Serie Tv: la mia lista degli imperdibili

Stare tanto sul divano per motivi di salute ha qualche vantaggio: libri, serie tv e tisane. Questo lungo momento ha fatto sì che riprendessi in mano le mie serie tv preferite (anche se molto vecchie) e mi organizzassi la giornata per fare degli immensi ripassoni. Così ecco che nasce la lista degli imperdibili, da condividere con voi. 

SUPERNATURAL 

In realtà non saprei nemmeno dire se questa serie sia mai arrivata a una conclusione, intorno alla decima stagione ho mollato perché cominciava a sembrarmi un po’ ripetitiva. Inoltre il punto s’era perso già da qualche stagione prima. Vabbè. Sam & Dean sono due cacciatori di mostri (inizialmente mannari, licantropi e roba varia), ma piano piano tutta la faccenda s’apre con il Paradiso e l’Inferno e i relativi personaggi angelici e diabolici. Penso che sia una serie abbastanza famosa per non mettermi a scrivere la sinossi generale, credo ci siano davvero poche persone che non ne hanno mai visto nemmeno una puntata! Personalmente io qualche episodio me lo sparo ancora, un po’ per affetto, un po’ per nostalgia e un po’ perché certe cose sono decisamente parte di me (la macchina di Dean, un’Impala del 67, rimarrà sempre il mio più grande sogno erotico).

ER – MEDICI IN PRIMA LINEA

Medici in prima linea è stato il mio primissimo approccio alle serie tv con la mia mamma. Eravamo innamorate perse di Clooney ovviamente, ma anche gli altri non ci facevano proprio schifo. Abbiamo pianto tantissimo alla morte del Dott. Greene, ci siamo emozionate con i viaggi missionari del Dott. Carter e abbiamo sofferto tantissimo con l’infermiera Carol per le sue vicende con il Dott. Ross. Anche questo sceneggiato va avanti per un mucchio di serie, ma al contrario di Supernatural, ricordo la fine e la puntata finale (dove ho pianto come una ragazzina; sì ma ero una ragazzina!) Cosa ci piaceva tanto di ER? Chi lo sa, forse la stessa cosa che abbiamo trovato in Gray’s Anatomy. 

GREY’S ANATOMY

Mettiamo in chiaro una cosa: per me Grey’s Anatomy è finito quando hanno fatto morire Derek. Quindi per tutto quello che succede dopo non solo non ho parole, ma nemmeno le voglio avere. Per me finisce così e basta, tra l’altro lì finisce anche il mio cuore completamente in frantumi. Shonda Rhimes ha giocato con i nostri sentimenti, li ha fatti a brandelli, ci ha sputato sopra e poi li ha gettati a mare come fossero carta da culo. Quella donna è davvero tremenda, ha fatto piangere anche il più algido di noi facendolo diventare innocente come un vitello da latte. Però va bene così, lo abbiamo guardato tanto proprio per questo motivo. 

DESPERATE HOUSEWIFE

Vabbè, ma che scrivo a fare? Io questa serie la guardo e la riguardo, non ho nemmeno più bisogno di vederla, mi basta sentirla. Non ci posso fare niente, anche se so perfettamente quello che sta per succedere non riesco a scollarmi e così mi bevo un episodio dietro l’altro in maniera ossessiva, come se fossi decisamente insaziabile. Sarà il cast tutto al femminile, sarà l’ingenua ipocrisia che si nasconde nella scrittura, sarà Bree che fa quei sorrisi taglienti … non lo so, ma per me è come una droga. Ammetto candidamente che spesso ho sognato di avere una casetta a Wisteria Lane. E di essere ricca, tanto ricca.

FRIENDS

Fatta eccezione per una stagione orribile (quella dove si tenta una patetica storia tra Rachel e Joey) per me rimane la miglior serie tv mai vista al mondo. Perdono loro tutto, anche gli scivoloni omofobi che capitano qui e là. Perdono anche l’eccessivo utilizzo di episodi di riempimento dove si utilizzano spezzoni vecchi (tipo quando i protagonisti ricordano cose). A Friends si perdona tutto, si perdona anche l’insopportabile, quanto inutile, Ross Geller

HOW I MET YOUR MOTHER

Penso che a questo punto non ci sia nulla da spiegare. Ma piuttosto, parliamo di cose serie, a voi l’episodio conclusivo vi è piaciuto oppure no? Io non riesco mai a decidermi, sapete? Alle volte penso che sia il miglior finale del mondo, alle volte penso che si sarebbe potuto fare meglio. Non lo so, ma in ogni caso a me va bene così e anche se l’ho vista tutta 4 o 5 volte, penso che la riguarderei tranquillamente anche una sesta e una settima. 


Per chiudere faccio un paio di menzioni speciali, giusto perché sono state serie tv che hanno segnato chiaramente un prima e un dopo, ma dopo qualche primo momento di chiusura pazzesca ho pensato fossero leggermente noiose: LOST e GAME OF THRONES. Alla seconda, per esempio, continuo a preferire i libri anche se – oramai sono certa – non vedranno mai il finale. La prima, invece, è un calderone no sense dopo la terza stagione. Ma ci piacciono un sacco lo stesso.


Adesso tocca a voi, voglio sapere la vostra lista degli imperdibili e le varie motivazioni. Chissà che non prenda spunto per vedere qualcosa che m’è sfuggito. 

The Good Place, perché morire non è la peggior cosa!

Il cast di the good place

The Good Place è la serie TV che ci ha tenuto svegli tre o quattro notti di fila per un immersione completa fino all’ultimo episodio. Capita sempre più raramente che qualcosa riesca ad accalappiarci a questi livelli, ma alle volte a riuscirci è un prodotto leggero e poco elaborato che vince però sul lato comico.

