Come si mette un link su Instagram?

Vuoi condividere un link su Instagram, ma hai meno di 10.000 follower e quindi non puoi far swippare la gente nelle stories? Dai, te la risolvo facile.

10.000 followers si raggiungono solo con la pazienza e il tempo (oppure con i bot e i pod, ma te lo sconsiglio), nel frattempo puoi usare uno stratagemma per condividere i tuoi link.

Il segreto è – rullo di tamburi – LINKTREE! Aprilo qui.

Comodissimo e facile da usare, la schermata è talmente tanto intuitiva che se mi mettessi a spiegarvi l’utilizzo passo passo probabilmente mi sentirei un’idiota. Vado quindi per sommi capi, alle brutte mi scrivete per delucidazioni.

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Ecco la schermata: basta cliccare sign up with instagram e ci si registra, successivamente viene creato un link da inserire nella propria bio, in modo tale che diventi cliccabile. Io l’ho messo così:

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Quel link, dentro il riquadro rosso, riporta alla schermata in cui compaiono tutti i link che volete inserire. Come si inseriscono? Sempre dal pc, sempre dalla schermata che vi compare dopo l’iscrizione. Ecco qui.

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Linktree è uno strumento semplicissimo, veloce e funzionale

Potete scegliere il titolo, il colore dello sfondo della schermata e se attivare, eliminare o modificare il link. Insomma, da qui avete il controllo della landing page del link che avete inserito nella bio. Tutto chiaro? Il programmino, nella sua versione free, vi dice anche quanti click sono stati fatti da Instagram sul vostro link. Così potete monitorare quanto sia effettivamente performante, no? A me questa cosa piace moltissimo.

Come risulterà la schermata finale?

Esattamente come la vedete nello stamp precedente, nella preview alla vostra destra.

Schermata 2018-08-09 alle 14.11.35Sarà molto semplice per i vostri follower, davvero! Certo, swippare nelle storie è una cosa molto figa, ma è un privilegio di chi raggiunge certi numeri.

Nel frattempo potete fare come me! Che ve ne pare? Ho risolto almeno un pochino il vostro problema? Fatemi sapere come vi trovate, io personalmente lo adoro! 

 

Logan Paul ha fatto anche cose buone

Queste due ultime settimane mi sono occupata del caso Logan Paul. Brevemente: Logan Paul è un vlogger molto famoso (soprattutto negli USA) con una promettente carriera. Un giorno decide di caricare un video parecchio infelice e tutta la sua popolarità crolla inesorabilmente. Potete leggere la vicenda qui.
 
Qualche ora fa YouTube è intervenuta con un comunicato stampa in cui spiega le nuove regole che riguardano la pubblicità nei contenuti. Avvisa, inoltre, che il controllo dei video sarà effettuato “a mano”, ovvero da persone in carne e ossa. La comunicazione la trovate qui.
 
Ho scelto, in entrambi gli articoli, di occuparmene senza scivolare eccessivamente nella mia opinione perché, inizialmente, non avevo alcuna opinione. Ora però due cose mi sono venute in mente e riguardano principalmente la mia esperienza.
 
Purtroppo è tutto vero, nel mondo dei blogger, dei vlogger, degli influencer e degli igers si incontrano anche persone disposte a qualsiasi nefandezza pur di avere un minimo di visibilità. Visibilità, per altro, quasi sempre estremamente effimera. Insomma, non sono tutti Logan Paul eh.
 
In modo particolare ho visto come si possa rinunciare tranquillamente a una propria opinione reale in favore di una acquistata da terzi. Ho visto anche come la visibilità possa essere messa davanti anche a questioni ben più importanti. Insomma, niente di nuovo. No, niente di nuovo e ammetto senza troppa difficoltà di aver soppresso anche io a diversi aspetti di me in favore di un’azione che potesse in qualche modo favorire una connessione con una personalità giudicata “utile”. Quando mi sono accorta della direzione che avevo preso, mi sono fermata e sono tornata nella mia zona sicura, dove le cose sono semplici, piccole e genuine. Dopotutto qui nessuno ha mai voluto fare i petrodollari.
 
La cosa bella è che al mondo possiamo tranquillamente cambiare idea. Certo, alcuni diranno che siete incoerenti, altri diranno che siete rinsaviti, ma alla fine la cosa importante è che stiate bene voi e che voi troviate una serenità nelle cose che fate e nelle cose che dite.
 
Grazie Logan Paul, sei uno stronzo deficiente, ma mi hai aiutata a mettere il punto a una questione che mi ha tormentata negli ultimi mesi.

