La Locandiera – Compagnia Teatrale I Gracchi

La compagnia teatrale I Gracchi porta in scena un classicone della commedia italiana: La Locandiera vi aspetta al TEATRO ELETTRA in via Capo d’Africa 32 dal 5 al 9 giugno.

La Locandiera di C. Goldoni

Pochi non conoscono la trama di quest’opera divertente del nostro amico (e compagno di liceo) Carlo Goldoni. In poche parole però la si può riassumere così:

Mirandolina gestisce la locanda del defunto padre e cerca di far filare i conti a colpi di astuzie che vedono presi come gonzi un manipolo di maschietti leggermente su di giri per lei. La locandiera però è promessa sposa a quel povero Cristo di Fabrizio, il quale però non sembra esser molto d’accordo a passar sempre da cornuto. A far ancora un po’ di casino arrivano tre avvenenti attrici che – fingendosi dame – cercano malamente di ricalcare un po’ la furbizia di Mirandolina senza però ottenere molti benefici. Alla fine un povero scemo di Mirandolina si innamora veramente, ma non sembra prenderla benissimo quando scopre che la locandiera è solo una bravissima profumiera… Il tutto si chiude con una bella zuffa e un matrimonio.

La compagnia teatrale I Gracchi

Squadra che vince non si cambia, al massimo s’allarga. Quest’anno si sono aggiunti due nuovi attori e si sono rimpolpate le fila di un gruppetto già bello nutrito. Claudio Ciccone rimane alla regia e non si schioda, condividendo di tanto in tanto lo scranno con me che nel frattempo interpreto anche una delle tre commedianti (Dejanira). A completare il terzetto troviamo Martina Marotta, la certezza comica della combriccola, nel ruolo di Ortensia e la new entry Camilla De Leo a chiudere il cerchio nel ruolo di Rosella. Mentre il nuovo arrivato Daniele Cicconetti si cimenta nel suo primo ruolo importante, la rosa va ad aprirsi con un attacco collaudato: Angelo Mantini nel ruolo del Marchese, Andrea Lami nel ruolo del Cavaliere, Emanuele Martinelli che interpreta il partenopeo Conte e Giulia Jacopino che conduce le danze nel ruolo di Mirandolina. Come al solito Elena Gradara di Vagamente Retrò cerca di fare in modo di non mandarci in scena in mutande.

La Musica del Maestro Lorenzo Sabene

Quest’anno abbiamo scelto una grande competenza per lo studio e la scelta delle musiche. Il Maestro Lorenzo Sabene, classe 1994. Comincia a studiare chitarra all’età di 10 anni con il Maestro Mario D’Agosto. Lavora in ambito musicale dall’età di 15 anni, frequentando contemporaneamente il liceo classico “Socrate” alla Garbatella e Conservatorio S. Cecilia di Roma. Nel luglio 2018 si  diploma con il massimo dei voti al Conservatorio S. Cecilia di Roma. Attualmente può vantare centinaia di concerti all’attivo a Roma e in Italia e noi siamo super orgogliosi di poterlo vantare come curatore delle musiche della nostra Locandiera.

Come prenotare

Prenotare il vostro biglietto per La Locandiera è semplicissimo, basta mandare un whatsapp al numero 331 269 6999 oppure mandare una mail all’indirizzo compagniateatraleigracchi@gmail.com.

INTERO 13€ – RIDOTTO 8€

Sono previsti omaggi per accompagnatore disabili, mentre i bambini fino ai 12 anni godono del biglietto ridotto. Ricordatevi che in ogni caso il teatro prevede un versamento annuale di 2€ per l’assicurazione (si tratta di un’associazione culturale). I posti non sono numerati (chi prima arriva meglio alloggia!) perciò consigliamo di presentarsi in biglietteria almeno 30 minuti prima dell’inizio dello spettacolo. Il teatro può accogliere massimo 45 persone a serata senza alcuna eccezione. Per informazioni chiamate il numero 331 269 6999.

Alcune indicazioni

Lo spettacolo non supera le due ore (a noi ci piacciono le cose super fast) e per linguaggio e temi trattati sembrerebbe essere adatto proprio a tutti. Hey, strano a dirsi ma non ci sono parolacce! Essendo una commedia per quest’anno potete lasciare a casa i rotoloni di scottex, non morirà nessuno quindi siete liberissimi di affezionarvi ai personaggi senza temere di perderli a metà del primo atto. Il Trono di Spade ci ha ingannati spesso, noi non tradiremo la vostra fiducia. In biglietteria spesso hanno problemi di linea, vi consigliamo di pagare in contanti e di venire abbastanza pronti perché l’utilizzo delle carte potrebbe subire sospensioni improvvise e il primo bancomat disponibile sta a Boccea. Se avete domande stressate pure Claudio a questo numero: 331 269 6999.

Cosa fare a Roma una sera – Ara com’era

La Gatta e Fidanzato Claudio familiarizzano con la realtà aumentata

Non sapete cosa fare questa sera? Male! Anzi, bene! Insomma, ve lo diciamo noi! Prendete la metro A, scendete a Flaminio e fatevi una bella passeggiata verso l’Ara Pacis, mettete mano al portafoglio, cacciate una ventina d’Euro e spendeteli bene. Siete pronti per volare – quasi letteralmente – nell’antica Roma per vedere l’Ara com’era?

Io e Fidanzato Claudio ci siamo lanciati in quest’avventura bellissima dopo circa… un anno che continuavamo a dire “Domani ci andiamo!”

Finalmente l’occasione è capitata e non ce la siamo lasciata scappare.

Come funziona

Nulla di più semplice: si indossa un visore e si ascolta la guida mentre spiega come usarlo, ma soprattutto se vi dice di non indossarlo prima del tempo ascoltatela. Cosa succede altrimenti? Chiedetelo a fidanzato Claudio che, ovviamente, se non fa di testa sua non gli riesce bene di vivere. Il percorso si sviluppa per punti attorno all’Ara Pacis e a ogni punto corrisponde un video: il paesaggio si costruirà lentamente attorno a voi e dopo una panoramica accurata sulla storia della struttura, inizierete a vederla in ogni piccolo dettaglio proprio come doveva essere in principio.

PSX_20180330_143852.jpg

IMG_20180318_113948_613Come fare per non uccidersi e non uccidere

Per l’amor del cielo non mettetevi a passeggiare mentre indossate il visore. Questo funziona in due modi: inizialmente vi farà vedere un video 360 completamente scollegato dalla realtà che vi circonda (e perciò non avrete alcun riferimento geografico per muovervi) poi inizierà a prendere ciò che vi circonda aggiungendo elementi. In questo caso potrebbe venirvi la malsana idea di muovervi, ma non è sicuro. Il visore vi propone sempre la realtà un po’ più rallentata rispetto al normale, perciò rischiate davvero grossi scontri e madonne volanti. Lasciate perdere, seguite ciò che vi dicono di fare, state boni dove vi mettono.

Quando andare

Dal 30 marzo al 30 aprile
venerdì e sabato:
 dalle 20.15 alle 23.30 (ultimo ingresso ore 22.30)
In occasione della Pasqua apertura straordinaria domenica 1 e lunedì 2 aprile dalle 20.15 alle 23.30 (ultimo ingresso ore 22.30)   

Dal 1 maggio al 1 settembre 
venerdì e sabato: dalle 20.45 alle 23.30 (ultimo ingresso ore 22.30)

Dal 2 settembre al 30 settembre
venerdì e sabato: dalle 19.45 alle 23.00 (ultimo ingresso ore 22.00)

Dal 1 ottobre 
venerdì e sabato: dalle 19.30 alle 23.00 (ultimo ingresso ore 22.00)

Potete prenotare scrivendo a questo indirizzo: eventi.aziendali@zetema.it

Limitazioni e specifiche

Se portate gli occhiali mettetevi le lenti a contatto altrimenti la vedo dura, io sono un po’ miope e in certi casi ho sforzato parecchio. Non potete portarci i bambini, il visore non lo possono utilizzare i ragazzini sotto i 13 anni d’età. Il percorso è adatto a chi non riesce a deambulare senza una carrozzina, perciò va bene anche per la mia amica Nana Bianca che vive la sua vita a un metro d’altezza. 

ara-pacis-orari-realta-aumentata-multimediale-museo-quando_765x410_.jpg

La nostra opinione

Assolutamente da non perdere. La ricostruzione iniziale è davvero coinvolgente, il primo video che viene trasmesso dal visore ci permette di calarci completamente nella vita quotidiana dell’età augustea. L’ambiente viene ricostruito fedelmente e una voce ci spiega con estrema precisione ogni cosa che ci viene mostrata. Ad un certo punto siamo persino ospiti d’onore di un sacrificio animale. Nemmeno troppo splatter, si poteva fare meglio. Le informazioni che vengono fornite non sono noiose oppure eccessivamente didascaliche, ma sono redatte in maniera precisa seppur leggera. Forse può risultare un po’ faticoso tenere in mano il visore per tutto il tempo (non c’era l’elastico elegantemente mostrato nella locandina), ma si può fare senza problemi, potrebbero però insorgere nel caso di persone non in grado di utilizzare mani e braccia. Il percorso è preciso e non ci si può sbagliare, comunque in caso ci fossero problemi non mancano le guide prontissime ad aiutare. Ci è piaciuto? Sì, moltissimo, infatti ve lo consigliamo caldamente.

