Ho messo un like per sbaglio su Instagram, cosa posso fare?

Hai visto di recente l’ex ragazza del tuo fidanzato e t’è sembrata l’incarnazione della dea Afrodite scesa in terra per ricordarti quanto tu somigli più a un cavatappi che a una femmina, così ti sei fatta prendere dalla curiosità senza controllo e ti sei nascosta in cameretta a scansionare con perizia chirurgica il suo profilo Instagram.

Ma ti è scappato un like, vero?

Bè, te lo devo dire con estrema franchezza: non puoi farci niente se non confessare pubblicamente con un blog post la tua immensa cazzata. Si chiama espiazione ed è l’unica soluzione.

Ebbene sì, capita anche alle migliori stalker, capita raramente eh, ma capita. Inutile stare qui a scavarsi fosse inutili, vediamo cosa possiamo fare per sentirci un po’ meglio

Tre cose da fare dopo un’epica figura di merda

Ovviamente stiamo dando per scontato che tu abbia già passato 48 minuti a fissare lo schermo del cellulare alternando sudorazione fredda a frenetiche dosi di nicotina. Al 49esimo minuto puoi mollare il telefono e prendere un bel respiro: niente ti farà tornare indietro nel tempo per mozzarti il bastardo pollicione traditore. Maledetto.

  1. Non fare niente, qualsiasi cosa ti venga in mente di fare non farla. Non cancellare contenuti nella perversa idea che possa venirti a spiare a sua volta. Non scrivere che ti hanno rubato il telefono, non mettere post tentando di suggerire pateticamente altre colpe. Tanto ha già rovesciato tutti i tuoi social come calzini almeno un centinaio di volte e non esistono foto che lei non abbia già visto (o che qualche amica non le abbia fatto vedere). Praticamente devi prendere coscienza con il fatto che molto probabilmente siete solo andate in pari, tu almeno non hai fatto screenshot (non lo hai fatto, vero?)
  2. Non iniziare a masturbare il tuo povero cervello, dio ti prego: salvalo da quest’inutile tortura! Mettersi lì e farsi filmazzi pazzeschi su quello che può passare nella testa altrui dopo aver visto il tuo like (che vede anche se togli, sia chiaro) non ha il minimo senso. Te lo dico io cosa pensa: esattamente quello che hai pensato tu quando è successo a te. Cosa? “Testa di cazzo, le dita le devi tenere lontano 100 metri durante una sessione di spionaggio: eddai, le basi! Almeno le basi!” E poi lo ha raccontato a tutte le sue amiche e al suo fidanzato, forse pure alla mamma visto che talvolta sono persone ben informate. E niente, ti prenderà per il culo un paio di settimane al massimo, poi se ne dimenticherà. Insomma, esattamente quello che faresti (se non hai già fatto) tu.
  3. Confessa la malefatta. Ecco, questa in realtà è l’unica cosa che devi fare: confessa la tua stronzata epica e non prenderti sul serio. Sei un essere umano come tutti e proprio come tutti alle volte finisci preda di una curiosità della quale tendi a vergognarti. In realtà è come fare la cacca: la facciamo tutti, ma per una qualche strana ragione vorremmo che nessuno lo sapesse. Come siamo assurdi alle volte. Ma l’istinto di sopravvivenza vale anche in questo caso, all’inizio ci vergogniamo della cacca, ma poi la facciamo anche quando in casa c’è il nostro fidanzato (altrimenti si avrebbero gravi problemi di stitichezza e per questo tema vi rimando qui). Così funzionano anche le figure di merda, raccontandole e rendendole note sembrano minuscole e alla fine faranno ridere anche noi che le abbiamo fatte.

Ebbene sì, oggi ho messo per sbaglio un like all’ex del mio fidanzato usando l’account della Compagnia dei Gracchi. Ho passato i primi 45 minuti a guardare il vuoto, poi ne ho passati 5 a chiedermi se davvero fosse successo proprio a me e altri 5 minuti li ho usati per l’assunzione di nicotina – quasi – per endovena. Fortunatamente stavo per raggiungere la mia amica Elena dall’altra parte di Roma e tra la concentrazione che richiede il tragitto e un filino di autoironia sono riuscita a raccontare l’accaduto trattenendo una risata. Bella la reazione di Elena, comunque: MA SEI SCEMA? Sì, mi ha detto proprio così.

Comunque sia, parlando per parlare senza un interlocutore preciso … La prossima volta che ti vedo,magari, prendo coraggio e ti offro il caffè così avrai l’occasione per mandarmi a fanculo di persona. Oppure ci si potrebbe fare persino una risata insieme.

Dopotutto io non mi prendo mai troppo sul serio.

Il tuo capo è uno stronzo? Scoprilo!

Il tuo capo è uno stronzo? Prova a vedere se trovi una corrispondenza con questi 5 punti, assegnando un punto ogni volta che il tuo capo rientra nella casistica. Se totalizzi anche 1 su 5, allora sì: il tuo capo è uno stronzo e se te ne vai è meglio.

Premessa: ho avuto solo due capi stronzi in quindici anni di lavoro ed entrambi erano minuscoli dirigenti di piccole realtà padronali. Magari con buoni agganci, ma pur sempre gente che nel panorama mondiale vale pressoché zero. Quindi, poverini, cerchiamo di non essere troppo crudeli visto che i loro tentativi di darsi un tono erano dovuti al fatto che un tono vero e proprio non lo avranno mai. Fortunatamente non registro altri casi di questo tipo, forse perché ho imparato a riconoscerli e quindi a evitarli.

Ma torniamo a noi! Il tuo capo è uno stronzo?

1) Il tuo capo ti passa vicino e non ti saluta, quando glielo fai notare ti dice che nemmeno ti aveva visto e che di certo non è stato volontario?  Quindi, fammi capire, mi passi a mezzo centimetro in una stanza vuota e non mi saluti girandoti proprio dalla parte opposta rispetto a me mentre sto per salutarti e dici di non averlo fatto volontariamente. Perdonami, ho proprio pensato male! La verità è che per due conoscenze importanti e una cravatta di Armani te la senti sei cazzi e mezzo e ritieni poco importante salutare una persona che non serve a niente. A questo genere di capo stronzo, vorrei far sapere che di recente mi sono trovata in ascensore con il CEO di una nota azienda del settore lusso. Questa persona, molto meno impagliata di qualsiasi altro manager di piccole aziende padronali (vestiva una camicia senza cravatta e un paio di jeans), mi ha tenuto l’ascensore aperto, ha premuto per me il tasto del mio piano, mi ha salutata e mi ha augurato una buona giornata, sorridendomi e guardandomi negli occhi. Trova le differenze. Ah, la risposta alla domanda iniziale è sì, il tuo capo è uno stronzo.

2) Il tuo capo preferisce umiliarti pubblicamente piuttosto che discutere con te in privato? Siamo al top degli stronzi. Un buon capo non ti fa la pettinata davanti agli altri, non ha alcun interesse personale nel farlo perché questo lo renderebbe agli occhi di tutti una persona poco intelligente e assolutamente ridicola. Il capo stronzo, invece, ti fa lo shampoo davanti a tutti e nemmeno accetta un confronto. Preferisce umiliarti lì per lì, perché ha bisogno di misurare costantemente il proprio organo genitale. Funziona così: una persona molto insicura della propria posizione, oppure una persona profondamente insoddisfatta, finirà sempre per crearsi delle situazioni in cui risulti molto semplice prevaricare qualcuno. Urlare contro un dipendente è un mezzo molto efficace per questo genere di disadattati. Il dipendente tace, loro si impongono e segnano un centimetro in più di minchia sulla loro asta di legno “misura uccello”.

3) Il tuo capo tende a non coinvolgerti, assegnandoti solo pochi compiti privi di un brief chiaro? Un po’ incapace, ma pur sempre uno stronzo. Il discorso è semplice, un capo stronzo è troppo impegnato a darsi delle arie, quindi non è in grado di essere un vero team leader. Quindi all’anello debole del team cercherà di assegnare compiti marginali e privi di indicazioni precise: il capo stronzo non ha voglia di fare un discorso con il dipendente e trovare un modo per inserirlo nel contesto e farlo crescere. Preferisce assegnargli compiti poco chiari che, ovviamente, verranno eseguiti male e saranno quindi prova dell’incompetenza del dipendente. Se pensate che sia così ovunque perché ve lo hanno detto, sappiate che non è così e gli stupidi non siete voi. Non siete incapaci, non siete poco professionali, non siete impreparati: avete solo un capo che non ha voglia di occuparsi di voi. Una figura junior ha bisogno di un team leader che sappia fare il team leder, in grado di capire come si impieghino ragionevolmente le risorse. E comunque, anche una figura senior ha bisogno di una direzione chiara, perché la guida di un team non viene meno quando la seniority dei componenti è alta. Non so proprio come si possa pensare una follia simile.

4) Il tuo capo ti esclude dalle attività di team building? E’ uno stronzo che vuole eliminarti ma è troppo codardo per farlo apertamente e aspetta che ti scocci e te ne vai. In genere da questi palloni gonfiati non ci si aspetta una grandissima determinazione e un nobile coraggio. Sono dei codardi, altrimenti non si dovrebbero nascondere dietro tutti i finti atteggiamenti da duri snocciolati nei punti 1, 2 e 3. E così, il capo stronzo va a pranzo solo con i suoi preferiti, passandoti anche davanti così vedi bene che sei l’escluso, ride e scherza solo con la sua micro-cerchia ristretta e tende ad assegnare a loro tutti i compiti belli e – naturalmente – perfettamente brieffati. Se ti succede questo, sappi che non sei tu quello sbagliato.

