Personal Diary

Una veronese a Roma, pt. II

Lo so, sono in ritardissimo con la seconda parte di questa storia e so anche che ci stanno delle persone, in fondo alla stanza, che mi fanno il segno sull’orologio: scusate. Quindi, dicevamo che volevate sapere come procedono le disavventure di una veronese a Roma. Bene perché siamo capitati nel momento giusto: AGOSTO.

Non so se nel resto della penisola italica ne siate al corrente, ma a Roma non piove da diversi mesi. Mai una minaccia, mai una nuvoletta, mai nemmeno un lampo o un tuono; niente di niente, solo clima africano e arsura. Ma state tranquilli, non disperate, perché l’amministrazione Raggi sta sistemando tutto: chiudiamo infatti le fontanelle pubbliche, tutte tranne quelle del centro storico altrimenti facciamo brutta figura con i turisti, così risparmiamo l’1% di acqua sprecata e il lago di Bracciano tornerà ad essere un lago e non un campo da tennis. E se non funziona poco male, morirà di sete un po’ di gente inutile e si ridurrà la popolazione e quindi l’impiego d’acqua. Geniale. Non ne vedete il senso? Tranquilli, nemmeno noi che viviamo qui e con i nasoni (così chiamiamo le fontanelle) praticamente ci campiamo felicemente perché l’acqua di Roma è buona.

Poi è agosto dai, non vorrai mica lamentarti con questo caldo. E comunque non è grave, puoi sempre mettere in borsa una borraccia d’acqua  e te la cavi. Dopotutto, sul 19, ovvero il tram che collega il Vaticano con Centocelle, c’è molto caldo e l’aria condizionata non è mai stata montata, non puoi andare senza acqua. Come dite? Perché non prendo la metro? Aspettate, voi intendete la Metro C, quella che collega Monte Compatri a San Giovanni, passando per Centocelle! Ah sì. Bè, si potrebbe prendere, se solo non fosse ancora scollegata dalla Metro A mesi dopo l’inaugurazione. Perché? Non lo so, ma non sono quei 700 metri a piedi il problema. Eh, la Metro A è mezza chiusa, ci stanno le navette sostitutive: una ogni morte di Papa, che detto qui a Roma pare pure brutto. Tranquillo Francesco, vai sereno, l’ATAC non ci deluderà!

Disagio? No, nemmeno tanto. Qui a Roma abbiamo il mare vicino: Ostia beach, solo per i veri poveri certificati.

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Lo stabilimento balneare di Jesolo vs. la spiaggia libera di Ostia

La spiaggia libera è per noi che abbiamo sempre le tasche vuote e la testa piena di fantasia, c’è poco da fare, questo vale al nord quanto al sud. Spendere più di 10€ al giorno per un lettino e un ombrellone non è cosa per noi. A noi piace essere rustici, alla fine, quindi come tutte le famigliole per bene acquistiamo il nostro ombrellone dai cinesi, prepariamo la nostra borsa con dentro un paio di teli da mare e ce ne andiamo, come le paperelle, alla spiaggia.

  • L’ARRIVO ALLA SPIAGGIA. La famiglia del nord, a Jesolo, è composta. Intanto se va al mare da quelle parti, probabilmente, ha pure i soldi e non si accamperebbe mai in una spiaggia libera, ma in secondo luogo il buon veronese che si rispetti vuole stare comodo. Arriva allo stabilimento e paga per la famiglia: lettino per la moglie, ombrellone per i pupi e basta così. Perché i soldi ce li hanno, ma meno ne spendono meglio è. “Fattura? Scontrino?” “No, scusa, ho da fare, non ti ho sentito.” E niente, finisce così, un po’ evasione, un po’ freestyle. La mamma, nel frattempo, prende per un braccio i ragazzini, li avvicina molto educatamente con un bel sorrisetto ipocrita, poi – a bassissima voce – li minaccia di peste e carestia preventivamente. Detto ciò, la famigliola silenziosa, si appropria dell’ombrellone assegnato e inizia la giornata al mare. Qui a Roma non funziona così. Intanto, per prima cosa, la famiglia media a Ostia Beach è composta da minimo 6 persone: mamma, papà, due ragazzini, nonno e nonna. Tutti e sei con un solo ombrellone comprato dai cinesi, forse un lettino per la nonna e nove borse termiche per il pranzo. Arrivano solcando la spiaggia alle sette della mattina, per prendersi il posto migliore, piantano l’ombrellone e la cucina portatile: alle nove stanno già preparando il guanciale per la pasta. I ragazzini hanno una voce che raggiunge decibel mai sentiti, secondi solo a quelli della madre quando decide di richiamarli dall’acqua perché devono mangiare qualcosa. Gente in Corsica giura di sentire quotidianamente una mamma romanda minacciare di morte il proprio figlio se non esce dal mare in tempo zero. I bambini veronesi invece sono addestrati militarmente e chiedono il permesso in duplice copia con bolla ministeriale anche solo per iniziare a pensare di farsi un bagno; mentre attendono il nulla osta della commissione “vacanze per bene” presentano un modulo per la costruzione edilizia di un castello di sabbia sul bagnasciuga. I ragazzini di Roma, invece, si divertono.

