Uno strano regalo di Natale, Guido Mura risveglia la tenerezza

Libro Uno strano regalo di Natale di Guido Mura, edizioni Streetlib

Chi legge a Pasqua un libro di Natale? Io, naturalmente. Però aprite bene gli occhi e le orecchie, perché questa pubblicazione di nemmeno 100 pagine ha davvero qualcosa di importante da raccontare.

Uno strano regalo di Natale

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Il protagonista della nostra storia è un cane, oppure un uomo. Insomma, un uomo con il suo cane, che però non è suo davvero. E poi c’è una casa, anzi due: una che si perde e una che si vince, una donna che se ne va e una che invece arriva. E Chipper forse è il cane che salverà la vita a un uomo perduto. Questo romanzo, per nulla banale, racconta la discesa di un uomo qualunque che perde il lavoro, la casa e la moglie. Una disgrazia senza fine, almeno fino a quando un musetto peloso non gli si avvicina facendogli scoprire che una nuova vita è possibile.

… e altri racconti

Nel volume sono presenti altre tre storie: La cometa di Tonio, I campanelli e L’organizzatrice. Altri tre romanzi brevissimi ma dal sapore natalizio, ma realizzato con ingredienti del tutto diversi da quelli che ci si aspetterebbe per delle storie di questo specifico periodo dell’anno. Insomma, aprite la mente perché ce n’è bisogno.

Guido Mura e la sua penna

uno-strano-regalo-di-nataleUna vita dedicata completamente alla letteratura quella del nostro autore Guido Mura. Saggista, bibliotecario, poeta e musicista, Guido nasce ad Alghero, ma vive e lavora a Milano dove per molti anni si è occupato di beni culturali. Una laurea in letteratura italiana e un lavoro costantemente tra i libri: cosa ci si può aspettare? Ve lo dico subito. Un linguaggio ricercato, ma mai barocco, ci accompagna durante la lettura  del libro. Guido non ha bisogno di dimostrare di saper scrivere bene, le parole gli escono dalla penna come la musica esce dalle dita di un pianista. Un flusso talmente tanto regolare e poco invadente che non appesantisce praticamente mai.

Io un pensierino ce lo farei … e poi costa soltanto 99 centesimi! Clicca qui –>  Uno strano regalo di Natale


Post in collaborazione con l’autore.

Love Hurts – Giulia Savarelli

Love Hurts - Eva Carollo

Ogni tanto mi capitano per le mani dei libri davvero interessanti e mi chiedo cosa io possa fare per questi giovanissimi autori emergenti che ci mettono l’anima. Giulia Savarelli è una di questi, ha scritto un libro di racconti molto molto bello, ma non essendo illuminata dai riflettori rischia di rimanere del tutto in ombra.

Love Hurts - Giulia Savarelli

Non se lo merita perché Giulia ha delle belle idee, fa scivolare la penna rapidamente e coinvolge il lettore tenendolo spesso con il fiato sospeso. I suoi racconti sono brevi, ma scavano nel profondo delle emozioni umane. I suoi personaggi sono talmente tanto vivi e solidi da presentarsi quasi come esseri viventi in carne e ossa. Apprezzo sempre un sacco questa completezza.

Love Hurts - Giulia Savarelli

Love Hurts è un buon lavoro, un buon percorso che dimostra una capacità non indifferente di tradurre in parole alcune situazioni che normalmente si percepiscono esclusivamente solo a livello intuitivo.

Love Hurts - Giulia Savarelli

Ogni racconto è decorato dalle fotografie di Eva Carollo, fotografa e grafica che ha curato tutta la parte estetica della pubblicazione di Giulia, un lavoro davvero preciso e altamente professionale. Un aspetto da non sottovalutare assolutamente. Non ho potuto proprio resistere all’utilizzo delle sue fotografie, infatti vorrei scrivere un articolo lungo kilometri per poterle usare proprio tutte.

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In realtà vorrei parlavi un sacco di ogni singolo racconto di Love Hurts, ma non potrei assolutamente farlo senza inciampare in fastidiosissimi spoiler. Io non voglio rovinarvi la lettura di questo volume, perciò rimando la discussione al privato (sapete di potermi scrivere senza problemi accedendo alla sezione contattaci). In ogni caso voglio dirvi che il mio preferito si svolge tutto all’interno di un autobus, ma non vi svelerò nemmeno il titolo.

Se leggete Love Hurts fatemelo sapere, se l’avete letto di recente scrivetemi che ne parliamo insieme. Voglio sapere anche la vostra opinione, come sempre!

La marchesa di O…

Die Marquise von O…
H. von Kleist (Francoforte sull’Oden, 18/10/1777 – Berlino, 21/11/1811)

Di Arianna Cingolani


COLONNA SONORA: Piano Sonata n.8 in C minor, “Pathétique” – L. van Beethoven (consigliata l’esecuzione di M. Pollini)

La marchesa di O…

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Non è facile inserire Kleist in una corrente letteraria precisa, come del resto non lo è inquadrare le sue opere. Precursore del tardo Romanticismo alla Hoffmann, in cui gli elementi magici si mescolano alla realtà, patriottico, eppure profondamente legato ai classici, come dimostrano le sue opere teatrali, Heinrich von Kleist ha vissuto intensamente in un periodo di sconvolgimenti per il mondo, quando la stella di Napoleone sembrava destinata a brillare incontrastata (il racconto è del 1808). Perennemente volto al raggiungimento di una felicità ideale, di una pace impedita dalla febbrile ricerca della stessa, diventa l’esempio del giovane Romantico che sente ogni contraddizione del suo tempo, e allo stesso tempo un unicum per la rielaborazione interiore di tali percezioni.