Se l’argomento Ara Pacis vi interessa vi consiglio questa pubblicazione: Richard Meier. Il museo dell’Ara Pacis. Ediz. illustrata

Fig.-4

Suburra: 3 cose che ci sono piaciute un sacco [spoiler free]

Avete visto la serie Netflix Suburra?

“Elì, ti va di vedere Suburra? Lele ne ha parlato bene”

“No, non mi piace il genere”

DUE PUNTATE DOPO

“Clà, mi sono innamorata di Aureliano”

E questo ci porta dritti dritti al primo motivo per il quale vi consiglio di vedere Suburra

140602991-2573ef3f-4a4f-4650-aa6e-d445187c2f55

  1. Aureliano è un figo della madonna e Alessandro Borghi è così bravo da mettere paura. Già così dovrei indurvi all’immediata visione della prima serie tv italiana targata Netflix, ma in realtà ci sono altri motivi. Comunque sia, senza buttare in vacca il discorso, Alessandro Borghi è davvero bravissimo. Non lo conoscevo, io non ho visto Suburra il film e non l’ho mai incontrato in nessun film e mi devo esser persa moltissimo. Tralasciamo il fatto che sia bono all’infinito, Borghi è uno di quelli che pure quando sta zitto dice un sacco di cose. Mi piace come si muove, mi piace come cammina, adoro il suo sorriso e amo in maniera spropositata ogni singolo passaggio tra un’espressione e l’altra. Un rapimento sensoriale tale è simile solo a quello che sento per DiCaprio e Christian Bale. Fatevi due conti. Il personaggio è altrettanto interessante, per quanto sia un criminale si finisce per stare dalla sua parte. Aureliano è nato e cresciuto per essere un bandito: ruba, uccide e fa un sacco di impicci. Però ha uno spessore emotivo straordinario, avverte ogni emozione e la vive sempre al massimo. Quando ama, ama fortissimo, quando odia, odia fortissimo, quando si incazza, si incazza fortissimo… e così via. Non è matto, non è uno sprovveduto, non si fa fregare facilmente e sa sempre cosa fare (o quasi). Voglio fare venti bambini e chiamarli tutti Aureliano (?) 
  2. Roma è bellissima e io sono sempre di parte quando se ne parla. Il fatto che questa serie sia ambientata nel luogo in cui vivo mi fa emozionare un sacco. Adoro riconoscere i luoghi in cui io stessa quotidianamente passo, gli autobus che prendo e i negozi che vedo. Aureliano e Spadino si incontrano spesso dietro casa del papà di Fidanzato Claudio, sarà che qualche volta li incontro? L’impressione magica che ho è un po’ questa, ma nel caso si incontrassero due personaggi simili sarebbe meglio darsela a gambe levate. Malavitosi simili possono essere una buona compagnia solo nella fantasia.
  3. I colori e le riprese. E qui ci vorrebbe Fidanzato Claudio per avere una manciata di termini tecnici. Io non so come spiegare in maniera professionale quanto sto per dire, ma proverò a mettere in campo tutta la mia creatività per non appesantirvi. I colori che dipingono Roma, che si utilizzano per dare profondità alle figure umane hanno una capacità incredibile di rapirmi. Sono colori freddi, malinconici, ma allo stesso tempo violenti e decisi. Taglienti. Sottolineano, secondo la loro capacità, tutte le azioni che si svolgono dando a queste un carico di significato molto più spesso rispetto a quello che avrebbe una luce più naturale. Tutto “taglia”: le vicende, gli sguardi, i fatti, i colori, le musiche. Si ha l’impressione di essere sul punto di ferirsi. Io lo trovo fantastico.

E questo è praticamente tutto quello che possiamo dire e raccontare, sapete che ogni nostra recensione – anche se riguarda un prodotto un po’ datato – sarà sempre spoiler free. Vi possiamo però confermare che esistono momenti molto belli, alcuni anche parecchio commoventi e non si esclude che qualche lacrimuccia possa scivolare. Le risate non mancano, così come tutta la serie vi terrà occupati con una buona dose di sanissima tensione. Se l’avete vista e volete condividere con noi i vostri pensieri… lasciateci un commentino qui sotto, anche se sappiamo bene quanto i nostri lettori siano sempre un sacco prigri!

 

 

La Vigilia di Natale di una famiglia appena nata: il nostro viaggio lampo a Verona

Quando nasce una nuova famiglia accadono molte cose: si sceglie una casa, si impara a gestirla insieme, si trova un modo per amministrare le finanze in maniera sensata,  si prova a condividere ogni singola decisione, si cercano mobili e si tenta di dare un’organizzazione che vada bene per entrambi. Io e Fidanzato Claudio viviamo insieme da giugno e tutto questo non è ancora finito. Nella nostra casa mancano ancora alcuni pezzi d’arredamento fondamentali, spesso non riusciamo a coordinarci nelle scadenze, capita che le mie abitudini si scontrino con le sue. Ma il bello è questo: una sfida ogni giorno per diventare una famiglia. Così, lui ha imparato a non parlarmi prima del caffè, mentre io cerco di rispettare i suoi spazi il più possibile senza invadere tutto come un carrarmato. Ho imparato a non svuotare la moka nel lavandino, lui invece s’è messo in testa di dover abbassare sempre la tavoletta del water. E queste, per chi ha affrontato una convivenza agli albori, sono davvero i passaggi base. Con la calma si stabilisce come fare la spesa, quali siano le cose sulle quali si può risparmiare e quali siano quelle davvero indispensabili. Si impara con la calma a far combaciare due mondi nati in contesti differenti, dove ciò che è ovvio per l’uno può non essere assolutamente contemplabile per l’altro. E no, non è facile, ma è bellissimo perché ogni sera quando si va a letto si può notare come una nuova famiglia prenda forma, passetto per passetto, mattoncino per mattoncino. Inoltre ciò che comunque rende tutto magico è l’intimità di ogni passaggio; i ragionamenti condivisi, le richieste, le perplessità, le paure, le gioie e le risate, tutto fa parte di una bolla sicura dove due persone hanno deciso di prendersi cura l’uno dell’altra.

christmas-3000057_1920

Questo Natale per noi era molto importante per diverse ragioni, ma quella più rilevante per entrambi era il fatto che fosse il nostro primo Natale insieme come una nuova famiglia. E come tutte le famiglie, anche la nostra viene da due famiglie differenti. Va da sé che si è posto subito il problema che affligge chiunque: dove e con chi passare le feste? Prioritario e imprescindibile era rimanere insieme io e lui, non perché necessitassimo di vivere in simbiosi queste giornate, ma perché le famiglie a Natale non si separano e perché ciò che è importante per uno dei due è importante anche per l’altro. Abbiamo deciso di viverla così, un’immersione completa nella missione più difficile dell’anno, senza mai lasciarci soli. Stabilito questo, la seconda cosa più importante di tutte era non tagliare fuori nessuno. Sapevamo entrambi che il viaggio sarebbe stato una mazzata, ma per noi era fondamentale riuscire ad abbracciare almeno una volta tutte le persone che si meritavano (a vario titolo) la nostra presenza. Non è colpa di nessuno se ci sono tante persone che ci vogliono bene!

Così, carichi di entusiasmo, sabato mattina abbiamo preso un aereo a Fiumicino, ma solo dopo aver salutato il Papà di Claudio, l’unico che io non sono riuscita a vedere per motivi di lavoro, ma che vedrò presto quantomeno per ringraziarlo di ogni suo eroico gesto nei nostri confronti. L’aereo già è stato una mezza barzelletta, infatti per riuscire a vedere Giulia prima che partisse per Londra, abbiamo rimandato la tappa al pronto soccorso per far visitare il piede di Claudio. Per chi non lo sapesse, infatti, il nostro Giocatore s’è sfasciato un piede cadendo da una scala, ma per fortuna,nonostante il colore violaceo e il gonfiore preoccupante, non v’era nessuna frattura. Quindi zoppicanti zoppicanti saliamo sull’aereo a Fiumicino e dopo un’ora ci troviamo a Villafranca di Verona, all’aeroporto Valerio Catullo, dove papà ci viene a prendere in macchina. Prima tappa? Ospedale Orlandi! Giusto perché nel frattempo era necessario che qualcuno di competente vedesse il piede di Claudio. Così il mio papà fa giusto in tempo a farci qualche domanda di rito, prima di scaricarci al pronto soccorso e correre dall’altra parte della Valpolicella per andare a prelevare Mamma e Nonna all’ospedale Sacro Cuore di Negrar. Sì, giusto perché Nonna ha pensato bene di farsi venire la tachicardia e un giretto prenatalizio al pronto soccorso di qualsiasi ospedale stava diventando un trend importante da non farci sfuggire [#NATALEINOSPEDALE].

