Non chiamatemi MAMMO

Quanti di noi avranno visto, o almeno sentito parlare, del film del 1967 “Indovina chi viene a cena?”? In soldoni parla di questa coppia con lui nero e lei bianca che si devono sposare, così decidono di andare dai genitori di lei perché possano conoscere il fidanzato. Fatto sta che pur giudicandosi aperti e liberal, l’anziana coppia affronterà diversi problemi nell’accettare il ragazzo e i suoi genitori che lo verranno a trovare, fino al lieto epilogo in cui l’amore trionferà sulle differenze cromatiche.

È molto facile essere progressisti a parole, meno lo è quando poi progressisti tocca esserlo nei fatti

Sì, ma che c’entra “Indovina chi viene a cena?” con l’essere padre in questo periodo? Semplicemente, è molto facile essere progressisti a parole, meno lo è quando poi progressisti tocca esserlo nei fatti; e per quanto abbia sperimentato sulla mia pelle che non ho problemi a considerare un africano della mia stessa razza, mi sono scontrato con un’altra bestia del pregiudizio: i ruoli di genere.

Elisa avrebbe continuato a lavorare ed io avrei rinunciato al mio lavoro per restare a casa

La premessa è questa: quando è iniziata tutta la faccenda del Coronavirus, Elisa ed io avevamo due situazioni di lavoro full time; lei era appena rientrata a lavoro dopo una lunga maternità, e io stavo portando avanti i miei mesi di contratto per le Poste Italiane. La nostra preoccupazione maggiore, di cui si è anche parlato qualche tempo fa, era dove e a chi lasciare Milo, se sarebbe stato bene senza i genitori per 6/8 al giorno, i costi degli asili nido o delle babysitter, la disponibilità della zia (mia cugina) a cui abbiamo rubato il bollitore, e così via. Poi è arrivato il lockdown, mia cugina non ha potuto più spostarsi, gli asili nido hanno chiuso, una babysitter full time era impensabile e così abbiamo preso una decisione: Elisa avrebbe continuato a lavorare ed io avrei rinunciato al mio lavoro per restare a casa. I motivi di questa decisione sono tantissimi: abbiamo deciso di salvaguardare lo stipendio migliore dei due, a fine aprile il mio contratto sarebbe scaduto comunque e inoltre trovavo profondamente giusto che dopo dieci mesi di maternità anche Elisa ritrovasse la sua dimensione lavorativa.

Visto che non sono il solo in questa situazione, visto che la stampa continua a chiamarci mammi, voglio raccontare la mia esperienza, con lati positivi e negativi

E quindi, preso il congedo parentale, è dal 10 marzo che sono a casa. I primi giorni sono passati in tranquillità, vissuti più come delle ferie un po’ più lunghe con la possibilità di stare con mio figlio, che prima potevo godermi solo qualche minuto la sera, quando non lo trovavo già addormentato; dopo più di un mese, però, mi sono trovato davvero a fare a pugni con un modo di fare il padre che è tutto nuovo, senza riferimenti. E visto che siamo nel 2020, visto che non sono il solo in questa situazione, visto che la stampa continua a chiamarci mammi, voglio raccontare la mia esperienza, con lati positivi e negativi. Cosa intendo con “noi”? Intendo tutti quei genitori di sesso maschile, eterosessuali, solitamente intorno ai 30, che per un motivo o per un altro, guadagnando meno del partner o lavorando meno ore, si trovano ad essere i genitori 1 della coppia. Ammettiamolo, la nostra esperienza di figli ci porta a pensare a una divisione piuttosto rigida dei ruoli: papà lavora e porta i soldi a casa, mamma sta a casa e si occupa di casa e dei figli, e anche se lavora, guadagna meno del papà.

Ma che succede quando l’evolversi delle situazioni finisce per andare in direzione diametralmente opposta?

Io penso che sia normale, quando ci si appresta a diventare genitori, che i primi modelli di riferimento siano quelli che ci sono più vicini: i nostri genitori, i parenti più prossimi con figli, e poi i vicini di casa, gli amici e così via, fino a quello che è comunemente il modello accettato dalla società nella quale si vive. Ma che succede quando l’evolversi delle situazioni finisce per andare in direzione diametralmente opposta? Molte volte, un gran casino. Certo, anche io ho trovato molto romantica l’immagine del papà giovane e moderno che si occupa del proprio figlio senza curarsi della “normale” divisione dei ruoli di genere, e vi dirà di più, mi sentivo anche vagamente in colpa quando non mi sono sempre trovato a mio agio con questa nuova configurazione. Alla fine, la figura del padre è strettamente legata a quella dell’uomo, e sarebbe una bugia colossale non mettere in correlazione queste due cose.