Vista la breve durata della sua vita, non si possono annoverare nella sua produzione un numero elevato di opere, ma quelle a nostra disposizione sono lo specchio di un animo tormentato, inquieto, profondamente dilaniato tra il mondo reale della morale borghese e nobiliare, e quello interiore, delle emozioni profonde.
La scelta di questo breve brano non è casuale, in quanto è l’esempio più luminoso, secondo me, non solo delle capacità stilistiche, quasi neoclassiche nella cura e nell’eleganza compositiva, ma anche di quel sentire sofferto che serpeggia in tutta l’opera di Kleist.

Il racconto è piuttosto breve, una quarantina di pagine che scorrono via con una fluidità lontana dalla pesantezza di alcuni testi Romantici, in cui a volte l’eleganza formale viene sacrificata per far spazio ad una libertà compositiva che non sempre risulta adeguata al messaggio da trasmettere.
Non è questo il caso.

La storia si apre in modo bizzarro (per quanto l’idea fosse stata presa da un evento contemporaneo allo scrittore): una donna, la marchesa di O, pubblica un annuncio sul giornale per ricercare il padre del figlio che sta aspettando.
Segue un lungo flashback, che inizia durante un assalto ad un castello dell’Italia settentrionale ad opera delle forze russe. A questo proposito, l’autore non identifica mai gli schieramenti o le motivazioni, quasi fosse qualcosa al di fuori del tempo e dello spazio, un microcosmo concentrato soltanto in pochi posti definiti e pressoché staccati dal mondo concreto. Un sogno, o un incubo quasi, in cui gli avvenimenti si susseguono all’apparenza in maniera scollegata per tutto quanto il testo, salvo voi trovare un ordine nel finale.

Parlo di sogno, perché a partire da questo attacco, in cui la marchesa di O… viene salvata da uno stupro dal conte russo F…, ufficiale dell’esercito, tutto è in bilico tra la realtà e un mondo “oltre”, che cozza profondamente con quello materiale, ma che non per questo è meno reale. Non mi riferisco a chissà quale spiritualità, del tutto assente in questo racconto (altro elemento che lo distingue da testi coevi), ma a qualcosa di più forte e profondo, che può spazzare via ogni regola imposta; quella forza della mente e dello spirito che regola la vita umana, a prescindere da ogni altra imposizione o impalcatura razionale.
E’ questo il punto del racconto.

Mano a mano che gli eventi si susseguono, che la realtà rende evidente la gravidanza della marchesa di O…, che le reazioni del padre e del mondo si adeguano a schemi prestabiliti, la protagonista rimane sempre più fedele a sé stessa, esempio di purezza al di fuori dalla morale, fragile nella sua condizione fisica di donna vedova incinta e non sposata, eppure invincibile nella convinzione di non aver consumato nessun rapporto sessuale che possa giustificare il suo stato interessante. E mai, nemmeno per un momento, se ci si immerge nella lettura, si dubita della sua sincerità, del fatto che la sua proclamazione d’innocenza non sia una scusa. Probabilmente è proprio da questa autoconsapevolezza, da questo candore d’anima, che la marchesa trova la forza di avere la sua indipendenza, di affrancarsi senza rumore dal padre e dalla famiglia senza alcun rimpianto, ma nemmeno con risentimento. Una donna che è disposta a pagare il prezzo della fedeltà a sé stessa e alla propria innocenza, sia esso il dover rinunciare alla propria famiglia, o dover sposare, prendendosi le proprie responsabilità nonostante tutto, colui che l’ha stuprata, a prescindere dal suo ceto. Non una favola, per quanto in alcuni tratti possa sembrarlo, ma quasi la biografia di una donna che nella sua purezza d’intenti resta irrimediabilmente innocente nonostante tutte le maldicenze o le evidenze del reale; perché essa stessa innocente e strenuamente fedele a sé stessa lo è rimasta nello spirito.
Nemmeno quando il conte F… si presenta per sposarla in tutta fretta, a più riprese nel racconto, lei pensa ad un suo coinvolgimento, proprio per il sentirsi estranea alla faccenda, come se in fondo lei appartenesse solo a sé stessa, in un rifiuto di qualsiasi violenza proveniente dall’esterno e dalle contingenze.

Il lettore intuisce che il conte possa avere a che fare con la gravidanza della marchesa, per cui l’epilogo non stupirà certo nessuno. Eppure, l’originalità di Kleist non sta, ancora una volta, negli avvenimenti, ma nei comportamenti.

Senza spoilerare quello che, per me, è il VERO finale del racconto, posso però anticipare che grazie all’ultima pagina tutto prende senso. Ogni nodo viene nascosto viene disciolto, ogni motivazione compresa, seppur niente venga chiarito in maniera volgarmente evidente. E’ richiesto lo stesso animo della marchesa per comprenderne le ragioni e vedere i meccanismi psicologici dietro al racconto.

E ci si renderà conto, quasi, che Kleist ha anticipato concetti che sarebbero stati affrontati solo anni più tardi dalla psicanalisi; in maniera, ovviamente, meno chiara dei suoi successori, ma sicuramente con una sensibilità e un’apertura emotiva totale e quasi rivoluzionaria verso un mondo che impone all’essere umano e, nello specifico, alla donna, di accettare ogni violenza soltanto perché socialmente riconosciuta come normale e conveniente.

Credo che queste siano le ragioni che rendono questo racconto una pietra miliare non solo della letteratura, ma anche della propria crescita personale.
Ora, come allora.


