna del Rosario, via Arco della Ciambella – Madonna Addolorata, piazza del Gesù – Madonna della Divina Provvidenza, via delle Botteghe Oscure

Queste sono quelle che il Vaticano ha confermato, non sono le uniche, ma quelle che vi ho messo in questo elenco sono proprio confermate e venerate come oggetto di miracolo.

Ecco qui, spero di avervi raccontato qualcosa di interessante. Come al solito, in caso vi sia piaciuto leggermi, lasciatemi un commento qui, oppure su facebook, spacciate i miei scritti agli angoli delle strade, oppure fatene aeroplani di carta da lanciare nel giardino del vostro vicino di casa; ma se mai doveste assecondarmi e partire alla ricerca delle madonnelle miracolose mi piacerebbe un sacco che condivideste con me la vostra esperienza, mandandomi tutte le vostre fotografie e raccontandomi tutte le vostre idee ed impressioni.