Libri

Roberta Bianchessi: Il custode dei pozzi maledetti

Recensione di Claudio Ciccone

Il fantasy è un genere infame, diciamoci la verità. Non solo i giovani scrittori, ma anche i giovani lettori almeno una volta nella vita hanno letto un romanzo, una trilogia o una saga fantasy. Ed è normale che per molti di noi le nostre letture ambientati in mondi, universi, tempi lontani dai nostri abbiano contribuito a costruire la nostra, appunto, fantasia.

Personalmente non so se sarei diventato il lettore che sono oggi se non avessi incontrato autori come J.R.R. Tolkien, Robert E. Howard, Terry Pratchett, Philip Pullman o anche J.K. Rowling.

Nel corso del tempo, tuttavia, ho letto cose che avrei preferito non deludessero in maniera così dolorosa le mie aspettative (Cristopher Paolini, se mi stai leggendo, sappi che un giorno ti troverò e ti farò ingoiare pagina per pagina il tuo ciclo dell’Eredità) ma che mi hanno insegnato che alle volte, una buona idea può rivelarsi meno prolifica del previsto, col rischio di diventare ripetitiva (non per citare le Cronache del Mondo Emerso, ma le Cronache del Mondo Emerso sono un ottimo esempio) oppure poco originale diventando il racconto di una campagna D&D (il gioco di ruolo in cui un Master racconta una storia e i giocatori, impersonando i personaggi che si sono inventati, la interpretano facendo scelte, combattendo, usando dadi e abilità).

Questo perché, come ho già detto, il fantasy è un genere infame. Tutti sono attratti dall’idea di dare forma al proprio mondo fatto di castelli, fate, elfi e orchi, ma altra faccenda è creare qualcosa che non puzzi di già letto.

Eppure, ogni volta che ho tra le mani un libro di questo genere mi ci avvicino sempre con quell’incanto che avevo da bambino, quando per la prima volta leggevo di Aragorn e Frodo, Gandalf e Gimli (Legolas no, perché Elfi boia solo noia). E per quanto ad oggi abbia letto libri di ogni tipo e sia diventato sicuramente più vecchio e noioso preferendo i saggi ai romanzi, leggere un fantasy è un’attività che mi genera emozioni che nient’altro riesce a trasmettermi.

È con queste premesse che mi sono avvicinato al nuovo libro di Roberta Bianchessi “Il Custode dei Pozzi Maledetti”: una lettura impegnativa, nonostante le sue 185 pagine Glossario e Ringraziamenti compresi, che mi ha invogliato a scrivere questo blog post.

Copertina libro: il custode dei pozzi maledetti

Roberta si è inventata un mondo che mi ha spiazzato, un universo al quale mi sono dovuto affacciare senza l’aiuto di alcuna esperienza precedente, ed è stata una sfida divertente rimettere insieme i pezzi per ricostruire il mosaico e tentare di avere un’idea più chiara di cosa stesse succedendo.

Perché Il Custode dei Pozzi Maledetti ha un intreccio frammentato come il mondo in cui è ambientato, lo spazio-tempo è ricombinato così che il lettore, come i Custodi del romanzo, è sbalzato avanti e indietro lungo la linea temporale in salti di cui all’inizio non è facile capire la natura, o il senso.

L’idea che ho avuto leggendo le pagine di questo libro è stata quella di una pellicola smontata scena per scena, mescolata, e infine rimontata in modo che solo alla fine del libro si possa avere un’idea chiara, o almeno meno parziale, della situazione generale.

Una scelta audace, quella di Roberta, che tuttavia in certi punti ha rischiato di frustrarmi, obbligato a farmi trasportare dal susseguirsi delle righe senza essere davvero in grado di ricreare sotto forma di immagini mentali quanto stavo leggendo. Ciò che è normale per i personaggi del libro è assolutamente anormale per me, che ancora sto qui domandandomi come effettivamente siano fatte le Guardie del Fondo.