La trama di The Good Place

La trama è molto semplice: una ragazza giovane muore e si trova faccia a faccia con quella che sarà la sua “guida” in Paradiso (chiamato “La parte buona”). Già dai primi momenti capisce perfettamente che qualcosa non torna e comincia a sospettare d’esser stata assegnata erroneamente alla parte buona. Da lì in poi inizieranno una serie di situazioni pazzesche che andranno a delineare completamente l’architettura di un Aldilà esilarante. Quasi quasi fa venir voglia di schiattare per andare a metterci il naso, ma vi consigliamo di resistere alla tentazione.

Attori noti e meno noti

Il cast è un bel gruppetto di gente che sa fare bene il proprio lavoro, tutti gli attori ci permettono di innamorarci liberamente di tutti i personaggi che sono completi, belli e pieni in tutte le loro sfumature. Kristen Bell l’abbiamo conosciuta tutti come la tagliente quanto sagace Veronica Mars, anche qui la scena sarà principalmente sua, ma avrà per le mani un personaggio completamente diverso e con una morale decisamente tutta da rivedere se vorrà sopravvivere alla morte. La sua Eleanor, per quanto stronza e indecente, finirà per conquistare il nostro cuore completamente. Chi invece conquisterà i nostri ormoni sarà decisamente la sensualissima Jameela Jamil nei panni di Tahani Al-Jamil. Bellissima, una branda di donna (boh, sarà più di un metro e ottanta?) con dei capelli bellissimi. Il personaggio convince nella suo costante mood “mai ‘na gioia”, finirete per provare un’empatia pazzesca, a chi non è mai capitato di essere costantemente messo a paragone con un fratello maggiore o con un cugino che sembra più bravo a fare qualsiasi cosa? Ted Danson ci ha abituati al suo faccione con CSI, ma del suo personaggio non vorrei svelarvi troppo perché è gustosissimo scoprirne le sfaccettature mano a mano. In ogni caso sappiate che non vi deluderà mai, in nessun episodio. D’Arcy Carden spacca davvero; faccia completamente nuova per noi, ci regala un personaggio pazzesco che è una via di mezzo tra Siri di Apple e Alexa di Amazon. Janet è il motore di ricerca quasi vivente della parte buona, in qualche modo saprà regalarci un bel po’ di risate grazie alla sua ingenuità. Manny Jacinto non so da dove l’abbiano tirato fuori, ma è una bella trovata. Il personaggio incarna un po’ il ragazzino che non vuole crescere che è dentro ognuno di noi, per certi versi ci si identifica (anche se con un po’ di vergogna). E in fine, ma non meno importante, arriva il nerd della combriccola: il professore di filosofia etica. William Jackson Harper interpreta Chidi, un ragazzo che per quanto “studiato” …. oh no no, non posso dirvi niente altrimenti vi spoilero. Insomma, anche Chidi (come tutti gli altri) svelerà le sue carte piano piano.

Episodi

Ho scoperto che su JOI c’è già la terza stagione, su Netflix invece siamo fermi alla seconda. Gli episodi sono brevi e incalzanti, da mangiarseli uno dopo l’altro con pizza e birra sulle gambe. Le idee per portare avanti la storia non mancano, l’ambiente è così frizzante che risulta ovvia la quantità di cose che ancora si possono raccontare. D’altra parte quando inventi un mondo ci puoi buttare dentro di tutto, per anni e anni.

Conclusioni e voto

The Good Place ci è piaciuto, abbiamo riso tantissimo e non ci siamo mai annoiati. In realtà non abbiamo nessuna critica da muovere perché si tratta di un buon prodotto leggero che non sembra avere grandi pretese, ma che vince su moltissimi aspetti. Noi lo promuoviamo anche se non abbiamo ancora visto la terza stagione, dopotutto ve lo stiamo consigliando senza alcuna riserva. Ecco che stampiamo sulla pellicola un bell’8 per la montagna di elementi originali e qualche riferimento vago a Douglas Adams.

Errori di montaggio

Per gli occhi di falco: durante il montaggio della seconda stagione è stato fatto un errore molto grave. Ci vogliono occhi allenati e molto rapidi per individuarlo, ma noi l’abbiamo scoperto alla prima occhiata. (Per la verità sono stata io, Claudio ha dovuto ricorrere alla VAR) Trovatelo e svelatecelo!

The Umbrella Academy – Stagione 1

Probabilmente sono molto poche le persone che ancora non hanno dato una sbirciata a questa serie tv su NETFLIX, ma nel nostro blog non potevamo certo non darle un piccolo spazio tra i nostri SELECTED FOR YOU. Saltiamo trama e discorsi unitili, andando subito al punto.
Le tre cose che di The Umbrella Academy ci hanno convinto di più

  1. Cha Cha & Hazel, una bellissima coppia di cattivi ultra fumettosi. La resa rispetta tantissimo la genesi dell’opera. Fanno anche morir dal ridere tutti i loro siparietti tra l’estremamente comico e l’estremamente sadico. Questi due personaggi sono uno degli aspetti che ci sono piaciuti di più.
  2. Ellen Page, bravissima. Non ci posso fare niente, io la adoro qualsiasi cosa faccia (anche quando me la ritrovo in produzioni piccole e discutibili). Il suo personaggio è un po’ lagnoso e non un granché, ma non importa. Ellen Page non mi delude mai. 
  3. I super eroi tormentati sono stupendi. Questo modo d’essere eroi in cui il proprio dono viene vissuto come una condanna è super affascinante, soprattutto perché la serie tv svela piano piano il vissuto non sempre roseo di ogni personaggio. Il dramma è centrale ed è spesso causa degli eventi futuri. 

Personalmente avrei aggiunto un punto 4, tutto dedicato a Sheehan che già avevo imparato ad amare in Misfits. C’è chi dice che il personaggio sia praticamente identico, ma con un altro potere. In realtà, in The Umbrella Academy Sheehan deve fare i conti con un personaggio dallo spessore più importante rispetto a quello che aveva in Misfits. Però non lo si scopre nelle prime puntate, dobbiamo attendere un po’ per piangere con lui.
Voto alla serie: 7 e mezzo, attendiamo la seconda per vedere i botti o per vederla colare a picco. A noi è piaciuta, pollice su! 

