Avventure · Senza categoria

La Napoli dei misteri – Il cimitero delle fontanelle

Vi mancavano le storie di fantasmi del nostro blog? Siamo stati a Napoli per vivere un’avventura urbana davvero suggestiva: vi parleremo del cimitero delle fontanelle.

Tutto inizia quando il nostro amico Antonio, napoletano di nascita, ci raggiunge in una delle tante piazze del centro storico per un caffè. Dove andiamo, dove non andiamo ed esce fuori questo posto strano che ci incuriosisce fin da subito. Un cimitero? Più o meno. Antonio ci spiega che non si tratta di un camposanto tradizionale o monumentale, ma di un ossario antichissimo molto particolare, pregno di storia e di leggende. Come potevamo tirarci indietro? Ci accompagna per un pezzetto e dopo averci fatto mangiare la migliore pizza della nostra vita da Starita, ci indica la via per arrivare al Rione Sanità.

Zainetto in spalla, cartina in una mano e immancabile smartphone nell’altra e ci arrampichiamo quanto basta per raggiungere questo ipogeo di tufo apparentemente poco frequentato dai turisti. Dopo una breve salita si entra in una cava buia, umida e fredda dove sono custodite le ossa di 40.000 cadaveri. Una stima approssimativa riporta un totale di 8.000.000 persone andando a contare anche quelle sotterrate nella cava.

Ma chi sono questi defunti?

Presto detto. La cava è una fossa comune del XVII secolo dove sono stati riposti i resti delle vittime della peste (1656) e del colera (1836, quella che colpì anche il Leopardi). Oggi si possono vedere montagne di ossa lunghe (braccia e gambe) che fanno da altare per centinaia e centinaia di teschi riposti ordinatamente l’uno accanto all’altro. Alcuni sono riposti in teche che riportano dei nomi (chiaramente non quelli del defunto), altri sono addirittura sistemati in piccole bare (quando si tratta di bambini).

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Il cimitero delle fontanelle non è un ossario qualsiasi

No, non lo è per niente. Da fine ‘800 fino al 1969 è stato un luogo di culto delle anime del purgatorio e per questo motivo sono andate creandosi alcune usanze che resistono ancora oggi. Ogni famiglia, cercando di portare pace all’anima anonima di un defunto, adottava una capuzzella (un teschio) e per questa pregava, pregava, pregava nella speranza che un giorno l’anima, arrivando in Paradiso, potesse essere riconoscente di questa premura. Per questo alcuni teschi sono meglio conservati e riposti in piccole “casette” dove sono incisi i nomi e le date di coloro che li hanno adottati. Il cimitero viene chiuso nel 1969 perché si riteneva che quest’usanza dell’adozione della capuzzella fosse eccessivamente feticista. Viene riaperto completamente solo nel 2010 grazie a una pacifica occupazione degli abitanti del Rione, i quali hanno convinto l’amministrazione comunale a rendere visitabile la zona.

Il culto delle anime pezzentelle

Antonio ci ha spiegato i punti principali per adottare una capuzzella. In realtà è molto semplice, basta applicare sul cranio dell’anonimo defunto per indicarne l’adozione e successivamente tocca prendersene cura con assidue preghiere per la salvezza. Già Dante ci ha insegnato questa lezione: un’anima del purgatorio riceve una sorta di “sconto di pena” in proporzione a quante persone pregano per la sua salvezza. Una sorta di televoto, se vogliamo. Quando l’anima da noi adottata raggiungerà – anche grazie al nostro sostegno in preghiere – il Paradiso, allora questa sarà riconoscente e ci donerà la grazia (oppure i numeri del Lotto, oppure una guarigione, oppure il ritorno di un figlio dalla guerra). Per questo motivo tutti i teschi del cimitero delle fontanelle portano in capo una monetina. Già che c’eravamo abbiamo pensato di adottarne uno anche noi. Non pregheremo molto è vero, ma sicuramente ci ricorderemo spesso di quest’anima nei nostri discorsi e forse sarà un po’ la stessa cosa. Non che ci interessino i numeri del Lotto e quello che abbiamo chiesto all’anima pezzentella non ha niente a che fare con il denaro, ma rimangono comunque affari nostri. Non ce ne vogliate.