Una veronese a Roma, pt. II

Lo so, sono in ritardissimo con la seconda parte di questa storia e so anche che ci stanno delle persone, in fondo alla stanza, che mi fanno il segno sull’orologio: scusate. Quindi, dicevamo che volevate sapere come procedono le disavventure di una veronese a Roma. Bene perché siamo capitati nel momento giusto: AGOSTO.

Non so se nel resto della penisola italica ne siate al corrente, ma a Roma non piove da diversi mesi. Mai una minaccia, mai una nuvoletta, mai nemmeno un lampo o un tuono; niente di niente, solo clima africano e arsura. Ma state tranquilli, non disperate, perché l’amministrazione Raggi sta sistemando tutto: chiudiamo infatti le fontanelle pubbliche, tutte tranne quelle del centro storico altrimenti facciamo brutta figura con i turisti, così risparmiamo l’1% di acqua sprecata e il lago di Bracciano tornerà ad essere un lago e non un campo da tennis. E se non funziona poco male, morirà di sete un po’ di gente inutile e si ridurrà la popolazione e quindi l’impiego d’acqua. Geniale. Non ne vedete il senso? Tranquilli, nemmeno noi che viviamo qui e con i nasoni (così chiamiamo le fontanelle) praticamente ci campiamo felicemente perché l’acqua di Roma è buona.

Poi è agosto dai, non vorrai mica lamentarti con questo caldo. E comunque non è grave, puoi sempre mettere in borsa una borraccia d’acqua  e te la cavi. Dopotutto, sul 19, ovvero il tram che collega il Vaticano con Centocelle, c’è molto caldo e l’aria condizionata non è mai stata montata, non puoi andare senza acqua. Come dite? Perché non prendo la metro? Aspettate, voi intendete la Metro C, quella che collega Monte Compatri a San Giovanni, passando per Centocelle! Ah sì. Bè, si potrebbe prendere, se solo non fosse ancora scollegata dalla Metro A mesi dopo l’inaugurazione. Perché? Non lo so, ma non sono quei 700 metri a piedi il problema. Eh, la Metro A è mezza chiusa, ci stanno le navette sostitutive: una ogni morte di Papa, che detto qui a Roma pare pure brutto. Tranquillo Francesco, vai sereno, l’ATAC non ci deluderà!

Disagio? No, nemmeno tanto. Qui a Roma abbiamo il mare vicino: Ostia beach, solo per i veri poveri certificati.

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Lo stabilimento balneare di Jesolo vs. la spiaggia libera di Ostia

La spiaggia libera è per noi che abbiamo sempre le tasche vuote e la testa piena di fantasia, c’è poco da fare, questo vale al nord quanto al sud. Spendere più di 10€ al giorno per un lettino e un ombrellone non è cosa per noi. A noi piace essere rustici, alla fine, quindi come tutte le famigliole per bene acquistiamo il nostro ombrellone dai cinesi, prepariamo la nostra borsa con dentro un paio di teli da mare e ce ne andiamo, come le paperelle, alla spiaggia.

  • L’ARRIVO ALLA SPIAGGIA. La famiglia del nord, a Jesolo, è composta. Intanto se va al mare da quelle parti, probabilmente, ha pure i soldi e non si accamperebbe mai in una spiaggia libera, ma in secondo luogo il buon veronese che si rispetti vuole stare comodo. Arriva allo stabilimento e paga per la famiglia: lettino per la moglie, ombrellone per i pupi e basta così. Perché i soldi ce li hanno, ma meno ne spendono meglio è. “Fattura? Scontrino?” “No, scusa, ho da fare, non ti ho sentito.” E niente, finisce così, un po’ evasione, un po’ freestyle. La mamma, nel frattempo, prende per un braccio i ragazzini, li avvicina molto educatamente con un bel sorrisetto ipocrita, poi – a bassissima voce – li minaccia di peste e carestia preventivamente. Detto ciò, la famigliola silenziosa, si appropria dell’ombrellone assegnato e inizia la giornata al mare. Qui a Roma non funziona così. Intanto, per prima cosa, la famiglia media a Ostia Beach è composta da minimo 6 persone: mamma, papà, due ragazzini, nonno e nonna. Tutti e sei con un solo ombrellone comprato dai cinesi, forse un lettino per la nonna e nove borse termiche per il pranzo. Arrivano solcando la spiaggia alle sette della mattina, per prendersi il posto migliore, piantano l’ombrellone e la cucina portatile: alle nove stanno già preparando il guanciale per la pasta. I ragazzini hanno una voce che raggiunge decibel mai sentiti, secondi solo a quelli della madre quando decide di richiamarli dall’acqua perché devono mangiare qualcosa. Gente in Corsica giura di sentire quotidianamente una mamma romanda minacciare di morte il proprio figlio se non esce dal mare in tempo zero. I bambini veronesi invece sono addestrati militarmente e chiedono il permesso in duplice copia con bolla ministeriale anche solo per iniziare a pensare di farsi un bagno; mentre attendono il nulla osta della commissione “vacanze per bene” presentano un modulo per la costruzione edilizia di un castello di sabbia sul bagnasciuga. I ragazzini di Roma, invece, si divertono.