Il Primo Re: recitazione emozionale e potenza visiva

di Claudio Ciccone

Dopo un mese e più di hype (tanto che la scimmia urlatrice sulla mia spalla aveva a sua volta un’altra scimmia urlatrice) siamo andati a vedere Il Primo Re, il film di Matteo Rovere da poco uscito nelle sale con protagonisti Alessio Lapice e Alessandro Borghi.

La trama racconta le vicende di Romolo (Alessio Lapice) e Remo (Alessandro Borghi) che hanno portato il primo a uccidere il secondo e fondare la civiltà che avrebbe dominato il mondo occidentale per i successivi 1200 anni, Roma. Il bello dei film storici è che posso dire come va a finire senza correre il rischio di fare spoiler.

Le premesse perché prendessi Elisa e la portassi al cinema erano tante e molto buone: un film che parla della fondazione di Roma, con maestranze tutte italiane, distribuito dalla 01 Distribution, recitato in protolatino (dopo spiegherò meglio questo punto), con una ricerca storica puntuale e approfondita.

Anche Elisa aveva le sue ragioni per andare a vedere il film il prima possibile: Borghi, Borghi e…Borghi.

Così, siamo andati al cinema Trianon con due nostri amici, maestro di musica barocca lui, studentessa di lettere classiche lei.
È stata una bella serata, compreso il momento in cui in sala c’è stato uno sbalzo di corrente e per un attimo è andato solo l’audio e non il video. Sapevate che nella sala del proiettore non c’è più nessuno?

Ma passiamo al film

Ovviamente l’aspetto che più affascina è la lingua. Alla fine, per raccontare la storia di Romolo e Remo i personaggi potevano parlare in italiano, in inglese o, se proprio in reparto sceneggiatura se la sentivano particolarmente calda, in latino, tipo Passione di Cristo di Mel Gibson. O ancora, potevano mettere in mezzo studenti e ricercatori della Sapienza per tradurre il copione in un mix di latino, etrusco, e varie altre lingue indo-europee.

Dopo aver scelto l’ultima via, il rischio che gli attori si trovassero spiazzati nel dover recitare in una lingua più che morta era altissimo, eppure colpisce come tutti quanti siano stati in grado di trasmettere con dialoghi il più possibile asciutti un vasto repertorio emozionale. Perfino Elisa, che con la sua dislessia fatica a seguire un film intero con solo i sottotitoli, non ha avuto difficoltà a capire cosa stesse succedendo. Escludendo che Elisa abbia preso di nascosto lezioni di protolatino.

Ma non sono solo gli attori che riescono con le loro interpretazioni a trasmettere delle emozioni forti e precise: il reparto fotografico, sotto la supervisione del direttore Daniele Ciprì, ha la sorprendente capacità di trasmettere con l’uso della luce naturale la tensione, l’epicità e la potenza che una storia mitica merita.

Primi piani stretti sugli attori, campi larghi sui paesaggi, tanta nebbia e scende notturne alla luce dei soli fuochi realmente accesi sul set restituiscono un sapore antico, selvaggio, ma anche una vicinanza con il mitico e il divino, tema centrale del film e motivo di lite tra i due fratelli.

In sostanza, mi è piaciuto talmente tanto che ho perdonato con un a semplice scrollata di spalle le diverse scende di combattimento che includono la presenza di archi, armi assolutamente non presenti a Roma nel VIII secolo prima di Cristo.

Un appunto per esaltare la bravura di Tania Garibba che con la sua gestualità e la sua voce profonda sarebbe in grado di mettere paura a chiunque in qualsiasi momento. Con il suo sguardo scuro e tagliente riesce, in ogni inquadratura, a trasmettere il senso di impotenza e di reverenza che si poteva avere nei confronti di una creatura considerata voce degli dei.

Film, ovviamente, promosso a pieni voti.

Cosa c’è su Netflix? YOU

[SPOILER FREE] Credo che dovremmo rinominare la sezione “Serie TV e film” in “Netflix e dintorni” visto che, praticamente, siamo fan pazzeschi della N rossa più famosa del mondo. In ogni caso, tra ieri e oggi siamo finiti nel tunnel dell’ennesima serie TV in grado di deprivarci completamente di una vita sociale (e anche della fame, della sete e del sonno): YOU.

Premessa doverosa: abbiamo scoperto esserci un libro dal quale è stata tratta la serie. Noi non lo abbiamo letto, non sapevamo nemmeno esistesse prima di qualche ora fa, quindi il nostro giudizio si riferisce solo a YOU serie Tv, l’originale Netflix.

Brevemente vi parlo della trama, giusto per infarinarvi come una fettina di pollo, ma starò ben attenta a non fare alcun tipo di spoiler. Beck è questa ragazza bionda della quale vi ho piazzato uno dei migliori fermo immagine, in molte occasioni vi ricorderà parecchio Chiara Ferragni, solo un po’ più morbida e decisamente più simpatica. Tornando a Back, dicevamo che è la coprotagonista di questa incasinatissima storia di non amore. Un bel ragazzo timido e impacciato, Joe, se la ritrova nella libreria in cui lavora come libraio e inizia a farsene un’idea andando a scansionare con precisione chirurgica tutti i social in cui Beck pubblica aspetti più o meno realistici della sua vita privata. Joe scopre molte cose di Back, inizialmente solo online, successivamente attraverso strategici pedinamenti al limite del legale. Piano piano riuscirà a insinuarsi nella vita della ragazza, manipolandone ogni aspetto e rendendola molto felice. Inutile dire che per quanto questi due possano effettivamente sembrare carini e innamorati, succederanno costantemente un sacco di cose che ci riporteranno alla realtà, mostrandoci quanto invece sia pazzo lui. Beck ha delle amiche di merda, avrete modo di odiarle dal profondo della vostra anima, specialmente una: Peach.

YOU è l’ennesima produzione originale Netflix che ci ricorda quanto questo colosso dell’intrattenimento sappia fare il proprio lavoro. Ma abbiamo chiacchierato anche troppo, conviene affrontare immediatamente i tre motivi per i quali dedicare un paio di giornate per immergersi in questa follia paranoica.