5) Ti assegna attività per le quali non possiedi le competenze e ti rimprovera quando, alla consegna, ci si accorge che non si tratta di un lavoro professionale? MA VA? Ma non me lo dire. Eppure io chiedo sempre al mio pasticcere di tagliarmi i capelli e cambiarmi l’olio della macchina, non capisco! Perché il tuo capo dovrebbe chiederti di fare una cosa per la quale non sei preparato? Perché un consulente esterno professionista costa troppo, quindi meglio prendere nel mucchio qualcuno che potrebbe forse saperlo fare per attitudine. Tanto, chissenefrega, se va male sappiamo su chi si può scaricare la colpa. Sì, perché il capo stronzo non ammette l’errore, ti urla addosso che non sei stato in grado e che avresti dovuto fare meglio oppure dire di non saperlo fare come un professionista. Ma dai. Quindi io, fruttivendolo che ha studiato da fruttivendolo, ti devo dire che non sono in grado di fare una tracheotomia a tua nonna. Eh, sì. Effettivamente quali sono i fruttivendoli che non hanno alle spalle anni e anni di tradizione medica popolare. “Eh ma tu una volta hai detto di saper spremere i brufoli, pensavo sapessi anche fare una tracheotomia”, ti dicono. E invece no, sapete perché? Perché un fotografo amatoriale, per quanto creativo e intuitivo, non farà mai le foto come un professionista che ha studiato. Peccato che il professionista costi un po’.

E così arriviamo ai cinque segnali principali attraverso i quali riconoscere un capo stronzo. Purtroppo non sono gli unici, ma sono quelli che ho visto in entrambi i capi stronzi che ho avuto io nella mia vita. Non abbiate paura di cambiare lavoro, perché là fuori non è così ovunque. Ci sono momenti in cui anche io mi sono sentita rassegnata, forse anche a causa di un bisogno di tipo economico, ma superato il momento di crisi ho alzato il culo e sono andata a caccia di un altro lavoro. Fortunatamente in 15 anni di esperienza soltanto in due casi posso parlare di veri capi stronzi, per il resto ho vissuto esperienze più o meno utili in contesti più o meno equilibrati. Non esiste il posto di lavoro perfetto, ma esiste il posto di lavoro adatto alla nostra persona. Non abbiate paura e cercatelo, perché sti stronzi non hanno proprio bisogno di noi (e noi non abbiamo certamente bisogno di loro).

Come scacciare i brutti pensieri: cinque tecniche (quasi) infallibili

Mi capita spesso di abbattermi a causa di brutti ricordi e pensieri spiacevoli, a volte una giornata meravigliosa viene rovinata da un commento letto per sbaglio su Facebook che mi fa tornare alla memoria qualcosa che ho perso. Ci sono cose alle quali tocca arrendersi, come il fatto che il tempo passa per tutti e modifica qualsiasi cosa. Ed è un bene che sia così, per quanto doloroso, poiché si tratta solo della dimostrazione che si sta andando avanti e non si rimane fermi come gli alberi. Ma anche mentre scrivo queste righe sento la malinconia, ma soprattutto la mancanza di alcune persone nella mia vita. Ma basta così! Credo che sia arrivato il momento di dedicare sempre meno spazio a questa tristezza, quindi ho sviluppato cinque tecniche – quasi – infallibili per non rimuginare continuamente sul passato. Ecco come comportarsi appena arrivano i brutti fantasmi a darci noia!

  1. LE COSE CHE HAI. Invece di continuare a pensare alle cose che hai perso, mettiti a elencare tutte le cose che sei riuscito a ottenere. Quando penso a certi momenti felici della mia vita che non ci sono più, mi viene subito la lacrimuccia. Per quanto è bene lasciar fluire un’emozione, arriva anche il momento di prendere le distanze da un passato che non c’è più. Prendi carta e penna (fisicamente, se sei un grafomane!) e fai un elenco per punti di tutto ciò che oggi hai e allora non avevi. Questa è solo la dimostrazione che sei andato avanti. Appiccica il foglio sul frigorifero e guardalo tutte le mattine, ogni tanto aggiornalo!
  2. CAMBIA QUELLO CHE NON TI PIACE. Pare un’ovvietà, eppure ci sono persone talmente tanto insicure che preferiscono crogiolarsi nei ricordi piuttosto che alzare il culo e cambiare. Il passato se ne va, il tempo – molto banalmente – scorre e tu non ci puoi fare niente: fattene una ragione! Le cose attorno a te sono cambiate e tu ti senti vuoto e solo? Spostati, non hai mica le radici! Prendi coraggio e ogni giorno fai qualcosa di piccolo per andare avanti. Possono essere gesti stupidi (cambiare locale per l’aperitivo, acquistare una nuova borsa per il computer, regalare gli oggetti del passato) oppure azioni più importanti (cambiare lavoro, chiudere in una scatola tutti i vecchi regali, cambiare radicalmente tutto l’armadio). Fai qualcosa, non stare sul divano a guardare il muro.
  3. LASCIA PERDERE CIÓ CHE NON DIPENDE DA TE. Proprio così: ci sono cose che non dipendono da te. Il fatto che un ragazzo non ti chiami, che un’amica non abbia più voglia di stare con te, che il tuo collega abbia deciso di cambiare azienda lasciandoti solo in ufficio: non dipende dalla tua volontà e della tua volontà – quasi sempre – tutti se ne sbattono ovviamente le palle. Non ha senso fermarsi a pensare alle cose che tu non puoi cambiare, accettale e vai avanti anche tu come tutti gli altri. Come? Pensa a tutte queste cose e ripeti ad alta voce “non dipende da me” chiudendo mentalmente la porta dietro al quale si nasconde il pensiero. Dacci un giro di chiave. Se non dipende da te, allora non può essere un tuo problema. Io ho castelli fatti di stanze pieni di cose che non dipendono da me, ho buttato più chiavi che fazzoletti usati. Costruisci poi un castello mentale di tutte le cose belle che ti riguardano e che dipendono da te: porta un sacchetto di cornetti in ufficio per i tuoi colleghi, anche se non è il tuo compleanno. Un sorriso in più, quasi sempre, può dipendere da te!
  4. ORGANIZZA UN’AVVENTURA. Se stai pensando “non ho abbastanza soldi” ti basti sapere che io e Fidanzato Claudio partiamo spesso con 10 euro in tasca e lo zaino sulle spalle. Appena insorge il pensiero negativo, afferra il tuo portatile e mettitelo sulle gambe. Cerca zone vicine e lontane dove poter andare a caccia di cose belle: parchi, ville, mostre, sagre … concentrati sulle cose che puoi scoprire nel mondo e non su quelle che appartengono al tuo passato. Cambiare punto di vista è fondamentale per crescere, se guardi il mondo sempre dalla finestra della tua camera da letto dubito che tu possa immaginare un miglioramento della tua condizione. Scopri cosa c’è attorno a te, rimarrai sorpreso.
  5. IL TUO PUNTO FERMO. Non puoi piacere sempre a tutti, alle volte piaci e alle volte no. Può capitare che a qualcuno piacevi e adesso ti odia e te ne dice di tutti i colori alle spalle. Indovina un po’? Non ci puoi fare niente, fattene una ragione. Succede anche alle persone più perfette (sempre ammesso che a questo mondo possa esistere una perfezione). Però hai un punto fermo: una persona che qui nel presente c’è e non ti lascia solo. Un giorno questo punto fermo potrà cambiare, sicuramente, ma adesso è lei e pensa al qui ed ora. Non sei solo, non puoi esserlo perché nessuno lo è (se non volontariamente e anche lì io ho i miei dubbi). Prendi per mano colui che te la tende e lascia perdere chi ha deciso di ritrarla. Non ti fossilizzare, continua a camminare accettando che i compagni di viaggio possano essere anime di passaggio. E per fortuna.

E comunque, cerca sempre di tenere ben presente che quello che pensano gli altri di te non è ciò che sei tu, ma quello che loro sono. Un pensiero che non ti appartiene non può rappresentarti, quindi prendi sempre le distanze dovute: sia quando parlano male, ma anche quando parlano bene. Che tutti parlino bene di te non serve a niente se te ti senti una merda, costruisci una tua opinione di ciò che sei e se vuoi fare dei cambiamenti della tua persona, semplicemente, falli.

Stitichezza? 7 modi allucinanti per fare la cacca

Lunedì ho avuto problemi di costipazione, così invece di cercare su Google dei rimedi efficaci (scartata anche l’ipotesi di sentire il mio medico), ho pensato di chiedere a coloro che più ne sanno in assoluto: GLI UTENTI DEI SOCIAL NETWORK!

Vuoi conoscere un rimedio per combattere la stitichezza? Continua a leggere!

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In questa giungla di mamme informate, sempre pronte a fornire soluzioni naturali e genuine per la cura dei propri pargoli, come potevo non trovare gente disposta ad aiutarmi a fare la cacca?

Voglio condividere con voi i rimedi che mi sono stati suggeriti.

