Serie Tv e Film

Tre buoni motivi per non guardare “Chiamami col tuo nome” al cinema

Oppure tre buoni motivi per non guardarlo affatto.

Martedì sera sono andata al cinema con Fidanzato Claudio e il Magico Lele, la missione era semplice: scoprire il film che ha fatto incetta di candidature agli Oscar. Chiamami col tuo nome è stato infatti nominato per:

  • Miglior film
  • Migliore canzone originale
  • Migliore sceneggiatura non originale
  • Timothée Chalame migliore attore

Ebbene, a me non è piaciuto nemmeno un po’ e questo ha scatenato una guerra lampo tra me e Fidanzato Claudio, a tal punto che si è rischiato di dover far evacuare la metro A per eccessiva violenza. Mi prendo il diritto, con tutte le responsabilità del caso, di dire che Chiamami col tuo nome è un film brutto.  Ed eccomi a darvi tre buoni motivi per zompare a piè pari questo film.

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  1. Due ore e un quarto di film e non succede praticamente niente. Si potrebbe riassumere la trama in questa maniera: due ragazzi si incontrano, si innamorano, vivono un’estate bellissima e alla fine l’amore finisce e uno dei due decide di sposarsi – a distanza di qualche mese – con un’altra persona. Fine. Nel mezzo non succede assolutamente niente se non un brevissimo scambio – minimizzato – con la ragazza di uno dei due che viene friendzonata. Ma anche in questo momento il tutto viene liquidato con un semplice “okay”.
  2. I dialoghi sono di una banalità imbarazzante. Uno scambio mi è rimasto impresso più degli altri: i due si baciano per la prima volta e uno dei due dice all’altro “Ti è bastato?”. Seriamente? Alcune cose che i personaggi si dicono sono assolutamente irreali, stereotipate e banalizzate. La verità è che ci sono poche cose che i personaggi possono dirsi e quando potrebbero farlo, non accade.
  3. Io – e credo molti altri – non sento l’esigenza di ulteriori film che sdoganino la coppia gay. Perché per come viene presentata la storia sembra che si voglia presentare la dolcezza e la tenerezza di un rapporto tra uomini. Ebbene? C’è ancora bisogno di dire che i gay non sono tutte checche isteriche, ma che l’amore gay è identico a qualsiasi altro tipo d’amore? Che palle, mi annoia quanto mi annoierebbe un film che avesse come obiettivo la legittimazione del diritto di non depilarsi. Basta dai. Cominciamo a dare per scontato – giustamente – che l’amore non sia una questione di genere.

Mi sono annoiata terribilmente, tanto che dopo 45 minuti mi sono addormentata sbavando sul braccio di Lele (oddio scherzo, spero non sia successo davvero)  e quando mi sono risvegliata non era successo niente di niente. Insomma, non ho perso il filo. Ma ci sono tre cose che vorrei comunque segnalare, in positivo.

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  1. Gli attori sono bravissimi. Tutti, nessuno escluso. Comprendo perfettamente la nomination per Timothée Chalame e credo che se vincesse ne avrebbe pieno diritto. L’ho amato davvero: il suo modo di muoversi, le sue espressioni, i suoi sorrisi e la sua gioia sono tutti elementi che rendono il film tollerabile. M’è piaciuta un sacco anche  Esther Garrel, peccato che non le sia stata data la possibilità di avere un personaggio completo.
  2. Citazioni nostalgiche a manetta. Per gli amanti degli anni Ottanta qui non manca niente. Sono gli anni della disillusione politica, del pentapartito, di Bettino… ecco. Costumi, contesto, musica, estati infinite… il quadro è completo ed è davvero bellissimo.
  3. Alla fine è sempre bello andare al cinema.

Detto ciò mi preparo al linciaggio perché so che questo film è piaciuto un sacco agli amanti dei premi pacco (un giorno faremo un post per raccontarvi cosa sia un premio pacco). Io, comunque, mi appello al mio diritto di essere una persona mediocre, di media cultura e di media intelligenza e affermo che Chiamami col tuo nome è popo un film demmerda. 

… la scena della pesca si poteva evitare, dai.

Serie Tv e Film

Dunkirk: non solo un altro film di guerra.

L’altra sera, non sapendo come festeggiare l’arrivo delle piogge autunnali, abbiamo deciso di andare al cinema. Non credevo fosse possibile, nel 2017, riportare a nuovo splendore le antiche usanze ormai perse nell’oblio della memoria culturale del nostro popolo, ma è evidente che dopo mesi e mesi di siccità senza sconti, un evento come un bell’acquazzone andasse celebrato a dovere.

