Libri

Roberta Bianchessi: Il custode dei pozzi maledetti

Recensione di Claudio Ciccone

Il fantasy è un genere infame, diciamoci la verità. Non solo i giovani scrittori, ma anche i giovani lettori almeno una volta nella vita hanno letto un romanzo, una trilogia o una saga fantasy. Ed è normale che per molti di noi le nostre letture ambientati in mondi, universi, tempi lontani dai nostri abbiano contribuito a costruire la nostra, appunto, fantasia.

Personalmente non so se sarei diventato il lettore che sono oggi se non avessi incontrato autori come J.R.R. Tolkien, Robert E. Howard, Terry Pratchett, Philip Pullman o anche J.K. Rowling.

Nel corso del tempo, tuttavia, ho letto cose che avrei preferito non deludessero in maniera così dolorosa le mie aspettative (Cristopher Paolini, se mi stai leggendo, sappi che un giorno ti troverò e ti farò ingoiare pagina per pagina il tuo ciclo dell’Eredità) ma che mi hanno insegnato che alle volte, una buona idea può rivelarsi meno prolifica del previsto, col rischio di diventare ripetitiva (non per citare le Cronache del Mondo Emerso, ma le Cronache del Mondo Emerso sono un ottimo esempio) oppure poco originale diventando il racconto di una campagna D&D (il gioco di ruolo in cui un Master racconta una storia e i giocatori, impersonando i personaggi che si sono inventati, la interpretano facendo scelte, combattendo, usando dadi e abilità).

Questo perché, come ho già detto, il fantasy è un genere infame. Tutti sono attratti dall’idea di dare forma al proprio mondo fatto di castelli, fate, elfi e orchi, ma altra faccenda è creare qualcosa che non puzzi di già letto.

Eppure, ogni volta che ho tra le mani un libro di questo genere mi ci avvicino sempre con quell’incanto che avevo da bambino, quando per la prima volta leggevo di Aragorn e Frodo, Gandalf e Gimli (Legolas no, perché Elfi boia solo noia). E per quanto ad oggi abbia letto libri di ogni tipo e sia diventato sicuramente più vecchio e noioso preferendo i saggi ai romanzi, leggere un fantasy è un’attività che mi genera emozioni che nient’altro riesce a trasmettermi.

È con queste premesse che mi sono avvicinato al nuovo libro di Roberta Bianchessi “Il Custode dei Pozzi Maledetti”: una lettura impegnativa, nonostante le sue 185 pagine Glossario e Ringraziamenti compresi, che mi ha invogliato a scrivere questo blog post.

Copertina libro: il custode dei pozzi maledetti

Roberta si è inventata un mondo che mi ha spiazzato, un universo al quale mi sono dovuto affacciare senza l’aiuto di alcuna esperienza precedente, ed è stata una sfida divertente rimettere insieme i pezzi per ricostruire il mosaico e tentare di avere un’idea più chiara di cosa stesse succedendo.

Perché Il Custode dei Pozzi Maledetti ha un intreccio frammentato come il mondo in cui è ambientato, lo spazio-tempo è ricombinato così che il lettore, come i Custodi del romanzo, è sbalzato avanti e indietro lungo la linea temporale in salti di cui all’inizio non è facile capire la natura, o il senso.

L’idea che ho avuto leggendo le pagine di questo libro è stata quella di una pellicola smontata scena per scena, mescolata, e infine rimontata in modo che solo alla fine del libro si possa avere un’idea chiara, o almeno meno parziale, della situazione generale.

Una scelta audace, quella di Roberta, che tuttavia in certi punti ha rischiato di frustrarmi, obbligato a farmi trasportare dal susseguirsi delle righe senza essere davvero in grado di ricreare sotto forma di immagini mentali quanto stavo leggendo. Ciò che è normale per i personaggi del libro è assolutamente anormale per me, che ancora sto qui domandandomi come effettivamente siano fatte le Guardie del Fondo.

Quello che invece mi è piaciuto molto è stato trovarmi molto vicino ai personaggi di cui si raccontano le azioni, sì, ma soprattutto i sentimenti, le passioni. Quando Roberta si avvicina alla rettile Lussy (la scena nella capanna l’ho trovata perfettamente equilibrata nella rudezza della narrazione e nella descrizione dei suoi sentimenti), al felino Astaroth e al mutaforma Nihls sono riuscito a vedere quello che vedevano loro, sentire i loro pensieri.

Sono stato molto contento di leggere questo libro, mi ci ero avvicinato con l’idea di passare qualche ora con una lettura leggera e invece mi sono ritrovato a partecipare alla costruzione di un qualcosa di nuovo, con grande entusiasmo, nonostante la difficoltà nello sbrogliare alcune scene più movimentate (ho faticato a capire le dinamiche di diversi “combattimenti”) e il dispiacere nel constatare che la conclusione del libro non porta a una chiusura del cerchio aperta nel prologo, rendendolo meno conclusivo di quanto non siamo abituati quando si apre un ciclo fantasy, in cui il finale contiene tanto la fine della trama principale quanto l’apertura delle trame da portare avanti nei libri successivi (la Compagnia dell’Anello che si scioglie ma la missione da portare avanti, Ned Stark decapitato ma le conseguenze dei segreti rivelati, e così via).

È un libro che merita di essere letto, e che si può comprare qui.