Quello che invece mi è piaciuto molto è stato trovarmi molto vicino ai personaggi di cui si raccontano le azioni, sì, ma soprattutto i sentimenti, le passioni. Quando Roberta si avvicina alla rettile Lussy (la scena nella capanna l’ho trovata perfettamente equilibrata nella rudezza della narrazione e nella descrizione dei suoi sentimenti), al felino Astaroth e al mutaforma Nihls sono riuscito a vedere quello che vedevano loro, sentire i loro pensieri.

Sono stato molto contento di leggere questo libro, mi ci ero avvicinato con l’idea di passare qualche ora con una lettura leggera e invece mi sono ritrovato a partecipare alla costruzione di un qualcosa di nuovo, con grande entusiasmo, nonostante la difficoltà nello sbrogliare alcune scene più movimentate (ho faticato a capire le dinamiche di diversi “combattimenti”) e il dispiacere nel constatare che la conclusione del libro non porta a una chiusura del cerchio aperta nel prologo, rendendolo meno conclusivo di quanto non siamo abituati quando si apre un ciclo fantasy, in cui il finale contiene tanto la fine della trama principale quanto l’apertura delle trame da portare avanti nei libri successivi (la Compagnia dell’Anello che si scioglie ma la missione da portare avanti, Ned Stark decapitato ma le conseguenze dei segreti rivelati, e così via).

È un libro che merita di essere letto, e che si può comprare qui.

E voi? Siete lettori di Fantasy? Qual è quel romanzo, o quella saga, che più ha contribuito a costruire la vostra immaginazione? Quale non avreste mai voluto leggere?

Libri

La marchesa di O…

Die Marquise von O…
H. von Kleist (Francoforte sull’Oden, 18/10/1777 – Berlino, 21/11/1811)

Di Arianna Cingolani


COLONNA SONORA: Piano Sonata n.8 in C minor, “Pathétique” – L. van Beethoven (consigliata l’esecuzione di M. Pollini)

La marchesa di O…

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Non è facile inserire Kleist in una corrente letteraria precisa, come del resto non lo è inquadrare le sue opere. Precursore del tardo Romanticismo alla Hoffmann, in cui gli elementi magici si mescolano alla realtà, patriottico, eppure profondamente legato ai classici, come dimostrano le sue opere teatrali, Heinrich von Kleist ha vissuto intensamente in un periodo di sconvolgimenti per il mondo, quando la stella di Napoleone sembrava destinata a brillare incontrastata (il racconto è del 1808). Perennemente volto al raggiungimento di una felicità ideale, di una pace impedita dalla febbrile ricerca della stessa, diventa l’esempio del giovane Romantico che sente ogni contraddizione del suo tempo, e allo stesso tempo un unicum per la rielaborazione interiore di tali percezioni.

Vista la breve durata della sua vita, non si possono annoverare nella sua produzione un numero elevato di opere, ma quelle a nostra disposizione sono lo specchio di un animo tormentato, inquieto, profondamente dilaniato tra il mondo reale della morale borghese e nobiliare, e quello interiore, delle emozioni profonde.
La scelta di questo breve brano non è casuale, in quanto è l’esempio più luminoso, secondo me, non solo delle capacità stilistiche, quasi neoclassiche nella cura e nell’eleganza compositiva, ma anche di quel sentire sofferto che serpeggia in tutta l’opera di Kleist.

Il racconto è piuttosto breve, una quarantina di pagine che scorrono via con una fluidità lontana dalla pesantezza di alcuni testi Romantici, in cui a volte l’eleganza formale viene sacrificata per far spazio ad una libertà compositiva che non sempre risulta adeguata al messaggio da trasmettere.
Non è questo il caso.