Tre motivi per guardare YOU

  • Ti lascia costantemente in un disequilibrio emotivo. La verità è che si dimentica spesso il comune senso del “bene” e il comune senso del “male”, così si ritrova anche a tifare la salvezza delle persone sbagliate. Come se i confini diventassero labili molto più del normale: non è un bene/male relativo, sarebbe troppo banale, si tratta di veri e propri sbandamenti che ci fanno mettere in discussione qualche intimo pensiero che possiamo ritrovare nel profondo. Chi non è mai stato tentato dal dare una sbirciatina al cellulare del proprio compagno? E quanti hanno poi ceduto? Chi è andato oltre? Io non penso che queste cose ci siano sempre del tutto estranee, magari pubblicamente, ma noi la risposta la conosciamo bene.
  • Ogni tanto un thriller ci vuole. Sì dai, basta con questi teen drama, basta con gli ospedali, i salotti con il divano centrale, le spade e i draghi. Tutto molto bello, tutto molto affascinante, ma io ogni tanto sento proprio l’esigenza di godermi una serie tv che, ridotta a dovere, potrebbe essere un bellissimo lungometraggio. Che poi, chi li guarda più i film; la serie tv ha una comodità intrinseca che il film se la sogna, a maggior ragione se si tratta di thriller. Non so in quanti la pensino come me, ma io preferisco prolungare molto il senso di ansia e solo con una serie questa operazione risulta possibile.
  • Magari, guardando YOU ci verrà voglia di mettere delle password sensate ai nostri device. Forse smetteremo di condividere sempre tutto tutto, compreso l’indirizzo di casa e la geolocalizzazione di tutti i nostri spostamenti più o meno lunghi. O magari non smetteremo mai, così come non ho mai smesso nemmeno io che nel digitale vivo e lavoro da anni. Chi lo sa, ma io nel dubbio ho cambiato la password al mio laptop.

Voto definitivo per la serie YOU: 7 perché per quanto sia bella, interessante e complicata, è un po’ poco credibile che lui riesca a combinarne così tante senza essere beccato per tutto il tempo. Ci sono alcuni passaggi che riguardano i reati più gravi che non vengono credibilmente supportati da un’adeguata linea d’indagine. Sostanzialmente in questo thriller la polizia si droga, oppure non esiste, oppure non serviva e hanno deciso di non mettercela. Ah, inoltre non c’è nulla di particolarmente nuovo che non sia già stato visto in qualche altra storia di stalking.

Ci siamo informati: ci sarà una seconda stagione, così scopriremo un sacco di cose interessanti su Candice. Chi è Candice? Eh.

L’avete visto? Che ne pensate? Fateci sapere, noi siamo curiosi!

PERFUME – 4 motivi per guardare questa serie TV

Dopo Dark, la Germania tenta un nuovo colpaccio con Perfume e ci riesce. Su Netflix, la nuova serie che punta al successo internazionale ha conquistato anche noi: ve ne parliamo brevemente? Sì, dai.

Quattro motivi per guardare Perfume

  • Perfume è una serie profondamente “mainagioia” questo va tenuto presente dal primo momento, ma comunque non ci sono troppe occasioni per dimenticarlo. Tutti i personaggi hanno delle storie d’infanzia tremenda, per non dire demmerda. Se volete vedere vedere una serie che parla di: violenza domestica, abusi sui minori, prostituzione, bullismo e rapporti perversi in generale allora siete capitati nella zona giusta. Anche qui, come in Dark, ci sono intrecci parentali assurdi e tantissimi flashback. Magari al primo colpo non ci capite un cazzo, ma sicuramente ve la guarderete lo stesso.
  • Perfume è un bel giallo che si prende i suoi tempi. La polizia non è fatta da uomini geniali che improvvisamente capiscono tutto, i cattivi non sono coglioni inetti che lasciano prove a pioggia perché a un certo punto qualcosa la si dovrà pur trovare. La serie (costruita con puntate di 1h l’una) offre l’arco narrativo necessario per rendere credibili sia gli omicidi che la loro risoluzione non proprio super ovvia e scontata.
  • Parfume è la serie adatta per chi ha un debole per gli psicanalisti austriaci con la barba e gli occhiali tondi. Freud viene abusato quasi sessualmente in ogni filone narrativo della serie: dai problemi con la madre, dalle fasi orali mai superate e via dicendo. Se siete appassionati di psicanalisi in questa serie tv potreste trovare milleduecentoventi motivi per farvi delle ricche pippe mentali a due mani.
  • Non è la traduzione de Il Profumo di Sűskind, ma una rielaborazione piuttosto rispettosa del romanzo in modo tale che questa si adatti senza troppe forzature al nostro secolo. Non ci saranno quindi grandi tradimenti per coloro che come me hanno amato profondamente il libro.

Noi l’abbiamo promossa con un dignitosissimo 7.5: ci sono alcuni passaggi esageratamente lenti, noiosi e aggravati da silenzi lunghissimi che un po’ triturano le palle. La risoluzione del caso, per quanto plausibile, forse risulta un pochino debole e poco convincente. Ma non vi diciamo nulla di più, un po’ perché non vogliamo rovinarvi la visione e un po’ perché è il 2 gennaio e non ne abbiamo voglia.

Bandersnatch: un bell’esperimento riuscito

Black Mirror Bandersnatc

Anche noi, come mezza Italia, abbiamo aspettato con un immenso conto alla rovescia l’arrivo dell’episodio di Natale di Black Mirror. L’hype aumentava man mano che uscivano le voci sul fatto che potesse essere addirittura interattivo, ma insieme all’hype saliva anche un po’ il timore della delusione.