 

  • IL PRANZO. La famiglia veronese, sebbene sia arrivata in macchina e l’abbia parcheggiata appena fuori dallo stabilimento, non ha con sé borse termiche con il pranzo. La famiglia veronese preferisce sempre la comodità di un tavolo, delle sedie e qualcuno che serva loro del cibo. Quindi, verso mezzogiorno e mezza, il marito prende il portafoglio, obbliga i ragazzini ad indossare una maglietta, richiama la moglie che ci mette sei anni ad indossare un pareo e si accomodano al pulitissimo ristorante dello stabilimento. Sul tavolo: prosciutto, melone, un po’ di lattuga con dei pomodorini e vino bianco. I ragazzini hanno la Coca-Cola, se sono fortunati e non hanno una mamma pediatra o dentista. Comunque sia, di qualsiasi estrazione sociale si stia parlando, tutto può variare tranne il vino bianco e questa cosa è sacrosanta. Sì, perché chi non abita a Roma deve sapere che questi tizi italici terroni non sempre bevono a tavola. Un’eresia bella e buona per me che senza vino non riesco nemmeno a deglutire un tozzo di pane. Che poi qualcuno me lo dovrebbe spiegare come fanno a vivere così: niente Tocai del Veneto di Checchini. Ma siete tutti impazziti? Matti o non matti, i Romani non bevono il vino a tavola e non ne percepiscono l’assenza come noi percepiremmo quella dell’acqua. Voglio dire, se la Raggi togliesse l’acqua dalle fontanelle di Verona chi se ne accorgerebbe? E sticazzi, noi abbiamo il vino! Comunque sia questa storia sembra averla compresa chi mi sta vicino, il mio suocero bis (sì, ho due suoceri: la madre di fidanzato Claudio si è risposata ed io ho fatto la combo) mi chiede regolarmente scusa per l’assenza di vino sulla tavola. Regolarmente lo assolvo con sufficienza. Ma insomma, la famiglia veronese consuma il suo pasto in orario discutibile e lo fa in silenzio e discrezione. La famiglia romana a mezzogiorno e mezzo sta – forse – facendo uno spuntino, ma passeranno altre due ore prima che decidano di fare qualcosa che somigli ad un pranzo. Qui a Roma non ho mai pranzato prima delle due, forse qualche volta intorno all’una, ma perché avevo fame e magari non avevo fatto una gran colazione. Fatto sta che la mamma di Roma ha nelle vaschette di plastica tutto il pranzo prontissimo: mezze maniche al sugo, pane a volontà, insalata mista, due costine, un prete, sette cervi reali, un rabbino e pure una banana. Mangiano, tutti insieme, sotto all’ombrellone, facendo una gran caciara. I bambini corrono con la pasta in mano, rispondono con urla alle urla della madre e in una mezz’oretta si risolve tutto con il papà e il nonno che russano rumorosamente all’ombra.

 

  • IL RITORNO A CASA. La famiglia romana s’alza tutta insieme e verso le cinque stabilisce che sia il caso di iniziare il ritorno. La famiglia romana, infatti, abita a Centocelle e per andare a Ostia con i mezzi deve fare un po’ di casino. Trenino fino a Piramide, poi metro B fino a Monti Tiburtini e per concludere autobus fino a piazza dei Mirti. Alle cinque comincia a smontare il campo nella spiaggia libera, alle nove di sera è a casa. La famiglia di Verona invece ha l’Audi parcheggiata lì, parte da Jesolo alle sette e alle otto e mezza sta già a letto, come le galline. A casa, la madre veronese spalma la cremina sulle spalle morbide e dolcemente abbronzate dei due ragazzini, raccontando loro le mirabolanti avventure dell’eroe Salvini, mentre la madre romana sta cercando di impomatare le ustioni delle sue due bestie di Satana che non hanno voluto mettersi la crema manco per il cazzo, facendo però silenzio perché c’è la prima di campionato e gioca la Roma. Anche a Verona gioca l’Hellas, ma il papà è in garage che aspira la sabbia dagli interni dell’Audi e ascolta la partita dalla radio.