02_sede-Bussolengo

Appurato che il piede era ammaccato, ma non necessitava di gesso, siamo arrivati primi a casa Bianchedi dove ad aspettarci non c’era nessuno (informazione base: casa Bianchedi sta vicinissima all’ospedale Orlandi di Bussolengo, quindi zoppo e gatta se la sono fatta a piedi). Così, con un sofisticatissimo sistema di specchi e leve che non verrà spiegato per ovvi motivi, siamo riusciti a fare irruzione in casa. Mamma, Fratelli, Nonna e Papà dovevano ancora tornare, quindi abbiamo deciso di improvvisare una cena per tutti essendo già le otto passate. Nel lavandino troviamo delle vongole lavate e nel frigorifero ci stavano quelli che a noi sono sembrati gli ingredienti perfetti per una pasta allo scoglio (?), più un branzino fresco e un’orata. Poco male, lo zoppo si mette a preparare le vongole mentre io cerco su internet come si preparino – al forno – i due pescioloni freschi rinvenuti in frigorifero. Perfetti come un orologio svizzero serviamo la cena a tutta la squadra che torna a casa dopo un’oretta dal nostro arrivo: giusto in tempo per sedersi a tavola e mangiare l’agognato pasto. In realtà mamma è arrivata una mezz’ora più tardi rispetto agli altri, ma s’è provveduto a tenerle in caldo il proprio piatto con un po’ di tutto. Qui, mi consenta, tralasciamo la mezza guerra circa la cottura della pasta (cruda a detta di mio Fratello Pietro, scotta per mio Papà e per Claudio, perfetta per mio Fratello Davide e immangiabile per mia Mamma). Tralasciamo anche il fatto che mio Papà ha anche cercato di uccidermi buttando peperoncino ovunque, ma Claudio lo ha prontamente fermato poco prima della catastrofe. Davide, tra un boccone e l’altro, è stato l’unico che s’è ricordato del piede di Claudio e da buon calciatore sempre rotto in diversi punti, s’è dilungato in una serie di ordini – per tutti – in modo tale da far stare più comodo possibile il nuovo ospite in casa. Quindi, mentre ci insultava e ci accusava tutti di essere totalmente inospitali, ha rovesciato in gola a Claudio mezzo chilo di OKI TASK, gli ha tolto la scarpa e gli ha infilato una comoda ciabatta larga, gli ha ordinato di non alzare il culo dalla sedia nemmeno per sbaglio e alla fine ci ha guardati malissimo tutti quanti perché nessuno di noi si stava prendendo cura del ferito di guerra. In ogni caso, tutte carinerie scomparse poco dopo visto che – manco a farlo apposta – proprio quella sera s’è disputata la partita di campionato più azzeccata della stagione: Roma – Juventus.

La formazione sul divano era eloquente di suo: Mamma, Papà, Fratello Davide e Fratello Pietro sul divano laterale a sinistra della televisione, io e Claudio soli come due gambi di sedano sul divano frontale. I Romanisti puzzano e no, non si condivide un cazzo con quelli, nemmeno se si tratta del nuovo fidanzato zoppo della Juventina Elisa. Ergo, toccherà proprio a lei (ovvero a me) far compagnia al ferito di guerra cercando di esultare il meno possibile ad ogni vantaggio dei bianconeri. E per fortuna, a casa mia, la partita si guarda in religioso silenzio e Claudio lo ha capito subito quando Davide, abbandonando ogni protocollo di ospitalità, gli ha intimato di chiudere la bocca subito adesso o altrimenti sarebbe finito fuori al freddo e al gelo. Insomma, tutti amici fin quando non si parla di calcio. Ma a una certa anche la partita finisce (con la sconfitta della Roma) quindi, chi prima e chi dopo, inizia l’ecatombe di gente addormentata a caso. Davide ripristina il protocollo del perfetto ospite e ci invita a usufruire del suo letto matrimoniale con tanto di maxi schermo e Sky, nella sua bellissima camera da letto.

Ora, sia fatto un minuto di silenzio perché in trent’anni non mi era mai stato concesso di entrare in quella camera. Durante queste vacanze non solo sono potuta entrare e uscire a mio piacimento, ma ho anche potuto dormire sul suo materasso comodissimo, guardare la sua televisione e cambiarmi i vestiti. Vivere a Roma porta vantaggi, come un rapido recupero del rapporto con mio Fratello. Io e Claudio insieme facciamo le magie e questa è stata la più bella del Natale 2017. Io e Davide siamo stati insieme 2 giorni parlando, raccontandoci le nostre vite, confrontandoci, riparando un rapporto che da anni si stava logorando per ragioni non troppo specificate. Ed è stato bello, così bello che la prima sera, pensandoci, mi sono commossa.

Ah in tutto questo erano cominciate a piovere le mancette: bravi, così si fa.

Il giorno della Vigilia non ci svegliamo tardi perché la questione era partita malissimo: il ferro da stiro di Mamma non dava segno di vita e no, va bene tutto, ma il ferro da stiro rotto è una questione intollerabile. La sentiamo fare il rosario in Fa# e apriamo gli occhi di botto chiedendoci quale catastrofe climatica si stava abbattendo sul piccolo paese in provincia di Verona. Capendo che la questione era di fatto molto delicata e che andava trattata con un certo garbo, decidiamo di alzarci per renderci utili in qualche maniera. Missione fallita, Mamma ci carica in macchina quasi a peso morto e ci scarica alle terme. Quello che dovete sapere è che in casa mia non è possibile rendersi utili in nessuna maniera, se vuoi fare una cosa bella quando c’è tanto da fare te ne devi andare fuori dalle palle nel minor tempo possibile. Mamma non vuole nessuno intorno, non vuole sentire nemmeno una mosca fiatare mentre smazza lavatrici e altri mestieri a me del tutto incomprensibili. Poi mi si chiede perché io non sia in grado di tenere la casa in ordine e pulita, grazie al cazzo Mamma non mi ha mai lasciato la possibilità di provarci. Fuori dalle balle e ci si vede quando casa splende così tanto da poter trasformare la cucina in una sala operatoria in qualsiasi momento. Intanto passiamo anche dalla Nonna che nel frattempo si sente meglio e via altre mancette: bravissimi, voi sì che avete capito tutto.

2017-12-24 15.02.47-1-1.jpg

… fermi tutti, io vi avevo promesso che vi avrei parlato di Aquardens, vero? He sì, ma mi servirebbero altri duecentomila parole e qua stiamo già a millesettecentoventi. Insomma, noi del SEO ce ne sbattiamo allegramente. Aquardens è un centro termale nel cuore della Valpolicella. Praticamente una manna dal cielo per chi, come me, soffre di psoriasi. Il parco è davvero enorme, dopo essersi spogliati si accede al piano vasca che per metà è al coperto e per metà e all’aperto. Si può tranquillamente entrare e uscire passando attraverso degli archi chiusi con delle tende. L’acqua è a 37 gradi, quindi anche stando all’esterno non si soffre assolutamente il freddo (calcolate che a Verona siamo a temperature molto basse, prossime allo zero). Durante la permanenza nel parco è possibile partecipare ad alcuni eventi interessanti chiamati Ritual Sauna. Si tratta di un vero e proprio rito di rilassamento all’interno di un’immensa sauna celtica. Al centro c’è un braciere dove due operatori sciolgono ghiaccio rilasciando vapori profumati grazie alle essenze utilizzate. In religioso silenzio ci si lascia coccolare per una quarantina di minuti da vampate d’aria caldissima e profumata, ascoltando musica rilassante. Al piano di sopra rispetto alla sauna celtica si trova La Nuvola, ovvero una terrazza coperta e riscaldata dove ci si rilassa su materassini comodissimi, bevendo tisana e godendosi il paesaggio innevato della Valpolicella.

Aquardens-Terme-Verona.jpg

Quando poi si vuole passare a un livello superiore di relax è sufficiente salire alla Spa Lounge al piano di sopra, dove i bambini non sono ammessi e dove il silenzio completo è rispettato e fatto severamente rispettare. Qui sono presenti tutti i lussi di una Spa come si deve, tant’è che non è consentito accedere con il proprio costume da bagno, ma ne viene fornito uno usa e getta dal personale. In questa zona, inoltre, è anche possibile accedere a massaggi e trattamenti vari. Insomma, io vi consiglieri caldamente una capatina se mai vi capitasse d’essere in zona. Non si può rinunciare al cocktail servito direttamente nel bar al centro della vasca riscaldata, dove gli sgabelli sono immersi nell’acqua.

2017-12-24 14.47.49

Ma come tutte le cose belle, anche il nostro tempo di assoluto relax volge al termine e a riportarci nel mondo reale è un messaggino di mio Fratello Pietro che dice “tra mezzora siamo lì, fatevi trovare fuori”. SDENG! Dobbiamo arrenderci, un nuovo ostacolo della missione “Vacanze di Natale” ci sta per mettere alla prova: IL CENONE DELLA VIGILIA.