  1. Un cucchiaio d’olio d’oliva da assumere la mattina. Non so bene per quale principio un cucchiaio di olio d’oliva dovrebbe favorire l’evacuazione. Forse perché nell’immaginario comune questo liquido potrebbe lubrificare dei canali secchi? Quindi se credete che la vostra cacca si sia bloccata a causa di un malfunzionamento lipidico del vostro intestino e del vostro colon, provate ad aiutarvi con del lubrificante naturale proveniente dalla spremuta d’olive. Alcune correnti di pensiero consigliano l’aggiunta di un pizzico di zucchero, così da rendere più felici le feci e non dare loro l’impressione di volerle al più presto fuori dai piedi. Schermata 2018-08-31 alle 10.17.14
  2. Fumare una sigaretta. In realtà qui sembra esserci un fondamento quasi scientifico, pare infatti che la nicotina abbia la capacità di rilassare i muscoli lisci del corpo umano. Molte persone, infatti, sostengono di andare regolarmente di corpo dopo il caffè e la sigaretta. Sembra funzionare, ma tocca essere adulti e fumatori. In caso contrario, non credo sia una buona idea iniziare a fumare. La disperazione, però, può far fare cose strane. A vostro rischio e pericolo, ma sappiate che per la vostra prima sigaretta potreste evacuare anche lo stomaco, oltre che l’intestino. Schermata 2018-08-31 alle 10.17.49
  3. Alimenti che stimolano: prugne, albicocche, latte caldo, mirtilli, carote … sembra che tutta questa roba (soprattutto se presa assieme) possa in qualche modo convincere la vostra cacca a farsi un tuffo nel water. Margherita si raccomanda di mangiare per la precisione 6 carote, né una di più, né una di meno. Elena, invece, asserisce l’efficacia dei semi di zucca, attraverso i quali si cagherebbero – a detta sua – anche i timpani. Ecco. Non eccedete con questo rimedio se non volete ritrovarvi nella tazza a cercare i vostri strumenti auditivi perduti nella cacca. Che raffinatezza! Schermata 2018-08-31 alle 10.19.53.png
  4. Il rimedio del boy scout. Leggende dicono che durante le loro missioni nella natura, i soldati del buon Gesù soffrano spesso di costipazione. Probabilmente perché girano a gennaio con i pantaloncini corti e dormono in strutture dove la curia accende il riscaldamento colcazzo, ma non è questo il punto. Sono fortunatamente preparatissimi in materia di cacca e consigliano di deglutire un cucchiaino di Nutella e due cucchiaini di marmellata di prugne. Crediamo, dopo un attento ragionamento, che questo sia una sintesi tra il rimedio 3 e il rimedio 1, dopotutto lo sappiamo: l’olio di palma contenuto nella nutella ha un effetto devastante secondo gli utenti del social network. Schermata 2018-08-31 alle 10.20.30.png
  5. L’acolista. C’è chi suggerisce candidamente la soluzione definitiva: tequila. In fondo perché no? Ci si piglia una bella sbronza e tanti saluti, sicuramente tra il mal di testa del giorno dopo e qualche rigurgito bilioso, si passa anche per la tazza del cesso. Si coglie così l’occasione per fare anche festa, sperando che la costipazione caschi di venerdì o sabato. In caso contrario meglio il rimedio dello scout. Schermata 2018-08-31 alle 10.21.20.png
  6. Erbe medicinali da compare in farmacia o in erboristeria. Che poi, siamo onesti, questi sono metodi quasi sempre infallibili, solo che non puoi prevedere quando l’evacuazione avverrà. Potrebbe succedere anche a lavoro, o nel mezzo di un appuntamento galante … supposte e beveroni erboristici sono perfetti, ma dopo l’assunzione chiudetevi in casa perché ogni momento potrebbe essere buono per stappare la bottiglia. Non fatevi trovare impreparati. Schermata 2018-08-31 alle 10.22.37.png
  7. IL PREZZEMOLO NEL CULO. C’è chi dice che si tratti di un rimedio efficace solo per i neonati in caso di coliche, c’è chi sostiene che vada bene per gli adulti solo se di prezzemolo si utilizza una piantagione intera. In tutti i casi non so quanto siate propensi a infilarvi erbe nel più sacro dei vostri buchi, ma sappiate che l’efficacia è testimoniata in larga misura. Si tratta dei rimedi più quotati accanto all’olio e alle sigarette. Quindi, se proprio siete alla frutta, sappiate che riempirvi l’ano di erbe aromatiche come foste dei tacchini il giorno del ringraziamento potrebbe essere un’ottima idea. Schermata 2018-08-31 alle 10.24.00.png

Conoscevate qualcuno di questi metodi e volete dire la vostra opinione? Ne conoscete altri di ancora più strani? Sei un medico e vuoi querelarmi per disinformazione? Lascia un fantastico messaggio qui sotto!

L’unica cosa vera di questo post, comunque, è che la cacca la fanno proprio tutti, anche la tipa strafiga dell’ufficio che sembra avere la passera d’oro zecchino. E la fa puzzolente come quella di vostro nonno: uguale uguale. La cacca è ‘na livella, regà. 

 

Logan Paul ha fatto anche cose buone

Queste due ultime settimane mi sono occupata del caso Logan Paul. Brevemente: Logan Paul è un vlogger molto famoso (soprattutto negli USA) con una promettente carriera. Un giorno decide di caricare un video parecchio infelice e tutta la sua popolarità crolla inesorabilmente. Potete leggere la vicenda qui.
 
Qualche ora fa YouTube è intervenuta con un comunicato stampa in cui spiega le nuove regole che riguardano la pubblicità nei contenuti. Avvisa, inoltre, che il controllo dei video sarà effettuato “a mano”, ovvero da persone in carne e ossa. La comunicazione la trovate qui.
 
Ho scelto, in entrambi gli articoli, di occuparmene senza scivolare eccessivamente nella mia opinione perché, inizialmente, non avevo alcuna opinione. Ora però due cose mi sono venute in mente e riguardano principalmente la mia esperienza.
 
Purtroppo è tutto vero, nel mondo dei blogger, dei vlogger, degli influencer e degli igers si incontrano anche persone disposte a qualsiasi nefandezza pur di avere un minimo di visibilità. Visibilità, per altro, quasi sempre estremamente effimera. Insomma, non sono tutti Logan Paul eh.
 
In modo particolare ho visto come si possa rinunciare tranquillamente a una propria opinione reale in favore di una acquistata da terzi. Ho visto anche come la visibilità possa essere messa davanti anche a questioni ben più importanti. Insomma, niente di nuovo. No, niente di nuovo e ammetto senza troppa difficoltà di aver soppresso anche io a diversi aspetti di me in favore di un’azione che potesse in qualche modo favorire una connessione con una personalità giudicata “utile”. Quando mi sono accorta della direzione che avevo preso, mi sono fermata e sono tornata nella mia zona sicura, dove le cose sono semplici, piccole e genuine. Dopotutto qui nessuno ha mai voluto fare i petrodollari.
 
La cosa bella è che al mondo possiamo tranquillamente cambiare idea. Certo, alcuni diranno che siete incoerenti, altri diranno che siete rinsaviti, ma alla fine la cosa importante è che stiate bene voi e che voi troviate una serenità nelle cose che fate e nelle cose che dite.
 
Grazie Logan Paul, sei uno stronzo deficiente, ma mi hai aiutata a mettere il punto a una questione che mi ha tormentata negli ultimi mesi.

Il diritto alla casa si acquisisce con la nascita

Ho un rospo in gola ed è un rospo bello grosso, oramai è talmente tanto abituato a stare lì che si è trovato una moglie, una rospa. E hanno fatto anche una serie di ranocchietti. Questo per dire che ci sta una cosa che mi fa parecchio incazzare. Io ve lo dico subito, questo post sarà ad alto contenuto polemico, anche perché tratterà unicamente dell’emergenza abitativa costante della capitale.

Da un paio di settimane la sera vado in un piccolo teatro a Trastevere. Non è un lavoro fisso, ma visto che sui soldi non si sputa accetto di sbigliettare per loro ogni tanto. Questo passaggio allunga di un po’ la mia giornata e accorcia notevolmente le mie ore di sonno: e al popolo? Non importa niente, chiaro. Fatto sta che arrivo alle 18 circa alla fermata Ottaviano della Metro A e percorro circa un chilometro a piedi per raggiungere via della Lungara. Passo, inevitabilmente, per via Ottaviano e lì mi sono imbattuta in una persona che ha scatenato dentro di me panico misto inferno.

Prima di parlarvi di questa persona però, voglio farvi una premessa sulla situazione economica in casa della gatta. In questo momento né io, né Fidanzato Claudio, abbiamo un lavoro a entrata fissa. Avendo la partita iva e lavorando come libera professionista, ogni mese è un mistero. Lui, avendo deciso di intraprendere un certo tipo di percorso, deve arrangiarsi con una serie di lavori occasionali (che comunque fortunatamente arrivano). Questo significa che noi costruiamo di giorno in giorno il nostro “stipendio”, senza sapere con esattezza se il mese successivo sarà fortunato quanto il precedente. Inutile che io vi spieghi quanto questa cosa mi generi ansia: mi sento sempre sul filo del crollo perché basta che qualcosa vada leggermente storto e vado con il culo per terra. Parliamoci chiaro, io a Roma sono sola. Non c’è mamma, non c’è papà e non ci sta nemmeno una zia lontana lontana di tredicesimo grado: se vado a sbattere, qui a Roma, io sono completamente sola. Per farvela breve, non ho le spalle coperte da una famiglia benestante, quindi se non ho i soldi per l’affitto di certo non posso chiederli a mammà.

Ma torniamo a parlare della persona che mi ha mandato letteralmente in crisi la settimana scorsa. Stavo appunto camminando su via Ottaviano e mi imbatto in una ragazza che chiede l’elemosina. E che c’è di strano, vi chiederete, dopotutto a Roma è una cosa normale vedere persone che chiedono l’elemosina, a maggior ragione nei pressi del Vaticano. Perché questa ragazza avrebbe dovuto farmi effetto più di un’altra? Era forse affetta da una grave malattia che le deformava qualche parte del corpo? No. Portava mutilazioni o ferite rimarginate male particolarmente vistose? No. Era nuda, sporca, sciatta, puzzolente, malata…? No, niente di tutto questo. Era una ragazza ordinaria che avrà avuto la mia età. Vestita bene, con dei jeans e un maglione, una giacca e una sciarpa di lana. Se ne stava in ginocchio su una coperta, tenendo il sedere alzato e non appoggiato sui polpacci. Nelle mani aveva un quaderno aperto sul quale aveva scritto “Buon Natale” e un altro pensiero carino di auguri. Era una scritta molto bella, curata e fatta a mano con tante penne colorate. Si era decisamente impegnata moltissimo e aveva messo in quel lavoretto manuale tutta la sua creatività. Io le sono passata vicino e per un attimo ho avuto l’impressione di camminare a rallentatore: la guardavo e lei teneva lo sguardo alto verso le persone, sorridendo e salutando. Era piena di dignità, nonostante l’umiltà del suo gesto.