 

Ora, immaginate la cosa: io vengo dalla tipica famiglia veronese e (con qualche eccezione dovuta ad un padre romagnolo) non ho avuto un’estate tanto diversa da quella che – ironicamente – ho raccontato. Crescere in un posto dove le grane familiari si risolvono a bassa voce e si cerca di lasciarle trapelare il meno possibile (a meno che non si parli di mia nonna Anna che, sminchiando il luogo comune, ha sempre pensato fosse di interesse collettivo ogni suo litigio con mio nonno Pietro) e poi andare a vivere in una città dove potrei tranquillamente esporre a tutti voi il motivo del litigio tra la signora e il signor Bordini del terzo piano, mi ha decisamente destabilizzata. Alle volte ho un po’ l’impressione di vivere dentro un programma della De Filippi, con delle incursioni del giudice Santi Licheri e Maria Teresa Ruta, ma va benissimo così. La genuinità confusionaria dei romani la preferisco al silenzio composto dei veronesi, anche se – porca miseria – sarebbe carino non svegliarsi la domenica mattina con l’elenco dei capi d’accusa attribuiti al Sig. Bordini direttamente dalla moglie in veste di pubblico ministero improvvisato. Col megafono incorporato.

 

Ho scritto troppo: larga è la foglia, stretta è la via, dite la vostra basta che lo facciate a bassa voce che di gente che urla ne ho intorno abbastanza! (Disse la ragazza accusata  per anni di avere una voce fastidiosamente alta per i parametri veronesi. Be’, cari amici che tanto mi avete derisa per il mio vocione, sappiate che qui a Roma rientro perfettamente nella media cittadina e voi, dolcissimi amici, potete pure andarvene maledettamente a fanculo!)

La prossima volta un po’ meno, Elì

(Doveroso commento in ingresso: giuro che sul sito della Growell ci sarà un articolo serio, questo fa parte del mio calderone di stronzate in libertà) 

Tipo, avete presente quando a scuola tutte le vostre compagne di classe avevano già messo su un bel paio di tettine graziose e voi niente, magre e sgraziate come come stuzzicadenti? Avete presente la sensazione di disagio misto “mannaggialamiseria” che provate quando in spiaggia arriva la turbofiga abbronzata di turno, con il costumino mini e voi lì a prendere il sole come burrate freschissime arenate sugli scogli? Bravissime! Questo è il mio mood del giorno, ma io con il mio personaggio ci ho fatto pace e dio solo sa quanto io mi diverta a recitare la parte di quella bruttina, ma tutto sommato simpatica. Oh, voglio dire, lasciatemi nel mio ruolo che sono diventata bravissima e ci sto dentro che è una meraviglia. Show concluso,  voglio raccontarvi della mia mattinata sul set di uno shooting. Modella? Presa. Fotografa protagonista? Ce l’abbiamo. Accessori? Pure.

Ed ecco a voi la diapositiva

Quella simpatica

Allora: la modella è quella con gli occhiali, la fotografa quella con la visiera e quella con i ricci è quella simpatica. Tutto chiaro no? Niente, io non posso proprio fare a meno di mandare in vacca anche quello che dovrebbe essere un articolo serio. Ve bene, va bene. Da capo.

La mia sveglia è suonata ad un orario per me improponibile, così presto che persino Aida (la nostra gatta) ha deciso di non azzardarsi a chiedere il pasto con i soliti incessanti ed estenuanti miagolii lamentosi. Ha fatto pippa pure lei e ha capito, fin dal “GATTA LEVATI DAL CAZZO” che non era proprio aria. Così, mesta s’è levata dal cazzo. Fidanzato, invece, che è un filino più preparato del gatto, ha deciso di non opporre eccessiva resistenza ai continui “CLAUDIO SVEGLIATI CHE DOBBIAMO ANDARE E FARE LE COSE” e già al primo richiamo era seduto a tavola a bere, in religioso silenzio, il suo caffè. Che poi, francamente, quando il caffè lo preparo io, si dovrebbe parlare più di una purghetta.