Non troverete solo monetine, ma anche bigliettini scritti, rosari, oggetti di ogni sorta e tantissime sigarette. Alcuni lasciano delle fotografie, dei santini e alcune spillette. Vicino alle ossa di bambini non sarà insolito trovare montagne di giocattoli e richieste di aiuto per piccoli ammalati.

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La leggenda del capitano

Come potete benissimo immaginare, un luogo simile è terreno fertile per un quantitativo di leggende da saturare persino due curiosoni come noi. Tuttavia, la leggenda del capitano è piaciuta particolarmente ed eccoci qui a raccontarvela.

Tutti i giorni, ad una certa ora, una ragazza lasciava la propria casa per andare a prendersi cura della sua anima pezzentella. Il fidanzato, malfidato e un po’ geloso, decise di seguirla fino a scoprirla inginocchiata davanti a questo teschio curato e lucidato. Divertito dalla cosa e probabilmente sollevato nel constatare che la fidanzata gli era fedele, decise di prendersi gioco della capuzzella infilando un bastone nell’occhio del teschio e smuovendolo in aria. Derise la propria fidanzata e in un impeto di goliardia eccessiva decise di invitare l’anima della capuzzella al matrimonio. Venne il giorno delle nozze e tra gli invitati si presentò un uomo vestito con un’uniforme nera: questo si tolse il cappello, mostrandosi così con un occhio accecato. Lo sposo si avvicinò e riconoscendo l’anima (poiché questa gli disse candidamente d’esser stata invitata personalmente da lui) morì all’istante e con lui anche la sposa e – come ogni tragedia che si rispetti – anche tutti gli invitati.

Paura eh?

Consigli utili

Trovate tutte le informazioni per visitare il cimitero delle fontanelle nel sito ufficiale. La visita prende circa un’oretta di tempo e il quartiere è molto bello da visitare a piedi. Si tratta proprio di un posto caratteristico, con i panni stesi al vento in palazzi molto antichi. Troppo bello per essere evitato con un taxi. Il luogo è facilmente accessibile anche per chi ha disabilità motorie, la carrozzina non trova alcuna barriera architettonica.

Non ci sono servizi igienici e all’esterno non ci sono fontanelle di acqua potabile: portatevi da bere e se soffrite di allergia alla polvere fate incetta di antistaminici e salviette per pulirvi occhi e viso.

All’interno dell’ossario è buona norma rispettare un doveroso silenzio, quindi ricordatevi di togliere la suoneria ai vostri cellulari e mantenete un comportamento adeguato al luogo che, per quanto pittoresco, rimane sempre un ossario.

 

Incursioni Libere · Senza categoria

Incursioni Libere: Sogni alla ribalta

MANUELA CORONA per la rubrica #IncursioniLibere


Cambio programma a seconda di come mi garba, mi piace girare, vedere, conoscere, scoprire. Leggo tanto, scatto molto, viaggio mai abbastanza. E scrivo. Fino ad ora solo per me stessa, ma da ora forse non solo.

manuela corona

Ho 39 anni ed una vita labirintica. Fuori casa dai furono 19 anni ho passato questo tempo vivendo prima nelle Marche, poi a Milano, poi in Toscana. Oggi sono tornata in Sardegna, da dove ho fatto il diavolo a quattro per convincere i miei genitori a farmi andare via, e dove invece adesso sto facendo il diavolo a quattro per restare. Mi si è capovolto il mondo insomma. Un mondo in cui volevo scrivere, ma che evidentemente non ero pronta ad accogliere, perché la mia idea di entrare in quello del giornalismo è rimasta là, incastrata tra il lavoro che avevo trovato mentre finivo di dare gli esami ma che poi è continuato anche dopo la laurea, ed il pensiero che ormai fosse troppo tardi.

 

Ma evidentemente non è mai davvero troppo tardi per fare qualcosa, perché l’anno che è appena passato si è concluso per me con un colpo di coda (sì, tipo quelli di cui parlano in tutti i tg a fine estate o fine inverno che sia) che ha catapultato quel sogno interrotto alla ribalta del mio presente.