 

  • IL PRANZO. La famiglia veronese, sebbene sia arrivata in macchina e l’abbia parcheggiata appena fuori dallo stabilimento, non ha con sé borse termiche con il pranzo. La famiglia veronese preferisce sempre la comodità di un tavolo, delle sedie e qualcuno che serva loro del cibo. Quindi, verso mezzogiorno e mezza, il marito prende il portafoglio, obbliga i ragazzini ad indossare una maglietta, richiama la moglie che ci mette sei anni ad indossare un pareo e si accomodano al pulitissimo ristorante dello stabilimento. Sul tavolo: prosciutto, melone, un po’ di lattuga con dei pomodorini e vino bianco. I ragazzini hanno la Coca-Cola, se sono fortunati e non hanno una mamma pediatra o dentista. Comunque sia, di qualsiasi estrazione sociale si stia parlando, tutto può variare tranne il vino bianco e questa cosa è sacrosanta. Sì, perché chi non abita a Roma deve sapere che questi tizi italici terroni non sempre bevono a tavola. Un’eresia bella e buona per me che senza vino non riesco nemmeno a deglutire un tozzo di pane. Che poi qualcuno me lo dovrebbe spiegare come fanno a vivere così: niente Tocai del Veneto di Checchini. Ma siete tutti impazziti? Matti o non matti, i Romani non bevono il vino a tavola e non ne percepiscono l’assenza come noi percepiremmo quella dell’acqua. Voglio dire, se la Raggi togliesse l’acqua dalle fontanelle di Verona chi se ne accorgerebbe? E sticazzi, noi abbiamo il vino! Comunque sia questa storia sembra averla compresa chi mi sta vicino, il mio suocero bis (sì, ho due suoceri: la madre di fidanzato Claudio si è risposata ed io ho fatto la combo) mi chiede regolarmente scusa per l’assenza di vino sulla tavola. Regolarmente lo assolvo con sufficienza. Ma insomma, la famiglia veronese consuma il suo pasto in orario discutibile e lo fa in silenzio e discrezione. La famiglia romana a mezzogiorno e mezzo sta – forse – facendo uno spuntino, ma passeranno altre due ore prima che decidano di fare qualcosa che somigli ad un pranzo. Qui a Roma non ho mai pranzato prima delle due, forse qualche volta intorno all’una, ma perché avevo fame e magari non avevo fatto una gran colazione. Fatto sta che la mamma di Roma ha nelle vaschette di plastica tutto il pranzo prontissimo: mezze maniche al sugo, pane a volontà, insalata mista, due costine, un prete, sette cervi reali, un rabbino e pure una banana. Mangiano, tutti insieme, sotto all’ombrellone, facendo una gran caciara. I bambini corrono con la pasta in mano, rispondono con urla alle urla della madre e in una mezz’oretta si risolve tutto con il papà e il nonno che russano rumorosamente all’ombra.

 

  • IL RITORNO A CASA. La famiglia romana s’alza tutta insieme e verso le cinque stabilisce che sia il caso di iniziare il ritorno. La famiglia romana, infatti, abita a Centocelle e per andare a Ostia con i mezzi deve fare un po’ di casino. Trenino fino a Piramide, poi metro B fino a Monti Tiburtini e per concludere autobus fino a piazza dei Mirti. Alle cinque comincia a smontare il campo nella spiaggia libera, alle nove di sera è a casa. La famiglia di Verona invece ha l’Audi parcheggiata lì, parte da Jesolo alle sette e alle otto e mezza sta già a letto, come le galline. A casa, la madre veronese spalma la cremina sulle spalle morbide e dolcemente abbronzate dei due ragazzini, raccontando loro le mirabolanti avventure dell’eroe Salvini, mentre la madre romana sta cercando di impomatare le ustioni delle sue due bestie di Satana che non hanno voluto mettersi la crema manco per il cazzo, facendo però silenzio perché c’è la prima di campionato e gioca la Roma. Anche a Verona gioca l’Hellas, ma il papà è in garage che aspira la sabbia dagli interni dell’Audi e ascolta la partita dalla radio.

 

Ora, immaginate la cosa: io vengo dalla tipica famiglia veronese e (con qualche eccezione dovuta ad un padre romagnolo) non ho avuto un’estate tanto diversa da quella che – ironicamente – ho raccontato. Crescere in un posto dove le grane familiari si risolvono a bassa voce e si cerca di lasciarle trapelare il meno possibile (a meno che non si parli di mia nonna Anna che, sminchiando il luogo comune, ha sempre pensato fosse di interesse collettivo ogni suo litigio con mio nonno Pietro) e poi andare a vivere in una città dove potrei tranquillamente esporre a tutti voi il motivo del litigio tra la signora e il signor Bordini del terzo piano, mi ha decisamente destabilizzata. Alle volte ho un po’ l’impressione di vivere dentro un programma della De Filippi, con delle incursioni del giudice Santi Licheri e Maria Teresa Ruta, ma va benissimo così. La genuinità confusionaria dei romani la preferisco al silenzio composto dei veronesi, anche se – porca miseria – sarebbe carino non svegliarsi la domenica mattina con l’elenco dei capi d’accusa attribuiti al Sig. Bordini direttamente dalla moglie in veste di pubblico ministero improvvisato. Col megafono incorporato.