Ma perché rischiare un genocidio in questa maniera? Semplice, perché per la maggior parte delle volte io ho delle idee di merda. Idee di merda che però finiscono per essere pure divertenti. E divertente effettivamente è stato, sì. Jajo è cliente dell’agenzia di marketing per la quale io lavoro come copywriter e gli ho proposto di sperimentare una comunicazione a lui del tutto sconosciuta, ovvero quella che si basa sul tam tam mediatico che gli influencer generano sui social. Il buon cliente ha acconsentito al test e mi ha dato, ingenuamente, carta bianca. Una volta ricevuta la palla toccava scegliere una blogger che rispondesse alle mie esigenze e dopo una lunghissima e attentissima analisi di ascisse, ordinate, cambiali, aristogrammi, cerchi di Eulero nel grano, gravidanze di rane e pennarelli rossi, sono giunta ad una conclusione: Meggy Fri, autrice di Impossibile fermare i battiti, faceva assolutamente al caso mio. Come l’ho scelta? A caso regà, totalmente a caso. NO SCUSATE VOLEVO DIRE… d’accordo, basta stronzate Elì. La verità è che me ne serviva una abbastanza sul pezzo per avere risultati tangibili, ma allo stesso tempo necessitavo di una profonda alchimia per poterla trascinare nel mio vortice di follia e sperimentazione. E nessuna, davvero nessuna, poteva assolvere a questo compito meglio di lei visto che proprio in queste ultime settimane ci siamo rincorse a colpi di pizzicate sui social dando vita ad un giocoso scambio di insulti graziosi.

IMG_5088Caso vuole che Meggy porti con sé la sorellina più piccola, un’altra anima che invece di sfruttare la propria intelligenza per laurearsi in medicina, ha deciso – come tutte noi mezze creative, mezze incasinate – di fare la fame per inseguire un sogno. Insomma, la fotografa ci voleva e abbiamo preso una delle migliori che si siano mai viste in giro. Claudia, quella con i ricci nella foto, non fa assolutamente la fame visto che ha un portfolio bellissimo ed è una vera professionista. Sa il fatto suo ed è lei la responsabile della nostra sveglia improponibile: è tutto un fattore di luce, quella bella per le foto la si ottiene solo la mattina presto.

Mentre guardo Meggy così perfetta e naturale davanti alla camera, penso a quanto mi mangerei di gusto un cornetto alla crema. E poi ripenso: ma perché non ho anche io il pancino così piatto? No, non è vero che piango tutte le sere lacrime e sangue implorando gli dei pagani di darmi una ventina di chili in meno e una decina di centimetri in più. Non è vero. Non del tutto. Insomma, dai. Va bene! Qualche volta sacrifico il mio Barattolino Sammontana alle divinità greche, okay? E lo sacrifico mangiandomelo tutto, sì.

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Ma insomma, dove voglio andare a finire in questo post? Volevo raccontarvi di come tre disagiate conquistano il Parco degli acquedotti romani e fanno delle sterpaglie il loro territorio di battaglia. Quindi Meggy in posa, Claudia scatta ed io scatto Claudia che scatta mentre Meggy sta in posa. Ora, voi direte… e sticazzi? Oh, ma mica ve lo chiesto io di leggere questo post. Intanto però ringraziamo chi per noi ha montato il cartonato dell’acquedotto, esagerando un pochino con l’impalcatura. Un sentito grazie va anche a coloro che si sono occupati del fumo scenico (ben tre mandate di fila) attraverso l’uso strategico di una camionetta e naturalmente grazie anche al trattore, al contadino e a chiunque fosse lì ad assecondare ogni nostro capriccio riguardante la scenografia. Che poi queste cose siano state del tutto casuali è solo una diceria di quartiere, Elisa può ed Elisa fa. Sì, però la prossima volta anche un po’ meno, soprattutto il fumo.

IMG_4971La verità, scemenze a parte, è che ci siamo divertite e siamo state davvero bene insieme. La verità è che se fosse così tutti i giorni io lo farei lo sforzo costante di svegliarmi all’alba e lo farei anche con il sorriso. Sono grata a Jajo e a  Growell per quest’occasione (ma soprattutto per la fiducia) perché finalmente ho potuto dimostrare che due cosette, tutto sommato, le so fare pure io.  Ma più di ogni altra cosa, signori, io sono enormemente fiera di me. E non prendetela come vanagloria o chissà quale patologia narcisista: sono semplicemente felice per ogni cosa io sia riuscita a costruire da quando abito qui a Roma. Ho fatto fatica, ne dovrà fare ancora un sacco, ma finalmente vedo il mio lavoro e il mio impegno essere riconosciuti.

Grazie alle mie amiche Meggy e Claudia per questa mattinata che porterò sempre nel cuore.

La redazione assicura che Meggy e Claudia sono tornate a casa sane e salve, non hanno subito violenza o costrizione di alcun tipo. Non riportano lesioni, contusioni, lividi o danni cerebrali. Sembrano leggermente confuse, ma si può tranquillamente imputare al caldo.