A questa va aggiunta la ragione meno mistica e più pratica dell’aver dei soldi da parte, una volta ogni tanto: così, dopo averne spesi la maggior parte per le cose di casa (abbiamo perfino un asciugacapelli!) ci è sembrata un’ottima idea raggiungere il nostro vicino Cinema Broadway, rifornirci di popcorn e coca cola, entrare nella sala semi deserta, sceglierci il posto (sì, ci dovrebbero essere quelli assegnati, ma nessuno mi impedirà mai di prendermi i posti centrali della terza fila a partire dal basso, nessuno!) e finire i nostri popcorn prima che inizino i trailer dei film in uscita. Tanto che poi la gatta mi guarda e fa (e questo tra uno spot e l’altro): che ne dici di un altro giro di popcorn?

Cosa siamo andati a vedere? Un film che avevo in programma da parecchio tempo, e che temevo sarei riuscito, come ogni volta che voglio assolutamente andare al cinema, a farmi scappare. Come la settimana scorsa quando al botteghino del cinema ho chiesto un biglietto per quel film che volevo assolutamente vedere, e ogni giorno mi dicevo “domani vado”: Via col vento.
Questa volta è andata meglio, e prima di perdere l’occasione, abbiamo preso i biglietti per l’ultimo (capo)lavoro di Cristopher Nolan: Dunkirk. Che poi era tutto quello che sapevo del film che stavamo per andare a vedere, uno dei miei registi preferiti che gira un film ambientato durante la Seconda Guerra Mondiale; anche solo questo è bastato per fiondarmi in sala appena possibile.

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Ci sarebbero davvero tante cose da dire su una pellicola – non è una figura metaforica, è stato davvero girato su pellicola – che secondo me rappresenta forse il punto più alto della cinematografia di Nolan. Le tre linee narrative che si muovono su fasi temporali sfalsate arrivano a accordarsi nel finale in un crescendo degno di un compositore, dimostrando ancora una volta la capacità dello scrittore/produttore/regista di lavorare intrecci diversi nello spazio e nel tempo all’interno dello stesso film senza perdere nemmeno per un momento la coerenza e la fluidità, cosa non sempre garantita per esempio in Memento, suo film del 2000.

La storia – o le storie –  ci portano a Dunkerque, città portuale francese al confine con il Belgio, nel 1940. La Germania nazista ha iniziato la sua offensiva contro la Francia, che tenta di difendersi grazie all’aiuto degli alleati inglesi. Tuttavia, la superiore forza militare tedesca, porta le truppe inglesi e francesi ad essere circondate nella cittadina affacciata sulla manica, in attesa dell’evacuazione. Una ritirata, una sconfitta, ma che salverà centinaia di migliaia di vite. Vite che poi saranno stroncate da altri cinque anni di guerra, ma tant’è. Nello specifico, l’occhio dello spettatore vive quasi in prima persona tre vicende: due giovani soldati che tentano di scappare dalla cittadina in guerra; una piccola imbarcazione civile che si è proposta volontaria per aiutare l’evacuazione di Dunkerque con il suo equipaggio composto da un signore anziano con suo figlio e il suo amico coetaneo; la missione di tre caccia inglesi inviati a fornire copertura durante le operazioni di imbarco contro gli aerei nemici. Queste tre linee narrative non avvengono però in contemporanea: prendendo come punto di riferimento l’avvenuta evacuazione di Dunkerque, le tre storie avranno inizio, rispettivamente, una settimana, un giorno e un’ora prima.

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A fare da filo conduttore non è solo il magistrale montaggio di Lee Smith (alla sua settima collaborazione con Nolan) che se non gli danno l’Oscar quest’anno devono cancellare il premio al Miglior Montaggio, ma anche la musica di Hans Zimmer con il suo ottimo lavoro non tanto sulle melodie, decisamente in sottofondo rispetto ad altri film in cui fanno quasi da protagonista insieme agli attori, quanto sui ritmi e i tempi che contribuiscono a rendere perfettamente la progressiva accelerazione del film che arriva a un ritmo quasi frenetico sul finale, per poi rallentare in coda.