Non mi è mai successo niente per caso, anzi, a dirla tutta, io al caso credo ben poco, credo che le cose uno se le debba andare a cercare senza fronzoli e senza scuse, anche se le scuse le uso anch’io, quelle camuffate da frasi tipo “Ma come faccio ad uscire con questa pioggia?”, quando invece dovrei dire “non ho voglia di cambiarmi”, perché sai com’è, anche se non ho la macchina, c’è stato chi ha inventato gli ombrelli… E invece eccola qui, una bella novità all’ improvviso, manco un fulmine a ciel sereno arriva così in fretta come questa persona ha fatto in fretta a venire a casa mia a chiedermi se mi andasse di provare a scrivere degli articoli per una testata locale. “E me lo chiedi pure?” – penso – “E si che te lo chiedo, che ne so io che tu volevi fare la giornalista e che adesso ti sto prendendo e riportando indietro nel tempo” – mi rispondo. E intanto ero già altrove, a pensare a cosa avrei potuto scrivere per iniziare. E, guarda caso, proprio due giorni dopo qui nel mio paesino del Medio Campidano sardo c’era una conferenza su un argomento che mi interessava parecchio e a cui avevo già deciso di andare. Fantastico, mi dico, un tempismo perfetto. E così ho fatto, e il mio articolo è stato pubblicato sul giornale della zona senza essere stato cambiato di una virgola, titolo compreso. Sarà stata la fortuna del principiante… però i complimenti che mi hanno fatto me li sono goduti tutti.

Questa famosa persona ha poi parlato di me ad altri due giornalisti che hanno da non molto tempo aperto un giornale online e che stanno cercando collaboratori.

Eccomi! (Non si vede, ma ho la mano alzata, anzi tutt’e due, credetemi, e carta e penna come sempre davanti a me)

Manuela Corona

Personal Diary · Senza categoria

Fenomenologia del ricordo rievocativo della felicità

 

Nella fotografia Agnese Altana e Fabio Moriconi, in scena lo scorso maggio al teatro Agorà con Prima Pagina, per me un’ immagine bellissima che io credo possa rappresentare la felicità. 


La psicoterapia è uno strumento che definirei fondamentale, tant’è che spesso mi immergo in riflessioni comparative tra la terapia che facevo a Verona e quella che faccio ora a Roma ed ottengo da questi momenti molte risposte che prima rimanevano inafferrabili. Per molto tempo a Verona, alla mia terapeuta, ho raccontato di non avere memoria di alcun momento felice che riguardasse la mia vita. Era come se ogni volta, andando alla ricerca di una felicità passata, non riuscissi ad individuare la sintomatologia della stessa e mi fosse quindi impossibile riconoscere quando e come fossi stata felice. Viceversa, cercando invece di rievocare un ricordo triste, avevo ben chiaro la natura del dolore provato e in qualche modo mi era possibile avvertirlo in misura minore, ma allo stesso tempo ben chiaro. Spiegandomi meglio, mi è sempre stato ostico rievocare la felicità vissuta in un qualche momento, come se non avessi mai avuto esperienza della felicità stessa, mentre un dolore, anche minore, tornava alla memoria molto rapidamente e lo riconoscevo come tale senza esitazione. Mi sono chiesta il perché e con l’aiuto della mia psicoterapeuta romana sono riuscita ad individuare almeno un motivo.

Quando penso alla felicità immagino qualcosa di molto complesso, composto da mille colori diversi, esattamente come quando si guarda all’interno di un caleidoscopio. Immaginiamo per un istante di utilizzarne uno e di puntarlo verso la luce, l’immagine che questo ci restituisce è composta da una moltitudine di sfumature diverse che coprono tutta la gamma di colori possibili. Vediamo al suo interno una miriade di triangolini tutti diversi nelle loro caratteristiche cromatiche, così che un rosso non è mai replicabile in un altro triangolino, così come un verde e via dicendo. Staccando l’occhio sarà molto difficile ricordarsi esattamente l’esatta ubicazione e l’esatta sfumatura di un colore visto, sicché quello che ci ricorderemo sarà solo una sensazione piacevole ma impossibile da recuperare con un ricordo preciso. Se lo stesso caleidoscopio venisse chiuso con un tappo, guardandoci dentro questo ci restituirebbe solo il buio, un nero pesante che copre qualsiasi cosa. In questo modo, una volta conclusa l’esperienza, risulta molto più semplice rievocarla in maniera completa perché il nero è l’assenza totale di colore, di vita, di luce. Non c’è nulla nel nero, ed il nero è solo nero: pesante, coprente, triste, chiuso, claustrofobico, angosciante.