“Potrei essere io”, penso. Perché no, dopotutto? Perché quella ragazza, senz’altro in grado di lavorare e anche di bell’aspetto, ha la sfortuna di dover chiedere l’elemosina e io non dovrei avere minimamente paura di fare la stessa fine? Che ha di diverso da me? Quali sono stati i fattori che hanno determinato il suo dover elemosinare qualche moneta per sopravvivere? Non potrebbe forse succedere la stessa cosa anche a me se tra qualche settimana non avessi il mio – fortunato – ricambio di clienti? Basterebbe che mi mollasse il mio cliente più importante che già non saprei con cosa pagare l’affitto, di certo non sopravviverei con i lavoretti collaterali (scrivere su qualche magazine online, vendere qualche piano editoriale per una piccola azienda, spacciare sottobanco qualche bibliografia per una tesi di laurea). E cosa farei io a quel punto? Sarei effettivamente capace di prendere i miei colori a tempera, scrivere un bel cartello e stare in ginocchio su via Ottaviano sperando che qualcuno mi lasci qualche moneta? Avrei davvero il coraggio di chiedere l’elemosina?

La mia passeggiata comunque continua verso il colonnato di piazza San Pietro dove, già alle 20 della sera, molte persone iniziano a costruire il proprio giaciglio per la notte. Li ho osservati attentamente e sono meticolosi, anche perché in questi giorni sta facendo molto freddo. Alcuni sono molto attrezzati, oltre alla base in cartone sulla quale appoggiare eventuali coperte, possiedono anche dei teli di plastica che riescono a sistemare in modo da ripararsi dal vento e dalla pioggia. Altri, invece, sono meno fortunati e non possiedono nient’altro che una coperta perciò sono costretti a ripararsi sotto ai portici (se e quando trovano posto tra altre persone nella loro stessa situazione). Li vedo parlare tra di loro, condividere del cibo oppure scambiarsi dei libri. Qualche volta giocano a carte, si raccontano delle storie, bevono del vino e si scaldano con dei piccoli fornelletti a gas sui quali mettono a bollire delle minestre.

Così, molto banalmente, io penso a tutte le case abbandonate che vedo. Ai capannoni sfitti, ai locali fatiscenti e mi chiedo: ma perché queste persone le facciamo dormire in strada? Davvero non riusciamo a fare un piano sensato per fare in modo che queste persone trovino, almeno per la notte, un dignitoso riparo? Non sto parlando di centri d’accoglienza con complicatissimi piani di inserimento sociale, ma di spazi dignitosi in cui una persona possa farsi una doccia e possa dormire all’asciutto. Dove possa avere un minimo di intimità anche nelle cose più banali, io non credo che queste persone siano felicissime di defecare negli angoli bui delle strade perché i bar negano loro l’accesso alla toilette. E se pensate che questo sia un problema che riguardi solo “matti”, immigrati irregolari, zingari e senza fissa dimora per scelta: vi sbagliate di grosso. Io sto parlando di persone cadute in disgrazia semplicemente perché sole in un enorme momento di difficoltà, esattamente quello che potrebbe succedere a me domani. E non sto banalizzando niente, la mia non è carità cristiana o altre porcherie simili, io sto parlando di equità sociale, di redistribuzione della ricchezza, di diritti dei lavoratori. Perché l’Italia non deve essere una Repubblica fondata sul lavoro, ma sui lavoratori. E quelle persone, quella gente che io vedo ogni giorno dormire in strada al freddo, sono lavoratori che sono stati abbandonati dallo stato. Gente che non merita nulla, nemmeno una promessa in campagna elettorale perché tanto quelli non vanno a votare.

E sono incazzata nera perché stiamo qui ad accusare la Raggi di aver comprato un albero di Natale sfigato e non la accusiamo di lasciare in strada i poveri, privandoli del lusso di essere riconosciuti come esseri umani. Bestie che possono vivere fuori, in giardino, come i cani e i gatti. Come i topi. E provate a dormire a Porta Maggiore, in un angolo anche pulito, contate però quanti sorci delle dimensioni di polli vi passano davanti in cinque minuti. Ma quella gente non è degna nemmeno di prevenzione sanitaria, perciò lasciamo tutto lì, uomini e topi a farsi compagnia. Quindi, invece di rompere le palle per Spelacchio, rompiamo le palle per coloro che non hanno voce e vivono nei vicoli aspettando che qualcuno – un giorno – si possa occupare di loro. Non dovete crederci alla balla enorme che non c’è una casa per tutti, è una stronzata. Esistono famiglie che hanno cinque o sei case e persone che vivono in strada, ma quando arriverà il momento di una sana e onesta redistribuzione della ricchezza? Quando cominceremo con gli espropri quelli seri? Ah, è incostituzionale dite. Allora va bene, allora viviamo in maniera disumana, lasciando uomini sotto la pioggia perché non riusciamo ad affittare il nostro appartamento a sette miliardi di Euro al mese.

E niente, mi sono incazzata anche questa volta e mi rendo conto di averlo fatto per niente. Tanto non ci sarà politico che prenderà a cuore questa questione perché i barboni non portano voti, non ci vanno a votare, non seguono la televisione. Chi se ne frega di questa gente che non vale niente alla conta dei numeri? Io credo solamente che una città governata da un essere umano, di qualsiasi partito politico, dovrebbe essere caratterizzata dall’assenza di un’emergenza abitativa costante. Perché le case ci sono, gli spazi non mancano e se questi sono fatiscenti non mancano i soldi per ripararli. Certo si sarebbe potuto evitare di sputtanare cinquantamila Euro in un albero di Natale di merda.

Vostro Onore, ho concluso. Mi dichiaro colpevole.


Non mi va nemmeno di mettere un’immagine o di imbellettare questo post. Avevo voglia di sfogare la mia rabbia e la mia frustrazione, quindi così com’è andrà benissimo. Il dialogo è comunque aperto e potete commentare con insulti e quant’altro. Io volevo solamente dire la mia, sicuramente un’opinione faziosa, ma non me ne frega proprio niente. Non rileggo nemmeno, non voglio che questo post perda anche solo un grammo di tutta la rabbia che ho messo per scriverlo.

Perché non mi faccio una macchina? E perché Pamela usa gli Uniposca rosa?

Se avete pazienza, tra qualche riga inizierò a raccontarvi la storia di Pamela. Se non avete pazienza, andate al paragrafo che parla di Pamela e della sua vita privata. 

Era da tempo che volevo avere il tempo di scrivere questo pezzo perché ultimamente ricevo molti messaggi di persone che mi seguono su Instagram (e quindi vedono le mie Stories) che mi chiedono, increduli “Ma perché ci metti due ore ad andare al lavoro?”. Non avete letto male, lo ribadisco nuovamente: passo 4 ore al giorno sui mezzi pubblici. E no, non lavoro fuori dal raccordo e nemmeno in un’altra regione: vivo a Centocelle e lavoro a Ponte Milvio.

Il tragitto, di per sé, non è molto lungo. Sono circa una ventina di chilometri passando dal centro, male che vada una quarantina di minuti in macchina. Per me no.  Esco di casa intorno alle sette della mattina, minuto più o minuto meno e mi presento alla fermata del 451 sulla Togliatti. Aspetto il primo autobus che in genere è strapieno e non si riesce a salire (causa scuole, naturalmente) quindi aspetto il secondo. A volte anche il terzo. Una volta ho atteso il quarto per poter ricavare un piccolo spazio vitale nel quale sopravvivere fino a Subaugusta, per prendere la metro A.

Direzione Battistini, il treno si carica all’Anagnina e arriva a Subaugusta PIENO di gente. Il primo non riesco mai a prenderlo, in media riesco a salire sul quarto. Una volta ho aspettato il sesto per riuscire a incastrarmi stile Tetris con gli altri passeggeri. Mi ci vogliono un sacco di fermate e devo subire la ressa folle di Termini per arrivare a Flaminio dove, finalmente, scendo e bevo due o tre litri d’acqua al primo nasone disponibile. Di buono c’è che, nonostante le temperature rigide di questi giorni, non sento mai il freddo. Anzi, faccio delle corroboranti saune gratuite, ma sarebbe meglio offrissero anche la doccia e un cambio.

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A Flaminio, dopo essermi scolata tutte le riserve d’acqua di questa città, aspetto con pazienza il tram: il magico 2 che mi porterà dritta dritta a Viale Tiziano. Durante questo tratto, di solito, non ho problemi nel trovare da sedermi. Per fortuna. Quindi, per farvela breve, arrivo in ufficio alle 9:30 circa (minuto più o minuto meno) già stanca e nervosa per un viaggio assurdo che sono costretta a compiere tutte le mattine. Ho imparato a portare con me una maglietta di ricambio e del deodorante, così appena raggiungo l’ufficio riesco a darmi una sistemata minima che faccia di me – almeno – una persona normale. Per diventare turbofiga mi ci vuole troppo tempo e comunque non ne vale la pena.