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Topo da biblioteca a cui ogni tanto prendono i cinque minuti e se ne va in giro per il mondo zaino in spalla, ma senza scordare che organizzazione is the way. Idealismo e fastidio. Where classica and metal unite. MOTTO: NO. ALLINEAMENTO: Legale Buono BACCHETTA: Legno di Pioppo, nucleo di Crine di unicorno, lunghezza di 10 pollici e 3/4

Una grande storia d’amore: Il cuore appeso, di Monica Bianchetti

Per chi mi segue da tempo non è una novità: io non amo le storie d’amore. Però ci sono libri in grado di farsi spazio con prepotenza, un po’ perché sono scritti bene e un po’ perché ti incuriosiscono sufficientemente. 

27786311_10214129453064026_1816006730_oVoglio essere sincera, appena ho sfilato il libro di Monica Bianchetti dal pacco inviatomi ho rovesciato gli occhi e ho sbuffato. Ho pensato “Oddio che copertina orribile, peggio di un Harmony”, quindi l’ho appoggiato sul tavolo e l’ho guardato storto per almeno una decina di minuti. Pensavo, con il mio solito atteggiamento prevenuto, che si trattasse del solito romanzetto mezzo autobiografico, scritto male e impaginato peggio. Ebbene, mi sono sbagliata. In realtà ho giudicato un libro dalla copertina, commettendo l’errore peggiore che si possa fare approcciando a un romanzo di uno scrittore non famoso.  Questo blog post, quindi, serve da immenso SORRY.

Tre buonissime ragioni per leggere “Il cuore appeso”

  1. Monica Bianchetti ha una scrittura sublime. Le sue frasi sono costruite in modo tale da sembrare musica: scandiscono un ritmo dolce e lento che arriva a cullare il lettore accompagnandolo nello svolgimento della trama. Le parole di Monica sono rassicuranti anche quando arrivano al dramma. Come una madre che non ti abbandona nei momenti difficili, Monica non ti risparmia la giusta sofferenza.
  2. La storia è creata con il giusto dosaggio di quiete e colpi di scena: si alternano momenti tranquilli in cui c’è tempo di gustarsi l’atmosfera e momenti  in cui il nodo in gola impedisce di respirare. Il libro si vive come si vivrebbe una passeggiata in montagna: attimi di relax alternati a grande fatica. Le tematiche all’interno sono importanti e non vengono mai banalizzate. Non è solo una storia d’amore, ma c’è molto di più.
  3. I personaggi sono completi e non è esattamente una cosa scontata. Soprattutto delle due protagoniste si ha una visione a tuttotondo. Questo è vero a tal punto che sembra di conoscerle da una vita. Ciò risulta fondamentale per l’immedesimazione, la quale avviene naturalmente grazie proprio alle mille sfumature delle due donne. Si vive, si soffre, si piange e si ride insieme a loro.

Puoi acquistare il libro cliccando qui: Il cuore appeso 

La copertina continua a non piacermi

Nonostante io del libro abbia un’idea completamente positiva continuo a pensare che la copertina sia  inadatta. L’immagine in sé, una fotografia di un olio su tela, è molto bella e rispecchia perfettamente la protagonista del romanzo, tuttavia è una figura a mio avviso sbagliata per la funzione che ha in questo caso. Troppo nero e visual molto poco accattivante: se lo vedessi sopra uno scaffale di una negozio probabilmente lo ignorerei. Il romanzo, al suo interno, rievoca posti bellissimi dove la natura regna sovrana: punterei più su questo genere di immagini per la presentazione. Oppure, visto che il tema del viaggio ricorre spesso ed è fondamentale per la trama stessa, potrebbe essere un’idea anche tentare di rievocare attraverso le immagini questo aspetto. Però, onestamente, queste sono solo idee personali.

La trama 

Due donne e due epoche, l’omicidio brutale di una bambina che segnerà per sempre tanti destini. Lisbona sullo sfondo a incorniciare una grande storia d’amore. “Sara. Lea. Erano alla fine simili le loro storie, entrambe amanti, entrambe condannate a non stare con l’uomo che amavano, entrambe trafficanti di segreti. Ognuno ha il cuore che ha, il cuore non lo si sceglie e a volte essere se stessi a ogni costo non è facile. Come sono strani gli incontri tra le persone. È davvero il caso il regista delle nostre vite?” 

Monica Bianchetti

27718943_10214129460984224_1647754510_nÈ nata a Vicenza dove tutt’ora vive. Ha pubblicato nel 2005 il romanzo La bambina di Venezia ed è seconda classificata al premio Adolfo Giuriato di Vicenza con il racconto La bicicletta. Nel 2006 ha pubblicato il romanzo Il cielo sopra l’albero e sempre nel 2006 è finalista (tra i primi dieci su oltre 1700) al II° Festival delle lettere di Milano con il racconto Il mare in una lacrima. Nel 2007 ha pubblicato la raccolta di racconti Le curve delle parole e nello stesso anno è finalista al concorso di poesia Un fiore di parola con la poesia Ragazza di Lisbona. Nel 2008 esce il suo libro Il sapore della neve. Ha collaborato inoltre con Alberto Di Gilio per Asiago 1915-18. La porta della pianura e Altopiani 1915-18. I guardiani di pietra. (Fonte biografia: quarta di copertina de Il cuore appeso)


Per le tematiche trattate si sconsiglia la lettura a un’età inferiore ai 14 anni.

Blog post in collaborazione con l’autore. 

Altèra, le cronache dei cinque regni

51hiI3-GqCLRicordate quando vi ho parlato de I guerrieri d’argento? Rinfrescatevi la memoria perché sono andata avanti con Le cronache dei cinque Regni e mi sto appassionando sempre di più.