Ricordarsi dell’esperienza della felicità mi è dunque molto più complesso perché la felicità è essa stessa molto complessa. La felicità è un insieme perfetto di colori, luce, forme, sentimenti, emozioni che in quel momento preciso attivano la gioia che è dentro di noi. Ricordarmi di tutte queste cose non mi riesce, non sono in grado di rievocarle così da averne una sorta di memoria rievocativa precisa. Perciò temevo di non essere mai stata felice, perché era molto più semplice ricordarmi del dolore, della tristezza, della depressione, della chiusura e di quell’angoscia claustrofobica che mi prende alla gola quando soffro tantissimo.

Ora che ne ho la consapevolezza il mio modo di accedere ad un ricordo felice va decisamente ricalibrato, così che io possa andare alla ricerca delle mie felicità passate, provando a ricostruirle pezzettino per pezzettino. La cosa importante è che adesso sia al corrente del fatto che anche io ho avuto modo di essere felice e che l’oblio della felicità passata è dato solo da una mio approccio sbagliato nel andare a ricercarla. La felicità è effimera, impalpabile, leggera e quindi difficilissima da chiudere in una sfera di ricordo, mentre la tristezza ed il dolore sono pesanti, coprenti, bui e serranti, semplicissimi da individuare nel passato. Ma non è vero che passiamo più tempo nel dolore che nella felicità, semplicemente la felicità è più complessa da afferrare: come una farfalla.

Indipendentemente dal fatto che io sia mai stata felice o meno, cosa che mi ha tormentata per diversi anni, ho deciso di fotografare mentalmente ogni volta che mi sento felice. Ho deciso di prendermi sempre quel mezzo momento in più per fermare l’attimo e sentirlo nel profondo, così da poter imprimere quante più sensazioni possibili al fine di poter accedere al ricordo ogni qualvolta mi salti in mente di farlo. Non voglio perdere più nulla nell’oblio, non voglio più guardarmi indietro e vedere solo i momenti tristi, i momenti in cui volevo scappare lontano, ma in un ricordo voglio anche mantenere la sensazione di quelle piccole cose che invece mi rendevano felice. La felicità è un diritto, ma questa ha a sua volta il diritto di essere ricordata.

La sera del 29 maggio (due sere prima della data di questo scritto) ho avvertito la felicità e l’ho afferrata. È arrivata piano ed io l’ho lasciata cresce lenta, affinché io potessi fermarne tutti i colori, tutte le forme. Inizialmente mi sono sentita come quando si leva uno zaino pesante dalle spalle, uno zaino tenuto addosso per tantissimo tempo e con il quale si sono battute lunghissime strade sotto al sole. Una volta posato lo zaino è stato come recuperare la posizione eretta dopo mesi e mesi di schiena ricurva in avanti. Piano piano mi sono raddrizzata, sentendo ogni parte di me risvegliarsi. Improvvisamente è stata la leggerezza la sensazione predominante, come se i miei piedi si staccassero dal pavimento e la forza di gravità non avesse più alcun potere su di me. La sensazione di benessere fisico accompagnava un sorriso stampato sul viso, impossibile da togliere, come se fosse il mio stesso corpo a volerlo fare indipendentemente dalla mia volontà. E lì, in quel momento preciso, mi sono ricordata di un gioco che facevo da piccola. Avete presente quei cubi cavi dove si infilano le formine? La stellina nella stellina, il cilindro nel cilindro e così via? Ho riconosciuto in quel momento il senso di appagamento profondo, quello che si avverte ogni qualvolta si porta a termine qualcosa di difficile, ogni volta che si riesce a far incastrare tutto quanto pezzo dopo pezzo. Nel vedere così la mia opera conclusa, nell’essere consapevole che per la prima volta ero l’artefice unica della mia realizzazione, nella consapevolezza che il mio stare bene fosse frutto di una serie di mie scelta anche dolorose, mi ha aperto la strada per l’esperienza della felicità.