Ho già sperimentato l’interattività nella narrazione di un qualcosa, da piccola giocavo con Lone Wolf ovvero libri in cui potevi scegliere man mano il filo narrativo saltando di pagina in pagina. Inoltre e non meno importante, sono stata una delle primissime persone a giocare con Until Down, il survival horror della Sony in esclusiva Play Station 4: quindi il tema lo conosco bene e soddisfare la mia aspettativa non era proprio semplicissimo.

Per questa ragione dividiamo il discorso in due: da una parte parliamo del film, dall’altro parliamo dell’aspetto ludico. E iniziamo con l’aspetto ludico, visto che fidanzato Claudio ancora dorme beato e non so che cosa devo scrivere circa regia, fotografia, sceneggiatura e menate da DAMS.

Bandersnatch non è un gioco, quindi ridimensionate immediatamente tutte le aspettative. La verità è che non c’è nessuna libertà di scelta perché il film ti obbliga, in modo più o meno diretto, a seguire un certo filo logico. Noi siamo tornati indietro più volte per vedere tutto il possibile, ma non è vero che esistono molti finali. Esistono, piuttosto, molti binari morti. Sigh. Questo è stato per me l’aspetto più deludente, credo di aver sbagliato a fantasticare troppo. Netflix non è Play Station e questo è evidente, però si poteva fare un filino meglio, forse. Questo non vuol dire che non sia stato divertente muoversi nelle possibili trame, queste infatti si complicano sufficientemente per tenerci interessati all’argomento. Va bè, è figo dai.

Parliamo invece del film (che nel frattempo fidanzato Claudio s’è svegliato e ha pure preso un caffè). La regia si incasella perfettamente nelle altre puntate di Black Mirror: troviamo infatti la classica lentezza che fa salire l’ansia tipica di tutto il filone della serie tv. Silenzi, pause, scenografie pulite e molto fredde: un’ orchestra perfetta per montare il senso d’angoscia fotogramma dopo fotogramma. Alle volte, tutto questa lentezza diventa anche un po’ pesante da sopportare, ma la fotografia para il colpo mostrando sempre e comunque delle belle immagini sulle quali soffermare la propria attenzione. Ciò che invece ha un po’ rotto il cazzo è sto continuo ritorno agli anni 80 che per quanto siano belli, fantastici, nostalgici etc… hanno davvero sfrangiato un po’ le palle. La scelta dell’ambientazione quindi, per quanto funzionale alla trama, è un filino trita e ritrita. Passiamo oltre, lasciamoci alle spalle le cassette musicali da riparare con la matita nel buco, sarebbe anche ora. Ultima considerazione, ma non la meno importante, si riferisce alla bravura indiscussa degli attori, del regista e di tutti i tecnici (fonici, montaggio etc) nel girare delle scene mille e mille volte in cui si modificano solo piccolissimi dettagli. Essendo infatti interattivo, le scene possono ripetersi più o meno in modo similare, ma la maggior parte delle volte cambiano in piccolissimi dettagli (uno sguardo tra due persone che in un’altra scelta non ci sarebbe stato, per esempio).

Affrontata la questione ludica e la questione cinematografica, rimane la questione filosofica. Si dovrebbero dire due parole sul fatto che siamo parte di un progetto, no? In realtà se vagate un po’ nell’internet trovate un sacco di pippe mentali che si riferiscono alla pillola blu e alla pillola rossa stile matrix, ma se volete che vi dica un po’ la mia opinione… va bè. No, intendo dire, “va bè” è proprio la mia opinione. Sì, carina sta cosa che possiamo parlare con il protagonista del film rivelandogli che siamo delle persone che lo stanno controllando, carino anche il fatto che lui parli di noi alla psicologa, un po’ troppo però è pensare che Netflix registri le nostre scelte per profilarci ancora meglio e scoprire addirittura come reagiamo in momenti di stress psicologico. Insomma: Black Mirror sì, ma paranoia no. Molto più semplicemente, in questo episodio siamo contemplati anche noi come personaggi più o meno attivi all’interno della storia. Prendetela così, godetevela e non perdetevi in paranoie assurde più adatte a decelebrati terrapiattisti che a persone intelligenti.

Noi Bandersnatch lo abbiamo promosso con un bell’8 perché comunque è una modalità piuttosto nuova e fare un film di questo genere prevede una quantità di girato immensamente maggiore rispetto al visibile. L’aspetto ludico possiamo migliorarlo, ma nel complesso è un bell’esperimento.

Cosa guardiamo stasera su Netflix? L’altra Grace

Ecco, abbiamo scritto il titolo super SEO friendly, adesso possiamo parlare di una miniserie bellissima assolutamente da guardare (sì, su Netflix): L’altra Grace.

La trama ce la sbrighiamo semplice

Una giovane donna viene arrestata dopo esser stata accusata dell’omicidio dei suoi padroni. La ragazza proclama innocente e porta avanti la sua tesi nonostante le prove siano completamente contro di lei.

La serie si basa sul romanzo di Margaret Atwood, ispirato a sua volta a una storia vera ed è questo il bello per quanto mi riguarda. Non ho letto il libro della Atwood, ma il titolo è identico ed è facilmente trovabile su amazon: vi lascio il link qui.

Immagino vogliate sapere perché mi è piaciuta e perché io ve la stia consigliando. E va bene.

Tre motivi per godersi L’altra Grace

  • L’altra Grace è una miniserie auto conclusiva. Gli episodi durano circa 50 minuti l’uno e una volta arrivati alla fine … è finita. Insomma, niente lunghe attese estenuanti e folli ricerche di indizi per una nuova stagione su google. La storia ha un inizio e una sacrosanta fine e questo è uno dei primi punti a favore.
  • I costumi sono bellissimi, così come sono una meraviglia i colori che accompagnano tutti gli episodi. C’è dell’antico persino nella luce che entra dalle finestre e questa illumina i corpi in un modo stupendo. Credo che tutta sta menata si chiami “fotografia“, ma di solito è Fidanzato Claudio che si occupa di recensire ed è lui che conosce i termini corretti. Amen, spero abbiate capito.
  • Adoro l’anima mistery di questa miniserie: fino alla fine si viaggia tra la razionalità degli eventi e lo sguardo ammaliante di Grace. Uno sguardo carico d’erotismo e passione, costretto da una cuffietta per i capelli in un corpicino casto e innocente. Il contrasto tra ciò che Grace racconta e la violenza dei fatti è qualcosa di sublime.
  • Mi piace la linea cronologica scelta per la narrazione dei fatti. Grace racconta tutta la storia che l’ha portata a essere arrestata con l’accusa di omicidio, lei infatti si trova a far da serva in casa di filantropi che credono nella sua innocenza. Un uomo di formazione psichiatrica si occupa di lei, dovendo far attenzione a non cedere all’attrazione. Che non ce lo metti un po’ di transfert? Eddai, ci sta bene!