Anche in questo caso c’è da fare una premessa, a casa mia il cenone della vigilia è aperto a tutti coloro che vogliono partecipare. Non è una cosa che riguarda solo e unicamente la famiglia, ma le porte sono aperte sempre per tutti, basta che si avvisi per tempo (e non è nemmeno sempre necessario). La Vigilia in casa Bianchedi è un banchetto goliardico dove si mangia sempre la stessa cosa (cappelletti romagnoli in brodo come primo e bollito con la pearà come secondo), ma soprattutto dove il vino scorre a fiumi e lo sfottò è lo sport nazionale ufficiale. Non è semplicissimo sopravvivere, guai a essere permalosi o perfettini: non vi sarà alcuna pietà. Ogni anno si prendono “i nuovi” ovvero coloro che non hanno mai partecipato a una Vigilia e si fanno alzare in piedi uno per uno, durante questo momento l’ospite viene sommerso da domande molto imbarazzanti che spaziano dalla vita sessuale a quella lavorativa senza alcuna remora. Perciò puoi trovarti a descrivere il tuo ultimo rapporto sessuale dopo aver finito di spiegare che di mestiere fai l’attore e non il fallito al semaforo con le palline colorate. Questa sorte non ha faccia e non ha colore, capita a tutti anche alla povera Nanabianca che ogni tanto ha la bruttissima idea di passare la Vigilia con noi. Le battute sul suo metro d’altezza sono talmente tanto regalate che si sta pensando di storpiarle qualcos’altro per avere nuove questioni sulle quali prenderla in giro. Non voglio soffermarmi nella descrizione della sorte capitata al povero Fidanzato Claudio, il quale fortunatamente ha giocato d’anticipo presentandosi allo sfottò bello sbronzo. Ma alla fine ci si vuole tutti un gran bene e a quella tavola lì ci si sono seduti tutti quanti almeno una volta: fidanzati passeggeri, fidanzati ufficiali, cugini veri e cugini inventati, zii americani, cattolici, comunisti, berlusconiani, ricchi, poveri, abbandonati, sperduti… tutti, sempre tutti. Tranne i fascisti, quelli non li vogliamo mai, in nessun caso. E la mia famiglia è bella per questa ragione, perché a Natale non ha mai lasciato solo nessuno, nemmeno uno sconosciuto. A questo proposito mi sto ancora chiedendo chi fosse il tizio di Napoli che a un certo punto s’è imbucato, ma è stato gentile e ha ringraziato prima di andarsene quindi chi l’avesse portato non ha più molta importanza!

E sono a duemilaquattrocentosessantatré parole arrivando esattamente alla metà del racconto! Ma siete eroi voi che state ancora leggendo! Che poi non vedo proprio cosa potrebbe importare a degli sconosciuti del mio Natale. Però questo è il mio blog e voi lo sapete: io qui faccio quello che mi pare.

Arriva la mattina del 25, quindi tecnicamente Natale e ci alziamo presto perché abbiamo il treno alle 11:17 a Verona Porta Nuova. Nonna, prima di farsi venire un nuovo giro di tachicardia, pensa bene di caricarci come muli da soma: pentole, piumoni, tappeti per il bagno, roba non meglio specificata, mentre Mamma ritiene necessario rifarci il guardaroba partendo dalle scarpe. E niente, siamo partiti con zero bagagli e siamo tornati con una borsa enorme e una valigia assurda. Poco male, sul treno non si paga il bagaglio (qualcuno sta ancora spiegando a Nonna che sull’aereo imbarcare le valigie costa un occhio della testa, non capisce il senso della cosa).  Riusciamo a salutare tutti meno Davide, non si hanno notizie di lui quindi meglio non chiedere, ci penserà Mamma a dargli un bacio da parte nostra. Intanto Papà ci carica in macchina e ci saluta a malincuore alla stazione.

In tre ore abbiamo raggiunto Roma dove ad accoglierci c’era il nulla cosmico; scopriamo infatti che i mezzi pubblici sono in pausa pranzo (ah già, è Natale!) e noi acchiappiamo un magico Taxi che ci porta dritti dritti alla nostra casetta di Centocelle. Giusto il tempo di posare i bagagli, farsi una doccia e riposare mezzo secondo perché ci stavano già aspettando a un’altra tavola per la seconda parte del nostro primo Natale insieme.

Così siamo riusciti a vedere proprio tutte le persone a noi care, forse pagandola un po’ in termini di stanchezza, ma nessuno è stato escluso e questa cosa mi rende molto felice perché è ciò che mi hanno insegnato a fare i miei genitori. Ce l’abbiamo messa tutta e ci siamo riusciti, nonostante le mille sfighe che sicuramente non aiutano chi ha un brutto carattere come il mio. Vero che mi faccio prendere spesso dallo sconforto, vero che ho sprecato il tempo a prendermela con mia mamma quando potevo rimandare certe discussioni, vero anche che se qualche volta non dicessi proprio tutto quello che penso sarebbe meglio. E non voglio nemmeno giustificarmi con il solito “io sono fatta così”. In realtà mi rendo conto di non avere scuse quando non riesco ad adattarmi o quando non riesco a scendere a patti con certe cose che dovrei accettare e basta, quindi non ci sarà alcun “ma” a terminare questa frase.

Qui però non si sta pettinando le bambole, si sta costruendo una famiglia e come primo Natale non si può certo dire che sia andato male. Il prossimo anno però ci si organizza meglio, si acquista per tempo il biglietto diretto per l’Havana e si torna direttamente insieme alla befana. Sulla scopa, vestita da strega, con un porro sul nasone enorme, ma con dei regali bellissimi per tutti.

Il diritto alla casa si acquisisce con la nascita

Ho un rospo in gola ed è un rospo bello grosso, oramai è talmente tanto abituato a stare lì che si è trovato una moglie, una rospa. E hanno fatto anche una serie di ranocchietti. Questo per dire che ci sta una cosa che mi fa parecchio incazzare. Io ve lo dico subito, questo post sarà ad alto contenuto polemico, anche perché tratterà unicamente dell’emergenza abitativa costante della capitale.

Da un paio di settimane la sera vado in un piccolo teatro a Trastevere. Non è un lavoro fisso, ma visto che sui soldi non si sputa accetto di sbigliettare per loro ogni tanto. Questo passaggio allunga di un po’ la mia giornata e accorcia notevolmente le mie ore di sonno: e al popolo? Non importa niente, chiaro. Fatto sta che arrivo alle 18 circa alla fermata Ottaviano della Metro A e percorro circa un chilometro a piedi per raggiungere via della Lungara. Passo, inevitabilmente, per via Ottaviano e lì mi sono imbattuta in una persona che ha scatenato dentro di me panico misto inferno.

Prima di parlarvi di questa persona però, voglio farvi una premessa sulla situazione economica in casa della gatta. In questo momento né io, né Fidanzato Claudio, abbiamo un lavoro a entrata fissa. Avendo la partita iva e lavorando come libera professionista, ogni mese è un mistero. Lui, avendo deciso di intraprendere un certo tipo di percorso, deve arrangiarsi con una serie di lavori occasionali (che comunque fortunatamente arrivano). Questo significa che noi costruiamo di giorno in giorno il nostro “stipendio”, senza sapere con esattezza se il mese successivo sarà fortunato quanto il precedente. Inutile che io vi spieghi quanto questa cosa mi generi ansia: mi sento sempre sul filo del crollo perché basta che qualcosa vada leggermente storto e vado con il culo per terra. Parliamoci chiaro, io a Roma sono sola. Non c’è mamma, non c’è papà e non ci sta nemmeno una zia lontana lontana di tredicesimo grado: se vado a sbattere, qui a Roma, io sono completamente sola. Per farvela breve, non ho le spalle coperte da una famiglia benestante, quindi se non ho i soldi per l’affitto di certo non posso chiederli a mammà.

Ma torniamo a parlare della persona che mi ha mandato letteralmente in crisi la settimana scorsa. Stavo appunto camminando su via Ottaviano e mi imbatto in una ragazza che chiede l’elemosina. E che c’è di strano, vi chiederete, dopotutto a Roma è una cosa normale vedere persone che chiedono l’elemosina, a maggior ragione nei pressi del Vaticano. Perché questa ragazza avrebbe dovuto farmi effetto più di un’altra? Era forse affetta da una grave malattia che le deformava qualche parte del corpo? No. Portava mutilazioni o ferite rimarginate male particolarmente vistose? No. Era nuda, sporca, sciatta, puzzolente, malata…? No, niente di tutto questo. Era una ragazza ordinaria che avrà avuto la mia età. Vestita bene, con dei jeans e un maglione, una giacca e una sciarpa di lana. Se ne stava in ginocchio su una coperta, tenendo il sedere alzato e non appoggiato sui polpacci. Nelle mani aveva un quaderno aperto sul quale aveva scritto “Buon Natale” e un altro pensiero carino di auguri. Era una scritta molto bella, curata e fatta a mano con tante penne colorate. Si era decisamente impegnata moltissimo e aveva messo in quel lavoretto manuale tutta la sua creatività. Io le sono passata vicino e per un attimo ho avuto l’impressione di camminare a rallentatore: la guardavo e lei teneva lo sguardo alto verso le persone, sorridendo e salutando. Era piena di dignità, nonostante l’umiltà del suo gesto.