In tutto questo però una nota positiva c’è: origlio con immenso gaudio le conversazioni altrui. In realtà, una delle cose che mi piace di più è ascoltare le ragazzine che vanno alla scuola superiore perché parlano di maschi e amiche come se fossero l’unica cosa davvero importante di tutta la loro esistenza. Beata innocenza. E allora ho conosciuto Priscilla che ha la mamma testa di cazzo che non la lascia andare alla piazza il sabato sera, Francesca che ha una cotta pazzesca per Giulio di IIIC ma lui sta con Flavia e non si lasceranno proprio mai e Lavinia che è un po’ indecisa e non sapendo bene chi prendere li prova tutti in serie aspettando di trovare quello che le piace di più… e tante altre delle quali non ricordo il nome, ma ho ben chiara la storia.

Sono talmente tanto interessata a queste vicende che alle volte mi verrebbe da fermare queste ragazzine e chiedere loro “Oh, ma alla fine Chiara ha detto a Francesco che Penelope lo tradisce con il fratello di Giovanni?” Eh sì, perché poi ti mancano i pezzi! Passi praticamente quaranta minuti ad ascoltare tutti i dettagli di una vicenda e non saprai mai il finale perché accadrà nei giorni successivi e tu non puoi certo fermare le studentesse del classico per farti aggiornare. Per esempio io vorrei proprio sapere Lavinia (o era Flaminia?) che fine ha fatto quando l’amica sua si è presentata furente sotto casa. Sì perché Flaminia (o Lavinia?) aveva avuto l’indelicatezza di scrivere al ragazzo che piaceva a Chiara (o Clara?) e Clara (o Chiara?) giustamente non l’aveva presa benissimo. Dopo un giro di telefonate in lacrime e accurate indagini sui contenuti dei messaggi, Chiara (o Clara?) aveva deciso di andare direttamente da Lavinia (o Flaminia?) per presentarle il conto. Quale conto? EH NON LO SO!

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Oggi però Pamela mi ha fatto volare altissimo con il suo Uniposca rosa. La storia effettivamente merita qualche riga, ho fatto moltissima fatica a non scoppiare a ridere rischiando di farmi sgamare dalle due che – ignare della mia malattia – si confidavano l’una con l’altra. Non conosco il nome delle due ragazze che parlavano, ma una era molto arrabbiata con Pamela. Pamela è l’ex fidanzata del suo ragazzo, una tizia che va sempre in discoteca e che si veste “tutta coatta”. Non l’ho mai vista, sto riportando fedelmente. Insomma, Pamela non ha preso benissimo il fatto che il suo ex si fosse trovato rapidamente (… troppo rapidamente? Non lo sapremo mai) una nuova ragazza e quindi, invece di prendersela con lui ha giustamente pensato (come tutte le brave psicopatiche di questo mondo) di prendersela con lei. Perché? Nemmeno questo lo sapremo mai. Fatto sta che oltre a riempirla di insulti via Facebook (fino a quando non è stata bloccata) ha pensato di prendere le fotografie della nuova coppia e disegnarci sopra dei cazzi rosa con Paint, così da stamparle e lasciarle ovunque nell’atrio della scuola. Non contenta, probabilmente con un diavolo per capello, ha deciso che questo non era abbastanza e che tutto sommato si poteva rinunciare completamente alla dignità. Dopo la scuola, riuscendo a svignarsela prima di altri, ha raggiunto il motorino della ragazza e sul parabrezza ha scritto qualcosa come: ME TE MAGNO E ME TE RICAGO.Delicatissima. Pamela però è un po’ coatta, ce lo hanno comunicato subito, così per non perdere quella nota elegante e raffinata ha pensato di scrivere il messaggio con un fantastico, quanto mirabolante, Uniposca rosa. Le due ragionavano sull’accaduto e non riuscivano a smettere di ridere. Per quanto questa Pamela fosse arrabbiata e anche potenzialmente pericolosa, le due non hanno minimamente preso sul serio quella minaccia stupenda vergata in rosa. Tra l’altro, mi dispiace per Pamela, ma l’Uniposca va via con un po’ d’acqua e una spugnetta… le cose si fanno fatte bene, la prossima volta va utilizzato un indelebile nero di quelli che puzzano come la morte. Eh, allora sì che forse ottieni qualcosa. Qualche bestemmia e un pugno sul naso? Sì.

Ma insomma, la cosa triste è che non sapremo mai quali altri malefici piani Pamela escogiterà per screditare la nuova ragazza del suo ex. Non sapremo mai se metterà in giro voci circa qualche malattia venerea, oppure se le verrà voglia di mettere del Gutalax nelle bevande della vittima. Non sapremo mai se le incendierà la casa, se farà lo scalpo al gatto oppure se muoverà guerra contro la Corea del Nord. Non lo sapremo mai e io rimarrò lì ad aspettare, ogni giorno come il giorno precedente, nella speranza che arrivi qualcuno e mi racconti … come cazzo le sia venuto in mente di stampare le foto modificate con paint e di lasciarle nell’atrio della scuola.

F I N E

La compagnia del bagatto, Shakespeare e le mutande messe al rovescio

Una regista che stimo un sacco, Agnese, mi ha detto ieri che si sta montando uno spettacolo e che ha una particina per me. Sì, proprio per me che studio recitazione da pochissimo e che ancora sto cercando di costruirmi applicandomi in questa nuova sfida. Mi ha chiamata e con tanto entusiasmo mi ha detto che in “Molto rumore per nulla” aveva pensato a me per il ruolo di Orsola.

EVVIVA!

Così ieri è iniziata la mia nuova mega avventura insieme a La compagnia del bagatto, dove milita da diversi anni anche Fidanzato Claudio. Ho una paura tremenda, inutile nasconderlo. Ho così tanta paura di piazzarci la figuraccia del secolo che sto già facendo la memoria e mi sono letta il copione almeno una quarantina di volte. Oh, è Shakespeare, mica banane e lamponi! A me viene già la tremarella, ogni volta che ci penso mi piglia il vuoto nello stomaco come se stessi sulle montagne russe. E se non fossi capace? E se facessi proprio schifo, ma nessuno avesse il coraggio di dirmelo perché c’è di mezzo Fidanzato Claudio? E se non imbroccassi una cosa che fosse una? E se poi succede che non riesco a tenermi a mente le battute e svenissi di botto sul palco? Ecco, come vedete la prendo sempre benissimo e con estrema positività.

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Quindi niente, adesso tocca fare l’attrice per davvero. Devo prendere tutte le cose belle che mi ha insegnato il mio maestro Alessio e metterle, molto semplicemente, in pratica. Molto semplicemente, eh? Certo. In realtà mi sento la testa piena di cose e ancora non mi è chiaro come metterle in fila per costruire un personaggio, cosa che per altro mi agita non poco. Pare non ci sia troppo tempo per discuterne e Agnese ci ha detto di fare un lavoro autonomo presentandosi alle prove con il proprio personaggio già fatto. Ah, sì, come no. Finisco la peperonata e scendo! Se non altro ho in casa qualcuno con una massiccia esperienza, spero che almeno Fidanzato Claudio troverà il tempo per mettermi in mano un lume aiutandomi a capire qualcosa. Già sono iniziati i sogni strani: ieri sera, dopo la prima prova, sono tornata a casa e mi sono addormentata quasi subito. Mi sono svegliata quando è rientrato Fidanzato Claudio (sta a teatro con Al passo con i Parisi) e mi sono accorta che stavo sognando di arrivare al giorno dello spettacolo con i vestiti di danza e non quelli di scena. Nella mia borsa ci stavano le scarpette, il body nero, i fuseaux e gli scaldamuscoli. Nel sogno tiravo fuori tutto e pensavo al culo che mi avrebbero fatto i compagni nello scoprire che avevo sbagliato tutto e che avevo lasciato a casa le cose che realmente mi sarebbero servite. Poco male, risvegliandomi ho attaccato a parlare a macchinetta con Fidanzato Claudio e non ci ho più pensato. Ma se cominciamo così, cosa succederà il giorno vero dello spettacolo? Arrivo vestita di viola facendo cadere il copione mentre dico che Macbeth tutto sommato è palloso, ma interessante? Non ridete, sarei perfettamente in grado di farlo e di chiedere anche “qual è il problema?” nel vedere tutti a testa in giù che ripetono all’unisono “Buonanotte Broadway” come fosse un mantra. Ah ma sono preparata: se cade il copione si prende e si sbatte a terra tre volte, se si dice per sbaglio “Macbeth” tocca fare tutta una serie di atti assurdi prima di uscire dal teatro bussando per rientrare e di viola, in casa, non ho proprio nulla da indossare.

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Che cosa facciamo, dunque? Niente, ce la siamo cercata e adesso che siamo in ballo, balliamo. La mia nuova avventura si chiama La compagnia del bagatto e vi terrò aggiornati, di tanto in tanto, sulle mie piccole catastrofi teatrali. Perché, statene certi, io qualche macello lo combinerò sicuramente. E come sono questi bagatti? Ancora non mi odiano e non hanno intenzione di chiudermi in uno sgabuzzino, quindi tutto sommato parrebbe partire bene. Mi prendo un sacco di sorrisi, di baci e di abbracci, che in certe serate sono proprio un toccasana per il mio umore a volte molto nero, quindi bene. Quindi va bene. Vedremo cosa succede appena inizio ad aprire bocca, perché ieri sera non avevo alcuna battuta da dire. Signori, i pomodori ve li abbiamo preparati belli marci nel cestino ai vostri piedi. Tirateli piano, ma con fare deciso, mirando alla faccia. 

Quindi, cari amici, siete pronti a seguirmi in questa avventura tragicomica? Dai, sarà divertente, alle brutte posso sempre fare la portinaia! Io la curo eh, io la curo!