Ho cominciato a sentirmi sempre meno centrale nel mio ruolo di padre, diventando l’immagine di una madre con la barba e senza tette

Così è capitato che, dopo un mese passato a prendermi cura di mio figlio non solo nell’aspetto ludico, ma anche quello delle pappe da preparare, dei sonni da indurre, dei pannolini da cambiare, ho cominciato a sentirmi sempre meno centrale nel mio ruolo di padre, diventando l’immagine di una madre con la barba e senza tette; di conseguenza meno virile, meno uomo, ma non abbastanza donna da essere una madre del tutto. E ovviamente a questo si aggiunge tutto quello che ci si aspetta da un adulto che si deve prendere cura di un bambino durante le quotidiane ore lavorative: tenere ordinata e pulita la casa, gestire le lavatrici, e tutte le altre attività domestiche.

Possiamo cominciare a costruire delle nuove sovrastrutture per smantellare i pregiudizi

Mi ricordo che all’inizio di questa quarantena, avevo pubblicato una foto di me con in testa un nastro mentre facevo il gesto di mostrare il bicipite, in una parodia di un manifesto piuttosto famoso. Beh, non mi sarei mai aspettato che le cose si sarebbero mescolate a tal punto da rendere quella foto sempre meno ironica, e sempre più inquietantemente vera nell’immagine che mi facevo di me. C’è voluta una brusca frenata di questa slavina di pensieri per rimettere un po’ di ordine e capire cosa non stava andando.

Non possiamo evitare di scontrarci con i nostri pregiudizi, così come non era possibile per la coppia di genitori in “Indovina chi viene a cena?”, ma possiamo cominciare a costruire delle nuove sovrastrutture perché questi pregiudizi vengano a mano a mano smantellati:

  1. Dobbiamo capire che almeno nelle piccole comunità famigliari, lo stipendio e la disponibilità economica è un servizio alla comunità stessa, non un modo per misurare la propria forza e il proprio valore.
  2. Lavare i piatti, fare le lavatrici, pulire per terra, non toglie centimetri al pene, né modifica i nostri cromosomi.
  3. I padri che si occupano dei figli più tempo delle madri che lavorano non aggiungono niente ai primi, e non tolgono niente alle seconde. Se gli uomini possono rinunciare al loro predominio economico e sociale, le donne possono rinunciare a quello sulla cura dei bambini.
  4. Non esistono i mammi. Questa dicitura è svilente, genera confusione ed è inutile. Esistono i padri e le madri, esistono gli zii, le zie i nonni e le nonne.
  5. Se un bambino cresce sano e felice, non importa né chi porta i soldi a casa né chi si occupa delle faccende domestiche: stiamo facendo un ottimo lavoro.

Grazie,
Claudio

Teatro: va in scena il Covid-19 e il biglietto costa carissimo

Ultimamente si fa un gran parlare di come il mondo dello spettacolo e della cultura in generale sia messo a repentaglio dal blocco imposto per mettere un freno ai contagi e alle morti da Covid-19. Si sono susseguiti gli appelli di attori e registi perché i decreti coinvolgessero anche gli ex-Enpals, e pare che alla fine qualcosa si sia smosso, permettendo loro di entrare nel girone infernale delle pratiche Inps e ottenere questi benedetti 600 euro al mese.

Tutto è bene quel che finisce bene, dunque. Peccato che la cosa non sia così semplice. Se è vero che la cultura costa, è altrettanto vero che fare teatro reggendosi unicamente sulle proprie forze economiche è un’operazione quasi suicida. Motivo per il quale esistono i fondi statali ed europei. Ma chi opera in questo settore sa benissimo quanto sia difficile accedere tanto ai primi quanto ai secondi, e soprattutto sa benissimo quanto non siano sufficienti per coprire la quantità di lavoro che c’è. E poi diciamoci la verità, del teatro non è che gli sia interessato poi più di tanto a nessuno, visto che rientriamo nella spesa “tutela del patrimonio paesaggistico e culturale” (cosa che mi ricorda un po’ me quando tento di fare i conti e metto sotto la voce “spese di casa” un po’ di tutto: lo bollette, il condominio, la spesa, l’abbonamento Netflix): quindi quello 0,50% del Pil investito serve a coprire le spese dei cinema, dei teatri, dei musei, delle librerie, dei siti archeologici…