E voi? Siete lettori di Fantasy? Qual è quel romanzo, o quella saga, che più ha contribuito a costruire la vostra immaginazione? Quale non avreste mai voluto leggere?

Libri

Acqua e menta ghiacchiata: delicatamente Roberta Bianchessi

A volte non è la storia in sé a catturarci, ma i sentimenti che ci ispira scorrendo ogni pagina – Roberta Bianchessi

Questa è stata la frase che ho trovato sulla prima pagina del libro che mi è stato recapitato ieri dal postino. E voi direte: “Ma come, te lo ha recapitato ieri e già lo recensisci!” Sì, perché me lo sono letto tutto d’un fiato, in autobus. Inoltre sono solo 37 paginette.

Prima di parlare di Acqua e menta ghiacchiata, voglio fare una premessa. Secondo me non esistono libri osceni, brutti, immeritevoli e per questo non parlo mai male di una storia che mi viene sottoposta. Ho letto storie più coinvolgenti, ne ho lette altre meno interessanti, ma quando la lingua rimane intatta e la grammatica rispettata, per me è un testo che merita comunque una letta. Inoltre ritengo che ogni libro abbia in sé almeno un punto di forza che va incoraggiato e sostenuto, ho sempre pensato fosse improduttiva la recensione stroncante, svilente e scoraggiante: esattamente come faceva la maestra Laura con i miei scritti alle elementari. “Imbarazzante” disse una volta, dopo aver letto un mio elaborato. Ciao Maestra Laura, sono diventata una copywrtiter e con la scrittura mi mantengo e ci campo benissimo. Comunque sia, questo è il motivo per il quale non troverete mai una recensione negativa nel mio blog. Io consiglio letture e per ognuna di esse elaboro un motivo: chi si fida di me forse ha la possibilità di scoprire cose che in altri casi ignorerebbe.

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Premessa a parte, non è questo il caso di Acqua e menta ghiacchiata, anche se devo ammettere un po’ mi aveva scoraggiato il fatto che si trattasse di un self-publishing. In generale, questa pratica di pubblicarsi i libri da soli, non viene apprezzata e i motivi sono semplici: uno fra tutti è la mancanza, quasi sempre assicurata, di un lavoro di editing fatto bene. Lo devo ammettere, quando trovo troppi refusi nel testo fatico ad andare avanti anche se la storia mi coinvolge: già per me è difficile leggere per tutta una serie di motivi, figuriamoci se in mezzo ci sono troppi errori di battitura. Ma anche qui, non è questo il caso: non ho trovato nessun refuso.

Non ho iniziato a leggerlo subito, me lo sono messo in borsa. Ieri dovevo spostarmi da Centocelle a Monti Tiburtini perché ho accompagnato Fidanzato Claudio ad un presidio antifascista, così ho pensato che quel tragitto con l’autobus fosse l’ideale per immergersi nella lettura.

E mi commuovo, quasi subito. Roberta Bianchessi affronta il tema dell’Alzheimer e lo fa in modo molto dolce e delicato. Descrive l‘essenza dei rapporti man mano che si sgretola, fragile, tra le dita. Si percepisce l’allontanarsi di una persona che seppur viva, seppur fisicamente presente, si sta piano piano disgregando perdendo ogni cosa. Perché quando si perdono i ricordi di una vita, si perde la propria identità e poco importa se la parola s’allontana, la triste realtà è che non rimangono più nemmeno i pensieri. Così, queste persone rimangono lì e ti guardano, con quello sguardo vacuo che poco ricorda ciò che furono un tempo: morti, vuoti, contenitori di un’anima assente. Ed è un tema a me caro, giacché ho visto la mia prozia andarsene in questa maniera ed era morta molto prima che sotterrassero le sue spoglie, di lei era rimasta una figuretta impalpabile che, seduta su una sedia, guardava fuori dalla finestra.

Mi ci sono ritrovata nel testo, ho letto alcuni dialoghi che mi sembravano estrapolati dalla mia stessa esperienza. Commovente, commovente a tal punto che anche ora, mentre scrivo, mi si increspa la pelle. Non ho mai letto un testo che parlasse di questa malattia in grado di arrivare al cuore, direttamente, senza chiedere il permesso. Il libro di Roberta Bianchessi entra così, di prepotenza, per poi accoccolarsi piano piano e raccontarci, delicatamente, la sofferenza.

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Vi chiedo di spendere questi pochissimi euro per acquistare questo romanzo. Non ci guadagno niente, non è mio interesse economico e sapete che non chiudo mai una recensione chiedendovi di acquistare un libro, ma al massimo vi esorto a dare a questo una possibilità. In questo caso vi chiedo di acquistarlo e non lo sto facendo per compiacere l’autrice, ma perché credo che non esista altro libro che possa spiegarvi meglio di così cosa sia realmente l’Alzheimer. Acquistate questo volumetto e regalatelo, perché le persone devono sapere cosa succede in una famiglia quando un componente contrae questa malattia: il mondo si ferma e sul nostro caro si concentrano tutte le nostre attenzioni. Così, purtroppo, non si annulla solo il passato di chi soffre di questa malattia, ma si deteriora il presente di tutte le persone che gli vivono accanto. E questo si deve sapere, perché serve comprensione e quindi serve informazione.

Grazie per avermi letto, fatemi sapere cosa ne pensate.

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