 

Ho scritto troppo: larga è la foglia, stretta è la via, dite la vostra basta che lo facciate a bassa voce che di gente che urla ne ho intorno abbastanza! (Disse la ragazza accusata  per anni di avere una voce fastidiosamente alta per i parametri veronesi. Be’, cari amici che tanto mi avete derisa per il mio vocione, sappiate che qui a Roma rientro perfettamente nella media cittadina e voi, dolcissimi amici, potete pure andarvene maledettamente a fanculo!)

Avventure · Personal Diary

La gatta e la volpe in “Vacanze RoNane”

“Ma è tua sorella?”

“No, è  mia amica”


“Piccolina!”

“No, la piccolina ha trent’anni”


“Le facciamo una domanda: secondo lei, io sono la sorella, l’accompagnatrice o l’amica di questa ragazza?”

“Direi l’accompagnatrice”

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Foto di repertorio correva l’anno 2013

Ed ecco alcuni esempi dei dialoghi tipo ai quali io e Francesca siamo oramai super abituate. Chi è Francesca? Francesca è l’amica mia alta un metro, be’ qualcosa meno di un metro, insomma… un metro con le scarpe. Io e lei ne abbiamo viste un bel po’: ci conosciamo da diversi anni e dal giorno che ci siamo conosciute ad oggi, di cose ne sono cambiate un sacco.

“Tu e Francesca siete proprio fortunate, pagate meno in treno ed entrate gratis ovunque”

“Sì, ma i nostri viaggi non sono mai giretti rilassanti”

Verissimo, in treno paga solo una di noi due e generalmente viaggiamo in prima classe al prezzo della seconda. Vero anche il fatto che (quasi sempre) entriamo gratis nei musei e se non è gratis, sicuramente paga solo una di noi due. Vero pure che non conosciamo code e attese, molto spesso non veniamo nemmeno sottoposte ad estenuanti controlli all’ingresso e qualche volta abbiamo il privilegio di poterci avvicinare un po’ di più ad un’opera rispetto al pubblico non disabile. Una gran fortuna, non è vero? Be’ no, non è così. Più che altro noi la viviamo come uno sconto, tanto che se qualcuno ci dicesse “Voi qui entrate gratis” noi potremmo tranquillamente rispondere “E grazie ar cazzo”.

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Altra foto di repertorio, forse era il 2014

Come sia vivere ad un metro d’altezza ve lo racconta direttamente Francesca nel suo blog, mentre io vi racconto cosa significhi essere amica di Francesca. Quando ci siamo conosciute le cose erano molto diverse rispetto ad oggi, le cose che lei faceva in autonomia erano molte meno ed io avevo la tendenza a sbrigare le faccende al posto suo pur di fare prima. In poche parole: io non avevo voglia e pazienza di attendere i tempi altrui e lei trovava piuttosto comodo non doversi cimentare in cose che lei stessa credeva di non essere in grado di fare. Non andavamo troppo in giro a quei tempi, il nostro spostamento massimo da sole era dal centro disabili dell’università alla mensa e dalla mensa allo studio della professoressa Franco, e comunque anche quei pochi spostamenti prevedevano tappe difficoltose, come i servizi igienici. Quattro anni più tardi eravamo già state a Venezia, a Innsbruck, a Firenze, a Bologna, a Padova, a Milano e… sicuramente da qualche altra parte che adesso non mi viene in mente. Nel corso di questi anni ci siamo calibrate un sacco su una relazione che non partiva da fantastiche premesse: tra di noi giocava un forte senso di colpa (di Francesca nei miei confronti) e un distruttivo quanto esagerato senso di responsabilità (mio, nei confronti di Francesca).

Nulla di più normale, pensandoci bene. Ad ogni passo io mi sentivo responsabile di lei, di ogni suo respiro, di ogni piccola cosa che le potesse capitare, nel mentre lei si sentiva in colpa per la fatica che fisicamente potevo fare nel doverla sempre spingere, nel doverla prendere in braccio, nel trascinare valigie e così via. Toccava trovare un modo per sopravvivere e rimanere amiche, senza che io mi trasformassi nella sua badante ed evitando che lei non volesse più muoversi per non affaticarmi eccessivamente. Questo è stato un processo del tutto naturale: man mano che lei provava a conquistare più autonomia rendendosi indipendente da me, io lasciavo che lei si assumesse parte delle responsabilità, evitando di accollarmene di non mie.  Quindi sì, mi dà un sacco fastidio quando mi scambiate per la sua badante, perché abbiamo fatto tantissima fatica per fare in modo che non fosse così.