La storia si apre in modo bizzarro (per quanto l’idea fosse stata presa da un evento contemporaneo allo scrittore): una donna, la marchesa di O, pubblica un annuncio sul giornale per ricercare il padre del figlio che sta aspettando.
Segue un lungo flashback, che inizia durante un assalto ad un castello dell’Italia settentrionale ad opera delle forze russe. A questo proposito, l’autore non identifica mai gli schieramenti o le motivazioni, quasi fosse qualcosa al di fuori del tempo e dello spazio, un microcosmo concentrato soltanto in pochi posti definiti e pressoché staccati dal mondo concreto. Un sogno, o un incubo quasi, in cui gli avvenimenti si susseguono all’apparenza in maniera scollegata per tutto quanto il testo, salvo voi trovare un ordine nel finale.

Parlo di sogno, perché a partire da questo attacco, in cui la marchesa di O… viene salvata da uno stupro dal conte russo F…, ufficiale dell’esercito, tutto è in bilico tra la realtà e un mondo “oltre”, che cozza profondamente con quello materiale, ma che non per questo è meno reale. Non mi riferisco a chissà quale spiritualità, del tutto assente in questo racconto (altro elemento che lo distingue da testi coevi), ma a qualcosa di più forte e profondo, che può spazzare via ogni regola imposta; quella forza della mente e dello spirito che regola la vita umana, a prescindere da ogni altra imposizione o impalcatura razionale.
E’ questo il punto del racconto.

Mano a mano che gli eventi si susseguono, che la realtà rende evidente la gravidanza della marchesa di O…, che le reazioni del padre e del mondo si adeguano a schemi prestabiliti, la protagonista rimane sempre più fedele a sé stessa, esempio di purezza al di fuori dalla morale, fragile nella sua condizione fisica di donna vedova incinta e non sposata, eppure invincibile nella convinzione di non aver consumato nessun rapporto sessuale che possa giustificare il suo stato interessante. E mai, nemmeno per un momento, se ci si immerge nella lettura, si dubita della sua sincerità, del fatto che la sua proclamazione d’innocenza non sia una scusa. Probabilmente è proprio da questa autoconsapevolezza, da questo candore d’anima, che la marchesa trova la forza di avere la sua indipendenza, di affrancarsi senza rumore dal padre e dalla famiglia senza alcun rimpianto, ma nemmeno con risentimento. Una donna che è disposta a pagare il prezzo della fedeltà a sé stessa e alla propria innocenza, sia esso il dover rinunciare alla propria famiglia, o dover sposare, prendendosi le proprie responsabilità nonostante tutto, colui che l’ha stuprata, a prescindere dal suo ceto. Non una favola, per quanto in alcuni tratti possa sembrarlo, ma quasi la biografia di una donna che nella sua purezza d’intenti resta irrimediabilmente innocente nonostante tutte le maldicenze o le evidenze del reale; perché essa stessa innocente e strenuamente fedele a sé stessa lo è rimasta nello spirito.
Nemmeno quando il conte F… si presenta per sposarla in tutta fretta, a più riprese nel racconto, lei pensa ad un suo coinvolgimento, proprio per il sentirsi estranea alla faccenda, come se in fondo lei appartenesse solo a sé stessa, in un rifiuto di qualsiasi violenza proveniente dall’esterno e dalle contingenze.

Il lettore intuisce che il conte possa avere a che fare con la gravidanza della marchesa, per cui l’epilogo non stupirà certo nessuno. Eppure, l’originalità di Kleist non sta, ancora una volta, negli avvenimenti, ma nei comportamenti.

Senza spoilerare quello che, per me, è il VERO finale del racconto, posso però anticipare che grazie all’ultima pagina tutto prende senso. Ogni nodo viene nascosto viene disciolto, ogni motivazione compresa, seppur niente venga chiarito in maniera volgarmente evidente. E’ richiesto lo stesso animo della marchesa per comprenderne le ragioni e vedere i meccanismi psicologici dietro al racconto.

E ci si renderà conto, quasi, che Kleist ha anticipato concetti che sarebbero stati affrontati solo anni più tardi dalla psicanalisi; in maniera, ovviamente, meno chiara dei suoi successori, ma sicuramente con una sensibilità e un’apertura emotiva totale e quasi rivoluzionaria verso un mondo che impone all’essere umano e, nello specifico, alla donna, di accettare ogni violenza soltanto perché socialmente riconosciuta come normale e conveniente.

