The Good Place, perché morire non è la peggior cosa!

Il cast di the good place

The Good Place è la serie TV che ci ha tenuto svegli tre o quattro notti di fila per un immersione completa fino all’ultimo episodio. Capita sempre più raramente che qualcosa riesca ad accalappiarci a questi livelli, ma alle volte a riuscirci è un prodotto leggero e poco elaborato che vince però sul lato comico.

La trama di The Good Place

La trama è molto semplice: una ragazza giovane muore e si trova faccia a faccia con quella che sarà la sua “guida” in Paradiso (chiamato “La parte buona”). Già dai primi momenti capisce perfettamente che qualcosa non torna e comincia a sospettare d’esser stata assegnata erroneamente alla parte buona. Da lì in poi inizieranno una serie di situazioni pazzesche che andranno a delineare completamente l’architettura di un Aldilà esilarante. Quasi quasi fa venir voglia di schiattare per andare a metterci il naso, ma vi consigliamo di resistere alla tentazione.

Attori noti e meno noti

Il cast è un bel gruppetto di gente che sa fare bene il proprio lavoro, tutti gli attori ci permettono di innamorarci liberamente di tutti i personaggi che sono completi, belli e pieni in tutte le loro sfumature. Kristen Bell l’abbiamo conosciuta tutti come la tagliente quanto sagace Veronica Mars, anche qui la scena sarà principalmente sua, ma avrà per le mani un personaggio completamente diverso e con una morale decisamente tutta da rivedere se vorrà sopravvivere alla morte. La sua Eleanor, per quanto stronza e indecente, finirà per conquistare il nostro cuore completamente. Chi invece conquisterà i nostri ormoni sarà decisamente la sensualissima Jameela Jamil nei panni di Tahani Al-Jamil. Bellissima, una branda di donna (boh, sarà più di un metro e ottanta?) con dei capelli bellissimi. Il personaggio convince nella suo costante mood “mai ‘na gioia”, finirete per provare un’empatia pazzesca, a chi non è mai capitato di essere costantemente messo a paragone con un fratello maggiore o con un cugino che sembra più bravo a fare qualsiasi cosa? Ted Danson ci ha abituati al suo faccione con CSI, ma del suo personaggio non vorrei svelarvi troppo perché è gustosissimo scoprirne le sfaccettature mano a mano. In ogni caso sappiate che non vi deluderà mai, in nessun episodio. D’Arcy Carden spacca davvero; faccia completamente nuova per noi, ci regala un personaggio pazzesco che è una via di mezzo tra Siri di Apple e Alexa di Amazon. Janet è il motore di ricerca quasi vivente della parte buona, in qualche modo saprà regalarci un bel po’ di risate grazie alla sua ingenuità. Manny Jacinto non so da dove l’abbiano tirato fuori, ma è una bella trovata. Il personaggio incarna un po’ il ragazzino che non vuole crescere che è dentro ognuno di noi, per certi versi ci si identifica (anche se con un po’ di vergogna). E in fine, ma non meno importante, arriva il nerd della combriccola: il professore di filosofia etica. William Jackson Harper interpreta Chidi, un ragazzo che per quanto “studiato” …. oh no no, non posso dirvi niente altrimenti vi spoilero. Insomma, anche Chidi (come tutti gli altri) svelerà le sue carte piano piano.

Episodi

Ho scoperto che su JOI c’è già la terza stagione, su Netflix invece siamo fermi alla seconda. Gli episodi sono brevi e incalzanti, da mangiarseli uno dopo l’altro con pizza e birra sulle gambe. Le idee per portare avanti la storia non mancano, l’ambiente è così frizzante che risulta ovvia la quantità di cose che ancora si possono raccontare. D’altra parte quando inventi un mondo ci puoi buttare dentro di tutto, per anni e anni.

Conclusioni e voto

The Good Place ci è piaciuto, abbiamo riso tantissimo e non ci siamo mai annoiati. In realtà non abbiamo nessuna critica da muovere perché si tratta di un buon prodotto leggero che non sembra avere grandi pretese, ma che vince su moltissimi aspetti. Noi lo promuoviamo anche se non abbiamo ancora visto la terza stagione, dopotutto ve lo stiamo consigliando senza alcuna riserva. Ecco che stampiamo sulla pellicola un bell’8 per la montagna di elementi originali e qualche riferimento vago a Douglas Adams.

Errori di montaggio

Per gli occhi di falco: durante il montaggio della seconda stagione è stato fatto un errore molto grave. Ci vogliono occhi allenati e molto rapidi per individuarlo, ma noi l’abbiamo scoperto alla prima occhiata. (Per la verità sono stata io, Claudio ha dovuto ricorrere alla VAR) Trovatelo e svelatecelo!

The Umbrella Academy – Stagione 1

Probabilmente sono molto poche le persone che ancora non hanno dato una sbirciata a questa serie tv su NETFLIX, ma nel nostro blog non potevamo certo non darle un piccolo spazio tra i nostri SELECTED FOR YOU. Saltiamo trama e discorsi unitili, andando subito al punto.
Le tre cose che di The Umbrella Academy ci hanno convinto di più

  1. Cha Cha & Hazel, una bellissima coppia di cattivi ultra fumettosi. La resa rispetta tantissimo la genesi dell’opera. Fanno anche morir dal ridere tutti i loro siparietti tra l’estremamente comico e l’estremamente sadico. Questi due personaggi sono uno degli aspetti che ci sono piaciuti di più.
  2. Ellen Page, bravissima. Non ci posso fare niente, io la adoro qualsiasi cosa faccia (anche quando me la ritrovo in produzioni piccole e discutibili). Il suo personaggio è un po’ lagnoso e non un granché, ma non importa. Ellen Page non mi delude mai. 
  3. I super eroi tormentati sono stupendi. Questo modo d’essere eroi in cui il proprio dono viene vissuto come una condanna è super affascinante, soprattutto perché la serie tv svela piano piano il vissuto non sempre roseo di ogni personaggio. Il dramma è centrale ed è spesso causa degli eventi futuri. 