Elvio Ravasio continua ad alleggerire le mie lunghe traversate sui mezzi pubblici di Roma, e io pur di non distogliere gli occhi dal suo racconto finisco in braccio alle nonne con la spesa che si siedono nei posti a loro dedicati. Il punto è proprio questo, quando si inizia a leggere Altèra non si può smettere.

La trama

In un passato remoto l’incantesimo più potente mai pronunciato aveva posto fine ad una guerra. Ma dopo tanto tempo, l’antica città di Altèra, sospesa in un’altra dimensione a seguito dell’incantesimo, vuole riemergere con tutte le sue forze; al suo interno il male cresce e si espande. I protagonisti saranno parte di un disegno che metterà in discussione la loro amicizia, la loro forza, la loro volontà. Saranno divisi, posseduti, torturati, messi l’uno contro l’altro e sottoposti a prove terribili. La loro amicizia verrà messa in discussione e la loro anima soggiogata. Dovranno imparare la differenza tra rabbia e perdono, indulgenza e severità, ma non sempre le loro scelte avranno l’effetto desiderato. Gli alleati di sempre saranno con loro e dalle terre sconosciute, nuove popolazioni verranno in loro aiuto: gli eleuriani abbandoneranno il loro eremo di pace e si uniranno all’esercito, una antica razza di draghi senza ali si unirà a Elamar. Poteri devastanti entreranno in gioco, antichi rancori riemergeranno, gli elementi avranno un nuovo padrone. Il confine tra forza e pazzia verrà oltrepassato, draghi, magia e coraggio contrasteranno il potente nemico di sempre. Ma basteranno le loro forze riunite per sconfiggere Merja Norim ?

Perché dovete leggerlo

  1. I personaggi sono cresciuti e continuano a farlo. Assumono sempre più sfumature e sono delineati in modo via via più completo. In questo episodio li vediamo seriamente messi alla prova e conosciamo lati di loro che prima non avevamo nemmeno presi in considerazione.
  2. L’ambientazione è stupenda, c’è poco da dire. Ti rapisce e ti porta dentro un mondo incantato del quale riesci a immaginare perfettamente ogni singolo aspetto. Una notte ho persino sognato un luogo simile e nel sogno stesso ero consapevole di essere in un racconto di Ravasio. Tanto per dirvi quanto può avermi colpita.
  3. Non ripeterò quanto questo autore scriva bene, il tutto è molto fluido e incalzante e questo permette di rimanere sempre sulla storia. Non ci sono virtuosismi di penna inutili e disturbanti, la scrittura è completamente votata allo sviluppo della trama. Così mi piace molto, soprattutto quando si tratta di Fantasy.
  4. I disegni! Le pagine sono intervallate da splendide illustrazioniIo mi ci sono persa proprio e spesso le immagini erano l’unica cosa che riusciva a distrarmi, per pochi attimi, dalla lettura.

Ci sono moltissime altre ragioni per acquistare il libro e metterlo sul comodino, ma lascio a voi il piacere di trovarle. Sono certa che dopo I guerrieri d’argento e dopo Altèra, finirete per acquistare anche i prossimi… se non altro per vedere come prosegue la situazione. Il finale, infatti, lascia un po’ l’amaro in bocca.

Vi lascio i link per approdare direttamente su Amazon per acquistare i primi due volumi della saga. Vi consiglio di non lasciarveli scappare e di non credere che il fantasy italiano sia per forza una cosa brutta. C’è dell’apprezzabile qui, parola della gatta.

I guerrieri d’argento. Le cronache dei cinque regni

Altèra: Le Cronache dei cinque Regni


Per i temi trattati a lettura della saga è consigliata fortemente ad un pubblico preadolescente e adolescente. Blog post in collaborazione con l’autore.

Un libro per Natale: I segreti di Asgralot

i-segreti-di-asgralot-467068Quasi è Natale e sono sicurissima che già sentiate nell’aria quel profumino di centro commerciale misto odore di chiuso che vi accompagnerà per i prossimi 15 giorni, mentre sarete alla ricerca del regalo perfetto per ogni singolo componente della vostra famiglia. Per quanto mi piaccia il Natale come periodo dell’anno (via del Corso tutta illuminata, le caldarroste, i cappellini di lana, le sciarpone, le coccole a letto…) una delle cose che meno mi piace è quell’insensato obbligo di fare regali. In realtà non amo fare regali nemmeno ai compleanni, ma io sono un caso patologico e comunque non sono mai stata brava a centrare il dono perfetto. Tuttavia di libri ne leggo tanti e quindi se mai nella vostra lista ci fosse un piccolo ometto amante del fantasy che vada dai 10 anni in su, sappiate che ho l’idea giusta per voi: I segreti di Asgralot, l’isola e gli evoluti.


Elì, te ti rendi conto che per arrivare al punto ci metti sempre settecento parole inutili?

Sì e questo è il mio blog, quindi faccio come diavolo mi pare.


Perché vi sto consigliando questo romanzo? Perché è una bella storia. Sì, semplicemente perché è una bella storia, con un sacco di personaggi super interessanti che si intrecciano in uno schieramento chiarissimo tra il male e il bene. Ci ho messo tanto a leggerlo solo per una questione di tempo, ultimamente non ho praticamente avuto una vita privata, ma se avessi avuto una serata intera probabilmente mi sarebbe bastata per mangiarmelo tutto. Questo libro è talmente tanto coinvolgente che finisci per sentirti parte della trama, come se fosse realmente possibile vivere ogni singolo passo con il protagonista.


Scusa Elì, così tanto per dire, ma la trama?

… Oh ma ste voci fuori campo?