Credo che queste siano le ragioni che rendono questo racconto una pietra miliare non solo della letteratura, ma anche della propria crescita personale.
Ora, come allora.


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Topo da biblioteca a cui ogni tanto prendono i cinque minuti e se ne va in giro per il mondo zaino in spalla, ma senza scordare che organizzazione is the way. Idealismo e fastidio. Where classica and metal unite. MOTTO: NO. ALLINEAMENTO: Legale Buono BACCHETTA: Legno di Pioppo, nucleo di Crine di unicorno, lunghezza di 10 pollici e 3/4

Serie Tv e Film

Death Note. Peggio di così, solo Netflix

Non mi piacciono i fumetti e i cartoni animati giapponesi. L’idea di partire così con questo articolo era troppo allettante per non metterla in pratica.


“Ma si chiamano manga e anime, ignorante! E poi sono bellissimi, hanno le storie i personaggi la psicologia l’amore i mostri i buoni i cattivi bene e male che si intrecciano e…”


Certo, certo, chiaro. La cultura giapponese, il sushi, i ciliegi che sbocciano, i samurai, le katane, sono tutte cose che affascinano, io stesso da bambino guardavo Ramma ½ o i Pokemòn, e ho persino letto qualche fumetto…


“si chiamano manga!”


E allora! Dicevo, ho letto qualche fumetto di Dragonball o Kurochan; senza contare il fatto che la mia prima cotta da bambino me la sono presa per Lana, la bambina che parlava ai gabbiani nel cartone animato…


“anime!”


Cartone animato Conan – Il ragazzo del futuro di Hayao Miyazaki.
Però poi, crescendo, i prodotti animati giapponesi mi sono piaciuti via via sempre di meno, sia dal punto di vista tecnico che da quello del semplice intrattenimento. Storie lunghe e inutilmente intricate, animazioni minimali che muovono solo chi sta eseguendo un’azione tenendo gli altri congelati in pose innaturali, e poi un continuo mescolarsi di cultura pop tra orientale e occidentale, degli ibridi quasi peggiori del centrosinistra italiano. Continuo a essere fermamente convinto che i cartoni animati e i fumetti giapponesi siano pensati in partenza per la grande distribuzione, per il monopolio mondiale dell’intrattenimento animato, come la Canon per le macchine fotografiche o la Yamaha per le moto.


“Ma non devi parlare di Death Note?”


Sì, ci sto arrivando. Questa introduzione però mi serviva per spiegare il motivo per cui, quando ieri sera La gatta che ci cova mi ha detto “Ehi, guardiamo il film di Death Note su Netflix?” io sapevo due cose: la prima, che c’entrava un quaderno dove uno può scrivere un nome e quello muore; la seconda, che con tutta probabilità dopo dieci minuti dall’inizio del film avrei sentito un coro di sdegno levarsi dalle fila dei giappomink degli appassionati del fumetto e/o del cartone animato. Alla fine, c’ho quasi preso con tutte e due le supposizioni.

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Procediamo per gradi, però. Andando sull’Internet Movie Database, alla sezione Plot di Death Note (2017), troviamo il soggetto descritto dalla Warner Bros, la casa che ha distribuito il titolo in Giappone -che gentilmente traduco dall’inglese: “Light Turner, uno studente brillante, incappa in un quaderno magico che ha il potere di uccidere qualunque persona di cui lui scriva il nome. Light decide di lanciare una crociata segreta per pulire le strade dai criminali. Presto, lo studente-vigilante si trova perseguito da un Famoso detective conosciuto solo con lo pseudonimo L”. Ecco, il fatto è che leggendo queste poche righe si potrebbe pure pensare che la trama sia relativamente fedele al fumetto da cui è tratto ma…no.