Però, anche se non sono mai stata particolarmente superstiziosa, forse metterò le mutande messe al rovescio come, per qualche ragione a me sconosciuta, facevo quando avevo uno spettacolo di danza. Non ho mai indagato il motivo di questa mia fissazione o se realmente avessi mai sentito una diceria simile da qualche parte, ma lo ricordo bene: le mie mutande erano sempre con l’etichetta fuori. Per non saper leggere né scrivere io … mh, vedendo com’è andata la mia carriera di ballerina forse meglio iniziare a mettere la biancheria per il verso giusto. Che faccio? Mutande dritte o mutande rovesce?

 

 

 

Vivere con la psoriasi: perché se ti dico che non voglio uscire di casa non devi insistere

In questo post non voglio darvi una sfilza di informazioni nozionistiche su cosa sia la psoriasi e in che forme decida di fare incursione nella mia vita. Mi limito a dirvi che si tratta di una malattia della pelle per la quale non esiste cura definitiva, è una malattia autoimmune ed è estetica (si vede ed è anche parecchio brutta). Se volete saperne di più vi rimando direttamente a questo sito.

Mi fate sempre un sacco di domande in merito, quindi le riassumo tutte e cercherò di rispondervi.

Ma cosa significa vivere con questa malattia? Si tratta davvero di una situazione fortemente invalidante? Si può chiedere la malattia al datore di lavoro? Come ci si organizza quando la pelle prude 24 ore su 24 e non ci si può grattare per niente e nulla attenua il fastidio? Andiamo con ordine. 

Prima cosa: io ho sempre la psoriasi, anche quando non si vede. La psoriasi è dentro di me e ci rimane anche quando sulla pelle non ho escoriazioni o pustole. Lei c’è ed è sempre pronta a venire fuori. Quindi no, non uso detersivi sulle mani e non uso il sapone generico (quando posso). Dovrei mangiare in modo equilibrato, riducendo di molto la carne e le farine, privilegiando il pesce e i legumi. Dovrei vestirmi solo di cotone, uso uno shampoo non aggressivo (che mi costa 8 € per 200 ml), dovrei fare qualche lampada ogni tanto e dovrei passare molto tempo al mare. Non posso fare la metà di queste cose, un po’ perché la mia vita lavorativa/quotidiana non mi consente di stare in riva al mare tutti i giorni, un po’ perché vestire sempre di cotone e ricordarsi di mettere i guanti ogni volta che si sbrigano le faccende di casa è impegnativo e io non sono certo una persona diligente. Ma la verità è che anche quando mi impegno a rispettare in modo rigoroso tutte queste piccole regolette, la psoriasi esplode lo stesso quando e come pare a lei. Ah e ovviamente non dovrei fumare le sigarette.

Perché? Non lo so. A volte succede quando mi si alzano i livelli di stress: un momento particolarmente importante a lavoro potrebbe farmi venire le croste. A volte però succede in maniera totalmente casuale e io ricollego questi episodi a qualcosa che mangio o che tocco. In fine capita di avere fasi acute nei periodi in cui sospendo o decido di sospendere autonomamente gli incontri con la mia psicoterapeuta. In questo periodo sono coincise un po’ di cose elencate, infatti sono circa 3/4 giorni che esco di casa solo per dedicarmi a lavori che non possono essere risolti da remoto.

In questi giorni, infatti, ho preso un incarico che mi ha duramente messa alla prova in campo professionale, ho deciso di portare a termine il mio percorso con la psicoterapeuta ritenendo di aver superato il mio periodo di crisi e di poter provare a camminare da sola, ho davvero poco tempo per stare con i miei amici e io e Claudio ci vediamo solo un’ora la notte prima di addormentarci e un’ora la mattina prima di andare al lavoro. Tutto di botto, tutto insieme, tutto addosso. Mi sono svegliata e bam, era ovunque. Senza vergogna, vi dico dove esplode: sulla mia testa si formano delle pustole purulente (che secernono pus) che si squamano, mi viene in faccia sopra le palpebre, nell’interno delle orecchie, sulle tempie, attorno alle labbra, sul pube e sulle gambe. Vi risparmio i dettagli, ma vi dico solo che prude talmente tanto che di notte mi scarnifico proprio facendo uscire anche il sangue. E allora parte l’iter con tutte le mie medicine: creme specifiche e liquidi che bruciano tantissimo. Ed è dolore, fastidio e nervoso costante. Cosa posso fare? Niente, aspettare qualche giorno che le medicine facciano effetto sulla fase acuta e portare tanta tanta pazienza.

Ho la fortuna di essere una libera professionista, quindi in questi casi non ho troppi problemi a chiudermi in casa senza smettere di lavorare, ma quando lavoravo a contratto da dipendente mi facevo sempre un sacco di riguardi a chiedere i giorni di malattia. Avrei voluto (e avrei potuto) nella maggior parte dei casi, ma ricordo chiaramente che quando lavoravo al ristorante evitavo di farlo perché la mia assenza avrebbe creato un problema ai miei colleghi che si sarebbero dovuti fare il doppio turno. Comunque la risposta a una delle domande iniziali è sì, si può chiedere tranquillamente la malattia al proprio medico di base. 

Ma cosa comporta girare per strada con questa malattia della pelle? Alla vista è orribile e spesso al gente ti guarda, soprattutto sui mezzi pubblici, come se tu fossi un’appestata. La psoriasi non è contagiosa, ma le persone si impressionano a vedere queste pustole sulla mia pelle e vedo che prendono le distanze come se fossi un’appestata. Spesso cambiano posto sull’autobus, preferendone uno distante da me appena questo si libera. Io me ne accorgo, ma faccio la vaga perché non voglio mettere nessuno in imbarazzo: vorrei spiegare loro che possono stare tranquilli, che non posso “attaccarla” a nessuno, ma preferisco glissare e fingere il nulla cosmico. Per nascondere un pochino le cose cerco di tenere addosso sempre gli occhiali da sole, almeno le palpebre sono protette e provo a fare una “cipolla” sui capelli in modo che copra un po’ la devastazione sul cranio e tengo dei ciuffi liberi in modo tale da coprire un po’ tempie e orecchie. Purtroppo per il contorno labbra non posso fare molto, anche perché non posso usare alcun tipo di make-up. Capite bene perché non me la sento di uscire, no? Metteteci pure che passo quasi tutto il tempo a combattere contro l’istinto di grattarmi con vigore e se qualche volta cedo al prurito della testa, voi vi grattereste il pube in autobus o in ufficio mentre parlate con un collega? Io no, naturalmente, quindi si soffre in silenzio.

Il mio decidere di chiudermi in casa in questi giorni non è dovuto solo a un fattore estetico, su quello riesco a soprassedere anche perché alcune creme aiutano molto almeno a far attenuare il rossore, ma non posso stare tranquilla mentre giro per strada e combatto con la voglia di scarnificarmi l’epidermide. Non si può fare, non riesco a vivere bene e mi viene ancora più nervoso, rischiando di peggiorare ulteriormente la situazione andando così a vanificare gli effetti dei rimedi medici.

Ecco perché i miei amici hanno imparato a non insistere quando dico “No, non posso uscire, mi è esplosa la psoriasi”. Una volta cercavano di convincermi perché credevano che si trattasse solo d’ imbarazzo, invece ora sanno che il problema è più complesso e hanno imparato a rispettarlo. Fortunatamente al lavoro mi è bastato spiegare di questa mia patologia cronica affinché nessuno pretendesse la mia presenza quando non strettamente necessaria, ma tantissime persone non hanno la mia stessa fortuna e sono costrette ad un calvario che può durare giorni, settimane e a volte anche mesi. Infatti la psoriasi si sa sempre quando viene, ma non si sa mai quando sparirà.

Spero di aver risposto a tutte le vostre curiosità, ma se ne avete delle altre potete tranquillamente contattarmi e farmele. Se volete parlarmi delle vostre esperienze fate pure, vi ascolto molto volentieri e magari possiamo anche scambiarci piccoli rimedi utili quotidiani.

Grazie per avermi letta anche oggi!

 

Sono un chicco di Melograno!

«Elì, melograno si scrive con la lettera minuscola.»

«No, ho scritto giusto, fidati.»


Credo sia passato diverso tempo dal mio ultimo post nella sezione Personal diary, ma non è stato un atto volontario, non ho smesso di pensare di voler condividere con voi anche briciole della mia vita privata al di fuori dei social. Semplicemente è stato (fortunatamente) un periodo caratterizzato da tempi molto serrati, colmo di novità in ambito lavorativo che hanno richiesto un impegno sul campo maggiore del previsto. Non fraintendetemi, non mi sto lamentando, ringrazio Roma tutti i giorni per ciò che mi sta dando, sia dal punto di vista personale che professionale.

Però c’è un momento in cui bisogna staccare la spina e per me è difficile trovarlo. Credo fermamente che anche un libero professionista debba, ad un certo punto, spegnere tutto e ritirarsi in un momento privato dove nessun collega o cliente sia ammesso. Io questo posto ce l’ho, me lo sono ritagliato e l’ho difeso con tutte le mie forze.

C’è chi va in palestra, c’è chi va a correre al parco, c’è chi dipinge in santa pace e chi invece si butta a letto e ascolta la musica. Io ho bisogno di un luogo in cui riordinare la mia creatività, un luogo che mi serve per dare ad essa una forma e questa è una cosa importante perché io con la creatività, quotidianamente, ci lavoro. Così non ho dovuto pensarci tantissimo, è stato fidanzato Claudio che ad un certo punto mi ha suggerito di mettermi in gioco con un corso di recitazione. Era maggio ed è stato poco dopo l’esperienza di Delitto ar sugo di cui parlo in questo blog post.