“Potrei essere io”, penso. Perché no, dopotutto? Perché quella ragazza, senz’altro in grado di lavorare e anche di bell’aspetto, ha la sfortuna di dover chiedere l’elemosina e io non dovrei avere minimamente paura di fare la stessa fine? Che ha di diverso da me? Quali sono stati i fattori che hanno determinato il suo dover elemosinare qualche moneta per sopravvivere? Non potrebbe forse succedere la stessa cosa anche a me se tra qualche settimana non avessi il mio – fortunato – ricambio di clienti? Basterebbe che mi mollasse il mio cliente più importante che già non saprei con cosa pagare l’affitto, di certo non sopravviverei con i lavoretti collaterali (scrivere su qualche magazine online, vendere qualche piano editoriale per una piccola azienda, spacciare sottobanco qualche bibliografia per una tesi di laurea). E cosa farei io a quel punto? Sarei effettivamente capace di prendere i miei colori a tempera, scrivere un bel cartello e stare in ginocchio su via Ottaviano sperando che qualcuno mi lasci qualche moneta? Avrei davvero il coraggio di chiedere l’elemosina?

La mia passeggiata comunque continua verso il colonnato di piazza San Pietro dove, già alle 20 della sera, molte persone iniziano a costruire il proprio giaciglio per la notte. Li ho osservati attentamente e sono meticolosi, anche perché in questi giorni sta facendo molto freddo. Alcuni sono molto attrezzati, oltre alla base in cartone sulla quale appoggiare eventuali coperte, possiedono anche dei teli di plastica che riescono a sistemare in modo da ripararsi dal vento e dalla pioggia. Altri, invece, sono meno fortunati e non possiedono nient’altro che una coperta perciò sono costretti a ripararsi sotto ai portici (se e quando trovano posto tra altre persone nella loro stessa situazione). Li vedo parlare tra di loro, condividere del cibo oppure scambiarsi dei libri. Qualche volta giocano a carte, si raccontano delle storie, bevono del vino e si scaldano con dei piccoli fornelletti a gas sui quali mettono a bollire delle minestre.

Così, molto banalmente, io penso a tutte le case abbandonate che vedo. Ai capannoni sfitti, ai locali fatiscenti e mi chiedo: ma perché queste persone le facciamo dormire in strada? Davvero non riusciamo a fare un piano sensato per fare in modo che queste persone trovino, almeno per la notte, un dignitoso riparo? Non sto parlando di centri d’accoglienza con complicatissimi piani di inserimento sociale, ma di spazi dignitosi in cui una persona possa farsi una doccia e possa dormire all’asciutto. Dove possa avere un minimo di intimità anche nelle cose più banali, io non credo che queste persone siano felicissime di defecare negli angoli bui delle strade perché i bar negano loro l’accesso alla toilette. E se pensate che questo sia un problema che riguardi solo “matti”, immigrati irregolari, zingari e senza fissa dimora per scelta: vi sbagliate di grosso. Io sto parlando di persone cadute in disgrazia semplicemente perché sole in un enorme momento di difficoltà, esattamente quello che potrebbe succedere a me domani. E non sto banalizzando niente, la mia non è carità cristiana o altre porcherie simili, io sto parlando di equità sociale, di redistribuzione della ricchezza, di diritti dei lavoratori. Perché l’Italia non deve essere una Repubblica fondata sul lavoro, ma sui lavoratori. E quelle persone, quella gente che io vedo ogni giorno dormire in strada al freddo, sono lavoratori che sono stati abbandonati dallo stato. Gente che non merita nulla, nemmeno una promessa in campagna elettorale perché tanto quelli non vanno a votare.

E sono incazzata nera perché stiamo qui ad accusare la Raggi di aver comprato un albero di Natale sfigato e non la accusiamo di lasciare in strada i poveri, privandoli del lusso di essere riconosciuti come esseri umani. Bestie che possono vivere fuori, in giardino, come i cani e i gatti. Come i topi. E provate a dormire a Porta Maggiore, in un angolo anche pulito, contate però quanti sorci delle dimensioni di polli vi passano davanti in cinque minuti. Ma quella gente non è degna nemmeno di prevenzione sanitaria, perciò lasciamo tutto lì, uomini e topi a farsi compagnia. Quindi, invece di rompere le palle per Spelacchio, rompiamo le palle per coloro che non hanno voce e vivono nei vicoli aspettando che qualcuno – un giorno – si possa occupare di loro. Non dovete crederci alla balla enorme che non c’è una casa per tutti, è una stronzata. Esistono famiglie che hanno cinque o sei case e persone che vivono in strada, ma quando arriverà il momento di una sana e onesta redistribuzione della ricchezza? Quando cominceremo con gli espropri quelli seri? Ah, è incostituzionale dite. Allora va bene, allora viviamo in maniera disumana, lasciando uomini sotto la pioggia perché non riusciamo ad affittare il nostro appartamento a sette miliardi di Euro al mese.

E niente, mi sono incazzata anche questa volta e mi rendo conto di averlo fatto per niente. Tanto non ci sarà politico che prenderà a cuore questa questione perché i barboni non portano voti, non ci vanno a votare, non seguono la televisione. Chi se ne frega di questa gente che non vale niente alla conta dei numeri? Io credo solamente che una città governata da un essere umano, di qualsiasi partito politico, dovrebbe essere caratterizzata dall’assenza di un’emergenza abitativa costante. Perché le case ci sono, gli spazi non mancano e se questi sono fatiscenti non mancano i soldi per ripararli. Certo si sarebbe potuto evitare di sputtanare cinquantamila Euro in un albero di Natale di merda.

Vostro Onore, ho concluso. Mi dichiaro colpevole.


Non mi va nemmeno di mettere un’immagine o di imbellettare questo post. Avevo voglia di sfogare la mia rabbia e la mia frustrazione, quindi così com’è andrà benissimo. Il dialogo è comunque aperto e potete commentare con insulti e quant’altro. Io volevo solamente dire la mia, sicuramente un’opinione faziosa, ma non me ne frega proprio niente. Non rileggo nemmeno, non voglio che questo post perda anche solo un grammo di tutta la rabbia che ho messo per scriverlo.

Perché non mi faccio una macchina? E perché Pamela usa gli Uniposca rosa?

Se avete pazienza, tra qualche riga inizierò a raccontarvi la storia di Pamela. Se non avete pazienza, andate al paragrafo che parla di Pamela e della sua vita privata. 

Era da tempo che volevo avere il tempo di scrivere questo pezzo perché ultimamente ricevo molti messaggi di persone che mi seguono su Instagram (e quindi vedono le mie Stories) che mi chiedono, increduli “Ma perché ci metti due ore ad andare al lavoro?”. Non avete letto male, lo ribadisco nuovamente: passo 4 ore al giorno sui mezzi pubblici. E no, non lavoro fuori dal raccordo e nemmeno in un’altra regione: vivo a Centocelle e lavoro a Ponte Milvio.

Il tragitto, di per sé, non è molto lungo. Sono circa una ventina di chilometri passando dal centro, male che vada una quarantina di minuti in macchina. Per me no.  Esco di casa intorno alle sette della mattina, minuto più o minuto meno e mi presento alla fermata del 451 sulla Togliatti. Aspetto il primo autobus che in genere è strapieno e non si riesce a salire (causa scuole, naturalmente) quindi aspetto il secondo. A volte anche il terzo. Una volta ho atteso il quarto per poter ricavare un piccolo spazio vitale nel quale sopravvivere fino a Subaugusta, per prendere la metro A.

Direzione Battistini, il treno si carica all’Anagnina e arriva a Subaugusta PIENO di gente. Il primo non riesco mai a prenderlo, in media riesco a salire sul quarto. Una volta ho aspettato il sesto per riuscire a incastrarmi stile Tetris con gli altri passeggeri. Mi ci vogliono un sacco di fermate e devo subire la ressa folle di Termini per arrivare a Flaminio dove, finalmente, scendo e bevo due o tre litri d’acqua al primo nasone disponibile. Di buono c’è che, nonostante le temperature rigide di questi giorni, non sento mai il freddo. Anzi, faccio delle corroboranti saune gratuite, ma sarebbe meglio offrissero anche la doccia e un cambio.