Intendiamoci, io sono uno di quelli che non ha particolare interesse nel fatto che un film sia più o meno identico all’opera originaria da cui è tratto, non ritengo che questa sia una qualità assoluta in un prodotto cinematografico. Altrimenti, capolavori come Shining di Kubrick dovrebbero essere accusati di essere pessime riduzioni di altrettanto capolavori come quello letterario firmato King.
Tutto sta in quello che chi concepisce il film vuole trasmettere, quale aspetto dell’opera originaria lo ha colpito maggiormente e vuole proporre, e non solo attraverso la storia in sé, ma anche con tutto quello di cui un film è composto: fotografia, recitazione, scenografie, montaggio. Se si chiedesse a dieci registi diversi di girare la riduzione cinematografica di un racconto, uscirebbero dieci film totalmente diversi. Figuriamoci cosa può succede se si dà agli autori la legittima libertà di manipolare i testi!

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Death Note non presenta molte differenze con la trama del fumetto e del cartone, che ho iniziato a vedere. La cosa particolare è che, però, le differenze non sono solo in quello che accade: Light trova il quaderno a scuola, conosce Ryuk, il demone possessore del quaderno, lo usa per uccidere i cattivi, un ragazzo geniale e un po’ disadattato che si fa chiamare L gli dà la caccia. A dirla così, nessuno saprebbe capire se sto parlando del film o del fumetto.  E il nocciolo della questione è tutto qui. Sembra che chi abbia ideato questo film, si sia limitato a leggere la trama dei fumetti su internet, o se la sia fatta raccontare da un amico, perché quello che ne esce è un qualcosa di piatto, con personaggi tra il banale e il campato per aria, cose che capitano senza motivazione (chi è Ryuk? Perché è comparso in America? Perché il film è ambientato in America? Perché il Death Note è caduto sulla Terra? Era proprio necessario vedere questo film?), per non parlare di una fotografia banale, di un montaggio di quelli che ti insegna il tutorial di Movie Maker, e degli attori che mi hanno fatto rimpiangere non aver mai visto Il Segreto.

A me piace dare sempre una possibilità ai film con soggetto non originale, perché portano in sé un ventaglio di possibilità così ampio da rasentare l’infinito. Tenendo come esempio Death Note, c’erano almeno due operazioni che potevano essere eseguite: la prima è quella che io chiamo alla Frank Miller, cioè tentare di utilizzare i mezzi cinematografici per rendere al meglio storie e atmosfere del fumetto, che finisce quasi per diventare uno storyboard del film; in questo caso, lo sforzo dell’opera cinematografica avrebbe dovuto essere orientato alla riproduzione più fedele possibile, ambientando l’opera in Giappone, con attori giapponesi, e tentando di dare un taglio fotografico che richiamasse le vignette del manga. La seconda possibilità invece è più coraggiosa, ed è quella che chiamo alla Dark Knight; in questo caso, il prodotto cinematografico assume una dignità autonoma, che può trarre spunto da un personaggio o da un fumetto, ma è l’opera di maestranze che hanno lavorato seguendo un’idea diversa, un’estetica personale: non esiste un fumetto in particolare al quale la trilogia di Nolan si sia ispirato, ma chi mai direbbe che non ci sono Batman, Spaventapasseri, Joker, e tutti gli altri? Infine, ci sono tutte le vie di mezzo che passano tra questi due estremi: 300, per citarne uno, ma anche American Gods la serie tv tratta dal romanzo di Gaiman, i prodotti della Marvel Cinematic Universe e così via.

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Nel caso di Death Note, invece, si è voluto prendere gli elementi principali della trama, i nomi e i ruoli dei personaggi opportunamente modificati, e trapiantare il tutto in un’anonima Seattle, per rendere il tutto più vendibile agli utenti di Netflix. Il problema è che, in questa maniera, si è arrivati a un’opera senza radici e senza corpo, qualcosa che appena vista, viene (se si è fortunati) dimenticata.