Daniele Anansi è il protagonista ed è uno sfigato. Insomma, non uno di quelli gracili con apparecchio e gobba, ma uno di quelli che non si capisce perché sia uno sfigato. Pare attraente e ben piazzato, risulta essere pure piuttosto intelligente e la scuola la prende bene. Però niente, per qualche ragione è quasi del tutto solo, chiuso in se stesso, amico soltanto di un altro sfigatino emarginato come lui. Praticamente la cricca di gente che io riconosco come “familiare” perché anche io, almeno per i primi tre anni del liceo, sono stata una sfigata epica senza arte né parte.  Insomma, Daniele Anansi uno di noi ed è per questo che si  finisce per adorarlo anche se ha – di tanto in tanto – delle idee di merda. Succede che sto ragazzo di 16 anni un giorno si sveglia e scopre, dopo una serie di casini infiniti che la metà basterebbero, di essere figlio di un essere un po’ fuori dall’ordinario. Arrivano infatti delle persone che gli parlano di questi esseri evoluti che hanno dei poteri sovrannaturali e difendono il mondo: una sorta di Avengers, ma meno Marvel e più Omero. In qualche modo questi super uomini mi hanno ricordato le divinità greche, forse per la loro affinità con gli elementi della natura, cosa molto apprezzata, ve lo devo confessare.

Insomma, questo libro è da leggere per un sacco di ragioni: la prima è che è stato scritto da Federico Paccani, un ragazzo molto giovane e molto coraggioso con una penna che sa il fatto suo. La seconda è che Asgralot è un’isola fichissima dove succedono cose fichissime e dove vorrei assolutamente andare in vacanza almeno 15 giorni all’anno. La terza è che mi risulta raro leggere qualcosa che scorra così bene nonostante abbia una trama elaborata. Soprattutto quando si parla di scrittori emergenti.

Regalate questo libro a Natale, impacchettatelo e infilatelo sotto l’albero del vostro cuginetto nerd, della vostra cuginetta da recuperare prima che sia troppo tardi, oppure regalatelo a voi stessi che non fa mai male. Datemi retta, date a questo giovane scrittore la possibilità che si merita. Cliccate qui.

 

Fantasy italiano: cosa leggere?

Io lo so bene di addentrarmi nel magico mondo dei tuttologi del fantasy, per questa ragione ho preparato il magico ombrello dello shitstorm. So come funzionano queste cose: non importa che tu non abbia competenze, ma se sei un cinico paranerd della rete allora dovrai distruggere tutto ciò che è fantasy a patto che non si stia parlando dei soliti mostri sacri. Eccolì, mi stanno già suonando il campanello con i secchi di sterco da lanciarmi addosso.


Elisa, ma perché devi sempre fare polemica!?

Perché il blog è mio e faccio quello che mi pare. 


Comunque sia non sono qui a litigare con nessuno, ma a consigliarvi una lettura. Chi mi segue da un po’ dovrebbe averlo capito che il genere fantasy (a pari merito con il romanzo storico) è il mio genere preferito, quindi non mi sono fatta pregare molto quando Elvio Ravasio mi ha chiesto di leggere la sua saga e di dargli un parere. L’intera saga comprende quattro libri e si intitola Le cronache dei cinque Regni. Il primo libro, che è il protagonista di questo post #lagattaleggecose, si chiama I guerrieri d’argento.

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Gli eroi di questa storia sono tre, Elamar, Nyla e Gotland, tre soggettoni con un bel caratterino che dovranno per forza cercare di andare d’accordo per un fine comune. Ognuno di loro possiede dei poteri che sembrano completarsi l’uno con gli altri e così, dal nulla, tre ragazzi apparentemente troppo giovani per rischiare la vita, hanno a che fare con profezie, draghi, guerre e divinità. Facile, no?

I guerrieri d’argento rapisce completamente: difficile staccarsi dalla lettura una volta cominciata. Succedono tantissime cose ed è colmo di colpi di scena che continuano a tenere viva l’attenzione del lettore. Non c’è noia, non c’è lentezza: il ritmo è veloce, le parole si scardinano l’una dopo l’altra sotto l’effetto di un’ingordigia disumana che ci coglie nello scorrere delle pagine. Ravasio ha inventato un mondo, ma non ci annoia nemmeno un secondo nel presentarcelo in tutte le sue meraviglie e creature. L’autore stesso, d’altra parte, mi racconta: “I guerrieri d’argento è un libro che ho scritto per mia figlia quando aveva 10 anni, è nato quasi per gioco, senza volontà di pubblicarlo. Poi i casi della vita mi hanno lanciato in quest’avventura: rimane però un libro nato per avvicinare i ragazzi alla lettura. Ho scritto, spero, un racconto vivace, veloce, immediato e senza fronzoli.”

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Nel libro, ad alternare la piacevolissima lettura, troviamo un sacco di immagini stupende che ci aiutano un po’ a immaginare questo mondo fantastico fatto di creature stranissime che si muovono e fanno un sacco di danni. Così ho chiesto a Elvio il motivo di questa scelta e in che modo pensava potessero essere, queste bellissime figure, un valore aggiunto alla lettura. “Le immagini le ho inserite sia perché sono un appassionato del mondo fumettistico, sia perché viviamo in un mondo di immagini e ho pensato che queste avrebbero colto maggiormente il giovane lettore. Il mondo dei ragazzi di oggi è molto rapido e in continua evoluzione, bisogna catturarli anche con la vista non solo con le idee”. Come non essere d’accordo, dopotutto? Comunque, sia le immagini di Alessandra Alù, una che con la matita sembra saperci fare abbastanza.