Personalmente avrei aggiunto un punto 4, tutto dedicato a Sheehan che già avevo imparato ad amare in Misfits. C’è chi dice che il personaggio sia praticamente identico, ma con un altro potere. In realtà, in The Umbrella Academy Sheehan deve fare i conti con un personaggio dallo spessore più importante rispetto a quello che aveva in Misfits. Però non lo si scopre nelle prime puntate, dobbiamo attendere un po’ per piangere con lui.
Voto alla serie: 7 e mezzo, attendiamo la seconda per vedere i botti o per vederla colare a picco. A noi è piaciuta, pollice su! 

Cosa c’è su Netflix? YOU

[SPOILER FREE] Credo che dovremmo rinominare la sezione “Serie TV e film” in “Netflix e dintorni” visto che, praticamente, siamo fan pazzeschi della N rossa più famosa del mondo. In ogni caso, tra ieri e oggi siamo finiti nel tunnel dell’ennesima serie TV in grado di deprivarci completamente di una vita sociale (e anche della fame, della sete e del sonno): YOU.

Premessa doverosa: abbiamo scoperto esserci un libro dal quale è stata tratta la serie. Noi non lo abbiamo letto, non sapevamo nemmeno esistesse prima di qualche ora fa, quindi il nostro giudizio si riferisce solo a YOU serie Tv, l’originale Netflix.

Brevemente vi parlo della trama, giusto per infarinarvi come una fettina di pollo, ma starò ben attenta a non fare alcun tipo di spoiler. Beck è questa ragazza bionda della quale vi ho piazzato uno dei migliori fermo immagine, in molte occasioni vi ricorderà parecchio Chiara Ferragni, solo un po’ più morbida e decisamente più simpatica. Tornando a Back, dicevamo che è la coprotagonista di questa incasinatissima storia di non amore. Un bel ragazzo timido e impacciato, Joe, se la ritrova nella libreria in cui lavora come libraio e inizia a farsene un’idea andando a scansionare con precisione chirurgica tutti i social in cui Beck pubblica aspetti più o meno realistici della sua vita privata. Joe scopre molte cose di Back, inizialmente solo online, successivamente attraverso strategici pedinamenti al limite del legale. Piano piano riuscirà a insinuarsi nella vita della ragazza, manipolandone ogni aspetto e rendendola molto felice. Inutile dire che per quanto questi due possano effettivamente sembrare carini e innamorati, succederanno costantemente un sacco di cose che ci riporteranno alla realtà, mostrandoci quanto invece sia pazzo lui. Beck ha delle amiche di merda, avrete modo di odiarle dal profondo della vostra anima, specialmente una: Peach.

YOU è l’ennesima produzione originale Netflix che ci ricorda quanto questo colosso dell’intrattenimento sappia fare il proprio lavoro. Ma abbiamo chiacchierato anche troppo, conviene affrontare immediatamente i tre motivi per i quali dedicare un paio di giornate per immergersi in questa follia paranoica.

Tre motivi per guardare YOU

  • Ti lascia costantemente in un disequilibrio emotivo. La verità è che si dimentica spesso il comune senso del “bene” e il comune senso del “male”, così si ritrova anche a tifare la salvezza delle persone sbagliate. Come se i confini diventassero labili molto più del normale: non è un bene/male relativo, sarebbe troppo banale, si tratta di veri e propri sbandamenti che ci fanno mettere in discussione qualche intimo pensiero che possiamo ritrovare nel profondo. Chi non è mai stato tentato dal dare una sbirciatina al cellulare del proprio compagno? E quanti hanno poi ceduto? Chi è andato oltre? Io non penso che queste cose ci siano sempre del tutto estranee, magari pubblicamente, ma noi la risposta la conosciamo bene.
  • Ogni tanto un thriller ci vuole. Sì dai, basta con questi teen drama, basta con gli ospedali, i salotti con il divano centrale, le spade e i draghi. Tutto molto bello, tutto molto affascinante, ma io ogni tanto sento proprio l’esigenza di godermi una serie tv che, ridotta a dovere, potrebbe essere un bellissimo lungometraggio. Che poi, chi li guarda più i film; la serie tv ha una comodità intrinseca che il film se la sogna, a maggior ragione se si tratta di thriller. Non so in quanti la pensino come me, ma io preferisco prolungare molto il senso di ansia e solo con una serie questa operazione risulta possibile.
  • Magari, guardando YOU ci verrà voglia di mettere delle password sensate ai nostri device. Forse smetteremo di condividere sempre tutto tutto, compreso l’indirizzo di casa e la geolocalizzazione di tutti i nostri spostamenti più o meno lunghi. O magari non smetteremo mai, così come non ho mai smesso nemmeno io che nel digitale vivo e lavoro da anni. Chi lo sa, ma io nel dubbio ho cambiato la password al mio laptop.

Voto definitivo per la serie YOU: 7 perché per quanto sia bella, interessante e complicata, è un po’ poco credibile che lui riesca a combinarne così tante senza essere beccato per tutto il tempo. Ci sono alcuni passaggi che riguardano i reati più gravi che non vengono credibilmente supportati da un’adeguata linea d’indagine. Sostanzialmente in questo thriller la polizia si droga, oppure non esiste, oppure non serviva e hanno deciso di non mettercela. Ah, inoltre non c’è nulla di particolarmente nuovo che non sia già stato visto in qualche altra storia di stalking.

Ci siamo informati: ci sarà una seconda stagione, così scopriremo un sacco di cose interessanti su Candice. Chi è Candice? Eh.

L’avete visto? Che ne pensate? Fateci sapere, noi siamo curiosi!

PERFUME – 4 motivi per guardare questa serie TV

Dopo Dark, la Germania tenta un nuovo colpaccio con Perfume e ci riesce. Su Netflix, la nuova serie che punta al successo internazionale ha conquistato anche noi: ve ne parliamo brevemente? Sì, dai.