Non voglio togliere niente a nessuno e mi sembra quasi superfluo sottolineare quanto siano state importanti per me molte persone, ma sono persone che ho scelto io. Le persone sono state una mia scelta precisa, quindi senza deprivare questi angeli di immensi meriti, suppongo che il merito maggiore rimanga il mio. Da sola, comunque, non avrei potuto ottenere lo stesso risultato, questo lo so io e lo sanno anche loro.

La felicità è una responsabilità dell’individuo, sempre. Non esiste nessuno in grado di salvare qualcuno se questo non vuole salvarsi da solo. Non cercate la vostra felicità nelle persone, non è lì che la troverete, nessuno vi deve nulla e nessuno può consegnarvi il pacchetto del vostro stare bene. Scegliete con cura gli amici e l’amore dei quali circondarvi, prendetevi sempre la responsabilità delle vostre scelte e non delegate nessuno in questo. Non colpevolizzate nessuno, finché continuerete a cercare responsabilità in terze persone non sarete in grado di essere felici, siate voi stessi gli artefici della vostra felicità e andrà tutto bene. Ve lo prometto.

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Perché i gatti buttano le cose giù dai ripiani?

Teorie e ipotesi su uno dei grandissimi misteri del regno animale: il gatto è stronzo di suo oppure c’è un disegno superiore incomprensibile a noi umani?

asshole_cat_by_ssa3512-d96dbgfLa febbre mi costringe a letto e le guardie (fidanzato e amici) mi impediscono di alzarmi, facendo cordate violente ogni qualvolta mi venga in mente di fare qualsiasi cosa che non sia dormire, leggere o lamentarmi di quanto sia doloroso respirare con la bronchite. Ciò comporta un notevole quantitativo di tempo a perdere, il quale viene occupato osservando l’unico essere vivente nella mia stanza mentre tutti sono al lavoro: la mia gatta. 

Del suo nome vi ho già parlato (e se non sbaglio anche della sua particolarissima alimentazione da principessa Disney) quindi saltiamo tutti i dettagli sul quanto sia carina, dolcina, pulcina e .. grassa (come dice Tiziano) e veniamo direttamente al punto della questione. Se n’è scritto tantissimo e l’internet esplode di teorie a riguardo, ma il mistero – ad oggi – sembra non essere stato ancora risolto.

PERCHÉ I GATTI SPINGONO GLI OGGETTI GIÙ DAI RIPIANI?

Ieri sera, io e fidanzato Claudio abbiamo formulato alcune ipotesi e le abbiamo diligentemente appuntante sul mio taccuino nero. Ve le vado ad elencare, con relative spiegazioni logiche, senza prendermene il merito completo perché alcune genialate non sono del tutto farina del mio sacco.