Per concludere questo blog post de #lagattaleggecose io vi consiglio di dare una possibilità a questo libro, soprattutto se siete alla ricerca di un nuovo mondo da esplorare con la fantasia. Il libro, come già spiegato da Elvio stesso, è adatto ad un pubblico dai 10 anni in su, ma credo che anche un ragazzino più piccolo possa apprezzarlo tranquillamente. Non limitate la lettura a un pubblico giovane, lasciatevi rapire dalla fantasia e fatevi un giro nelle terre dei draghi: si scoprono sempre un sacco di cose nuove.

Potere acquistare il libro qui, anche in formato digitale.

Buona lettura!

Le regole di Hibiki, una lettura davvero piacevole

Per la rubrica #lagattaleggecose (che trovate pure su Instagram) oggi vorrei parlarvi di un libro scritto da un autore emergente che si è pubblicato da solo. Il titolo del libro è Le regole di Hibiki e lo trovate anche in edizione digitale cliccando qui.

In genere non approccio alle storie d’amore con un entusiasmo folle, preferisco romanzi fantasy, ma visto che sono disponibile per recensire ogni tipologia di opera letteraria, capita che mi mandino anche delle love story. Non vi nascondo che la mia prima reazione sia una bella sbuffata da cavallo, ma questa volta ho messo da parte tutti i miei pregiudizi e mi sono messa a leggere.

Il libro vola via velocemente, me lo sono letteralmente mangiato in pochissimo tempo. Si tratta di un’opera scritta in maniera assolutamente piacevole, è rapida è incalzante e già dalle prime battute ti catapulta al centro della narrazione. Hibiki è un ragazzo che un po’ si detesta, detesta il suo mondo e detesta anche il suo nome. Vive una situazione drammatica, costantemente sulla soglia della povertà a causa di un fratellino piccolo molto malato che necessità di cure molto costose. Hibiki è disposto a tutto pur di salvare suo fratello e questo lo costringe anche alla prostituzione. In fondo, come dice Hibiki stesso, questa è la soluzione più rapida anche se non del tutto indolore per racimolare quel tanto che basta per permettersi le medicine costose e il sostentamento quotidiano.

La sua vita fortunatamente cambia quando il fratellino lo esorta ad andare ad un colloquio in un prestigioso studio di avvocati dove incontra un personaggio ambiguo, ma molto ben costruito, che non solo aprirà a Hibiki nuove prospettive, ma lo catapulterà anche in un nuovo mondo fatto di sentimenti e di emozioni molto forti.

Cristiano Pedrini, così si chiama l’autore, sa scrivere davvero bene e sa entrare in tematiche molto complesse con la delicatezza di una farfalla. Ci accompagna infatti in un percorso fatto di sentimenti rumorosi, molto violenti e molto dolci allo stesso tempo, facendoci saggiare la rabbia e l’amore a momenti alterni. Ho apprezzato moltissimo il suo modo di “appoggiarla piano”, mettendosi sempre in gioco e schierandosi apertamente nel messaggio che intende lanciare attraverso la narrazione. Non è certamente un libro che annoia, forse qualche pecca nella costruzione del personaggio del fratellino (troppo intelligente a mio parere per essere un bambino), ma questo non ci impedisce in alcun modo di apprezzare i passaggi di una vicenda davvero interessante.

Le regole di Hibiki è uno di quei libri che lascia molte questioni aperte e permette al lettore una riflessione non sempre scontata. Quando si parla di omosessualità si rischia sempre di cadere nel già visto e nel già sentito, ma Pedrini ci offre una visione poliedrica che non ci cristallizza nel solito banale discorso che riguarda l’amore tra due uomini.

In conclusione, tocca assolutamente promuovere questo libro e tocca ammettere, da parte mia, che devo mettere più spesso da parte il pregiudizio, altrimenti rischio di perdermi queste piccole perle preziose alle quali – purtroppo – non viene dato troppo spazio.

Se lo leggete fatemi sapere cosa ne pensate!

 

Acqua e menta ghiacchiata: delicatamente Roberta Bianchessi

A volte non è la storia in sé a catturarci, ma i sentimenti che ci ispira scorrendo ogni pagina – Roberta Bianchessi

Questa è stata la frase che ho trovato sulla prima pagina del libro che mi è stato recapitato ieri dal postino. E voi direte: “Ma come, te lo ha recapitato ieri e già lo recensisci!” Sì, perché me lo sono letto tutto d’un fiato, in autobus. Inoltre sono solo 37 paginette.

Prima di parlare di Acqua e menta ghiacchiata, voglio fare una premessa. Secondo me non esistono libri osceni, brutti, immeritevoli e per questo non parlo mai male di una storia che mi viene sottoposta. Ho letto storie più coinvolgenti, ne ho lette altre meno interessanti, ma quando la lingua rimane intatta e la grammatica rispettata, per me è un testo che merita comunque una letta. Inoltre ritengo che ogni libro abbia in sé almeno un punto di forza che va incoraggiato e sostenuto, ho sempre pensato fosse improduttiva la recensione stroncante, svilente e scoraggiante: esattamente come faceva la maestra Laura con i miei scritti alle elementari. “Imbarazzante” disse una volta, dopo aver letto un mio elaborato. Ciao Maestra Laura, sono diventata una copywrtiter e con la scrittura mi mantengo e ci campo benissimo. Comunque sia, questo è il motivo per il quale non troverete mai una recensione negativa nel mio blog. Io consiglio letture e per ognuna di esse elaboro un motivo: chi si fida di me forse ha la possibilità di scoprire cose che in altri casi ignorerebbe.