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E non è stato facile, ma ci siamo riuscite. Francesca ha vissuto da sola a Padova, con un’altra sua amica fidata, ha preso la patente e ha imparato a prendere il treno senza un accompagnatore. La sua autonomia è aumentata quasi a raggiungere il massimo possibile in un mondo progettato per persone alte almeno un metro e venti, mentre io sono diventata molto più paziente e rispettosa dei suoi tempi, delle sue paure e del suo essere una donna adulta in grado di fare delle cose anche senza di me. E sì, entriamo gratis nei musei, grazie ar cazzo.

IMG_5609Quando un mesetto fa mi ha detto che sarebbe venuta a Roma approfittando del viaggio che avrebbe fatto anche mio fratello, ho iniziato subito a pensare a quanto sarebbe stato difficile vivere la città più disorganizzata d’Italia con una persona non in grado di muoversi come tutti gli altri. Come si sarebbe presa la metropolitana se moltissime fermate hanno l’ascensore che non funziona o il montacarichi mai entrato in uso? E come avremmo fatto con il tram 5 e il tram 19 che sono vecchissimi e senza rampe d’accesso? Vogliamo parlare dei notturni? Delle strade dissestate, dei sanpietrini… ommioddio che ansia, che panico, era meglio Venezia! Già, meglio Venezia, quella con un sacco di ponti e nessuna rampa, quella che ogni venti metri toccava scendere dalla carrozzina, portare al di là del ponte Francesca, tornare indietro e portare la carrozzina, tornare ancora per prendere le valigie. Poteva davvero essere meglio Venezia? Nel mio immaginario sì, ma invece no.

Roma ci ha messo alla prova, davvero tantissimo. Probabilmente senza l’aiuto di fidanzato Claudio e di fratello Pietro non sarebbe stato così semplice, tuttavia abbiamo visitato un sacco di posti, cedendo solo sulle catacombe (più per il caldo che per la paura dell’accessibilità). Per quanto riguarda l’agibilità per i disabili delle varie zone, sono abbastanza sicura che potrete trovare dettagliatissime informazioni sul blog di Francesca e di lei vi lascio tutti i rifermenti per seguirla sui social.

Vincono: i Musei Vaticani ed il loro personale super efficiente ed efficace nell’aiutarci a superare tutte le varie barriere architettoniche, vince la metro B (fermate Eur Magliana, Piramide e Monti Tiburtini) per gli ascensori funzionanti, vince il personale ATAC che s’è mostrato premuroso e sempre pronto ad aiutarci. Ostia Lido Centro ed il suo trenino per raggiungerla non ci ha creato nessun problema, anzi un plauso alla macchinista che nonostante le parolacce dei viaggiatori ci ha cambiato il treno all’ultimo per non farci morire su un mezzo privo di aria condizionata. Vince anche Villa Torlonia, totalmente accessibile e la caffetteria Arnold Coffee con tanto di rampa di accesso all’entrata. Vince pure lo stabilimento El Miramar di Ostia Lido che ci ha accolti in 4 con ombrellone e lettino a 20€ contro i 40 richiesti dallo stabilimento accanto. Il tram 3 che apre in linea con il marciapiede e non crea problemi di accessibilità, al contrario di quelli più vecchi. Okay anche per Galleria Borghese e bravissimi gli operatori nell’aiutarci a sbrigare le pratiche per gli ingressi disabili con accompagnatore.

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Falliscono: malissimo per la metro A fermata Barberini, niente ascensori, niente montacarichi, totale inaccessibilità. Male anche per il tram 5 e il tram 19 nelle loro vetture vecchie, impossibile viverci con una carrozzina. Male il parco di Villa Borghese, più una giungla che un giardino se visitato con una carrozzella, male anche per il sito internet di Galleria Borghese, non ci si capisce una mazza quando si cerca di prenotare per i disabili. Accessi ai marciapiedi un po’ alla cazzo di cane, macchine parcheggiate sui pochi accessi disponibili, rampe non funzionati sulla maggior parte dei mezzi ATAC. E ATAC infame, perdonatemi, ma con il loro scarsissimo impegno per l’accessibilità si permettono pure di far pagare il biglietto intero sia al disabile che all’accompagnatore, ‘tacci loro. 

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Avventure

Quattro gatti al lardo: la caccia ai fantasmi

Tutto inizia con “Fidanzato Claudio! Ho un’idea!” e tutto finisce a Piazza Navona, alle tre della mattina. Cosa impariamo da queste pochissime righe? Che spesso ho idee di merda.

Era da tempo che io e Fidanzato Claudio volevamo andare a caccia di fantasmi, abbiamo infatti scoperto che Roma ne è letteralmente infestata. Ce ne stanno un bel mazzetto a Castel Sant’Angelo, due o tre vagano tra i vicoli attorno a Piazza di Spagna, qualcuno si aggira sulle sponde del Tevere… e poi in via del Governo Vecchio, al civico 57, c’è una vera e propria festina. Si tratta infatti del locale di punta dell’Altro Mondo. Una specie di Billionaire dei morti, dove entri solo se sei amico di quello, che è amico di quell’altro e via dicendo.