  1. CONTROLLO E VERIFICA DELL’EFFICACIA DELLA FORZA DI GRAVITÀ: mettiamo che i gatti abbiano una loro ragione di esistere e che non sia solamente una questione di caso, di evoluzione e di catena alimentare. Il gatto esiste e ha una sua funzione specifica, una missione, un compito. Il gatto è l’elemento imprescindibile con il quale l’universo controlla costantemente che la legge di gravità venga rispettata da qualsiasi corpo che abbia una massa. Il gatto, quindi, è una guardia, uno sbirro dell’universo. Così il gatto, poliziotto in borghese, passa tra i ripiani e a sorpresa butta a terra gli oggetti, andando così a controllare quanto siano rispettosi effettivamente della legge di gravità. Che poi qualche oggetto si rompa è un caso, sono gli incidenti del mestiere. Ma tutti, tutti quanti, devono rispettare la legge di gravità, altrimenti l’universo interviene. Come? Non lo sappiamo, fin’ora nessuno s’è azzardato a disobbedire agli ordini di un gatto che a sorpresa verifica il rigore delle scoperte di Newton.
  2. VERIFICA DELLA MASSA DI UN OGGETTO: sempre ragionando che il gatto non sia un animale qualsiasi, ma uno strumento di un essere superiore, poniamo il caso che il gatto funga da grande archivio. Il gatto ha una missione: verificare la massa ed il peso specifico di ogni singolo oggetto presente sul pianeta Terra, di conseguenza, attraverso un sofisticato sistema di leve e intuizioni, registra ogni dato nel suo piccolo (ma immenso) cervello e lo trasmette a livello mentale a tutti gli altri gatti del pianeta, i quali compilano una sorta di elenco tenuto poi in un archivio megagalattico ad uso e consumo di qualcuno. Non si sa bene a chi possa interessare un archivio mondiale con tutte le masse ed i pesi specifici di qualsiasi oggetto, ma il gatto ha questa missione e senza farsi troppe domande la rispetta. Perciò, facendo cadere un oggetto e calcolando il tempo di caduta, tenendo conto delle varie variabili come l’attrito e la suddetta forza di gravità, ottiene un dato fondamentale per .. non si sa per chi, ma da inserire nell’archivio.
  3. VERIFICA DELL’ALTEZZA DI UN MOBILE: i gatti sono in realtà l’incarnazione di tutti gli spiriti degli architetti passati. Ogni architetto del mondo, una volta spirato, si reincarna nel corpo batuffoloso di un gatto e l’unica cosa che riesce a fare è misurare le altezze dei mobili della casa che lo ospita. Ma non può usare i suoi strumenti, non ha il pollice opponibile per servirsi di un metro, quindi nel corso dei secoli ha imparato ad arrangiarsi calcolando i tempi di caduta. E cosa se ne fa delle altezze dei mobili di casa? Niente, assolutamente nulla, ma è l’unica attività che ancora tiene legato lo spirito alla sua vita precedente.
  4. ACCORDATURA DELLE VIBRISSE: le vibrisse del gatto in realtà emettono una musica inaccessibile all’orecchio umano, sono come una chitarra che produce melodie unicamente per i gatti o per altri animali dotati dell’apparato acustico in grado di recepirla. Il gatto quindi suona sempre, anche se noi non lo sentiamo, ma ogni tanto le vibrisse vanno accordate. Voi sapete no, esistono esseri umani particolari che accordano la chitarra sfruttando il tono di chiamata del cellulare (che per vostra informazione è un LA), così i gatti sfruttano il suono di un oggetto che cade per accordare le loro vibrisse. Che poi l’oggetto sbatta a terra e poi si rompa è solo un effetto collaterale, al gatto interessa sincronizzare i propri baffi con il suono emesso dall’attrito dell’oggetto con l’aria, mentre la forza di gravità svolge diligentemente il suo lavoro.
  5. IL GATTO È UNO DI LORO: e se il gatto facesse parte del grandissimo cerchio complottista che ci governa a nostra insaputa? Poniamo che il gatto sia uno strumento dei grandi illuminati, il micio ha così il compito di farci spendere più soldi possibile senza che noi ce ne accorgiamo. Per questa ragione butta tutto a terra, rompendolo e obbligandoci a rifare l’acquisto. Ciò spiegherebbe perché la maggior parte delle cose che il gatto sceglie di far cadere sono oggetti che si rompono e che di base non si comprerebbero poi così tanto spesso (tazze, tazzine, bicchieri, piattini, soprammobili …)
  6. IL GATTO STA COSTRUENDO UNA BASE (TIPO MORTE NERA) PER LA CONQUISTA DEL MONDO E DELL’UNIVERSO: grumpycate questa è la teoria più accreditata.
    Il gatto, assieme agli altri gatti, è alla ricerca dei pezzi per la costruzione della loro base e ogni qualvolta ne trovano uno potenzialmente utilizzabile ne segnalano la presenza agli altri gatti, attraverso onde mentali, verificando però quanto sia effettivamente coriaceo l’oggetto, facendolo cadere. Se non si rompe allora va bene, se si rompe no. Una volta segnalata la presenza del pezzo sufficientemente resistente il gatto rimane nella casa in cui è avvenuta la scoperta e nel momento più opportuno si farà aiutare dagli altri mici a rubare l’oggetto. È quindi evidente che la base dei gatti per la conquista del mondo sia fatta principalmente di calzini. Non c’entra niente il paradiso dei calzini spaiati, deresponsabilizzate la vostra povera lavatrice che per anni si è presa la colpa. La Morte Nera dei gatti è un mega calzino colorato.