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Premessa a parte, non è questo il caso di Acqua e menta ghiacchiata, anche se devo ammettere un po’ mi aveva scoraggiato il fatto che si trattasse di un self-publishing. In generale, questa pratica di pubblicarsi i libri da soli, non viene apprezzata e i motivi sono semplici: uno fra tutti è la mancanza, quasi sempre assicurata, di un lavoro di editing fatto bene. Lo devo ammettere, quando trovo troppi refusi nel testo fatico ad andare avanti anche se la storia mi coinvolge: già per me è difficile leggere per tutta una serie di motivi, figuriamoci se in mezzo ci sono troppi errori di battitura. Ma anche qui, non è questo il caso: non ho trovato nessun refuso.

Non ho iniziato a leggerlo subito, me lo sono messo in borsa. Ieri dovevo spostarmi da Centocelle a Monti Tiburtini perché ho accompagnato Fidanzato Claudio ad un presidio antifascista, così ho pensato che quel tragitto con l’autobus fosse l’ideale per immergersi nella lettura.

E mi commuovo, quasi subito. Roberta Bianchessi affronta il tema dell’Alzheimer e lo fa in modo molto dolce e delicato. Descrive l‘essenza dei rapporti man mano che si sgretola, fragile, tra le dita. Si percepisce l’allontanarsi di una persona che seppur viva, seppur fisicamente presente, si sta piano piano disgregando perdendo ogni cosa. Perché quando si perdono i ricordi di una vita, si perde la propria identità e poco importa se la parola s’allontana, la triste realtà è che non rimangono più nemmeno i pensieri. Così, queste persone rimangono lì e ti guardano, con quello sguardo vacuo che poco ricorda ciò che furono un tempo: morti, vuoti, contenitori di un’anima assente. Ed è un tema a me caro, giacché ho visto la mia prozia andarsene in questa maniera ed era morta molto prima che sotterrassero le sue spoglie, di lei era rimasta una figuretta impalpabile che, seduta su una sedia, guardava fuori dalla finestra.

Mi ci sono ritrovata nel testo, ho letto alcuni dialoghi che mi sembravano estrapolati dalla mia stessa esperienza. Commovente, commovente a tal punto che anche ora, mentre scrivo, mi si increspa la pelle. Non ho mai letto un testo che parlasse di questa malattia in grado di arrivare al cuore, direttamente, senza chiedere il permesso. Il libro di Roberta Bianchessi entra così, di prepotenza, per poi accoccolarsi piano piano e raccontarci, delicatamente, la sofferenza.

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Vi chiedo di spendere questi pochissimi euro per acquistare questo romanzo. Non ci guadagno niente, non è mio interesse economico e sapete che non chiudo mai una recensione chiedendovi di acquistare un libro, ma al massimo vi esorto a dare a questo una possibilità. In questo caso vi chiedo di acquistarlo e non lo sto facendo per compiacere l’autrice, ma perché credo che non esista altro libro che possa spiegarvi meglio di così cosa sia realmente l’Alzheimer. Acquistate questo volumetto e regalatelo, perché le persone devono sapere cosa succede in una famiglia quando un componente contrae questa malattia: il mondo si ferma e sul nostro caro si concentrano tutte le nostre attenzioni. Così, purtroppo, non si annulla solo il passato di chi soffre di questa malattia, ma si deteriora il presente di tutte le persone che gli vivono accanto. E questo si deve sapere, perché serve comprensione e quindi serve informazione.

Grazie per avermi letto, fatemi sapere cosa ne pensate.

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Una vita in prestito, al rientro dalle vacanze

Il rientro dalle vacanze è sempre qualcosa di un po’ traumatico, ma ogni tanto ci sono delle gioie che ti sollevano un po’. Tornando a casa dal mare, infatti, ho trovato questo libro in un pacco per me, spedito direttamente dall’autrice Carmela Checa.

Ora, per farmi felice effettivamente basta sempre molto poco: datemi un libro e un divano. 

IMG_6112In realtà non ho resistito molto alla curiosità, quindi una volta sistemati i teli da mare sul terrazzo e messa la crema dopo sole sulle ustioni di terzo grado, mi sono spaparanzata sotto all’aria condizionata e ho iniziato la lettura.

Una vita in prestito è un libro che scende velocissimo, lo apri e dopo un attimo ti ritrovi alla fine senza nemmeno essertene accorta. Infatti, Carmela vanta una scrittura molto semplice e leggera, che non impegna troppo la mente, ma che lascia il lettore concentrarsi unicamente sulla trama.

IMG_6109Ed effettivamente la trama merita, Giulia è la protagonista e quando – una mattina – si sveglia e si prepara per affrontare la sua giornata, non ha la minima idea della mole di guai che le si rovesceranno addosso. Certo, forse la scatola di preservativi nella borsa del marito non è un incipit meraviglioso, ma credetemi, le cose possono andare molto peggio di così.

Una vita in prestito è un romanzo piacevole, senza pretese, dove il dialogo ha sempre la meglio sulla narrazione rendendo così la lettura molto incalzante e perfetta per staccare la mente prima di un sonnellino. Per me, Carmela Checa ha fatto un lavoro che merita una possibilità, anche solo per la trama tutta piena di colpi di scena e improvvisi accadimenti bizzarri.

 

Unica nota forse un po’ fastidiosa, nella stampa ci sono molti refusi. L’editor non è stato impeccabile nella fase di review, tant’è che tutti i verbi essere in maiuscolo sono scritti con l’apostrofo e non con l’accento (E’ anziché È). Inoltre ci sono proprio delle impaginazioni che devono essere sfuggite al controllo finale. Ma questa non è certo colpa di Carmela Checa, quanto forse più una responsabilità della piccola casa editrice che ancora deve farsi un pochino le ossa. Questa cosa andrebbe rivista, altrimenti il testo perde moltissimo e sarebbe un peccato poiché il materiale è buono.