Un’altra bella trovata firmata Netflix, comunque.

Pollice su. Fatemi sapere cosa ne pensate! Qualcuno ha letto il libro?

La Casa di Carta, ovvero come Netflix scopre perle da ogni parte del mondo.

Ultimamente negli ambienti cinefili c’è un’accesissima discussione sulla nobiltà di Netflix: una parte infatti ritiene la nota piattaforma streaming assolutamente non adatta a supportare le creazioni cinematografiche, l’altra invece la considera come una naturale evoluzione della tecnologia nei confronti della Settima Arte.

Non è mia intenzione soffermarmi su questo scisma che ritengo abbia più o meno lo stesso calibro delle lotte avvenute negli anni passati: colore contro bianco e nero, sonoro contro muto, digitale contro pellicola, e così via, con il rischio di rimanere ancorati a un’ analisi superficiale di un fenomeno che meriterebbe, senz’altro, uno studio molto più approfondito. Ma alla fine, ci credo che alla Kodak rodesse il culo quando arrivarono le prime macchine da presa digitali, e sostenevano quanto il film stesse per perdere di qualità se non si fossero più usate le loro pellicole; allo stesso modo, i proprietari di tutte le sale cinematografiche ritengono che i film che passano sui loro schermi siano i migliori in assoluto, mica come Netflix. Il punto alla fine è proprio tutto qui.

Tutto questo in realtà per anticipare un grande, grandissimo pregio che ha Netflix: la capacità di andare a scovare film e serie tv in ogni parte del globo e riproporre il tutto sulle proprie piattaforme. Io e la Gatta spesso ci siamo imbattuti in orribili film dell’orrore spagnoli e indiani, o ottime serie tedesche (Dark), belgiche… belghe… belge… del Belgio (Tabula Rasa), australiane (Glitch) e così via. I modi in cui Netflix agisce sono diversi: può essere produttrice, affidando un progetto originale; può anche intervenire su un prodotto già finito ma non distribuito; oppure può prendere un prodotto trasmesso localmente e riproporlo su scala mondiale.

Questo è quello che è successo a una serie televisiva che ha riscosso un successo planetario: direttamente dalla Spagna, ecco a voi La Casa de Papel, o in italiano, La Casa di Carta!

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Nata come una produzione della televisione privata spagnola Antena 3 e distribuita dalla stessa da maggio a novembre 2017, ha poi concesso i diritti a Netflix nel dicembre 2017, piazzandosi al primo posto tra le serie tv non in lingua inglese caricate sulla piattaforma per numero di visualizzazioni.

Sarebbe difficile per me recensire con completezza le circa ventuno ore di serie televisiva, ma gli elementi per restare incollati allo schermo e seguire le vicende dei rapinatori della Zecca di Stato spagnola ci sono tutti: il ritmo serrato del montaggio che non lascia scampo ad alcuna distrazione; lo studio delle riprese in campi medi e primi piani che proiettano direttamente dentro la vicenda, facendo vivere ogni aspetto della psiche e dei sentimenti di tutti i personaggi, la complessa storia costruita con maestria e senza lasciare alcun buco, la bravura di tutti gli attori, il messaggio profondo che ci vuole lasciare.

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La trama è presto detta: un uomo, chiamato El Profesor, decide di mettere su una squadra per attuare la rapina che pianifica da una vita: chiudersi nella Zecca di Stato spagnola, stampare una quantità inimmaginabile di denaro e riuscire ad andarsene con il malloppo; una rapina che non tolga un euro a nessuno. Per completare questa missione impossibile i rapinatori hanno l’ordine tassativo di seguire alla lettera le istruzioni del Profesor e di non avere nessun tipo di relazione gli uni con gli altri, si chiamano l’un l’altro infatti con nomi di città: Tokyo, Rio, Berlino, Nairobi, Mosca, Denver, Helsinki e Oslo dovranno mettere a segno il più grande colpo di tutti i tempi.

Nel quadro della complessa partita a scacchi tra il Professore e l’ispettore Raquel Murillo, incaricata di risolvere il caso, si svilupperanno le trappole, i colpi di scena e le relazioni tra i rapinatori, combattenti uniti in una lotta per la libertà spesso messa a paragone con le lotte partigiane contro il fascismo.

La libertà dell’essere umano da un sistema economico e bancario che lo sta uccidendo, quando alla fine dei conti, si parla solo di carta da stampare.


 

La Gatta edita, la Gatta aggiunge.

Amore, visto che sei infermo ti va di scrivere qualcosa sulle ultime serie tv che abbiamo visto?

Un’ora dopo

Fammi capire, su 600 parole 450 sono di polemica e il resto su La casa di Carta?

Mi perdoni Fidanzato Claudio se intervengo nel suo post, so già che la pagherò carissima, ma io una cosa la devo dire: guardate La Casa di Carta perché è una cazzo di figata. Com’è ben noto non sono molto brava a recensire, si veda pure l’articolo su Suburra dove la mia prima motivazione per vederlo era l’estetica di Alessandro Borghi. Inoltre c’è da dire che non saprei mai mettere in piedi un discorso sulla fotografia, il montaggio, le cose dei tecnici e Antena 3. Ma apprezzo le cose belle, questo lo so fare. Perciò, ecco a voi la ragione che vi dovrebbe spingere a guardare La Casa di Carta:

Profesor, soy Nairobi. Empieza el matriarcado.