Quindi va a finire che i soldi se li pappano i “big” dello spettacolo, perché sono quelli che fanno girare più l’economia del settore, e ai piccoli e piccolissimi non resta che il grande mare sommerso. Perché bisogna essere onesti, ho conosciuto personalmente professionisti anche piuttosto accreditati pagare in nero più o meno qualsiasi cosa: i tecnici, gli attori, il teatro, le maestranze, ma pure i caffè e le merendine. Siamo tutti d’accordo che il nero è brutto e fa male, ma questo non toglie il fatto che tanti di noi ora stanno in una situazione abbastanza critica, avendo in bianco un quinto di quello che realmente percepiscono.

Sia chiaro, non voglio fare un’apologia del lavoro nero (certo i 50 euro a sera dati al tecnico sono una caccola in confronto ai petrodollari che ogni tanto facciamo rientrare in Italia dai paradisi fiscali con un 5% di trattenuta) ma signore e signori, la situazione è questa: c’è tanta, tanta gente che tra contratti intermittenti e contratti inesistenti in questo momento sta peggio che alla canna del gas. Non mi vergogno a dire che il mio stesso contratto d’apprendistato, se non avessi trovato un altro lavoro per tenere le chiappe all’asciutto non sarebbe bastato minimamente a coprire la parte delle spese della mia famiglia in questa situazione.

Appena sarà passata questa crisi sanitaria, ci troveremo a dover affrontare quella economica, ormai lo dicono tutti. E tutti andranno allo Stato a chiedere soldi per ripartire. E in prima linea troveremo quelli che fino a prima di questa crisi sostenevano che lo Stato è solo un peso e che il privato sa fare tutto quello fa lo Stato ma meglio e con meno soldi.

Ma io spero, e so che è solo una speranza, che questo periodo possa essere studiato per fornire soluzioni migliori al settore dello spettacolo e del teatro, soluzioni che permettano ai tanti professionisti di avere una sicurezza economica che non si capisce perché quando si parla di noi è sempre una concessione e non un diritto.

Compagnia Teatrale i Gracchi: Covid19 Il Teatro non si ferma!

Io e Claudio abbiamo deciso di renderci utili nel nostro piccolo nella battaglia contro il virus Covid-19, ma non essendo medici (o sanitari in generale) abbiamo utilizzato un po’ di fantasia. Insieme agli attori della nostra Compagnia Teatrale i Gracchi abbiamo tolto il blocco al teatro (come sapete tutte le attività artistiche sono state sospese a causa della quarantena imposta giustamente dal governo) e abbiamo realizzato un teatro senza confini che potesse raggiungervi direttamente a casa.

Abbiamo scelto, per questi piccoli video casalinghi, il tema della videochiamata. In questi giorni, infatti, molte persone stanno scoprendo un po’ questo mondo che per alcuni lavoratori invece era già tanto familiare prima del virus. Oramai si organizza di tutto da remoto: aperitivi con gli amici, letture ad alta voce, karaoke, giochi di società, riunioni varie e persino sessioni di pilates. Per questa ragione abbiamo scelto alcuni pezzi famosi (altri addirittura famosissimi) per celebrare un po’ questo strumento meraviglioso che è l’internet. Se non fosse per la rete non sarebbe possibile sentirci così vicini in questo momento.

Ogni settimana pubblicheremo due contenuti, uno il lunedì e uno il giovedì e tenteremo di farvi sorridere un pochino oltre a darvi qualcosa da condividere che non parli necessariamente di morti, virus e cure miracolose che vengono negate dal governo.

Potete seguirci qui, su questo blog, dove di volta in volta vi caricheremo i video della settimana, oppure potete seguirci su Facebook, YouTube o Instagram (IGTv).

Forse avevamo bisogno noi di sentirci un po’ più uniti, forse volevamo avere ancora un piccolo contatto con il nostro pubblico, oppure la necessità di un creativo è sempre quella di fare cose per dare sfogo alla propria fantasia. Beh, non lo sappiamo di preciso quale sia il bisogno alla base di questo nostro lavoro, ma sicuramente avevamo tutta l’intenzione di farvi ridacchiare un pochino e speriamo di riuscirci!

E ora, di seguito, metteremo i video che saranno caricati due a settimana.

RESTATE A CASA