Serie Tv e Film

Kleenex and popcorn: Anne with an E

||SPOILER FREE||

Il 12 maggio Netflix ha deciso di distribuire a noi poveri malati di serie tv la storia (tristissima e mainagioiosa) di Anna Shirley. Io non ho letto il libro: quando ero piccola papà era troppo impegnato a farmi piangere con Cuore, poi sono diventata grande e ho pensato che per distruggermi l’anima bastasse David Copperfield.

Però, come tutti i bravi bambini che alle sette prendevano il pulmino sotto casa, anche io guardavo i cartoni animati mentre facevo colazione. Anna dai capelli rossi era uno di questi, assieme ad Heidi. La giornata insomma partiva benissimo: orfani come se piovessero, maltrattamenti, umiliazioni e gioie nemmeno col binocolo, però mi incoraggiava molto l’ottimismo con il quale queste eroine affrontavano la loro vita (di merda). Papà mi sgridava sempre quando mi pescava a guardare i cartoni animati giapponesi, primo perché stavano sulla Mediaset (che all’epoca ancora si chiamava Fininvest/Biscione) che a casa mia era megavietatissima, secondo perché secondo la sua opinione erano cartoni animati scadenti, con disegni bruttissimi dove tutto era sempre fermo. 

ann-with-e-1Dopo avervi offerto questo spaccato d’infanzia personale ambientato tra biscotti Plasmon e Pan di Stelle (le Gocciole ancora non erano state inventate), tocca arrivare al punto e parlare veramente della serie tv canadese approdata su Netflix in questi giorni.

Sono a metà, non l’ho ancora conclusa, ma la storia viene rispettata perfettamente e non ci sono variazioni di programma. Anna è esattamente quella che deve essere: una ragazzina di 13 anni, con i capelli rossi, le lentiggini, tutta ginocchia e dentoni. Amybeth McNulty è assolutamente perfetta. A parte che secondo me è bravissima, ma tolto questo, è proprio Anna. Non hanno cercato di fare la solita bambina bellina acconciata male, no: hanno scelto un’attrice bruttina, per fare la parte della bruttina. Quindi niente effetto Anne Hathaway in Pretty Princess dove lei viene imbruttita all’inizio per poi uscire megagnocca alla fine. Grazie al cazzo, facile così. 

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Particolarmente gustoso è l’attore che interpreta Matthew Cuthbert, anche in questo caso ci si ritrova davanti esattamente quello che ci si aspetta: un uomo taciturno che parla per silenzi, sguardi e mezzi sorrisi. Hanno scelto un interprete con una mimica facciale importante, per questo riesce benissimo anche se non apre bocca spesso. Promosso anche R.H. Thomson, quindi. Promossa anche Marilla, Geraldine James, forse fra tutti la faccia più conosciuta al cinema. Promossa perché sa fare Marilla, ecco. Freddina, un po’ burbera, educata, ma allo stesso tempo sgraziata e poco empatica. Forse il personaggio che cambia di più dall’inizio alla fine, progredisce con coerenza e con pazienza, senza fretta.

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Il quadretto, insomma, non delude proprio per niente. I tre personaggi non sono stati modificati di una virgola e si avvertono familiari dal principio. La cosa carina, la cosa diversa, diciamo “la novità“, di questa serie tv rispetto alle precedenti rappresentazioni della storia è che finalmente Anna acquista una pienezza di caratterizzazione che è sempre sfuggita. In diversi momenti abbiamo delle finestre sul passato della ragazzina, flashback che ci permettono di contestualizzare i suoi bizzarri comportamenti. Così, in questo modo, Anna non è solamente una tizia strana con una fervida immaginazione che parla da sola, ma diventa il risultato di una serie di esperienze pregresse e di ambienti vissuti. 

Schermata-2017-05-14-alle-16.16.39-1024x640Conosciamo così le ingiustizie subite nell’istituto per orfani e le difficoltà patite mentre era al servizio di una famiglia:  tutte esperienze che effettivamente danno un senso al suo essere così dissociata dalla realtà, caratterizzando questo atteggiamento come un sistema di difesa verso il  mondo che l’ha trattata sempre male. Psicologia da supermercato, ma un sacco funzionale. 