Ecco, questo è quello che succede quando una persona iperattiva come me viene relegata a letto e sorvegliata a vista. La cosa divertente è che ritengo tutte queste ipotesi assolutamente plausibili e non capisco come mai si stiano ancora cercando ulteriori ragioni. Varrebbe la pena di pagare il classico gruppo di studiosi dell’università del Wyoming per approfondire le mie (scusa Claudio, le nostre) illuminanti teorie. Oppure pagateli per capire come faccia Salvini ad avere il muso peggio del culo per rinnegare frasi dette e poi riportate ufficialmente dall’Ansa. Perché se i bambini, tutti i bambini, sono sacri, allora Salvini mi spieghi cosa sono quelli che vengono stipati nei barconi e perché quelli non godano della sacralità di tutti gli altri. Ed esattamente le ruspe in che modo potrebbero rispettare la stessa sacralità dell’infante? Suvvia, Matteo, stavolta devi fare pippa, assumiti la responsabilità di essere una persona di merda. Ammettilo e nessuno poi ti verrà a dire più nulla, ma almeno ammetti di fare schifo e di aver smesso da parecchio tempo di essere un essere umano.

S-fashion (?) · Senza categoria

Finalmente posso vedere Roma

Heh, la povertà.

A dicembre del 2015 sono andata a vedere Star Wars al cinema e uscendo mi sono persa i miei amatissimi occhiali tondi dalla montatura enorme e nera. In realtà io li sentii cadere e mi voltai anche a guardare, ma non vedendo nulla non mi accorsi che non avevo più gli occhiali sul muso. Sì, sono una di quelle persone che se si perde in una conversazione fittissima post film potrebbe anche non accorgersi del crollo del cinema stesso. Ebbene, quel dì dissi addio ai miei occhiali da vista andando poi a tirar fuori dal cassetto il muletto. Tutti noi miopi abbiamo un muletto nascosto in casa e di solito si tratta di un sostitutivo imbarazzante, fuori misura, decisamente storto e persino troppo vecchio. E infatti. I miei occhiali sostitutivi sarebbero dovuti durare qualche giorno, invece no. Oltre ad essere distratta sono anche una procrastinatrice di quelle serie, per cui “domani” è sempre una bella risposta alla domanda “Quando andrai a …”. Il domani, nella mia ottica, è stato praticamente venerdì scorso quando, oramai distrutta da continui mal di testa, ho ceduto alla necessità di farmi un paio d’occhiali da vista nuovi. “Bello, brava, spendiamo una barca di soldi, come i deficienti!” questo è quello che mi ha detto il mio bancomat, dopo avermi ricordato che dovrà sborsare una bella cifretta a Giugno, per il trasloco.

Finito il pippone di preambolo, ci tenevo a specificare che la cazzata non mi è costata più di 20 euro. Il caso ha voluto che un negozio vicino al ristorante dove lavoro ci fosse un negozio della catena Mondovista, il quale proponeva montatura più lenti antiriflesso a soli 20 euro. Ora, a quella cifra non è che possiamo star lì a pontificare sulla montatura, quindi sono entrata con ben poche pretese. E mi sono anche sbagliata, perché il commesso mi ha piazzata davanti ad una parete intera di montature low cost di tutti i tipi, di tutte le forme e di tutti i colori.

Quindi niente, basta, dopo i miei 45 minuti canonici di “comecazzomiprendogliocchiali?” e di “mammadoveseiaiutami”, sono andata sul liscio, sul classico e quindi sul pesantemente ridicolo. Esattamente come ci si aspetta da me.

Lascio una diapositiva del risultato.

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Tengo a specificare che non sono stati maltrattati commessi, ottici, store manager o altra fauna del negozio. Sono stata carina ed educata, tanto che oggi – quando sono andata a ritirarli – stavano chiudendo e per non lasciarmi senza mondo in alta definizione hanno riaperto la serranda solo per me. Eroi del giorno, per quanto mi riguarda.

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Aida, come sei bella (e quanto ci costi!)