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IZombie VS Santa Clarita Diet: come vi piace il non-morto?

Casualmente, in questo periodo, mi sono chiusa con due serie tv a tema zombie: IZombie e Santa Clarita Diet e mi sono piaciute molto entrambe. Ne parliamo? Parliamone!

IZombie è una serie tv abbastanza datata, la prima stagione l’ho vista nel 2015 – in streaming – quando una mia amica (Ciao Luisa!) mi ha consigliato di guardarla perché la protagonista era Trilly di Once upon a time. Santa Clarita diet invece è più recente (e ha meno stagioni, solo due) esce in Italia nel 2017 su Netflix.

Vediamo subito le differenze!

Gli zombie di IZombie:

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  • Ce ne sono di due tipi, quelli senzienti e quelli completamente rincoglioniti. I primi hanno sentimenti normalissimi.
  • Vengono contagiati inizialmente attraverso della droga tagliata con un ingrediente segreto, successivamente possono contrarre l’infezione attraverso il sangue. La malattia si comporta esattamente come qualsiasi malattia venerea e il virus sembra essere così piccolo da potersi infilare persino nelle trame di un preservativo. Perciò niente sesso interraziale altrimenti si rischia l’infezione.
  • Mangiano di tutto, non hanno problemi con il cibo comune, ma sentono il bisogno di mangiare il cervello umano. Se ciò non dovesse succedere per molte ore, lo zombie senziente si trasformerebbe subito in uno zombie rincoglionito senza reversibilità.
  • Poteri speciali: mangiando un cervello, gli zombie acquisiscono le caratteristiche caratteriali e le conoscenze della persona a cui apparteneva il cervello. Questo permette loro di avere delle visioni che provengono dal defunto e ciò aiuta la protagonista a risolvere casi di omicidio. Non muoiono se non gli si spara alla testa, possono essere congelati e scongelati e in caso di dolore o malessere forte mutano leggermente con tanto di occhi rossi e super forza disumana.
  • Probabilmente possono guarire, ma la cura è sperimentale e al momento non sembra funzionare senza effetti collaterali troppo rischiosi.

Gli zombie di Santa Clarita diet:

Santa Clarita Diet

  • Se ne conosce solo un tipo e sono senzienti, provano sentimenti umani.
  • Vengono contagiati attraverso una varietà di vongole servite in un ristorante. Il virus viene trasmesso in caso di graffio, ma gli zombie possono avere una vita sessuale normalissima.
  • Non mangiano niente che non sia il corpo umano. Quindi possono mangiare tutto ciò che riguardi un cadavere di un uomo, ma non possono assolutamente mangiare altro. Se non mangiano vanno fuori di testa e aggrediscono cadendo in una sorta di follia omicida inconscia. Di questi momenti non hanno memoria.
  • Poteri speciali: sono velocissimi e fortissimi e muoiono solo se colpiti alla testa.
  • Il loro corpo decade, continua a marcire fino alla decomposizione (ma non si sa che succede dopo!). Questo processo può essere fermato attraverso una cura tremenda che prevede della bile umana di nazionalità serba, difficile da ottenere ma non impossibile.

Come ci piacciono gli zombie?

Sinceramente non sono una fanatica, la categoria zombie non è tra le mie preferite. Tuttavia queste due serie TV mi hanno presa un sacco perché sono molto divertenti e fanno un sacco ridere. In Santa Clarita diet, specialmente, viene sottolineato l’aspetto grottesco e demenziale della malattia. I siperietti messi in scena dai personaggi sono spesso molto esilaranti. IZombie riesce a far ridere quanto a commuovere, ma non c’è nulla di tragicamente drammatico, se non qualche scena particolarmente toccante. Cosa vi consiglio? Mah, guardatele entrambe perché ne vale proprio la pena e poi le trovate comodamente su Netflix il che è sempre una bella comodità!

E a voi come piacciono gli zombie?

Suburra: 3 cose che ci sono piaciute un sacco [spoiler free]

Avete visto la serie Netflix Suburra?

“Elì, ti va di vedere Suburra? Lele ne ha parlato bene”

“No, non mi piace il genere”

DUE PUNTATE DOPO

“Clà, mi sono innamorata di Aureliano”

E questo ci porta dritti dritti al primo motivo per il quale vi consiglio di vedere Suburra

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  1. Aureliano è un figo della madonna e Alessandro Borghi è così bravo da mettere paura. Già così dovrei indurvi all’immediata visione della prima serie tv italiana targata Netflix, ma in realtà ci sono altri motivi. Comunque sia, senza buttare in vacca il discorso, Alessandro Borghi è davvero bravissimo. Non lo conoscevo, io non ho visto Suburra il film e non l’ho mai incontrato in nessun film e mi devo esser persa moltissimo. Tralasciamo il fatto che sia bono all’infinito, Borghi è uno di quelli che pure quando sta zitto dice un sacco di cose. Mi piace come si muove, mi piace come cammina, adoro il suo sorriso e amo in maniera spropositata ogni singolo passaggio tra un’espressione e l’altra. Un rapimento sensoriale tale è simile solo a quello che sento per DiCaprio e Christian Bale. Fatevi due conti. Il personaggio è altrettanto interessante, per quanto sia un criminale si finisce per stare dalla sua parte. Aureliano è nato e cresciuto per essere un bandito: ruba, uccide e fa un sacco di impicci. Però ha uno spessore emotivo straordinario, avverte ogni emozione e la vive sempre al massimo. Quando ama, ama fortissimo, quando odia, odia fortissimo, quando si incazza, si incazza fortissimo… e così via. Non è matto, non è uno sprovveduto, non si fa fregare facilmente e sa sempre cosa fare (o quasi). Voglio fare venti bambini e chiamarli tutti Aureliano (?) 
  2. Roma è bellissima e io sono sempre di parte quando se ne parla. Il fatto che questa serie sia ambientata nel luogo in cui vivo mi fa emozionare un sacco. Adoro riconoscere i luoghi in cui io stessa quotidianamente passo, gli autobus che prendo e i negozi che vedo. Aureliano e Spadino si incontrano spesso dietro casa del papà di Fidanzato Claudio, sarà che qualche volta li incontro? L’impressione magica che ho è un po’ questa, ma nel caso si incontrassero due personaggi simili sarebbe meglio darsela a gambe levate. Malavitosi simili possono essere una buona compagnia solo nella fantasia.
  3. I colori e le riprese. E qui ci vorrebbe Fidanzato Claudio per avere una manciata di termini tecnici. Io non so come spiegare in maniera professionale quanto sto per dire, ma proverò a mettere in campo tutta la mia creatività per non appesantirvi. I colori che dipingono Roma, che si utilizzano per dare profondità alle figure umane hanno una capacità incredibile di rapirmi. Sono colori freddi, malinconici, ma allo stesso tempo violenti e decisi. Taglienti. Sottolineano, secondo la loro capacità, tutte le azioni che si svolgono dando a queste un carico di significato molto più spesso rispetto a quello che avrebbe una luce più naturale. Tutto “taglia”: le vicende, gli sguardi, i fatti, i colori, le musiche. Si ha l’impressione di essere sul punto di ferirsi. Io lo trovo fantastico.