Quattro motivi per guardare Perfume

  • Perfume è una serie profondamente “mainagioia” questo va tenuto presente dal primo momento, ma comunque non ci sono troppe occasioni per dimenticarlo. Tutti i personaggi hanno delle storie d’infanzia tremenda, per non dire demmerda. Se volete vedere vedere una serie che parla di: violenza domestica, abusi sui minori, prostituzione, bullismo e rapporti perversi in generale allora siete capitati nella zona giusta. Anche qui, come in Dark, ci sono intrecci parentali assurdi e tantissimi flashback. Magari al primo colpo non ci capite un cazzo, ma sicuramente ve la guarderete lo stesso.
  • Perfume è un bel giallo che si prende i suoi tempi. La polizia non è fatta da uomini geniali che improvvisamente capiscono tutto, i cattivi non sono coglioni inetti che lasciano prove a pioggia perché a un certo punto qualcosa la si dovrà pur trovare. La serie (costruita con puntate di 1h l’una) offre l’arco narrativo necessario per rendere credibili sia gli omicidi che la loro risoluzione non proprio super ovvia e scontata.
  • Parfume è la serie adatta per chi ha un debole per gli psicanalisti austriaci con la barba e gli occhiali tondi. Freud viene abusato quasi sessualmente in ogni filone narrativo della serie: dai problemi con la madre, dalle fasi orali mai superate e via dicendo. Se siete appassionati di psicanalisi in questa serie tv potreste trovare milleduecentoventi motivi per farvi delle ricche pippe mentali a due mani.
  • Non è la traduzione de Il Profumo di Sűskind, ma una rielaborazione piuttosto rispettosa del romanzo in modo tale che questa si adatti senza troppe forzature al nostro secolo. Non ci saranno quindi grandi tradimenti per coloro che come me hanno amato profondamente il libro.

Noi l’abbiamo promossa con un dignitosissimo 7.5: ci sono alcuni passaggi esageratamente lenti, noiosi e aggravati da silenzi lunghissimi che un po’ triturano le palle. La risoluzione del caso, per quanto plausibile, forse risulta un pochino debole e poco convincente. Ma non vi diciamo nulla di più, un po’ perché non vogliamo rovinarvi la visione e un po’ perché è il 2 gennaio e non ne abbiamo voglia.

Bandersnatch: un bell’esperimento riuscito

Black Mirror Bandersnatc

Anche noi, come mezza Italia, abbiamo aspettato con un immenso conto alla rovescia l’arrivo dell’episodio di Natale di Black Mirror. L’hype aumentava man mano che uscivano le voci sul fatto che potesse essere addirittura interattivo, ma insieme all’hype saliva anche un po’ il timore della delusione.

Ho già sperimentato l’interattività nella narrazione di un qualcosa, da piccola giocavo con Lone Wolf ovvero libri in cui potevi scegliere man mano il filo narrativo saltando di pagina in pagina. Inoltre e non meno importante, sono stata una delle primissime persone a giocare con Until Down, il survival horror della Sony in esclusiva Play Station 4: quindi il tema lo conosco bene e soddisfare la mia aspettativa non era proprio semplicissimo.

Per questa ragione dividiamo il discorso in due: da una parte parliamo del film, dall’altro parliamo dell’aspetto ludico. E iniziamo con l’aspetto ludico, visto che fidanzato Claudio ancora dorme beato e non so che cosa devo scrivere circa regia, fotografia, sceneggiatura e menate da DAMS.

Bandersnatch non è un gioco, quindi ridimensionate immediatamente tutte le aspettative. La verità è che non c’è nessuna libertà di scelta perché il film ti obbliga, in modo più o meno diretto, a seguire un certo filo logico. Noi siamo tornati indietro più volte per vedere tutto il possibile, ma non è vero che esistono molti finali. Esistono, piuttosto, molti binari morti. Sigh. Questo è stato per me l’aspetto più deludente, credo di aver sbagliato a fantasticare troppo. Netflix non è Play Station e questo è evidente, però si poteva fare un filino meglio, forse. Questo non vuol dire che non sia stato divertente muoversi nelle possibili trame, queste infatti si complicano sufficientemente per tenerci interessati all’argomento. Va bè, è figo dai.

Parliamo invece del film (che nel frattempo fidanzato Claudio s’è svegliato e ha pure preso un caffè). La regia si incasella perfettamente nelle altre puntate di Black Mirror: troviamo infatti la classica lentezza che fa salire l’ansia tipica di tutto il filone della serie tv. Silenzi, pause, scenografie pulite e molto fredde: un’ orchestra perfetta per montare il senso d’angoscia fotogramma dopo fotogramma. Alle volte, tutto questa lentezza diventa anche un po’ pesante da sopportare, ma la fotografia para il colpo mostrando sempre e comunque delle belle immagini sulle quali soffermare la propria attenzione. Ciò che invece ha un po’ rotto il cazzo è sto continuo ritorno agli anni 80 che per quanto siano belli, fantastici, nostalgici etc… hanno davvero sfrangiato un po’ le palle. La scelta dell’ambientazione quindi, per quanto funzionale alla trama, è un filino trita e ritrita. Passiamo oltre, lasciamoci alle spalle le cassette musicali da riparare con la matita nel buco, sarebbe anche ora. Ultima considerazione, ma non la meno importante, si riferisce alla bravura indiscussa degli attori, del regista e di tutti i tecnici (fonici, montaggio etc) nel girare delle scene mille e mille volte in cui si modificano solo piccolissimi dettagli. Essendo infatti interattivo, le scene possono ripetersi più o meno in modo similare, ma la maggior parte delle volte cambiano in piccolissimi dettagli (uno sguardo tra due persone che in un’altra scelta non ci sarebbe stato, per esempio).

Affrontata la questione ludica e la questione cinematografica, rimane la questione filosofica. Si dovrebbero dire due parole sul fatto che siamo parte di un progetto, no? In realtà se vagate un po’ nell’internet trovate un sacco di pippe mentali che si riferiscono alla pillola blu e alla pillola rossa stile matrix, ma se volete che vi dica un po’ la mia opinione… va bè. No, intendo dire, “va bè” è proprio la mia opinione. Sì, carina sta cosa che possiamo parlare con il protagonista del film rivelandogli che siamo delle persone che lo stanno controllando, carino anche il fatto che lui parli di noi alla psicologa, un po’ troppo però è pensare che Netflix registri le nostre scelte per profilarci ancora meglio e scoprire addirittura come reagiamo in momenti di stress psicologico. Insomma: Black Mirror sì, ma paranoia no. Molto più semplicemente, in questo episodio siamo contemplati anche noi come personaggi più o meno attivi all’interno della storia. Prendetela così, godetevela e non perdetevi in paranoie assurde più adatte a decelebrati terrapiattisti che a persone intelligenti.