La nostra avventura richiedeva del supporto, quindi abbiamo chiamato immediatamente l’altra metà della mela. Da qualche tempo infatti abbiamo istituito il gruppo geriatrico vacanze, così per non sentirci soli in queste gitarelle della domenica: quattro gatti al lardo è il nome scelto per il magico quartetto, il quale comprende me, Fidanzato Claudio, Aristogracchia e Aristogracchio. Ma nello specifico caso non siamo rimasti soli a lungo, visto che ai gatti al lardo si sono aggiunti poi una Capocciara e un Fidanzato Fisico Vegano Cavernicolo (se vi state facendo domande sulla sanità mentale di questo povero ragazzo, sappiate che la risposta sta unicamente nella laurea in fisica). Poi per sfiga – sua, porello – mio fratello si trova a Roma proprio in questi giorni e, reduce di una sbornia durata più di 24 ore, non ha potuto in alcuna maniera tirarsi indietro. Vi lasciamo una diapositiva della squadra ghostbusters.

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Quindi armati di: cintura gialla, umorismo sardo, teorie fisiche quantistiche, Superga senza calze, post sbronza interessante e Treccani vivente, ci siamo immersi nella notte calda e umida di una Roma in piena estate.

Attorno a Piazza di Spagna siamo andati alla ricerca di Lorenza Serafina Feliciani. Della storia di questa donna voglio prendermi il tempo di scrivere qualcosa di più articolato, esattamente come feci al tempo per Beatrice Cenci. La signorina Feliciani, infatti, vive in un momento storico interessante, è compagna del misterioso e biricchino Giuseppe Balsamo, conte di Cagliostro e ha un incontro interessante persino con Casanova. Perciò sappiate che non mi dilungherò eccessivamente in questa sede, ma ne ricaverò la prossima avventura.

(Aristogracchi, la cosa vi riguarda, quindi non fate i vaghi e preparate lo zainetto)

Bene, però cosa ci interessa in questa sede di Lorenza Serafina Feliciani? Ciò che per forza dobbiamo raccontare in relazione al suo fantasma è che dopo esser stata condannata a ritirarsi in un convento, pare che lì sia entrata e successivamente scomparsa nel nulla. No, adesso non ve lo racconto perché è stata condannata al convento, per ora vi dovete accontentare di questa informazione. Fatto sta che è sparita, evaporata, sublimata nel nulla. Il suo fantasma invece sembra infestare ancora i vicoli attorno al convento in questione, nei pressi di Piazza di Spagna. La si dovrebbe vedere bene nella notte del 27 dicembre, anniversario dell’inizio della sua tragedia personale, mentre in tutti gli altri giorni dell’anno si dovrebbe poter sentire un uomo che la cerca, disperato, chiamandola per nome. Loreeenza, Loreeeeenza! Noi siamo andati a cercarla fin sotto alla porta del convento nel quale Lorenza è sparita, ma niente. Nessuna traccia di lei, del suo fantasma, del marito che la cerca disperato e di qualsiasi altro essere vivente o no. Però ringraziamo fortissimo zia Virginia Raggi che per l’occasione ci ha spento le luci dei vicoli rendendo la caccia molto più paurosa e suggestiva.

Da Piazza di Spagna poi siamo andati verso Castel Sant’Angelo, con la calma e non con poca strizza visto che Fidanzato Cavernicolo della Capocciara, sembrava avere lo strano potere magnetico di accendere cose e spegnerle al suo passaggio. Non mi sono fatta troppe domande, faceva ambient e mi stava benissimo così. Sul ponte della famosa fortezza non potevano non trovare Beatrice Cenci, quella della storia che vi abbiamo raccontato in maniera molto dettagliata qui. Il fantasma della ragazzina pare comparire preferibilmente nelle notti di luna piena e nell’anniversario della sua morte (o nella notte precedente, quindi quella tra il 10 e l’11 settembre). A questo spiritello piace girare con la propria testa in mano, tenuta per i capelli. Non propriamente un bel vedere, ma sicuramente pertinente alla tematica “Morti per morte violenta”. No, non abbiamo trovato nemmeno Beatrice, ma da quelle parti c’è sempre qualche menestrello che per pochi spicci regala della buona musica ai passati.