A proposito di attori, il cast. Per una sceneggiatura lunga appena 76 pagine (luna più o meno quanto la mia tesi di laurea, ma questa è un’altra storia) e con i dialoghi ridotti al minimo, si potrebbe pensare che non ci sia bisogno di chiamare pesi massimi di Hollywood e oltre come Tom Hardy, Cillian Murphy, Kenneth Branagh e Mark Rylance. E invece è andata proprio così. Inutile dire quanto riescano ad essere strepitosi, insieme a tutti gli altri attori più giovani, nel rappresentare il lato più crudele e doloroso di una guerra senza eroi; menzione speciale per Harry Syles alla sua prima interpretazione: mi viene quasi da chiedermi se non gli convenga dedicarsi al cinema e lasciar perdere gli One Direction.

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Ultimo aspetto di cui vale la pena parlare è quello tecnico: ho già scritto che Nolan ha usato la pellicola per girare questo film, cosa che si vede molto bene al cinema; colori attenuati e maggiori sfumature si sposano magnificamente con l’ampio uso di camere a mano, rendendo tutto il film estremamente coinvolgente. Quello che ancora non ho detto, chicca volutamente lasciata per ultima, è che per la realizzazione delle scene di combattimenti aerei e navali la CGI (grafica al computer, per intenderci) è stata ridotta al minimo, preferendo utilizzare aerei e navi d’epoca o, in alternativa, riproduzioni fedeli delle stesse tramite velivoli e imbarcazioni “mascherate”; per non farci mancare nulla, sono stati anche realizzati modelli in grande scala fatti esplodere e affondare durante le riprese.

Personalmente, credo che sia uno dei più bei film sulla Seconda Guerra Mondiale, forse addirittura migliore di Salvate il Soldato Ryan, e il miglior lungometraggio mai realizzato da Nolan. E voglio dire, lo sto mettendo sopra alla trilogia del Cavaliere Oscuro, Interstellar, Inception e Memento. Che dite, glielo diamo un Oscar quest’anno?

Serie Tv e Film

Death Note. Peggio di così, solo Netflix

Non mi piacciono i fumetti e i cartoni animati giapponesi. L’idea di partire così con questo articolo era troppo allettante per non metterla in pratica.


“Ma si chiamano manga e anime, ignorante! E poi sono bellissimi, hanno le storie i personaggi la psicologia l’amore i mostri i buoni i cattivi bene e male che si intrecciano e…”


Certo, certo, chiaro. La cultura giapponese, il sushi, i ciliegi che sbocciano, i samurai, le katane, sono tutte cose che affascinano, io stesso da bambino guardavo Ramma ½ o i Pokemòn, e ho persino letto qualche fumetto…


“si chiamano manga!”


E allora! Dicevo, ho letto qualche fumetto di Dragonball o Kurochan; senza contare il fatto che la mia prima cotta da bambino me la sono presa per Lana, la bambina che parlava ai gabbiani nel cartone animato…


“anime!”


Cartone animato Conan – Il ragazzo del futuro di Hayao Miyazaki.
Però poi, crescendo, i prodotti animati giapponesi mi sono piaciuti via via sempre di meno, sia dal punto di vista tecnico che da quello del semplice intrattenimento. Storie lunghe e inutilmente intricate, animazioni minimali che muovono solo chi sta eseguendo un’azione tenendo gli altri congelati in pose innaturali, e poi un continuo mescolarsi di cultura pop tra orientale e occidentale, degli ibridi quasi peggiori del centrosinistra italiano. Continuo a essere fermamente convinto che i cartoni animati e i fumetti giapponesi siano pensati in partenza per la grande distribuzione, per il monopolio mondiale dell’intrattenimento animato, come la Canon per le macchine fotografiche o la Yamaha per le moto.


“Ma non devi parlare di Death Note?”


Sì, ci sto arrivando. Questa introduzione però mi serviva per spiegare il motivo per cui, quando ieri sera La gatta che ci cova mi ha detto “Ehi, guardiamo il film di Death Note su Netflix?” io sapevo due cose: la prima, che c’entrava un quaderno dove uno può scrivere un nome e quello muore; la seconda, che con tutta probabilità dopo dieci minuti dall’inizio del film avrei sentito un coro di sdegno levarsi dalle fila dei giappomink degli appassionati del fumetto e/o del cartone animato. Alla fine, c’ho quasi preso con tutte e due le supposizioni.