 

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Io e Claudio abbiamo un gatto, una micia. La micia si chiama Aida e lascerò qualche diapositiva più sotto. Il nocciolo della questione sta nella mia scelta circa la marca di crocchette a lei riservate, pare che Claudio ritenga siano troppo care. Pare necessario assegnare torti e ragioni, per questo motivo si richiede l’aiuto di una giuria popolare. Obiezioni dell’accusa: 13 euro al Kg sono troppi per dei croccantini. Difesa della .. difesa (?): sono fatte di carne! Non hanno schifezze dentro, sono fatte solo ed esclusivamente di carne! Non sono testate sugli animali, vengono prodotte in italia, non c’è grano o altre sostanze “gonfianti”. Vostro onore, lo so che sono care! Ma essendo così nutrienti, posso somministrarle in quantità minore rispetto a quelle più scadenti (quindi durano di più), ma quel che conta davvero è che sono sane e prevengono tutta una serie di malanni che ai gatti vengono a causa delle crocchette economiche. Ogni volta qui è una questione, che si tratti di cibo secco o che si tratti di scatolette. ABBIAMO UN PROBLEMA! Okay, io sono matta, ma ho ragione. Il motivo per il quale preferisco la Farmina N&D (che sì, lo ammetto, è la marca più cara in circolazione) è che io alla micia mi ci affeziono. Cioè, io ci sono affezionata e cerco di farla stare bene il più possibile, come se attraverso il cibo potessi assicurarle una vita più lunga. Lo so che costa tantissimo, però è Aida: la mia micia, la nostra micia, insomma .. la gatta che abbiamo deciso di prendere insieme, la prima cosa importante della quale ci prendiamo cura tutti e due! Oh, insomma, ho detto che Aida mangia solo cose perfette, così come per me e per Claudio scelgo sempre la carne migliore, la verdura migliore, la frutta migliore e così via. E va bene sono matta, ma il pelo della nostra micia è così lucido e la sua bocca così pulita e bella .. dai, non c’è paragone, Farmina N&D tutta la vita.

La questione risalta fuori quando si parla del grasso della fiorentina, sta cosa di piazzare la parte grassa della bistecca nella ciotola della piccola a me mi fa incazzare. Primo perché la gatta ci gioca e la porta a spasso per tutta la casa, secondo perché le fa male! Buono eh, lei è felicissima di giocarci mezzora, ungermi tutto l’ungibile della stanza e poi sbranarlo fin che si esaurisce il mangiabile, ma .. ma dai! Poi alla mattina mi metto il calzino e ci trovo dentro un pezzo di mucca morta sbranata, non è bello. No. Quindi basta, niente grasso d’avanzo nella ciotola della gatta, vostro onore basta. E poi le fa male. LE – FA – MALE.

Quindi niente, sono convinta che tutte le argomentazioni vengano dalla mia parte, di conseguenza Aida continuerà a mangiare solo ed esclusivamente Farmina N&D ed il grasso di carne che troverò in giro per la stanza lo infilerò nelle orecchie di Claudio di notte mentre dorme (e dicendo orecchie sono anche stata gentile).  Dai, Aida è bellissima.

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E comunque il peggio secondo me deve ancora venire. Nella casa che abbiamo scelto c’è una sorta di terrazza, al piano terra e ovviamente Aida avrà accesso anche lì. Ci sarà costantemente il panico – da parte mia – per eventuali dipartite e sparizioni temporanee della gatta; già mi immagino l’ansia nel non vederla tornare alla sera (…) Claudio mi ha promesso che cercherà di recintare al meglio, ma un gatto non si fa mettere confini, quelli prendono e partono e fanno – giustamente – il grancazzo che vogliono loro. Ma io ho paura che me la rubino, che me la picchino, che me la investano .. ODDIO MI STO GIA’ IMPANICANDO.  Vabbè, staremo a vedere, un problema per volta.

Per adesso Aida mangia quello che dico io, qualcuno ha qualcosa in contrario?

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Prima pagina

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Non sono una persona costante, lo dichiaro immediatamente, quindi si sappia subito che non ho ben chiaro cosa potrò creare in questo spazio. Due sono le cose che adoro fare: scrivere e fare fotografie, quindi suppongo che principalmente utilizzerò questo blog per mettere giù quello che ho nella testa ogni tanto. Quello che mi va, quando mi va. E niente, per ora tutto qua. Passo e chiudo.

18/04/2018 – Il blog ha compiuto un anno e ha preso una forma quasi precisa. Nemmeno mi ricordavo più dell’esistenza di questa pagina e mi è venuta nostalgia dei miei capelli lunghi. Bè, poco male, stanno ricrescendo.