Scendiamo poi sul Lungotevere e iniziamo la lunghissima passeggiata che ci conduce a Ponte Sisto dove troveremo ammassati un bel po’ di fantasmi di quelli ignoranti. Nelle notti più fredde, e per questo noi ci siamo andati a fine luglio, dovrebbero essere visibili le anime dei poverelli annegati nel Tevere e che lì, in quell’ansa, andavano ad incagliarsi. Venivano recuperati dalla confraternita dei Sacconi Rossi, confraternita che esiste ancora a scopo celebrativo. Questo gruppo di fedeli, riconoscibile per dei lunghi mantelli di colore rosso, andava a raccogliere i cadaveri di coloro che venivano trascinati dal Tevere privi di vita e davano a questi sfortunati degna sepoltura cristiana. La sepoltura dei corpi non riconosciuti avveniva attorno all’isola Tiberina, ma papa Gregorio XVI vietò successivamente le sepolture di questo genere per questioni sanitarie e quindi le spoglie vennero tumulate al Verano, in una fossa comune. Ancora oggi, il 2 novembre, viene celebrata una messa in ricordo di queste vittime annegate, ed il Fatebenefratelli ha richiesto il ripristino della confraternita, ottenendolo senza troppi problemi. Però, anche in questo caso, nessun avvistamento per noi.

Passiamo sotto a Ponte Sisto dove probabilmente siamo arrivati o troppo in ritardo o troppo in anticipo perché non siamo riusciti a vedere la carrozza di Olimpia Pamphilj che sfrecciava in fiamme lontano dal Vaticano. Un gran peccato, già. Ma se a Roma non hanno orari i mezzi dell’ATAC non vedo perché dovrebbe averli la carrozza fantasma della Pimpaccia. Anche in questo caso sono molto combattuta, so perfettamente che per completezza d’informazione dovrei raccontarvi tutta la storia della Pimpaccia, ma… me la vorrei riservare. Si tratta infatti di un intrigo molto molto interessante e potrebbe essere il tema di una nuova avventura, quindi vogliate perdonarmi, ma non aggiungerò altro alla storia di questa brutta e antipatica signora. Che poi, lo so bene che potreste andare a cercarvela in autonomia, ma mi piace pensare che siate affezionati a me e che aspetterete di leggere le mie storie. (Illusa! Illusa! Illusa!)

Mentre ci dirigiamo in via del Governo Vecchio, al civico 57, notiamo una cosa molto interessante. Un battello sul Tevere, un’imbarcazione che sembra abbandonata, ha due luci accese al suo interno. Armati quindi di tanto coraggio e di cintura gialla dell’Aristogracchia, decidiamo di avvicinarci scendendo le scalette. Ovviamente, per rendere tutto più tetro, non c’è anima viva e una volta avvicinati inizia l’esplorazione della bagnarola. Dentro davvero non c’era nessuno, all’apparenza, ma possiamo giurare di aver visto luci accendersi e spegnersi. Stiamo ancora indagando e per il momento l’ipotesi di un timer automatico è quella più accreditata. Timer o no, ci siamo presi una bella strizza collettiva. Ma neanche tanto. Insomma, il giusto.

L’appartamento inesistente è la nostra penultima tappa: si tratta dell’abitazione più infestata di Roma. L’11 maggio 1861 viene registrato un evento insolito, denunciato dall’allora padrone di casa tal Tromba. Pare che gli oggetti dell’abitazione vivano di vita propria, volando e andandosi a lanciare fuori dalle finestre. Materassi, candelabri, posate, sedie, set di piatti… tutto vola dalla finestra sebbene tutti i membri della famiglia Tromba siano scesi in strada spaventati dall’evento. Il signor Tromba ha chiesto aiuto anche ad un prete, cercando di esorcizzare la casa, ma niente. Il festino di spiritelli non intende cessare e di conseguenza la casa è stata abbandonata e le finestre sono state murate. Negli anni la casa non viene più registrata al catasto, quindi attualmente non esiste in nessuna carta e risulta completamente inesistente. Potendo chiunque andarci a vivere, nessuno s’azzarda. Aristogracchi e Capocciara ci hanno subito visto il business: un bel B&B e via che si fanno i petrodollari.

La nostra avventura finisce a Piazza Navona, a Palazzo De Cupis dove cerchiamo la mano della bella Costanza. E niente anche lì, Costanza probabilmente aveva di meglio da fare che rimanere appiccicata ad un vetro ad aspettarci. La sua storia però è molto bella e interessante, ma ve la racconto adesso senza farvi aspettare. Costanza aveva delle bellissime mani, talmente tanto belle che un artigiano decise persino di farne un calco. Tutti andavano ad adorare quelle dita lunghe e affusolate, fino a quando un forestiero travestito da frate non decise di profetizzare, alla povera Costanza, sciagura infinita. Le disse che avrebbe perso le sue bellissime mani e che sarebbe per questo caduta in rovina. La ragazza, spaventata, decise di chiudersi in casa per ridurre al minimo tutti gli incidenti che avrebbero potuto portarla alla perdita delle mani, ma evidentemente non aveva mai letto “La bella addormentata nel bosco”. Si punse infatti con un ago e a seguito di una bruttissima infezione i medici le amputarono la mano, purtroppo però il male le raggiunse il cuore e la ragazza morì. Si dice che, nelle notti di luna piena, sia possibile vedere Costanza appoggiare la mano alla finestra del suo palazzo. Ma l’altra sera non c’era la luna piena e niente fantasma per noi.