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Io, Alessandra Battaglia e Alessio Mosca

Ho conosciuto l’associazione artistica Il Melograno quasi per caso, grazie ad un’inserzione su Instagram. Senza pensarci troppo, per fortuna altrimenti non l’avrei fatto, ho deciso di seguire le indicazioni date dall’immagine sul social e mi sono iscritta al corso. Click – fatto. Mi sono così ritrovata a partecipare al corso base, un’infarinata di 8 lezioni su quello che è il mondo della recitazione. No, se ve lo state chiedendo non è stato facile proprio per nulla. A maggio ero ancora molto spaesata qui a Roma, lavoravo in un ristorante dove entravo e mi sentivo male, uscivo e mi sentivo peggio.

Però quelle 8 lezioni per me sono state un dolcificante prelibato in un mare di amarezza. Entravo lì e spariva tutto. Spariva la mia ansia di non riuscire a concretizzare nulla nella vita, spariva la mia paura di non avere i soldi il 5 del mese per pagare l’affitto, se ne andava la sensazione di angoscia che mi aveva lasciato una vita matrimoniale sgretolata e chiusa malamente. Per farla breve, entravo in quel seminterrato accogliente e tutto il peso che mi stava sulle spalle mi scivolava via, come se qualcuno mi levasse un oppressivo e tedioso mantello che portavo addosso tutta la giornata da mattina a sera (qualche volta anche di notte). Il Melograno è un’isola, un posto dove ricaricare le batterie dopo averle scaricate del tutto. Un luogo in cui ti puoi permettere di dire quello che pensi, un mondo a parte dove se dici qualcosa vieni ascoltato davvero. Non è solo una scuola dove si tiene un corso di recitazione, perché se da un lato impari quelle che sono le tecniche della materia in questione, dall’altro sei costantemente chiamato a metterci del tuo. E ciò che metti tu è per Il Melograno un valore aggiunto.

Perciò dopo le 8 lezioni del corso base ho deciso di proseguire con il corso avanzato semestrale, il corso che ho iniziato oggi e di cui vi accennavo qualcosa stamattina su Facebook. Ho scelto ancora di dedicare a questa attività il mio spazio “pausa dal mondo” perché ne traggo vantaggio, perché mi diverto e perché per Alessio e Alessandra (nella foto – presidente e vicepresidente) sono una persona importante e non mancano mai di farmelo sapere attraverso sorrisi, abbracci e grandi momenti di confronto.

Stasera è iniziata la mia nuova avventura e ho conosciuto già un sacco di persone che viaggeranno con me, siamo in tanti e siamo bellissimi. Sono felice di questa famiglia artistica, sono felice di essere un chicco del Melograno.


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Senza vergogna: no, non lavoro gratis

È da molto tempo che voglio scrivere questo post e finalmente ho trovato il mood corretto per farlo. Per qualche ragione, ho temuto la vergogna nell’ammettere che il mio tempo, speso per un cliente, sia tempo prezioso e che pertanto con esso vada ricambiato. Ma perché temevo la vergogna? Vergogna di cosa? 

In realtà questa cosa è uscita spesso confrontandomi con alcuni miei amici grafici, fotografi, meccanici, idraulici, editor e via dicendo. Se non rivendi qualcosa, allora il tuo lavoro può essere percepito come un “favore per un amico”. Quindi, nell’immaginario collettivo, è sconveniente prendere una maglietta in un negozio senza pagarla (più che altro è furto conclamato), invece chiedere ad un amico la review di un testo, un’occhiata alle tubature del bagno o una pulita alla coppa dell’olio è percepito come un piacere personale dal quale si può tranquillamente prendere congedo attraverso un semplice “grazie”.

No, non si fa così. O meglio, può essere fatto quando è il professionista-amico stesso che vi dice “vabbè dai, per stavolta facciamo che mi offri una birra!”, ma non date per scontato che si possa risolvere a cantucci e vino. Il vostro amico ha impiegato del tempo per aiutarvi nel vostro problema, probabilmente ha messo in secondo piano un altro cliente meno urgente, forse ha rinunciato ad un appuntamento di lavoro per starvi appresso. Ringraziatelo chiedendogli la parcella, non proponetegli una pacca sulla spalla e una birra al bar: non è rispettoso per niente. Un libero professionista non prende la busta paga il 5 del mese, il libero professionista costruisce giorno per giorno il proprio compenso per vivere, quindi se voi non lo pagate, nessuno lo rimborserà per quelle ore spese con voi.

Troppe volte è andata così ed io, personalmente, sono arrivata al capolinea. Dopo aver lavorato dei mesi gratis per una persona che mi ha giusto pagato qualche pranzo e poche altre cose irrisorie e dopo aver cercato – inutilmente – di ottenere un compenso minimo (parliamo di 250 €, praticamente un rimborso spese ridicolo) ho deciso che quella sarebbe stata l’ultima. Il mio tempo, il mio lavoro è frutto di studio e formazione costante, solo chi sta con me e chi mi conosce sa quanto io passi tempo sui libri, sugli aggiornamenti e sui saggi più “freschi”. No, fare il copywriter non è “scrivere cose carine e venderle”, il mio lavoro è fatto di continue sfide in un mondo che cambia velocissimamente. Quello che è buono oggi, domani è già vecchio e tu sei lì che corri come un dannato per garantire ai tuoi clienti sempre la merce migliore. Praticamente sono un pescivendolo! 

Oggi ho diversi clienti e non me li sono fatti aspettando che mi piovessero dal cielo, ho mostrato unghie e denti dando il mio tempo solo a coloro che dimostravano di riconoscere il mio impegno e la mia professionalità. Ho dovuto mettere da parte alcuni amici che mi hanno chiesto una mano e sì, li ho messi da parte perché ho dato la precedenza a chi mi poteva pagare. Sono materialista? No, devo riempire il frigorifero e pagare l’affitto, esattamente come ognuno di voi. Chi ha interpretato questo mio gesto come maleducazione, ingratitudine o superbia sappia che non è così e che a trent’anni – in una città dove sono sola – non posso certo permettermi di perdere la casa e le quattro cose che sono riuscita ad ottenere andando, per sei mesi, a friggere polpette.

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Bè, onestamente non sono in grado di portare rancore, solo alcune mattine mi parte il rodimento di culo perché magari vedo i miei debitori che se ne vanno a spasso per località marittime che io mi in una vita potrò permettermi e poi, quando chiedi il tuo compenso, o non ti rispondono o ti dicono che “è un momento difficile”. ‘Tacci loro.

Detto questo, con tutto il bene che posso volervi, sappiate che non lavorerò mai gratis per nessuno di voi. Chiederò il mio compenso, adattandolo alle vostre esigenze e venendo in contro alle situazioni che lo richiedono: ma io se lavoro voglio essere pagata e questo non dovrebbe rendermi meno amica o meno gentile. E nessun libero professionista dovrebbe lavorare automaticamente gratis quando si parla di amici o parenti, farlo dovrebbe essere una scelta non una situazione data per scontata. Posso lavorare gratis? Sì, se mi va, ma sicuramente non se viene dato per scontato. Nessuno di voi, infatti, pretenderebbe di andar a far la spesa gratis al supermercato, nemmeno se quella particolare filiale è gestita dallo zio. E allora perché si possono venire a chiedere testi persuasivi a me dando per scontato che lo consegnerò, rapidamente, senza pretendere nulla in cambio?

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Mi è capitato di lavorare gratis e l‘ho fatto perché io l’ho deciso io. Mi è capitato che da un’amica mi venisse detto che la parcella se l’era mangiata il cane e ho ringraziato. Mi capita di fare un favore, così come mi capita di riceverli, ma non può essere la regola e soprattutto non può essere implicita ogni sacrosanta volta. Ma conosco una persona che si fa le vacanze a Cuba e ancora non ha dato 400 miseri euro ad un gruppetto di attori professionisti in virtù del fatto che “uno di questi è il fidanzato di Elisa”. E quindi? Niente, questo lo rende automaticamente ricco sfondato a tal punto da poter lavorare gratis per gente che nemmeno conosce. Certo, intanto io ci ho piazzato una bella figura di merda con tre perfetti sconosciuti.

Riassumendo? Non lavorate gratis se non lo volete voi, siate intransigenti e mettetelo in chiaro subito, senza vergogna. Questo non solo vi rende più professionali, ma dà anche più valore al vostro operato e alla vostra competenza. Però non smettete d’essere gentili, siate in grado di riconoscere chi non può da chi non vuole, ai primi venite sempre incontro. Senza vergogna, chiedete il vostro compenso. È vostro e ve lo siete meritato, non c’è niente di sconveniente nel farsi pagare un lavoro.

E se invece chi legge è un cliente o un potenziale cliente di un libero professionista, sappiate che il lavoro degli altri si paga quello che vale altrimenti fatevelo da soli oppure fatene a meno.

Chiedo scusa, ma quanno ce vo’ ce vo. 

Una veronese a Roma, pt. II

Lo so, sono in ritardissimo con la seconda parte di questa storia e so anche che ci stanno delle persone, in fondo alla stanza, che mi fanno il segno sull’orologio: scusate. Quindi, dicevamo che volevate sapere come procedono le disavventure di una veronese a Roma. Bene perché siamo capitati nel momento giusto: AGOSTO.

Non so se nel resto della penisola italica ne siate al corrente, ma a Roma non piove da diversi mesi. Mai una minaccia, mai una nuvoletta, mai nemmeno un lampo o un tuono; niente di niente, solo clima africano e arsura. Ma state tranquilli, non disperate, perché l’amministrazione Raggi sta sistemando tutto: chiudiamo infatti le fontanelle pubbliche, tutte tranne quelle del centro storico altrimenti facciamo brutta figura con i turisti, così risparmiamo l’1% di acqua sprecata e il lago di Bracciano tornerà ad essere un lago e non un campo da tennis. E se non funziona poco male, morirà di sete un po’ di gente inutile e si ridurrà la popolazione e quindi l’impiego d’acqua. Geniale. Non ne vedete il senso? Tranquilli, nemmeno noi che viviamo qui e con i nasoni (così chiamiamo le fontanelle) praticamente ci campiamo felicemente perché l’acqua di Roma è buona.