Che dire? Vi consiglio di leggerlo? Sì, io consiglio di dare a questo libro una possibilità perché parla di sentimenti, di dolore e dei momenti difficili che ognuno di noi si ritrova ad affrontare. E Carmela è brava a fare emergere queste tematiche, quindi sì.

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Sotto questo sole – New York 1941. Forse

Agosto è il mese in cui mi dedico di più alla lettura; normalmente è il periodo in cui mi concedo il lusso di leggere qualcosa solo per il gusto di leggere. Ho bisogno di storie veloci, interessanti e incalzanti che possano tenermi compagnia sotto all’ombrellone. Necessito di storie coinvolgenti, ma allo stesso tempo non invasive, che mi stimolino la fantasia senza però appesantirmi.

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Luca Giribone fa centro perfetto con il suo libro “New York 1941. Forse” e assolve al compito del sollazzo senza troppe pretese. Siamo oltre oceano, negli anni quaranta, Frank Logan è un giornalista d’assalto che ha tra le mani lo scoop della sua vita. La vicenda si confonde tra passato e presente e viene presentata attraverso un taglio quasi cinematografico. Non sarà difficile infatti, per i ricchi di fantasia come me, immaginare le intere scene in bianco e nero, riuscendo tranquillamente ad evocare l’odore del tabacco e dell’alcol di un appartamento della Grande Mela.

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Il volumetto dell’ Europa Edizioni si legge semplice, scorre veloce e carpisce l’attenzione. La scrittura è articolata e costruita in modo tale da restituire delle immagini tipiche del noir psicologico, tuttavia non stucca e non appesantisce quasi mai. Non manca naturalmente il colpo di scena che sconvolge la trama, così l’attenzione del lettore viene tenuta alta senza particolari stratagemmi, ma con assoluta onestà.

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Il romanzo non è un giallo e non è un thriller: è un percorso profondamente introspettivo nella psicologia dei tre personaggi principali, i quali attraverso ricordi e lacune intrecciano la loro storia tra passato e presente.  Luca Giribone cerca di infilarsi in un genere prettamente americano, con l’intento di restituire le atmosfere dei film noir di Altman e Francis Ford Coppola, senza dimenticare l’interesse vivo per l’inconscio tipico di Hitchcock. 

“New York 1941. Forse” è il romanzo d’esordio di Luca Giribone al quale va riconosciuta una fervida immaginazione e un’aggressività narrativa tipica, probabilmente, di coloro che intendono regalare ai lettori continui colpi di scena. Di sicuro  Giribone non annoia, seppur presenti ancora qualche incertezza legittima di chi si approccia al grande pubblico per la prima volta. L’autore promette bene e ne riparleremo, rimaniamo in attesa degli altri due suoi romanzi ancora in lavorazione, chissà se leggeremo ancora qualcosa di Frank Logan.

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Trovo comunque molto coraggioso e quindi degno di nota l’atteggiamento di questo autore emergente che si cimenta in un genere non prettamente italiano, rischiando di scadere in luoghi comuni e in situazioni già viste. Giribone riesce a camminare tranquillamente sul filo del rasoio senza perdere di vista l’obiettivo e per questa ragione merita, a mio avviso, una possibilità concreta nel mare della scrittura emergente italiana.

Vi presento il programma del corso di scrittura creativa

IMG_3213Sono molto felice di annunciarvi che finalmente sono riuscita ad organizzare un corso base di scrittura creativa.  Ho pensato moltissimo al programma e per regolarmi sono andata a visionare quelli di alcune scuole rinomate, ma volevo darvi qualcosa di nuovo e di diverso. Più che altro ho deciso di dare all’intero corso una mia personalissima impronta, affinché non si trattasse di sei lezioni rigide e canoniche, ma che emergesse il mio bizzarro modo di vedere il mondo.

L’obiettivo di queste dodici ore che passeremo insieme non sarà quello di inculcarvi in testa una serie di regole che potete benissimo trovare sui libri, ma sarà quello di stimolare quanto più possibile la vostra fantasia, la vostra creatività, il vostro essere fuori dagli schemi. Ognuno di noi, infatti, ha un bambino dentro di sé che non ha affatto voglia di crescere; questo bambino, alle volte, lo si chiude un po’ in un cassetto e lo si ammutolisce in favore di una vita da adulti, piena di obblighi e doveri. Il mio desiderio è quello di aprire quel cassetto e liberare il vostro lato più dolce, più infantile, più delicato.

Faremo insieme tantissime cose: leggeremo brani divertenti e brani che ci faranno piangere, proveremo a inventare un mondo a partire da una parola, fingeremo d’essere giornalisti, astrologi, medici, avvocati… giocheremo un sacco scambiandoci di ruolo. Poi vedremo insieme anche delle cose un po’ più tecniche, alcuni capisaldi imprescindibili da conoscere per forza prima di iniziare un qualsivoglia esperimento letterario. Ma quello che conta di più è che ci divertiremo tantissimo: passeremo due ore alla settimana concedendoci il lusso di giocare.

Ti ho convinto? Vuoi venire a giocare con noi?

Il corso inizia a settembre e si svolgerà presso gli uffici Growell, in via Caio Mario 14 A, Roma (Metro A Ottaviano). Gli incontri si svolgeranno alla sera dalle 19 alle 22 oppure dalle 15 alle 17, una volta alla settimana per sei settimane. I posti sono limitati, le classi non supereranno le 8 persone. Il corso è aperto a tutti, dai 10 ai centomila milioni di anni.

Per iscriverti o per chiedere informazioni, manda un WhatsApp al numero 392/3874497.

Spero di vederti presto!