Si conclude così la nostra caccia ai fantasmi, senza alcun risultato ottenuto, ma con una manciata di nuovi amici nello zainetto. E che dire, vi diamo appuntamento alla prossima avventura che vedrà protagonista Lorenza Serafina Feliciani! Se volete venire con noi, nelle nostre passeggiate esplorative, tenete sotto controllo la pagina Qui la gatta ci cova perché in genere è proprio lì che mandiamo gli avvisi. Le squadre di esploratori e avventurieri sono per tutti, anche per i ragazzini, l’importante è portarsi dietro sempre un paio di litri d’acqua visto che si cammina per chilometri e chilometri!

Leggi anche il racconto esilarante degli Aristogracchi e della Capocciara!

Segui le loro pagine facebook:

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https://www.facebook.com/capocciara/

(L’immagine in evidenza è di proprietà Aristogracchi)

La caccia ai fantasmi è il primo progetto in collaborazione con gli Aristogracchi e dà il via alla nostra nuova esperienza “Quattro gatti al lardo”. Rimanete sintonizzati, ne vedrete delle belle!

Personal Diary

Una veronese a Roma, volume I

I bilanci e le considerazioni si fanno al sesto mese, oppure alla chiusura dell’anno, ma io faccio quello che mi pare da sempre e quindi ho deciso di attribuire al mio primo resoconto la scadenza di una gravidanza. La mia psicoterapeuta se la riderebbe un sacco, considerando questa scelta assolutamente non casuale.

Il motivo per il quale s’è pensato di scrivere questo post è farvi capire quanto possa essere bizzarro per una veronese vivere in una metropoli del centro sud. L’idea ce l’ho da qualche settimana, la voglia di scrivere mi è venuta ieri sera quando, tornando a casa da una serata con gli amici, ho visto quanti gruppetti di ragazzi passassero il tempo agli angoli delle strade e nelle piazze a giocare  a calcio. Era mezzanotte passata da un pezzo e in meno di un chilometro di strada ho visto ben tre comitive impegnate con un pallone.  Ma cominciamo dal principio.

Elisa, benvenuta al sud!

Ma Roma non è sud …

Dal Po in giù sono tutti terroni. 