Poi è agosto dai, non vorrai mica lamentarti con questo caldo. E comunque non è grave, puoi sempre mettere in borsa una borraccia d’acqua  e te la cavi. Dopotutto, sul 19, ovvero il tram che collega il Vaticano con Centocelle, c’è molto caldo e l’aria condizionata non è mai stata montata, non puoi andare senza acqua. Come dite? Perché non prendo la metro? Aspettate, voi intendete la Metro C, quella che collega Monte Compatri a San Giovanni, passando per Centocelle! Ah sì. Bè, si potrebbe prendere, se solo non fosse ancora scollegata dalla Metro A mesi dopo l’inaugurazione. Perché? Non lo so, ma non sono quei 700 metri a piedi il problema. Eh, la Metro A è mezza chiusa, ci stanno le navette sostitutive: una ogni morte di Papa, che detto qui a Roma pare pure brutto. Tranquillo Francesco, vai sereno, l’ATAC non ci deluderà!

Disagio? No, nemmeno tanto. Qui a Roma abbiamo il mare vicino: Ostia beach, solo per i veri poveri certificati.

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Lo stabilimento balneare di Jesolo vs. la spiaggia libera di Ostia

La spiaggia libera è per noi che abbiamo sempre le tasche vuote e la testa piena di fantasia, c’è poco da fare, questo vale al nord quanto al sud. Spendere più di 10€ al giorno per un lettino e un ombrellone non è cosa per noi. A noi piace essere rustici, alla fine, quindi come tutte le famigliole per bene acquistiamo il nostro ombrellone dai cinesi, prepariamo la nostra borsa con dentro un paio di teli da mare e ce ne andiamo, come le paperelle, alla spiaggia.

  • L’ARRIVO ALLA SPIAGGIA. La famiglia del nord, a Jesolo, è composta. Intanto se va al mare da quelle parti, probabilmente, ha pure i soldi e non si accamperebbe mai in una spiaggia libera, ma in secondo luogo il buon veronese che si rispetti vuole stare comodo. Arriva allo stabilimento e paga per la famiglia: lettino per la moglie, ombrellone per i pupi e basta così. Perché i soldi ce li hanno, ma meno ne spendono meglio è. “Fattura? Scontrino?” “No, scusa, ho da fare, non ti ho sentito.” E niente, finisce così, un po’ evasione, un po’ freestyle. La mamma, nel frattempo, prende per un braccio i ragazzini, li avvicina molto educatamente con un bel sorrisetto ipocrita, poi – a bassissima voce – li minaccia di peste e carestia preventivamente. Detto ciò, la famigliola silenziosa, si appropria dell’ombrellone assegnato e inizia la giornata al mare. Qui a Roma non funziona così. Intanto, per prima cosa, la famiglia media a Ostia Beach è composta da minimo 6 persone: mamma, papà, due ragazzini, nonno e nonna. Tutti e sei con un solo ombrellone comprato dai cinesi, forse un lettino per la nonna e nove borse termiche per il pranzo. Arrivano solcando la spiaggia alle sette della mattina, per prendersi il posto migliore, piantano l’ombrellone e la cucina portatile: alle nove stanno già preparando il guanciale per la pasta. I ragazzini hanno una voce che raggiunge decibel mai sentiti, secondi solo a quelli della madre quando decide di richiamarli dall’acqua perché devono mangiare qualcosa. Gente in Corsica giura di sentire quotidianamente una mamma romanda minacciare di morte il proprio figlio se non esce dal mare in tempo zero. I bambini veronesi invece sono addestrati militarmente e chiedono il permesso in duplice copia con bolla ministeriale anche solo per iniziare a pensare di farsi un bagno; mentre attendono il nulla osta della commissione “vacanze per bene” presentano un modulo per la costruzione edilizia di un castello di sabbia sul bagnasciuga. I ragazzini di Roma, invece, si divertono.

 

  • IL PRANZO. La famiglia veronese, sebbene sia arrivata in macchina e l’abbia parcheggiata appena fuori dallo stabilimento, non ha con sé borse termiche con il pranzo. La famiglia veronese preferisce sempre la comodità di un tavolo, delle sedie e qualcuno che serva loro del cibo. Quindi, verso mezzogiorno e mezza, il marito prende il portafoglio, obbliga i ragazzini ad indossare una maglietta, richiama la moglie che ci mette sei anni ad indossare un pareo e si accomodano al pulitissimo ristorante dello stabilimento. Sul tavolo: prosciutto, melone, un po’ di lattuga con dei pomodorini e vino bianco. I ragazzini hanno la Coca-Cola, se sono fortunati e non hanno una mamma pediatra o dentista. Comunque sia, di qualsiasi estrazione sociale si stia parlando, tutto può variare tranne il vino bianco e questa cosa è sacrosanta. Sì, perché chi non abita a Roma deve sapere che questi tizi italici terroni non sempre bevono a tavola. Un’eresia bella e buona per me che senza vino non riesco nemmeno a deglutire un tozzo di pane. Che poi qualcuno me lo dovrebbe spiegare come fanno a vivere così: niente Tocai del Veneto di Checchini. Ma siete tutti impazziti? Matti o non matti, i Romani non bevono il vino a tavola e non ne percepiscono l’assenza come noi percepiremmo quella dell’acqua. Voglio dire, se la Raggi togliesse l’acqua dalle fontanelle di Verona chi se ne accorgerebbe? E sticazzi, noi abbiamo il vino! Comunque sia questa storia sembra averla compresa chi mi sta vicino, il mio suocero bis (sì, ho due suoceri: la madre di fidanzato Claudio si è risposata ed io ho fatto la combo) mi chiede regolarmente scusa per l’assenza di vino sulla tavola. Regolarmente lo assolvo con sufficienza. Ma insomma, la famiglia veronese consuma il suo pasto in orario discutibile e lo fa in silenzio e discrezione. La famiglia romana a mezzogiorno e mezzo sta – forse – facendo uno spuntino, ma passeranno altre due ore prima che decidano di fare qualcosa che somigli ad un pranzo. Qui a Roma non ho mai pranzato prima delle due, forse qualche volta intorno all’una, ma perché avevo fame e magari non avevo fatto una gran colazione. Fatto sta che la mamma di Roma ha nelle vaschette di plastica tutto il pranzo prontissimo: mezze maniche al sugo, pane a volontà, insalata mista, due costine, un prete, sette cervi reali, un rabbino e pure una banana. Mangiano, tutti insieme, sotto all’ombrellone, facendo una gran caciara. I bambini corrono con la pasta in mano, rispondono con urla alle urla della madre e in una mezz’oretta si risolve tutto con il papà e il nonno che russano rumorosamente all’ombra.

 

  • IL RITORNO A CASA. La famiglia romana s’alza tutta insieme e verso le cinque stabilisce che sia il caso di iniziare il ritorno. La famiglia romana, infatti, abita a Centocelle e per andare a Ostia con i mezzi deve fare un po’ di casino. Trenino fino a Piramide, poi metro B fino a Monti Tiburtini e per concludere autobus fino a piazza dei Mirti. Alle cinque comincia a smontare il campo nella spiaggia libera, alle nove di sera è a casa. La famiglia di Verona invece ha l’Audi parcheggiata lì, parte da Jesolo alle sette e alle otto e mezza sta già a letto, come le galline. A casa, la madre veronese spalma la cremina sulle spalle morbide e dolcemente abbronzate dei due ragazzini, raccontando loro le mirabolanti avventure dell’eroe Salvini, mentre la madre romana sta cercando di impomatare le ustioni delle sue due bestie di Satana che non hanno voluto mettersi la crema manco per il cazzo, facendo però silenzio perché c’è la prima di campionato e gioca la Roma. Anche a Verona gioca l’Hellas, ma il papà è in garage che aspira la sabbia dagli interni dell’Audi e ascolta la partita dalla radio.

 

Ora, immaginate la cosa: io vengo dalla tipica famiglia veronese e (con qualche eccezione dovuta ad un padre romagnolo) non ho avuto un’estate tanto diversa da quella che – ironicamente – ho raccontato. Crescere in un posto dove le grane familiari si risolvono a bassa voce e si cerca di lasciarle trapelare il meno possibile (a meno che non si parli di mia nonna Anna che, sminchiando il luogo comune, ha sempre pensato fosse di interesse collettivo ogni suo litigio con mio nonno Pietro) e poi andare a vivere in una città dove potrei tranquillamente esporre a tutti voi il motivo del litigio tra la signora e il signor Bordini del terzo piano, mi ha decisamente destabilizzata. Alle volte ho un po’ l’impressione di vivere dentro un programma della De Filippi, con delle incursioni del giudice Santi Licheri e Maria Teresa Ruta, ma va benissimo così. La genuinità confusionaria dei romani la preferisco al silenzio composto dei veronesi, anche se – porca miseria – sarebbe carino non svegliarsi la domenica mattina con l’elenco dei capi d’accusa attribuiti al Sig. Bordini direttamente dalla moglie in veste di pubblico ministero improvvisato. Col megafono incorporato.

 

Ho scritto troppo: larga è la foglia, stretta è la via, dite la vostra basta che lo facciate a bassa voce che di gente che urla ne ho intorno abbastanza! (Disse la ragazza accusata  per anni di avere una voce fastidiosamente alta per i parametri veronesi. Be’, cari amici che tanto mi avete derisa per il mio vocione, sappiate che qui a Roma rientro perfettamente nella media cittadina e voi, dolcissimi amici, potete pure andarvene maledettamente a fanculo!)