Noi Bandersnatch lo abbiamo promosso con un bell’8 perché comunque è una modalità piuttosto nuova e fare un film di questo genere prevede una quantità di girato immensamente maggiore rispetto al visibile. L’aspetto ludico possiamo migliorarlo, ma nel complesso è un bell’esperimento.

Cosa guardiamo stasera su Netflix? L’altra Grace

Ecco, abbiamo scritto il titolo super SEO friendly, adesso possiamo parlare di una miniserie bellissima assolutamente da guardare (sì, su Netflix): L’altra Grace.

La trama ce la sbrighiamo semplice

Una giovane donna viene arrestata dopo esser stata accusata dell’omicidio dei suoi padroni. La ragazza proclama innocente e porta avanti la sua tesi nonostante le prove siano completamente contro di lei.

La serie si basa sul romanzo di Margaret Atwood, ispirato a sua volta a una storia vera ed è questo il bello per quanto mi riguarda. Non ho letto il libro della Atwood, ma il titolo è identico ed è facilmente trovabile su amazon: vi lascio il link qui.

Immagino vogliate sapere perché mi è piaciuta e perché io ve la stia consigliando. E va bene.

Tre motivi per godersi L’altra Grace

  • L’altra Grace è una miniserie auto conclusiva. Gli episodi durano circa 50 minuti l’uno e una volta arrivati alla fine … è finita. Insomma, niente lunghe attese estenuanti e folli ricerche di indizi per una nuova stagione su google. La storia ha un inizio e una sacrosanta fine e questo è uno dei primi punti a favore.
  • I costumi sono bellissimi, così come sono una meraviglia i colori che accompagnano tutti gli episodi. C’è dell’antico persino nella luce che entra dalle finestre e questa illumina i corpi in un modo stupendo. Credo che tutta sta menata si chiami “fotografia“, ma di solito è Fidanzato Claudio che si occupa di recensire ed è lui che conosce i termini corretti. Amen, spero abbiate capito.
  • Adoro l’anima mistery di questa miniserie: fino alla fine si viaggia tra la razionalità degli eventi e lo sguardo ammaliante di Grace. Uno sguardo carico d’erotismo e passione, costretto da una cuffietta per i capelli in un corpicino casto e innocente. Il contrasto tra ciò che Grace racconta e la violenza dei fatti è qualcosa di sublime.
  • Mi piace la linea cronologica scelta per la narrazione dei fatti. Grace racconta tutta la storia che l’ha portata a essere arrestata con l’accusa di omicidio, lei infatti si trova a far da serva in casa di filantropi che credono nella sua innocenza. Un uomo di formazione psichiatrica si occupa di lei, dovendo far attenzione a non cedere all’attrazione. Che non ce lo metti un po’ di transfert? Eddai, ci sta bene!

Un’altra bella trovata firmata Netflix, comunque.

Pollice su. Fatemi sapere cosa ne pensate! Qualcuno ha letto il libro?

La Casa di Carta, ovvero come Netflix scopre perle da ogni parte del mondo.

Ultimamente negli ambienti cinefili c’è un’accesissima discussione sulla nobiltà di Netflix: una parte infatti ritiene la nota piattaforma streaming assolutamente non adatta a supportare le creazioni cinematografiche, l’altra invece la considera come una naturale evoluzione della tecnologia nei confronti della Settima Arte.

Non è mia intenzione soffermarmi su questo scisma che ritengo abbia più o meno lo stesso calibro delle lotte avvenute negli anni passati: colore contro bianco e nero, sonoro contro muto, digitale contro pellicola, e così via, con il rischio di rimanere ancorati a un’ analisi superficiale di un fenomeno che meriterebbe, senz’altro, uno studio molto più approfondito. Ma alla fine, ci credo che alla Kodak rodesse il culo quando arrivarono le prime macchine da presa digitali, e sostenevano quanto il film stesse per perdere di qualità se non si fossero più usate le loro pellicole; allo stesso modo, i proprietari di tutte le sale cinematografiche ritengono che i film che passano sui loro schermi siano i migliori in assoluto, mica come Netflix. Il punto alla fine è proprio tutto qui.

Tutto questo in realtà per anticipare un grande, grandissimo pregio che ha Netflix: la capacità di andare a scovare film e serie tv in ogni parte del globo e riproporre il tutto sulle proprie piattaforme. Io e la Gatta spesso ci siamo imbattuti in orribili film dell’orrore spagnoli e indiani, o ottime serie tedesche (Dark), belgiche… belghe… belge… del Belgio (Tabula Rasa), australiane (Glitch) e così via. I modi in cui Netflix agisce sono diversi: può essere produttrice, affidando un progetto originale; può anche intervenire su un prodotto già finito ma non distribuito; oppure può prendere un prodotto trasmesso localmente e riproporlo su scala mondiale.

Questo è quello che è successo a una serie televisiva che ha riscosso un successo planetario: direttamente dalla Spagna, ecco a voi La Casa de Papel, o in italiano, La Casa di Carta!

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Nata come una produzione della televisione privata spagnola Antena 3 e distribuita dalla stessa da maggio a novembre 2017, ha poi concesso i diritti a Netflix nel dicembre 2017, piazzandosi al primo posto tra le serie tv non in lingua inglese caricate sulla piattaforma per numero di visualizzazioni.

Sarebbe difficile per me recensire con completezza le circa ventuno ore di serie televisiva, ma gli elementi per restare incollati allo schermo e seguire le vicende dei rapinatori della Zecca di Stato spagnola ci sono tutti: il ritmo serrato del montaggio che non lascia scampo ad alcuna distrazione; lo studio delle riprese in campi medi e primi piani che proiettano direttamente dentro la vicenda, facendo vivere ogni aspetto della psiche e dei sentimenti di tutti i personaggi, la complessa storia costruita con maestria e senza lasciare alcun buco, la bravura di tutti gli attori, il messaggio profondo che ci vuole lasciare.

