Teatro: va in scena il Covid-19 e il biglietto costa carissimo

Ultimamente si fa un gran parlare di come il mondo dello spettacolo e della cultura in generale sia messo a repentaglio dal blocco imposto per mettere un freno ai contagi e alle morti da Covid-19. Si sono susseguiti gli appelli di attori e registi perché i decreti coinvolgessero anche gli ex-Enpals, e pare che alla fine qualcosa si sia smosso, permettendo loro di entrare nel girone infernale delle pratiche Inps e ottenere questi benedetti 600 euro al mese.

Tutto è bene quel che finisce bene, dunque. Peccato che la cosa non sia così semplice. Se è vero che la cultura costa, è altrettanto vero che fare teatro reggendosi unicamente sulle proprie forze economiche è un’operazione quasi suicida. Motivo per il quale esistono i fondi statali ed europei. Ma chi opera in questo settore sa benissimo quanto sia difficile accedere tanto ai primi quanto ai secondi, e soprattutto sa benissimo quanto non siano sufficienti per coprire la quantità di lavoro che c’è. E poi diciamoci la verità, del teatro non è che gli sia interessato poi più di tanto a nessuno, visto che rientriamo nella spesa “tutela del patrimonio paesaggistico e culturale” (cosa che mi ricorda un po’ me quando tento di fare i conti e metto sotto la voce “spese di casa” un po’ di tutto: lo bollette, il condominio, la spesa, l’abbonamento Netflix): quindi quello 0,50% del Pil investito serve a coprire le spese dei cinema, dei teatri, dei musei, delle librerie, dei siti archeologici…

Quindi va a finire che i soldi se li pappano i “big” dello spettacolo, perché sono quelli che fanno girare più l’economia del settore, e ai piccoli e piccolissimi non resta che il grande mare sommerso. Perché bisogna essere onesti, ho conosciuto personalmente professionisti anche piuttosto accreditati pagare in nero più o meno qualsiasi cosa: i tecnici, gli attori, il teatro, le maestranze, ma pure i caffè e le merendine. Siamo tutti d’accordo che il nero è brutto e fa male, ma questo non toglie il fatto che tanti di noi ora stanno in una situazione abbastanza critica, avendo in bianco un quinto di quello che realmente percepiscono.

Sia chiaro, non voglio fare un’apologia del lavoro nero (certo i 50 euro a sera dati al tecnico sono una caccola in confronto ai petrodollari che ogni tanto facciamo rientrare in Italia dai paradisi fiscali con un 5% di trattenuta) ma signore e signori, la situazione è questa: c’è tanta, tanta gente che tra contratti intermittenti e contratti inesistenti in questo momento sta peggio che alla canna del gas. Non mi vergogno a dire che il mio stesso contratto d’apprendistato, se non avessi trovato un altro lavoro per tenere le chiappe all’asciutto non sarebbe bastato minimamente a coprire la parte delle spese della mia famiglia in questa situazione.

Appena sarà passata questa crisi sanitaria, ci troveremo a dover affrontare quella economica, ormai lo dicono tutti. E tutti andranno allo Stato a chiedere soldi per ripartire. E in prima linea troveremo quelli che fino a prima di questa crisi sostenevano che lo Stato è solo un peso e che il privato sa fare tutto quello fa lo Stato ma meglio e con meno soldi.

Ma io spero, e so che è solo una speranza, che questo periodo possa essere studiato per fornire soluzioni migliori al settore dello spettacolo e del teatro, soluzioni che permettano ai tanti professionisti di avere una sicurezza economica che non si capisce perché quando si parla di noi è sempre una concessione e non un diritto.