Tram_piazzale_flaminio_roma4.JPG

A Flaminio, dopo essermi scolata tutte le riserve d’acqua di questa città, aspetto con pazienza il tram: il magico 2 che mi porterà dritta dritta a Viale Tiziano. Durante questo tratto, di solito, non ho problemi nel trovare da sedermi. Per fortuna. Quindi, per farvela breve, arrivo in ufficio alle 9:30 circa (minuto più o minuto meno) già stanca e nervosa per un viaggio assurdo che sono costretta a compiere tutte le mattine. Ho imparato a portare con me una maglietta di ricambio e del deodorante, così appena raggiungo l’ufficio riesco a darmi una sistemata minima che faccia di me – almeno – una persona normale. Per diventare turbofiga mi ci vuole troppo tempo e comunque non ne vale la pena.

In tutto questo però una nota positiva c’è: origlio con immenso gaudio le conversazioni altrui. In realtà, una delle cose che mi piace di più è ascoltare le ragazzine che vanno alla scuola superiore perché parlano di maschi e amiche come se fossero l’unica cosa davvero importante di tutta la loro esistenza. Beata innocenza. E allora ho conosciuto Priscilla che ha la mamma testa di cazzo che non la lascia andare alla piazza il sabato sera, Francesca che ha una cotta pazzesca per Giulio di IIIC ma lui sta con Flavia e non si lasceranno proprio mai e Lavinia che è un po’ indecisa e non sapendo bene chi prendere li prova tutti in serie aspettando di trovare quello che le piace di più… e tante altre delle quali non ricordo il nome, ma ho ben chiara la storia.

Sono talmente tanto interessata a queste vicende che alle volte mi verrebbe da fermare queste ragazzine e chiedere loro “Oh, ma alla fine Chiara ha detto a Francesco che Penelope lo tradisce con il fratello di Giovanni?” Eh sì, perché poi ti mancano i pezzi! Passi praticamente quaranta minuti ad ascoltare tutti i dettagli di una vicenda e non saprai mai il finale perché accadrà nei giorni successivi e tu non puoi certo fermare le studentesse del classico per farti aggiornare. Per esempio io vorrei proprio sapere Lavinia (o era Flaminia?) che fine ha fatto quando l’amica sua si è presentata furente sotto casa. Sì perché Flaminia (o Lavinia?) aveva avuto l’indelicatezza di scrivere al ragazzo che piaceva a Chiara (o Clara?) e Clara (o Chiara?) giustamente non l’aveva presa benissimo. Dopo un giro di telefonate in lacrime e accurate indagini sui contenuti dei messaggi, Chiara (o Clara?) aveva deciso di andare direttamente da Lavinia (o Flaminia?) per presentarle il conto. Quale conto? EH NON LO SO!

maxresdefault.jpg

Oggi però Pamela mi ha fatto volare altissimo con il suo Uniposca rosa. La storia effettivamente merita qualche riga, ho fatto moltissima fatica a non scoppiare a ridere rischiando di farmi sgamare dalle due che – ignare della mia malattia – si confidavano l’una con l’altra. Non conosco il nome delle due ragazze che parlavano, ma una era molto arrabbiata con Pamela. Pamela è l’ex fidanzata del suo ragazzo, una tizia che va sempre in discoteca e che si veste “tutta coatta”. Non l’ho mai vista, sto riportando fedelmente. Insomma, Pamela non ha preso benissimo il fatto che il suo ex si fosse trovato rapidamente (… troppo rapidamente? Non lo sapremo mai) una nuova ragazza e quindi, invece di prendersela con lui ha giustamente pensato (come tutte le brave psicopatiche di questo mondo) di prendersela con lei. Perché? Nemmeno questo lo sapremo mai. Fatto sta che oltre a riempirla di insulti via Facebook (fino a quando non è stata bloccata) ha pensato di prendere le fotografie della nuova coppia e disegnarci sopra dei cazzi rosa con Paint, così da stamparle e lasciarle ovunque nell’atrio della scuola. Non contenta, probabilmente con un diavolo per capello, ha deciso che questo non era abbastanza e che tutto sommato si poteva rinunciare completamente alla dignità. Dopo la scuola, riuscendo a svignarsela prima di altri, ha raggiunto il motorino della ragazza e sul parabrezza ha scritto qualcosa come: ME TE MAGNO E ME TE RICAGO.Delicatissima. Pamela però è un po’ coatta, ce lo hanno comunicato subito, così per non perdere quella nota elegante e raffinata ha pensato di scrivere il messaggio con un fantastico, quanto mirabolante, Uniposca rosa. Le due ragionavano sull’accaduto e non riuscivano a smettere di ridere. Per quanto questa Pamela fosse arrabbiata e anche potenzialmente pericolosa, le due non hanno minimamente preso sul serio quella minaccia stupenda vergata in rosa. Tra l’altro, mi dispiace per Pamela, ma l’Uniposca va via con un po’ d’acqua e una spugnetta… le cose si fanno fatte bene, la prossima volta va utilizzato un indelebile nero di quelli che puzzano come la morte. Eh, allora sì che forse ottieni qualcosa. Qualche bestemmia e un pugno sul naso? Sì.

Ma insomma, la cosa triste è che non sapremo mai quali altri malefici piani Pamela escogiterà per screditare la nuova ragazza del suo ex. Non sapremo mai se metterà in giro voci circa qualche malattia venerea, oppure se le verrà voglia di mettere del Gutalax nelle bevande della vittima. Non sapremo mai se le incendierà la casa, se farà lo scalpo al gatto oppure se muoverà guerra contro la Corea del Nord. Non lo sapremo mai e io rimarrò lì ad aspettare, ogni giorno come il giorno precedente, nella speranza che arrivi qualcuno e mi racconti … come cazzo le sia venuto in mente di stampare le foto modificate con paint e di lasciarle nell’atrio della scuola.

F I N E

Antea Onlus: il regalo solidale che rende felici tante persone

Calza-722x1024Natale è un momento frenetico per tutti, lo sappiamo. Corriamo come disperati a destra e a sinistra alla ricerca del regalo perfetto per ogni componente della nostra famiglia. Giustamente non vogliamo deludere nessuno, ma non vogliamo nemmeno spendere troppi soldi, tenendo sempre in considerazione la paura folle di toppare di brutto.

Non c’è una formula magica per il regalo perfetto, tuttavia posso aiutarti se devi arrangiare dei presenti per i tuoi colleghi oppure per il capo ufficio, ma – perché no – anche la vicina di casa e l’amica del cuore!

Antea Onlus è un’associazione romana che si occupa di garantire ai pazienti in fase avanzata di malattia una qualità della vita dignitosa, prendendosi cura di loro a domicilio. L’attività di questa associazione nata nel 1987 si basa sulle cure palliative, ovvero un  approccio multidisciplinare che prevede un supporto psicologico, riabilitativo, sociale, spirituale e legale oltre all’assistenza medico-infermieristica. I principi che muovono lo spirito dell’associazione sono tre e sono così articolati:

  1. L’accesso alle cure palliative è un diritto umano inviolabile che deve essere garantito ovunque si trovi la persona malata e a prescindere dalla sua condizione sociale ed economica
  2. La sofferenza e l’abbandono non devono cancellare la dignità della persona
  3. I pazienti in fase avanzata di malattia sono persone con qualcosa di unico da condividere

Trovandomi perfettamente in linea con questo approccio molto articolato e con i principi che hanno dato vita all’associazione,  ho deciso di supportare la campagna natalizia di Antea, attraverso la quale si raccoglieranno i fondi per mantenere le attività dell’associazione stessa. L’assistenza di Antea al paziente è garantita 24 ore su 24 da professionisti qualificati; stiamo parlando di 15 medici, 29 infermieri, 15 operatori socio sanitari, 2 ausiliari, 2 psicologi, 1 assistente sociale, 3 fisioterapisti, 1 assistente spirituale, 1 terapista occupazionale e più di 100 volontari.

Se anche tu, come me, senti particolarmente vicino questo tema, allora dovresti cominciare a pensare in modo diverso ai regali di Natale di cui parlavano in apertura. Ogni anno io cerco due associazioni alle quali destinare una parte dei miei guadagni mensili, generalmente sceglio un’associazione locale e una internazionale. Non è un gesto di cui parlo per vantarmi, ma semplicemente perché dicembre è il mese in cui guadagno mediamente un po’ di più e mi è più semplice contribuire alle cause in cui credo.

Perciò dai un’occhiata alle proposte creative di Antea Onlus per i regali di Natale, sicuramente troverai quello adatto per la tua collega alla quale piace mangiare casereccio, oppure alla creativa che ti abita di fronte che adora i biglietti alla “vecchia maniera” quelli ancora scritti a mano, ma anche per zio e zia ai quali piace tanto andare a teatro! Visita il sito. Ti ricordo che essendo un regalo solidale la spesa e deducibile/detraibile a norma di legge.

Oltre ai bigliettini bellissimi, troverete ingressi per il teatro e cestini con prodotti gastronomici. Di questi voglio farvi uno spoiler prima che andiate a vedere sul sito:

Confezione VERDE (€ 20,00)
Tagliatelle di Campofilone, ceci, noci, lenticchie, sugo al basilico.
Confezione ROSSA (€ 30,00)
Calamarata, quadrucci, ceci, bastoncini mandorlati, pomodori secchi e una bottiglia di vino rosso.
Confezione ARGENTO (€ 50,00)
Tagliatelle di Campofilone, lenticchie, calamarata, bastoncini mandorlati, quadrucci, pomodori secchi, ceci,noci, sugo al basilico, bottiglia di vino rosso e un ciondolo realizzato dai nostri pazienti.