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La trama è presto detta: un uomo, chiamato El Profesor, decide di mettere su una squadra per attuare la rapina che pianifica da una vita: chiudersi nella Zecca di Stato spagnola, stampare una quantità inimmaginabile di denaro e riuscire ad andarsene con il malloppo; una rapina che non tolga un euro a nessuno. Per completare questa missione impossibile i rapinatori hanno l’ordine tassativo di seguire alla lettera le istruzioni del Profesor e di non avere nessun tipo di relazione gli uni con gli altri, si chiamano l’un l’altro infatti con nomi di città: Tokyo, Rio, Berlino, Nairobi, Mosca, Denver, Helsinki e Oslo dovranno mettere a segno il più grande colpo di tutti i tempi.

Nel quadro della complessa partita a scacchi tra il Professore e l’ispettore Raquel Murillo, incaricata di risolvere il caso, si svilupperanno le trappole, i colpi di scena e le relazioni tra i rapinatori, combattenti uniti in una lotta per la libertà spesso messa a paragone con le lotte partigiane contro il fascismo.

La libertà dell’essere umano da un sistema economico e bancario che lo sta uccidendo, quando alla fine dei conti, si parla solo di carta da stampare.


 

La Gatta edita, la Gatta aggiunge.

Amore, visto che sei infermo ti va di scrivere qualcosa sulle ultime serie tv che abbiamo visto?

Un’ora dopo

Fammi capire, su 600 parole 450 sono di polemica e il resto su La casa di Carta?

Mi perdoni Fidanzato Claudio se intervengo nel suo post, so già che la pagherò carissima, ma io una cosa la devo dire: guardate La Casa di Carta perché è una cazzo di figata. Com’è ben noto non sono molto brava a recensire, si veda pure l’articolo su Suburra dove la mia prima motivazione per vederlo era l’estetica di Alessandro Borghi. Inoltre c’è da dire che non saprei mai mettere in piedi un discorso sulla fotografia, il montaggio, le cose dei tecnici e Antena 3. Ma apprezzo le cose belle, questo lo so fare. Perciò, ecco a voi la ragione che vi dovrebbe spingere a guardare La Casa di Carta:

Profesor, soy Nairobi. Empieza el matriarcado.

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IZombie VS Santa Clarita Diet: come vi piace il non-morto?

Casualmente, in questo periodo, mi sono chiusa con due serie tv a tema zombie: IZombie e Santa Clarita Diet e mi sono piaciute molto entrambe. Ne parliamo? Parliamone!

IZombie è una serie tv abbastanza datata, la prima stagione l’ho vista nel 2015 – in streaming – quando una mia amica (Ciao Luisa!) mi ha consigliato di guardarla perché la protagonista era Trilly di Once upon a time. Santa Clarita diet invece è più recente (e ha meno stagioni, solo due) esce in Italia nel 2017 su Netflix.

Vediamo subito le differenze!

Gli zombie di IZombie:

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  • Ce ne sono di due tipi, quelli senzienti e quelli completamente rincoglioniti. I primi hanno sentimenti normalissimi.
  • Vengono contagiati inizialmente attraverso della droga tagliata con un ingrediente segreto, successivamente possono contrarre l’infezione attraverso il sangue. La malattia si comporta esattamente come qualsiasi malattia venerea e il virus sembra essere così piccolo da potersi infilare persino nelle trame di un preservativo. Perciò niente sesso interraziale altrimenti si rischia l’infezione.
  • Mangiano di tutto, non hanno problemi con il cibo comune, ma sentono il bisogno di mangiare il cervello umano. Se ciò non dovesse succedere per molte ore, lo zombie senziente si trasformerebbe subito in uno zombie rincoglionito senza reversibilità.
  • Poteri speciali: mangiando un cervello, gli zombie acquisiscono le caratteristiche caratteriali e le conoscenze della persona a cui apparteneva il cervello. Questo permette loro di avere delle visioni che provengono dal defunto e ciò aiuta la protagonista a risolvere casi di omicidio. Non muoiono se non gli si spara alla testa, possono essere congelati e scongelati e in caso di dolore o malessere forte mutano leggermente con tanto di occhi rossi e super forza disumana.
  • Probabilmente possono guarire, ma la cura è sperimentale e al momento non sembra funzionare senza effetti collaterali troppo rischiosi.

Gli zombie di Santa Clarita diet:

Santa Clarita Diet

  • Se ne conosce solo un tipo e sono senzienti, provano sentimenti umani.
  • Vengono contagiati attraverso una varietà di vongole servite in un ristorante. Il virus viene trasmesso in caso di graffio, ma gli zombie possono avere una vita sessuale normalissima.
  • Non mangiano niente che non sia il corpo umano. Quindi possono mangiare tutto ciò che riguardi un cadavere di un uomo, ma non possono assolutamente mangiare altro. Se non mangiano vanno fuori di testa e aggrediscono cadendo in una sorta di follia omicida inconscia. Di questi momenti non hanno memoria.
  • Poteri speciali: sono velocissimi e fortissimi e muoiono solo se colpiti alla testa.
  • Il loro corpo decade, continua a marcire fino alla decomposizione (ma non si sa che succede dopo!). Questo processo può essere fermato attraverso una cura tremenda che prevede della bile umana di nazionalità serba, difficile da ottenere ma non impossibile.

Come ci piacciono gli zombie?

Sinceramente non sono una fanatica, la categoria zombie non è tra le mie preferite. Tuttavia queste due serie TV mi hanno presa un sacco perché sono molto divertenti e fanno un sacco ridere. In Santa Clarita diet, specialmente, viene sottolineato l’aspetto grottesco e demenziale della malattia. I siperietti messi in scena dai personaggi sono spesso molto esilaranti. IZombie riesce a far ridere quanto a commuovere, ma non c’è nulla di tragicamente drammatico, se non qualche scena particolarmente toccante. Cosa vi consiglio? Mah, guardatele entrambe perché ne vale proprio la pena e poi le trovate comodamente su Netflix il che è sempre una bella comodità!

E a voi come piacciono gli zombie?

Suburra: 3 cose che ci sono piaciute un sacco [spoiler free]

Avete visto la serie Netflix Suburra?