Poi, se volete sapere tutte quelle cose da cinefili seri (fotografia, montaggio …) non posso aiutarvi più di tanto, anche volendo mi esprimo davvero male in materia. Però se riuscite a tradurmi due o tre cose le posso dire: i paesaggi sono splendidi e alcune inquadrature lasciano davvero senza fiato, altre spingono alle direttamente alle lacrime. Ci sono dei tagli ogni tanto, dei neri che non dovrebbero esserci o che non riesco a spiegare. Sono volontari sicuramente, ma non li trovo affatto piacevoli. Credo sia montaggio, questo. (Claudio, è montaggio questo?). La sigla iniziale è un sacco bella, sia come musica che come immagini, lunghetta, ma gustosa. I dialoghi non annoiano, sono incalzanti e sempre sensati, non ho trovato alcuna scena inutile o “buttata lì”.

In conclusione, la giuria decide di promuovere questa serie tv e decide altresì di consigliarla anche a chi ha visto il cartone animato giapponese e lo ha amato fortissimo dal primo all’ultimo episodio, rosicando da matti quando arrivava maggio e decidevano di tagliarlo a buffo oppure di cancellarlo completamente. O peggio ancora, quando decidevano di farlo ripartire da capo e tu, facendo bene i conti, sapevi perfettamente che non sarebbero riusciti ad arrivare alla fine per giugno.

Erano momenti difficili quelli.

Serie Tv e Film

Buffalo, skulls and lightning in the sky: American Gods, mettetevi al riparo.

SPOILER FREE

Pensavo peggio, invece in Italia sembra che la cosa sia passata abbastanza liscia tra i vari opinionisti del settore. Sarà che l’evento riguarda (per ora) solo l’altra parte del mondo e la porzione di nerd attenti a queste cose si riduce in maniera proporzionale al livello di elitarietà dell’oggetto in questione, ma mi aspettavo una pioggia di commenti saccentosi e squadroni di scontenti e delusi, se non addirittura di incazzati. E invece no. L’internet non è in silenzio, ma facebook è decisamente meno rumoroso del solito, sicuramente meno rumoroso di quando uscì la prima puntata de Il Trono di spade. Succede forse che, una volta tanto, il popolo nerd, saccente e sempre pronto a fare le chiose, sia rimasto piacevolmente sorpreso e stupito e che quindi sia stato accontentato dalla Starz?

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In tutti i casi è presto per cantar vittoria e sicuramente io non ho troppo diritto di parola perché sul pezzo ci sono arrivata tardissimo. Avevo sentito parlare del libro molto molto tempo fa, ero al liceo e una ragazza che conoscevo lo stava leggendo. Era una ragazza taciturna e molto emarginata dai cool guys della scuola, si faceva spesso gli affari suoi anche perché quando veniva coinvolta era solo per prenderla in giro e umiliarla. Io con Sonia ci parlavo spesso e ricordo che mi accennò due cose di questo libro, ma all’epoca ero troppo interessata a farmi le canne. Presa l’informazione e messa nel cassetto, l’ho ritirata fuori non troppo tempo fa, intorno a dicembre, quando madre Diletta (mamma di Claudio) ha ripescato l’argomento il giorno di Santo Stefano. Ho capito che doveva essere un libro importante per Claudio stesso, sovente infatti mi faceva dei riferimenti e degli accenni, ricordo anche che al telefono mi leggeva dei racconti di Gaiman, presi dal libro Cose fragili. Insomma, a volte ritornano, così mi sono fatta prestare ‘sto benedetto libro e me lo sono letto. Tutto. Senza respirare. In una settimana.