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Procediamo per gradi, però. Andando sull’Internet Movie Database, alla sezione Plot di Death Note (2017), troviamo il soggetto descritto dalla Warner Bros, la casa che ha distribuito il titolo in Giappone -che gentilmente traduco dall’inglese: “Light Turner, uno studente brillante, incappa in un quaderno magico che ha il potere di uccidere qualunque persona di cui lui scriva il nome. Light decide di lanciare una crociata segreta per pulire le strade dai criminali. Presto, lo studente-vigilante si trova perseguito da un Famoso detective conosciuto solo con lo pseudonimo L”. Ecco, il fatto è che leggendo queste poche righe si potrebbe pure pensare che la trama sia relativamente fedele al fumetto da cui è tratto ma…no.

Intendiamoci, io sono uno di quelli che non ha particolare interesse nel fatto che un film sia più o meno identico all’opera originaria da cui è tratto, non ritengo che questa sia una qualità assoluta in un prodotto cinematografico. Altrimenti, capolavori come Shining di Kubrick dovrebbero essere accusati di essere pessime riduzioni di altrettanto capolavori come quello letterario firmato King.
Tutto sta in quello che chi concepisce il film vuole trasmettere, quale aspetto dell’opera originaria lo ha colpito maggiormente e vuole proporre, e non solo attraverso la storia in sé, ma anche con tutto quello di cui un film è composto: fotografia, recitazione, scenografie, montaggio. Se si chiedesse a dieci registi diversi di girare la riduzione cinematografica di un racconto, uscirebbero dieci film totalmente diversi. Figuriamoci cosa può succede se si dà agli autori la legittima libertà di manipolare i testi!

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Death Note non presenta molte differenze con la trama del fumetto e del cartone, che ho iniziato a vedere. La cosa particolare è che, però, le differenze non sono solo in quello che accade: Light trova il quaderno a scuola, conosce Ryuk, il demone possessore del quaderno, lo usa per uccidere i cattivi, un ragazzo geniale e un po’ disadattato che si fa chiamare L gli dà la caccia. A dirla così, nessuno saprebbe capire se sto parlando del film o del fumetto.  E il nocciolo della questione è tutto qui. Sembra che chi abbia ideato questo film, si sia limitato a leggere la trama dei fumetti su internet, o se la sia fatta raccontare da un amico, perché quello che ne esce è un qualcosa di piatto, con personaggi tra il banale e il campato per aria, cose che capitano senza motivazione (chi è Ryuk? Perché è comparso in America? Perché il film è ambientato in America? Perché il Death Note è caduto sulla Terra? Era proprio necessario vedere questo film?), per non parlare di una fotografia banale, di un montaggio di quelli che ti insegna il tutorial di Movie Maker, e degli attori che mi hanno fatto rimpiangere non aver mai visto Il Segreto.

A me piace dare sempre una possibilità ai film con soggetto non originale, perché portano in sé un ventaglio di possibilità così ampio da rasentare l’infinito. Tenendo come esempio Death Note, c’erano almeno due operazioni che potevano essere eseguite: la prima è quella che io chiamo alla Frank Miller, cioè tentare di utilizzare i mezzi cinematografici per rendere al meglio storie e atmosfere del fumetto, che finisce quasi per diventare uno storyboard del film; in questo caso, lo sforzo dell’opera cinematografica avrebbe dovuto essere orientato alla riproduzione più fedele possibile, ambientando l’opera in Giappone, con attori giapponesi, e tentando di dare un taglio fotografico che richiamasse le vignette del manga. La seconda possibilità invece è più coraggiosa, ed è quella che chiamo alla Dark Knight; in questo caso, il prodotto cinematografico assume una dignità autonoma, che può trarre spunto da un personaggio o da un fumetto, ma è l’opera di maestranze che hanno lavorato seguendo un’idea diversa, un’estetica personale: non esiste un fumetto in particolare al quale la trilogia di Nolan si sia ispirato, ma chi mai direbbe che non ci sono Batman, Spaventapasseri, Joker, e tutti gli altri? Infine, ci sono tutte le vie di mezzo che passano tra questi due estremi: 300, per citarne uno, ma anche American Gods la serie tv tratta dal romanzo di Gaiman, i prodotti della Marvel Cinematic Universe e così via.

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Nel caso di Death Note, invece, si è voluto prendere gli elementi principali della trama, i nomi e i ruoli dei personaggi opportunamente modificati, e trapiantare il tutto in un’anonima Seattle, per rendere il tutto più vendibile agli utenti di Netflix. Il problema è che, in questa maniera, si è arrivati a un’opera senza radici e senza corpo, qualcosa che appena vista, viene (se si è fortunati) dimenticata.