“Elì, ti va di vedere Suburra? Lele ne ha parlato bene”

“No, non mi piace il genere”

DUE PUNTATE DOPO

“Clà, mi sono innamorata di Aureliano”

E questo ci porta dritti dritti al primo motivo per il quale vi consiglio di vedere Suburra

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  1. Aureliano è un figo della madonna e Alessandro Borghi è così bravo da mettere paura. Già così dovrei indurvi all’immediata visione della prima serie tv italiana targata Netflix, ma in realtà ci sono altri motivi. Comunque sia, senza buttare in vacca il discorso, Alessandro Borghi è davvero bravissimo. Non lo conoscevo, io non ho visto Suburra il film e non l’ho mai incontrato in nessun film e mi devo esser persa moltissimo. Tralasciamo il fatto che sia bono all’infinito, Borghi è uno di quelli che pure quando sta zitto dice un sacco di cose. Mi piace come si muove, mi piace come cammina, adoro il suo sorriso e amo in maniera spropositata ogni singolo passaggio tra un’espressione e l’altra. Un rapimento sensoriale tale è simile solo a quello che sento per DiCaprio e Christian Bale. Fatevi due conti. Il personaggio è altrettanto interessante, per quanto sia un criminale si finisce per stare dalla sua parte. Aureliano è nato e cresciuto per essere un bandito: ruba, uccide e fa un sacco di impicci. Però ha uno spessore emotivo straordinario, avverte ogni emozione e la vive sempre al massimo. Quando ama, ama fortissimo, quando odia, odia fortissimo, quando si incazza, si incazza fortissimo… e così via. Non è matto, non è uno sprovveduto, non si fa fregare facilmente e sa sempre cosa fare (o quasi). Voglio fare venti bambini e chiamarli tutti Aureliano (?) 
  2. Roma è bellissima e io sono sempre di parte quando se ne parla. Il fatto che questa serie sia ambientata nel luogo in cui vivo mi fa emozionare un sacco. Adoro riconoscere i luoghi in cui io stessa quotidianamente passo, gli autobus che prendo e i negozi che vedo. Aureliano e Spadino si incontrano spesso dietro casa del papà di Fidanzato Claudio, sarà che qualche volta li incontro? L’impressione magica che ho è un po’ questa, ma nel caso si incontrassero due personaggi simili sarebbe meglio darsela a gambe levate. Malavitosi simili possono essere una buona compagnia solo nella fantasia.
  3. I colori e le riprese. E qui ci vorrebbe Fidanzato Claudio per avere una manciata di termini tecnici. Io non so come spiegare in maniera professionale quanto sto per dire, ma proverò a mettere in campo tutta la mia creatività per non appesantirvi. I colori che dipingono Roma, che si utilizzano per dare profondità alle figure umane hanno una capacità incredibile di rapirmi. Sono colori freddi, malinconici, ma allo stesso tempo violenti e decisi. Taglienti. Sottolineano, secondo la loro capacità, tutte le azioni che si svolgono dando a queste un carico di significato molto più spesso rispetto a quello che avrebbe una luce più naturale. Tutto “taglia”: le vicende, gli sguardi, i fatti, i colori, le musiche. Si ha l’impressione di essere sul punto di ferirsi. Io lo trovo fantastico.

E questo è praticamente tutto quello che possiamo dire e raccontare, sapete che ogni nostra recensione – anche se riguarda un prodotto un po’ datato – sarà sempre spoiler free. Vi possiamo però confermare che esistono momenti molto belli, alcuni anche parecchio commoventi e non si esclude che qualche lacrimuccia possa scivolare. Le risate non mancano, così come tutta la serie vi terrà occupati con una buona dose di sanissima tensione. Se l’avete vista e volete condividere con noi i vostri pensieri… lasciateci un commentino qui sotto, anche se sappiamo bene quanto i nostri lettori siano sempre un sacco prigri!

 

 

The Crown, alla gatta piacciono i Reali

… che bello, faccio incursione nella sezione che di solito spetta a Fidanzato Claudio, ma lui non segue The Crown e io ve ne voglio parlare!

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Vado matta per la Corona d’Inghilterra, mi piace un sacco. Da sempre sono una fanatica di tutto ciò che accade a Buckingham Palace e seguo ogni cosa esca che si ricolleghi alla famiglia reale che amo di più al mondo. Solo una precisazione, il mio “essere innamorata” della Corona d’Inghilterra non è un fatto politico, sia chiaro, sono tra le più critiche quando si parla di Elisabetta e compagnia cantante. Il fatto è che non amo il gossip, ma adoro l’antichità e l’applicazione odierna di assurdi protocolli. Mi piace vederli e li adoro come si possono adorare delle bestioline simpatiche che fanno cose. Sì, ma forse non avrei dovuto dirla così. Fa niente, questo è il mio blog e sul mio blog… lo sapete bene, faccio quello che mi pare.

Torniamo a The Crown che è meglio. Ecco a voi cinque motivi per guardare le due stagioni su Netflix.

  1. The Crown è la storia della nascita e della crescita di un potere del tutto femminile. Proprio così, dopo la morte di Giorgio (e non è uno spoiler santamadonna) tutto viene centrato su Elisabetta la quale vive il suo essere regina come un dovere gravoso che la costringe, piano piano, a silenziare qualsiasi tipo di emozione umana. Da ragazza sorridente che prova empatia quando deve limitare le libertà della sorella esuberante, a donna affermata che non versa nemmeno mezza lacrima nemmeno davanti alla derisione di tutto il suo popolo.
  2. Un cast bellissimo.  Claire Foy, Elisabetta, Matt Smith, Filippo e Vanessa Kirby, Margaret, assomigliano davvero ai personaggi che interpretano. Non è solo una questione di aspetto, ma di uno studio certosino dei movimenti e delle espressioni facciali. In particolare credo che Matt Smith abbia davvero superato se stesso: ci sono momenti in cui è davvero difficile non perdere di vista l’attore in favore del personaggio. Movimenti, sguardi, tono di voce e sorrisi sono in tutti e tre i casi assolutamente fedeli alle persone di riferimento. Persino John Lithgow, che non somiglia fisicamente a Winston Churchill, finisce per interpretare fedelmente il grande statista.
  3. I costumi. Un minuto di silenzio per i vestiti facciamolo. Ogni puntata è una scoperta, lo studio dei costumi soddisfa pienamente occhi famelici come i miei. Gli abiti formali, gli abiti informali, gli anni che passano… niente, assolutamente niente viene lasciato al caso e la maggior parte dei vestiti formali sono riproduzioni fedeli di quelli veri utilizzati dalla regina. Io, personalmente, divento matta. Margaret, soprattutto, è la mia eroina fashion: mi piacerebbe tantissimo avere l’eleganza necessaria per copiare spudoratamente il suo fantastico look dopo il matrimonio con il celebre fotografo (no, nemmeno questo è uno spoiler!)
  4. Il lato umano dei Reali viene sbattuto impietosamente sullo schermo. Proprio così, nessuna pietà. Ogni gossip, ogni voce di corridoio, ogni fatto più o meno accreditato viene messo in scena come se fosse assolutamente vero. I personaggi reagiscono sempre con un’immensa umanità, come fossero persone normali di una famiglia normale. Praticamente tutto l’opposto di ciò che siamo abituati a vedere o a percepire dai media quando ci viene propinata una qualsiasi notizia di Buckingham Palace. Come se ci fosse data la possibilità di spiare senza pudore il dietro le quinte di una famiglia che normalmente studia ogni singolo gesto che viene sottoposto al pubblico. Bellissimo, stupendo, un lato B imperdibile.
  5. Non è fiction, è storia. Fatta eccezione per qualche dialogo ovviamente romanzato e per qualche avvenimento volontariamente accentuato in alcuni dettagli di invenzione, tutto quello che accade è vero. E io adoro questa cosa, perché sono da sempre una grande lettrice di romanzi storici. Insomma, se amate il genere non potete assolutamente perdervi la serie.