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  • AUTOBUS SENZA ORARI: “Scusi, a che ora passa il 558?”  Non stupitevi se facendo questa domanda vi viene successivamente riservata un’occhiata di pena mista tenerezza. A Verona tutto è preciso per quanto riguarda il trasporto pubblico: se il 12 passa alle 13:45 allora significa che a quell’ora – cascasse il mondo – l’autobus sarà presente alla fermata. In caso ritardasse di mezzo minuto, probabilità assai poco concepibile, ci sarebbe la vecchietta pronta a far protesta all’azienda con tanto di raccolta firme e gruppi indignati su Facebook. A Roma, invece, gli autobus non hanno orario. Più o meno sai che circa forse passerà qualcosa di utile, ma non è mai il caso di farci troppo affidamento. Meglio? Peggio? No, solo diverso. Uno si regola e non viene difficile, in nove mesi ho imparato a destreggiarmi nella giungla dei mezzi pubblici senza problemi, arrivando in ritardo (poi parleremo anche di questo) solo in caso di sciopero.
  • DISTANZE E TEMPI ARBITRARI: la percezione dello spazio e del tempo, qui a Roma, non è assolutamente compatibile con la percezione dello spazio e del tempo che abbiamo a Verona. Vi basti pensare che da casa mia, ovvero Centocelle, a Ponte Milvio ci metto circa un’ora e un quarto con i mezzi pubblici, praticamente lo stesso tempo che impiego da Verona a Venezia con un treno. Da Centocelle a Ostia per fare giornata al mare equivale a allo stesso sforzo che si farebbe da Verona a Milano per fare serata. Nel primo caso sei rimasto all’interno della stessa città, nel secondo hai praticamente attraversato il nord Italia. In buona sostanza ci mette meno mia madre ad andare a fare shopping in Galleria Vittorio Emanuele che io ad andare a farmi l’aperitivo a Prati.
  • UFFICI PUBBLICI, LA GUERRA QUOTIDIANA: richiedere la residenza a Verona significa inviare una mail e attendare l’arrivo delle guardie a casa affinché verifichino la veridicità delle informazioni, richiedere la residenza a Roma significa conoscere almeno una trentina di impiegati statali, fare la sauna negli uffici privi di aria condizionata, improvvisarsi baby sitter per i figli piccoli dei martiri in coda prima di te che devono entrare a consegnare – a mano – la pila di carte e documenti che vengono richiesti. A Verona i tempi massimi per l’avvio delle pratiche dipendono dalla connessione internet che si possiede in casa, a Roma i tempi massimi vanno dalla nascita di Adamo alla crocifissione di Cristo.
  • AL BAR LA BRIOCHES NON ESISTE: “Le brioches le fanno a Parigi signorina, noi abbiamo i cornetti.” Esatto, proprio così. Qui a Roma si chiede cappuccino e cornetto, non cappuccino e brioches. E fa strano, parecchio strano, visto che per un Veronese il cornetto corrisponde al gelato dell’Algida, però tant’è e bisogna cambiare rapidamente vocabolario se si intende fare colazione nella capitale. Per altro non rimaneteci male se il barista vi rivolge la parola con un burbero “Chevvoi?” corrisponde completamente al nostro più freddo e formale “Buongiorno, cosa desidera?”. Ci rimanevo di stucco all’inizio, lo ammetto. Una volta ho anche alzato le sopracciglia con tanto di occhioni lucidi e smarriti, ma alla fine si impara ad amare anche questa spontaneità molto più vera e genuina della patina ipocrita di alcune cameriere di piazza Brà in centro a Verona. Insomma, alla mattina rode il culo a tutti, pure al barista, non ha senso fingere che non sia così.
  • LA SOGGETTIVITÀ DEL CONCETTO DI RITARDO: 10 minuti non è ritardo, nemmeno 15 in molti casi, si chiama “spazio di tolleranza”. E vorrei ben vedere se non fosse così. Arrivare in macchina ad un appuntamento non assicura niente, trovare parcheggio alle volte corrisponde a trovare una giraffa senza macchie. Prendere un mezzo pubblico non garantisce il miracolo, anche perché anche ammettendo serva solo prendere la metro per un paio di fermate, si devono poi prendere in considerazione i seguenti inconvenienti: ritardi, guasti, scioperi e allarmi bomba i quali sono eventi all’ordine del giorno. Quindi “ci vediamo alle quattro” è un concetto che gode di ampia flessibilità, tanto da poter trasformare una merenda in un aperitivo, se non addirittura in una cena.
  • ABBRACCIAMOCI TUTTI! Non importa da quanto ci conosciamo, probabilmente ci stanno presentando in questo momento: finirò stritolata e sbacciucchiata lo stesso, da chiunque io abbia davanti. Qui a Roma funziona così, ci si tocca, ci si bacia, ci si stringe: il contatto fisico sembra una condizione sine qua non per entrare in relazione con qualcuno. Baci e abbracci quando arrivi, baci e abbracci quando te ne vai, saluti e feste ogni volta, come se fossero passati mesi dall’ultimo incontro. A questa cosa mi sono abituata in fretta, essendo una pratica che trovo molto divertente e spontanea, ma accidenti che figure di merda che collezionavo al principio! Mi sono ritratta d’istinto un sacco di volte, oppure finivo per congelarmi all’arrivo di baci totalmente inaspettati. Poi ho capito come fare: basta fingere sempre di rivedere il proprio interlocutore dopo tanto tempo e al congedo è sufficiente improvvisare un’immaginaria dipartita per lidi sconosciuti per tempi non quantificabili. In questo modo tutto andrà bene.
  • NEGOZI APERTI H24: non sia mai che ti venga voglia di comprare un cestino di mele alle quattro della mattina. A Verona questa cosa non esiste, almeno fino a settembre dell’anno scorso quando me ne sono andata; qui a Roma invece si può trovare di tutto a qualsiasi ora, dal deodorante per le ascelle alla lametta per i peli superflui, passando per le banane e un cespo di lattuga. Basta infatti uscire di casa e fermarsi al primo bangladino disponibile, che poi anche se non è originario del Bangladesh è lo stesso, basta che sia scuretto di pelle e che lavori h24 e sette giorni su sette. Per non parlare del Cornettaro, dello Zozzone (corrispondente romano del veneto “merda”), del Kebabbaro e via dicendo, tutti posti dov’è possibile trovare un ristoro notturno in caso di fame di dubbia provenienza.
  • QUESTIONI DI FAMIGLIA RESE PUBBLICHE PER I VICINI: abitare in mezzo a quattro palazzi alti come le montagne ha i suoi lati divertenti, la domenica infatti il vicinato si trasforma in una puntata di uomini e donne, verso mezzogiorno arriva Maria De Filippi che fa accomodare gli ospiti sulle varie terrazze e tutti gli affari di famiglia vengono smerciati al pubblico non pagante utilizzando decibel interessanti. Frequenze sonore mai viste e mai sentite irromperanno nella vostra abitazione per mettervi al corrente che il marito non è tornato per cena, che il figlio non ha fatto i compiti, che la signora del terzo piano è fin troppo chiacchierata. Il tutto, naturalmente, viene condito da meravigliosi insulti verso tutte le donne della famiglia della parte aggredita: madre, sorella, nonna … e pure i morti, anche se non ho mai capito che cosa possano aver fatto i morti. Mentre la professione della madre,  della sorella e della nonna spesso non viene lasciata all’immaginazione.

La verità è che potrei andare avanti ancora un bel po’, la lista è molto lunga perciò mi è stato suggerito di non snocciolarla tutta insieme e tutta in una volta. Il mio “Benvenuti al Sud” sarà quindi un appuntamento ricorrente, ogni tanto vi racconterò di quanto curisa risulti questa metropoli per una persona abituata all’ordine e alla disciplina di una città del ricco nord-est, ma per oggi mi fermo qui.

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