E questo è praticamente tutto quello che possiamo dire e raccontare, sapete che ogni nostra recensione – anche se riguarda un prodotto un po’ datato – sarà sempre spoiler free. Vi possiamo però confermare che esistono momenti molto belli, alcuni anche parecchio commoventi e non si esclude che qualche lacrimuccia possa scivolare. Le risate non mancano, così come tutta la serie vi terrà occupati con una buona dose di sanissima tensione. Se l’avete vista e volete condividere con noi i vostri pensieri… lasciateci un commentino qui sotto, anche se sappiamo bene quanto i nostri lettori siano sempre un sacco prigri!

 

 

Tre buoni motivi per non guardare “Chiamami col tuo nome” al cinema

Oppure tre buoni motivi per non guardarlo affatto.

Martedì sera sono andata al cinema con Fidanzato Claudio e il Magico Lele, la missione era semplice: scoprire il film che ha fatto incetta di candidature agli Oscar. Chiamami col tuo nome è stato infatti nominato per:

  • Miglior film
  • Migliore canzone originale
  • Migliore sceneggiatura non originale
  • Timothée Chalame migliore attore

Ebbene, a me non è piaciuto nemmeno un po’ e questo ha scatenato una guerra lampo tra me e Fidanzato Claudio, a tal punto che si è rischiato di dover far evacuare la metro A per eccessiva violenza. Mi prendo il diritto, con tutte le responsabilità del caso, di dire che Chiamami col tuo nome è un film brutto.  Ed eccomi a darvi tre buoni motivi per zompare a piè pari questo film.

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  1. Due ore e un quarto di film e non succede praticamente niente. Si potrebbe riassumere la trama in questa maniera: due ragazzi si incontrano, si innamorano, vivono un’estate bellissima e alla fine l’amore finisce e uno dei due decide di sposarsi – a distanza di qualche mese – con un’altra persona. Fine. Nel mezzo non succede assolutamente niente se non un brevissimo scambio – minimizzato – con la ragazza di uno dei due che viene friendzonata. Ma anche in questo momento il tutto viene liquidato con un semplice “okay”.
  2. I dialoghi sono di una banalità imbarazzante. Uno scambio mi è rimasto impresso più degli altri: i due si baciano per la prima volta e uno dei due dice all’altro “Ti è bastato?”. Seriamente? Alcune cose che i personaggi si dicono sono assolutamente irreali, stereotipate e banalizzate. La verità è che ci sono poche cose che i personaggi possono dirsi e quando potrebbero farlo, non accade.
  3. Io – e credo molti altri – non sento l’esigenza di ulteriori film che sdoganino la coppia gay. Perché per come viene presentata la storia sembra che si voglia presentare la dolcezza e la tenerezza di un rapporto tra uomini. Ebbene? C’è ancora bisogno di dire che i gay non sono tutte checche isteriche, ma che l’amore gay è identico a qualsiasi altro tipo d’amore? Che palle, mi annoia quanto mi annoierebbe un film che avesse come obiettivo la legittimazione del diritto di non depilarsi. Basta dai. Cominciamo a dare per scontato – giustamente – che l’amore non sia una questione di genere.

Mi sono annoiata terribilmente, tanto che dopo 45 minuti mi sono addormentata sbavando sul braccio di Lele (oddio scherzo, spero non sia successo davvero)  e quando mi sono risvegliata non era successo niente di niente. Insomma, non ho perso il filo. Ma ci sono tre cose che vorrei comunque segnalare, in positivo.

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  1. Gli attori sono bravissimi. Tutti, nessuno escluso. Comprendo perfettamente la nomination per Timothée Chalame e credo che se vincesse ne avrebbe pieno diritto. L’ho amato davvero: il suo modo di muoversi, le sue espressioni, i suoi sorrisi e la sua gioia sono tutti elementi che rendono il film tollerabile. M’è piaciuta un sacco anche  Esther Garrel, peccato che non le sia stata data la possibilità di avere un personaggio completo.
  2. Citazioni nostalgiche a manetta. Per gli amanti degli anni Ottanta qui non manca niente. Sono gli anni della disillusione politica, del pentapartito, di Bettino… ecco. Costumi, contesto, musica, estati infinite… il quadro è completo ed è davvero bellissimo.
  3. Alla fine è sempre bello andare al cinema.

Detto ciò mi preparo al linciaggio perché so che questo film è piaciuto un sacco agli amanti dei premi pacco (un giorno faremo un post per raccontarvi cosa sia un premio pacco). Io, comunque, mi appello al mio diritto di essere una persona mediocre, di media cultura e di media intelligenza e affermo che Chiamami col tuo nome è popo un film demmerda. 

… la scena della pesca si poteva evitare, dai.