Detto ciò io spero di avervi convinti a dare una possibilità a questa serie TV, ma allo stesso tempo spero di conoscere presto i vostri motivi per adorare The Crown. Io sto già impazzendo nell’attesa della prossima stagione, ma lo sapete che questa serie tv è costosissima? Buon Dio, questa cosa la rende ancora più bella!

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Death Note. Peggio di così, solo Netflix

Non mi piacciono i fumetti e i cartoni animati giapponesi. L’idea di partire così con questo articolo era troppo allettante per non metterla in pratica.


“Ma si chiamano manga e anime, ignorante! E poi sono bellissimi, hanno le storie i personaggi la psicologia l’amore i mostri i buoni i cattivi bene e male che si intrecciano e…”


Certo, certo, chiaro. La cultura giapponese, il sushi, i ciliegi che sbocciano, i samurai, le katane, sono tutte cose che affascinano, io stesso da bambino guardavo Ramma ½ o i Pokemòn, e ho persino letto qualche fumetto…


“si chiamano manga!”


E allora! Dicevo, ho letto qualche fumetto di Dragonball o Kurochan; senza contare il fatto che la mia prima cotta da bambino me la sono presa per Lana, la bambina che parlava ai gabbiani nel cartone animato…


“anime!”


Cartone animato Conan – Il ragazzo del futuro di Hayao Miyazaki.
Però poi, crescendo, i prodotti animati giapponesi mi sono piaciuti via via sempre di meno, sia dal punto di vista tecnico che da quello del semplice intrattenimento. Storie lunghe e inutilmente intricate, animazioni minimali che muovono solo chi sta eseguendo un’azione tenendo gli altri congelati in pose innaturali, e poi un continuo mescolarsi di cultura pop tra orientale e occidentale, degli ibridi quasi peggiori del centrosinistra italiano. Continuo a essere fermamente convinto che i cartoni animati e i fumetti giapponesi siano pensati in partenza per la grande distribuzione, per il monopolio mondiale dell’intrattenimento animato, come la Canon per le macchine fotografiche o la Yamaha per le moto.


“Ma non devi parlare di Death Note?”


Sì, ci sto arrivando. Questa introduzione però mi serviva per spiegare il motivo per cui, quando ieri sera La gatta che ci cova mi ha detto “Ehi, guardiamo il film di Death Note su Netflix?” io sapevo due cose: la prima, che c’entrava un quaderno dove uno può scrivere un nome e quello muore; la seconda, che con tutta probabilità dopo dieci minuti dall’inizio del film avrei sentito un coro di sdegno levarsi dalle fila dei giappomink degli appassionati del fumetto e/o del cartone animato. Alla fine, c’ho quasi preso con tutte e due le supposizioni.

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Procediamo per gradi, però. Andando sull’Internet Movie Database, alla sezione Plot di Death Note (2017), troviamo il soggetto descritto dalla Warner Bros, la casa che ha distribuito il titolo in Giappone -che gentilmente traduco dall’inglese: “Light Turner, uno studente brillante, incappa in un quaderno magico che ha il potere di uccidere qualunque persona di cui lui scriva il nome. Light decide di lanciare una crociata segreta per pulire le strade dai criminali. Presto, lo studente-vigilante si trova perseguito da un Famoso detective conosciuto solo con lo pseudonimo L”. Ecco, il fatto è che leggendo queste poche righe si potrebbe pure pensare che la trama sia relativamente fedele al fumetto da cui è tratto ma…no.

Intendiamoci, io sono uno di quelli che non ha particolare interesse nel fatto che un film sia più o meno identico all’opera originaria da cui è tratto, non ritengo che questa sia una qualità assoluta in un prodotto cinematografico. Altrimenti, capolavori come Shining di Kubrick dovrebbero essere accusati di essere pessime riduzioni di altrettanto capolavori come quello letterario firmato King.
Tutto sta in quello che chi concepisce il film vuole trasmettere, quale aspetto dell’opera originaria lo ha colpito maggiormente e vuole proporre, e non solo attraverso la storia in sé, ma anche con tutto quello di cui un film è composto: fotografia, recitazione, scenografie, montaggio. Se si chiedesse a dieci registi diversi di girare la riduzione cinematografica di un racconto, uscirebbero dieci film totalmente diversi. Figuriamoci cosa può succede se si dà agli autori la legittima libertà di manipolare i testi!