Del libro già mi sono dilungata in altra sede, ma il mio scritto è andato perduto. Ricordo però che stesi un gran bel pippone, peccato. (Ciao Tumblr, non mi manchi per niente!) Oggi invece volevo indossare i panni della hipster nerd elitaria e anche un po’ stronza, cimentandomi quindi in un resoconto del tutto arbitrario della prima puntata della serie tv. Sia ben chiaro, mi è piaciuta, quindi riponete le armi e fatemi parlare.

american-gods-bilquis-yetide-badaki-tv-show.jpgTra le prime cose che ho apprezzato ci sta l’apertura di diverse questioni tutte insieme, praticamente ci si trova davanti ad una serie di porte che vengono spalancate e oltre le quali è possibile dare solo una sbirciatina prima di essere richiamati all’ordine. Bella quindi l’entrata dei vichinghi (episodio che nel libro non mi risulta esserci) e di tutta la sanguinaria vicenda del sacrificio, bella pure Bilquis che appare e scompare senza troppe spiegazioni, bello Mad Sweeney con la sua magia e belle le varie visioni che si inframezzano nello svolgimento della trama principale. Così una persona rimane lì a guardarsi Shadow Moon con tutto il suo rassegnato mood “mai ‘na gioia” e nel frattempo viene scossa da improvvisi lampi che distraggono prima di sparire poco dopo. Un ottimo sistema per incuriosire chi non ha letto il libro e per fomentare chi invece lo conosce a memoria.

La seconda cosa che mi è piaciuta è la scelta di Ricky Whittle per il ruolo di Shadow. Forse non mi ricordo bene e ci sarà sicuramente qualcuno pronto a bacchettarmi, ma io nel libro Shadow non me lo sono mai immaginato nero. Io pensavo più ad uno scapestrato bianco, abbastanza malandato per apparire losco, ma altrettanto piazzato per essere credibile come guardia del corpo. E invece no. Il personaggio però funziona e soprattutto molto fedele a come lo propone Gaiman. Prima ho accennato al mood “mai ‘na gioia”, ma dovendo incarnare un po’ la saccente snob altolocata, oserei parlare di rassegnata passività agli eventi. Già parte in galera per aggressioni aggravate, una volta uscito di sicuro non trova una festa di bentornato con il carnevale di Rio e a peggiorare il tutto finisce coinvolto in qualcosa di assolutamente poco chiaro a causa di Mr. Wednesday.

American-Gods-Poster-Featured-03272017Il che ci porta alla terza cosa che mi è piaciuta tantissimo: Ian McShane nel ruolo di Mr Wednesday. Centratissimo, pare che l’attore inglese sia nato per fare quella parte. C’è un bel mix di ghigni compiaciuti, ambiguità e violenza inespressa che rispecchia perfettamente l’identità del personaggio non ancora svelata. Anche qui, come sopra, questa situazione non può che incuriosire i neofiti della storia, così come non può che far saltare sulle sedie chi invece già sa tutto.

A completare il quadro di tutta la mia soddisfazione a riguardo ci sta la resa perfetta dell’atmosfera che si percepisce nel libro. Tutto confusionario, poco preciso, senza riferimenti geografici (abituatevi a scritte come “da qualche parte in America“). Adoro il buio e il rosso, così come il bianco che spicca all’improvviso. Ho amato particolarmente gli schizzi di sangue e gli arti in volo, tarantiniani per certi versi.

In conclusione, secondo il mio modestissimo parere, il buon Fuller e Green hanno fatto un buon lavoro (considerando anche che hanno lavorato direttamente con Gaiman), anche se non capisco perchè si celebrino solo ‘sti due autori, quando alla regia c’è David Slade, il quale mi pare abbia dimostrato una certa competenza con Breaking Bad.

Vabbè, bravi tutti, vediamo di andare avanti e non facciamo come con il Trono di Spade. Partire bene alle volte non è garanzia di successo a lungo termine, uno deve anche saperla reggere. Cosa? Boh.

Ah, dimenticavo: non ho detto niente volontariamente della trama. Non saprei dirvi di cosa parli American Gods senza farvi degli spoiler o senza svelare alcune cose – anche insignificanti – che sono belle da scoprire nel libro.