Penso sia inutile dirvi che la Confezione Argento è già mia e la porterò dritta dritta alla mia mamma che adora i bastoncini mandorlati e il vino rosso. Quest’anno infatti ho deciso che farò solo regali solidali perché di regalare inutili cianfrusaglie sono proprio arcistufa!

E tu? Cos’hai deciso? 

Pacchetto-800x1134

Segui le attività di Antea Onlus anche su Facebook

Exitus Escape Room, sarai abbastanza intelligente per sopravvivere?

I Quattro gatti al lardo questa volta hanno ricevuto un invito un po’ strano: il dottor Zero ha chiesto loro di dimostrare  furbizia e coraggio.

Cari Quattro Gatti al Lardo, andare a mangiare nei ristoranti e raccontare dell’esperienza è tanto facile: mangiate bene, tornate a casa e poi scrivete. Ma io voglio proporvi qualcosa di speciale, qualcosa di diverso: voglio farvi provare la paura quella vera. Se accettate la sfida, venite in via Quintilio Varo 75 (Fermata Metro A Giulio Agricola) e se ne uscirete vivi, forse, avrete qualcosa di speciale da raccontare. Vi aspetto lunedì 30 novembre, alle ore 21. Niente polizia. 

23031311_610384982686149_2928119804480484914_n

Considerando che di solito non brilliamo di intelligenza particolarmente sopraffina, io qualche titubanza l’ho palesata. Non che mi spaventasse la paura di morire, figuriamoci, io sono quella che propone di andare a caccia di fantasmi! Ma un discorso è contare sulle proprie gambe, un altro è sperare che in otto disperati si riesca a mettere insieme le facoltà intellettive sufficienti per infilare il cavo A nella presa B seguendo il canale C. Io non so voi, ma qui si fa fatica a montare i letti dell’Ikea. Tuttavia si è preso il coraggio a due mani (e una buona dose di fatalismo) e ci siamo organizzati portando in campo il seguente schieramento: Aristogracchi con cintura gialla e umorismo sardo, Capocciara influenzata con Vegan Magnete e laurea in fisica, Roberta e tutta una serie di creme per la pelle, rossetti e correttori super efficaci (se devo morire voglio morire bella) e Claudia con panino al seguito, perché va bene tutto, ma quando viene fame non ci piace soffrire per più di cinque minuti. Ah, ovviamente io e Fidanzato Claudio che un attore e una specialista della comunicazione social forse possono tornare utili in paradiso. Alle brutte ci giochiamo qualche laurea inutile che abbiamo collezionato nel corso degli anni. Ma Dio non ha Facebook? Eddai.

Come dite? Siamo morti? Esatto. 

Arriviamo a destinazione puntualissimi e all’ingresso ci accoglie Claudio, un umilissimo servitore del dottor Zero. Ci fa entrare e ci fa firmare delle liberatorie, ognuno di noi decide lì per lì che se sarebbe dovuto essere dei nostri cadaveri. La Capocciara chiarisce che vuole essere cremata e buttata in qualche mare che non ho sentito, ma tanto è morta e quindi sticazzi. Quindi dopo questa piccola introduzione, Claudia e Roberta vanno in un angolino e acchittano un piccolo santuario dedicato alla Madonna del perpetuo soccorso. Per non saper né leggere né scrivere, si improvvisa un rosario. Scritto il testamento, lasciato messaggi strappalacrime sulle segreterie dei nostri cari, comunicato a Taffo le nostre volontà circa il rito funebre… ci siamo fatti accompagnare nella stanza che il dottor Zero aveva preparato per noi.

Più di trenta enigmi, sangue sulle pareti, catene e resti umani.

 

22886293_610384919352822_8434671748572565402_nRoberta decide che può essere il momento giusto per scattare la foto di profilo della propria lapide, si assicura che qualche parente la possa effettivamente cambiare ogni tot perché altrimenti diventerebbe ripetitiva. Comunque sia, si dà una sistemata e sceglie una posa adeguata alla situazione. Vi lasciamo la diapositiva. Mi spaventa di più Chantal che asseconda questa cosa proponendosi di scattare. Insomma, come al solito, morti sì ma con stile. Ma poco dopo, facendoci fare un mega infarto, la porta della stanza si chiude e sul monitor appare un inquietante conto alla rovescia. Abbiamo solo un’ora per uscire vivi da quella stanza e (giusto perché lo sappiate) siamo al buio. 

Fortunatamente Vegan Magnete ha preso una laurea in fisica, quindi sa come si chiude un circuito affinché si accenda una lampadina. Conoscenza piuttosto inutile perché trova un interruttore e si limita ad azionarlo. Da questo momento in poi sono solo cazzi nostri. Vi lascio una brevissima gallery, giusto per darvi un’idea di dove Roberta ha infilato la mano.

Se ve lo state chiedendo la risposta è sì, la Ottaviani ha infilato la mano nella tazza del cesso e non è stato assolutamente un passaggio piacevole. Comunque sia, alla fine della fiera, siamo riusciti a implorare il dottor zero per avere un piccolo extra time di 12 minuti per completare l’ultimo e decisivo enigma. Probabilmente non credeva che il pastore sardo e l’attore sarebbero riusciti a trovare la quadra in quella matassa indefinita di cavi elettrici da collegare ad una macchina con del vapore dentro (?) E invece no, ci sono riusciti nonostante la mia inutile presenza a fianco con un laser rosso. Poi si è anche scoperto a cosa servisse il laser, ma ci tengo a sottolineare che la Capocciara lo ha diligentemente conservato praticamente dall’inizio della partita. Ed è lì che, con tutta probabilità, mi sono resa ospite dei fantastici germi che mi stanno costringendo a letto. Mai condividere un laser con Ludovica.

Una volta risolto anche l’ultimo tranello, una volta inserita anche l’ultima delle chiavi da recuperare per avere salva la vita, la porta FINALMENTE si apre e noi possiamo scappare via a gambe levate. Ciao dottor Zero, ciao, è stato difficile, ma siamo più fighi di te. Vincenti e orgogliosi come Forrest Gump alla fine dell’infinita corsa con seguaci, saliamo le scale: c’è chi piange, c’è chi si abbraccia, un paio di noi chiamano la mamma, io disdico la mia bara con vista acquistata preventivamente con i soldi dell’assicurazione sulla vita.

E quindi uscimmo a riveder le stelle

(Inferno XXXIV, 139)

22861750_1921923411402423_8903248570524436987_o

Vuoi provare a battere anche tu il dottor Zero? Sfidarlo non è difficile, se abiti a Roma  basta cliccare qui altrimenti controlla sul sito la disponibilità delle stanze vicine a te nella tua città. Vi ho convinti? Siete mai stati in un’ escape room? Vi va di provare? Noi torneremo presto, stanno preparando una nuova stanza con nuovi enigmi da risolvere: saremo i primi a provarla!

 

Amelia Bistrot provato per voi dai Quattro gatti al lardo: i bicchieri non reggono Chantal

Esiste un bistrot meraviglioso a due passi da Furio Camillo, proprio vicinissimo alla fermata della Metro A. Si tratta di un posticino intimo, molto piccolo, dall’arredamento essenziale, dov’è possibile prenotare per una cena a base di pesce senza rischiare la brutta figura. Amelia Bistrot è il posto in cui porto tranquillamente a cena i miei futuri clienti e così facendo metto nel cassetto l’ansia da prestazione. Detto questo, passiamo alle cose serie.

Amelia Bistrot non poteva non passare al vaglio dei Quattro gatti al lardo, che questa volta erano undici. Undici food and fashion blogger (alcuni sedicenti tali e sto parlando principalmente di me) affamati e armati di smarphone: affari vostri! Questa volta la formazione della squadra prevedeva in attacco Meggy Fry e Tom Byron, rispettivamente di Impossibile fermare i battiti e Net in town. Centrocampo serrato dalla tripletta Marika, Claudia e Stefania (Breakfast and Coffee, Claudia_Ottaviani, e Un metro quadro di cucina). In difesa, schierati non troppo bene, Chantal e Degortes degli Aristogracchi, supportati da due corridori laterali importanti: Ludovica e Vegan Magnete Cavernicolo di Capocciara. In porta abbiamo piazzato Fidanzato Claudio e a mettere le pezze in giro per il campo… io. Risultato della partita? Un bicchiere rotto per noi a zero. Dite che abbiamo vinto?


Cosa avete mangiato?

Tanto.

No, cosa!

Sì, bene.