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Death Note non presenta molte differenze con la trama del fumetto e del cartone, che ho iniziato a vedere. La cosa particolare è che, però, le differenze non sono solo in quello che accade: Light trova il quaderno a scuola, conosce Ryuk, il demone possessore del quaderno, lo usa per uccidere i cattivi, un ragazzo geniale e un po’ disadattato che si fa chiamare L gli dà la caccia. A dirla così, nessuno saprebbe capire se sto parlando del film o del fumetto.  E il nocciolo della questione è tutto qui. Sembra che chi abbia ideato questo film, si sia limitato a leggere la trama dei fumetti su internet, o se la sia fatta raccontare da un amico, perché quello che ne esce è un qualcosa di piatto, con personaggi tra il banale e il campato per aria, cose che capitano senza motivazione (chi è Ryuk? Perché è comparso in America? Perché il film è ambientato in America? Perché il Death Note è caduto sulla Terra? Era proprio necessario vedere questo film?), per non parlare di una fotografia banale, di un montaggio di quelli che ti insegna il tutorial di Movie Maker, e degli attori che mi hanno fatto rimpiangere non aver mai visto Il Segreto.

A me piace dare sempre una possibilità ai film con soggetto non originale, perché portano in sé un ventaglio di possibilità così ampio da rasentare l’infinito. Tenendo come esempio Death Note, c’erano almeno due operazioni che potevano essere eseguite: la prima è quella che io chiamo alla Frank Miller, cioè tentare di utilizzare i mezzi cinematografici per rendere al meglio storie e atmosfere del fumetto, che finisce quasi per diventare uno storyboard del film; in questo caso, lo sforzo dell’opera cinematografica avrebbe dovuto essere orientato alla riproduzione più fedele possibile, ambientando l’opera in Giappone, con attori giapponesi, e tentando di dare un taglio fotografico che richiamasse le vignette del manga. La seconda possibilità invece è più coraggiosa, ed è quella che chiamo alla Dark Knight; in questo caso, il prodotto cinematografico assume una dignità autonoma, che può trarre spunto da un personaggio o da un fumetto, ma è l’opera di maestranze che hanno lavorato seguendo un’idea diversa, un’estetica personale: non esiste un fumetto in particolare al quale la trilogia di Nolan si sia ispirato, ma chi mai direbbe che non ci sono Batman, Spaventapasseri, Joker, e tutti gli altri? Infine, ci sono tutte le vie di mezzo che passano tra questi due estremi: 300, per citarne uno, ma anche American Gods la serie tv tratta dal romanzo di Gaiman, i prodotti della Marvel Cinematic Universe e così via.

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Nel caso di Death Note, invece, si è voluto prendere gli elementi principali della trama, i nomi e i ruoli dei personaggi opportunamente modificati, e trapiantare il tutto in un’anonima Seattle, per rendere il tutto più vendibile agli utenti di Netflix. Il problema è che, in questa maniera, si è arrivati a un’opera senza radici e senza corpo, qualcosa che appena vista, viene (se si è fortunati) dimenticata.

Una serie di sfortunati eventi

|SPOILER FREE|

scritto da Fidanzato Claudio

Era un po’ che da queste parti non si parlava di serie Tv, così abbiamo deciso di riprendere l’argomento. Mettendo da parte American Gods che continua ad affascinarmi e ancora sto esultando per la produzione della seconda stagione, tralasciando Game of Thrones che è ricominciato più fomentante che mai, io e la gatta abbiamo cominciato a guardare con incredibile godimento una serie firmata Netflix, una serie con uno spettacolare Neil Patrick Harris, una serie… di sfortunati eventi.

Forse qualcuno di voi, come me, avrà letto uno, due o magari tutti i libri della serie scritta da Lemony Snicket che vi rivelo – e giuro, l’ho scoperto or ora – essere un personaggio inventato dalla penna di Daniel Handler, il reale scrittore.
Senza fare spoiler, la trama tanto dei libri quanto della serie (e in parte anche della riduzione cinematografica meno fedele di Brad Silberling) racconta le peripezie dei fratelli Baudelaire (Violet, Klaus e Sunny) alla ricerca di una nuova famiglia e in fuga dal malvagio attore Conte Olaf, che vuole accaparrarsi il patrimonio lasciato in eredità dai genitori ai ragazzi, morti in un incendio sospetto.

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La serie secondo me è molto ben scritta, in grado di soddisfare sia i lettori più appassionati sia chi non ha mai aperto nessuno dei libri, obiettivo non facile e pienamente raggiunto grazie a una collaborazione che vede, tra gli altri, Mark Hudis e lo stesso Daniel Handler, rispettivamente come sviluppatore e produttore esecutivo.

Per quanto riguarda l’atmosfera generale della serie, sono due gli aspetti che secondo me meritano più di tutti una particolare attenzione: lo sfondamento della quarta parete fino ad arrivare a un vero e proprio caso di metaserie, con testo e attori che parlano di sé stessi entrando e uscendo dallo schermo; il cinismo e l’ironia tipici della black commedy, grazie ai quali si arriva tanto a sorridere quanto a ridere senza ritegno davanti alle sventure dei fratelli Baudelaire e di tutti i personaggi della vicenda.
Già a partire dalla sigla Non guardare in cui si consiglia con una piacevole canzoncina di cambiare canale si capisce quanto il tutto possa essere surreale, così come tutte le volte che il nostro Lemony Snicket si rivolgerà a noi spettatori, con commenti più o meno pertinenti sulla vicenda.

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Una menzione speciale la merita senz’altro Neil Patrick Harris, conosciuto ai più per il suo ruolo di Barney in How I Met Your Mother, e stavolta impegnato nelle vesti del malefico e stravagante attore Conte Olaf, antagonista della vicenda e personaggio per nulla facile da gestire con tutti i suoi camuffamenti, la sua cattiveria e il suo essere incredibilmente comico.
Senza nulla togliere a uno dei mie attori preferiti, che aveva lo stesso ruolo nel lungometraggio già citato, vuoi per il maggiore spazio concesso, vuoi per la presenza dello scrittore nell’organico della serie, Neil batte Jim Carrey, portandosi a casa la vittoria su un confronto veramente difficile da sostenere.

Per concludere, questa serie ci sta piacendo molto, scorre fluentemente senza essere frenetica ma, almeno a noi, rende molto difficile staccare gli occhi dallo schermo per riprendere la nostra vita reale. E se voi vorrete avvicinarvi a una serie che, per citare Sonia Saraiya di Variety “potrebbe benissimo essere il risultato di ciò che accadrebbe se Wes Anderson e Tim Burton decidessero di fare una serie televisiva insieme”, questa potrebbe fare al caso vostro!