Abbiamo avuto l’onore di un menù personalizzato tutto per noi, tre antipasti, un primo, un secondo e un dolce. Il tutto accompagnato da un vino bianco naturale, un vino superiore anche ai più moderni vini biodinamici poiché realizzato con metodi di lavoro che prevedono il minor numero possibile di interventi in vigna e in cantina, l’assenza di additivi chimici e di manipolazioni da parte dell’uomo. La cantina di Amelia è per lo più composta da questa tipologia di vini e sono tutti da provare seguendo le indicazioni di Stefano, il proprietario.

Vi mostro la galleria di immagini dei piatti che sono stati serviti al nostro tavolo, perché per quanto io sia di penna scaltra, alle volte non riesco a trovare le parole adatte per descrivere certe meraviglie.

Pesce spada alla cacciatora su crema di rapa, polpetta di leccio, gallinella su bagna cauda.

Come vi dicevo all’inizio del blog post, Amelia Bistrot è un locale molto intimo ed essenziale, dove al centro dell’attenzione rimane il cibo e la sua preparazione (la cucina è a vista), di conseguenza conviene prenotare per essere sicuri di non dover attendere fuori dalla porta, soprattutto adesso che s’avvicina la stagione piovosa e fredda.

Nel complesso, la squadra di mici dalle code attorcigliate decide all’unanimità di promuovere il ristorante convenendo che le quasi cinque palle (cit. Capocciara) di Trip Advisor sono sostanzialmente meritate.

Ora, se volete conoscere le dinamiche precise della perdita del bicchiere di Chantal… bene, non lo sappiamo. Lì attorno c’era un AristoSardo, un Cavernicolo, una Capocciara e un Fidanzato Claudio e nessuno di loro sa spiegare, almeno per ora, una sequenza di fatti che abbia una certa coerenza: colpa del vino? Ciò che rimane incontrovertibile è la rottura del bicchiere e del silenzio tradizionale che segue il fattaccio, seguito poi da applausi e complimenti, abbracci e commozione (cerebrale).

Amatriciana di mare

Per il resto, la serata è stata ricchissima di spunti di riflessione che mi sono portata a casa con grande gratitudine verso coloro che condividono sempre con me i loro punti di vista. Il mestiere del blogger, che esso sia proprio una professione remunerativa o un semplice hobby, dovrebbe vivere anche di confronto tra le persone. Le opinioni, le esperienze, le idee… quando tutto questo viene condiviso non può che uscirne un profitto intellettuale per tutti. Quindi devo ringraziare, solo ringraziare.

Per concludere, senza annoiarvi con i miei papiri infiniti dove spiego l’importanza dello scambio di idee, vi consiglio di andare a cena da Amelia Bistrot e ve lo consiglio con il cuore. Il locale si presta molto ad una cenetta romantica (ci sono le candele!) quindi se siete vicini a qualche anniversario speciale… ecco, vi ho risolto il problema! Fatemi sapere se ci andate, mi raccomando!

Tataki di pesce spada su polpetta di panzanella.png

Tataki di pesce spada su polpetta di panzanella

 

Pinsa e buoi dei … quattro gatti al lardo!

«Pronto, buonasera. Abbiamo letto che “Cosa fare a Roma” vi elenca nelle 10 migliori pinserie della capitale e… niente. Possiamo verificare?»

[tu tu tu tu tu]

No, ovviamente non è andata così, si fa per giocare. L’ospitalità del personale di Pinsa e Buoi dei… è assolutamente indiscutibile e di certo non si sarebbero mai permessi di riagganciare in faccia nemmeno a sei disperati come noi: I quattro gatti al lardo in missione. Ma non eravate in sei? Sì, ma prima eravamo in quattro. 

progetto quattro gatti al lardo.jpg

Più che altro vi sembrerà strano che ci si possa limitare alla verifica della qualità della pinsa quando si ha la possibilità di cenare in un posto così rinomato e prestigioso… e infatti non è andata così. Abbiamo voluto assaggiare tutto, ma proprio tutto, partendo dall’antipasto per chiudere con il dessert. Una cena in piena regola, il menù adatto per celebrare ufficialmente la fondazione del nostro gruppo di blogger al massacro. Ve ne parleremo in un altro articolo, ora torniamo al vero protagonista di questo post: il cibo romano, presentato a regola d’arte nel pieno della tradizione capitolina. E anche oggi la dieta la facciamo un’altra volta, eh? 

Apriamo le danze con un accattivante tris di fritti: Fidanzato Claudio e Aristogracchia si assicurano con premura e amore che non mi avvicini nemmeno per sbaglio a quello con la Nduja. Per la serie “Gatta, ti vogliamo bene, ma la serata al San Giovanni per riacchiapparti dall’inferno… un’altra volta”. Già, non posso mangiare il peperoncino, mi fa male e succede un casino. Poco male, posso assaggiare gli altri. Il punto è che non abbiamo fatto in tempo a fotografarli, Vegan Magnete e Fidanzato Claudio non hanno saputo resistere e ci hanno rovinato la composizione. Bravi, davvero un atteggiamento molto maturo da parte vostra!

A questo punto arriva lui, Luciano il cameriere, dispostissimo ad illustrarci tutto il menù a nostra disposizione, compresi i piatti del giorno. Intanto, per incominciare, assaggiamo la famosa pinsa e scegliamo, manco a dirlo, quella del giorno: pinsa con farina semi integrale condita con prosciutto crudo, stracchino, pomodoro pachino e rucola. Abbiamo fatto in tempo a fare una fotografia, ma solo perchè la Capocciara ha minacciato di morte Vegan Magnete ed io ho ricordato a Fidanzato Claudio una tipologia di castigo piuttosto crudele da applicare all’interno di una coppia.

Pinsa del giorno con farina di farro prosciutto rucola stracchino e pachino.jpg

E adesso possiamo dirlo: sì, la pinsa è davvero buonissima. Leggera, croccante, gustosa e farcita con ingredienti di primissima scelta. Non so dire se sia la più buona di Roma, ancora non le ho assaggiate tutte, ma sicuramente per ora è tra le mie preferite. C’è da dire, tra le cose, che il piatto si presenta benissimo e già l’occhio viene sfamato e soddisfatto ampiamente.

Mentre i discorsi a tavola degenerano, scopriamo che alla Capocciara non piace Tarantino e che Aristosardo  non ha mai letto Harry Potter. Vegan Magnete preferisce il silenzio cautelativo, mentre Fidanzato Claudio parte con il pippone da laureato al DASS. Aristogracchia fiuta la catastrofe e propone di passare al primo rapidamente. Poco male, impieghiamo circa quaranta minuti per prendere una decisione e alla fine…

Saccottino con ripieno di caponatina siciliana .jpg

 … facciamo arrivare a tavola un saccottino ripieno di caponatina siciliana. Prendiamo ancora tempo, su. E intanto il vino era già finito. Vai con la seconda bottiglia! Finalmente, dopo un lunghissimo dibattito con il cameriere per evitare la strage per mano del cuoco, ci accordiamo per venire loro in contro: tutti piatti diversi. No, non è vero, ma nemmeno tanto falso. Vi ho preparato una gallery per darvi un’idea.

Questo slideshow richiede JavaScript.

Io ho ordinato gli strozzapreti alla gricia, con guanciale di Amatrice, pere e ricotta. Fidanzato Claudio, invece, ha scelto i ravioli al tartufo con fonduta di formaggio. La Capocciara e l’Aristogracchia hanno scelto una meravigliosa carbonara di bombolotti con tartufo e uova biologiche, mentre Aristosardo e Vegan Magnete si sono venduti al tonnarello cacio e pepe con zucchine. Sì, come avete sicuramente notato, solo io e Fidanzato Claudio abbiamo voluto rompere le palle con due piatti differenti. Ne è valsa la pena, credeteci e andate a verificare con le vostre papille gustative.

WhatsApp Image 2017-09-01 at 13.27.33

Vorremmo fosse messo agli atti che dopo l’antipasto, la pinsa, il saccottino, i primi ed il pane, Vegan Megnete (altresì detto fidanzato cavernicolo della Capocciara) ha chiesto, senza troppa vergogna, un’altra pinsa da condividere. Naturalmente è stato accontentato e da lì in poi le bottiglie di vino rosso sono diventate improvvisamente tre. Misteri della moltiplicazione dell’alcol, nessuno di noi è in grado di spiegare cosa, effettivamente, sia successo. Nel frattempo rischiamo un nuovo incidente diplomatico: Aristosardo non è romantico e non vuole nemmeno provare ad esserlo, perciò Aristogracchia decide di punirlo con una manata sul braccio senza dargli alcuna spiegazione. Lui ci rimane male, ma non quanto Fidanzato Claudio che invece la manata se la prende in faccia, dritta sulla tempia. Bè, giuro, non volevo essere violenta a tal punto, tant’è che c’è un video che dimostra il mio sgomento nell’accorgermi della potenza delle nocche sull’osso del cranio del mio bellissimo fidanzato. Aia.

Semifreddo al pistacchi di Bronte.jpg

Chiudiamo, sfiorando la rissa e una guerra in Corea, con l’arrivo del dessert e dei caffè. Io penso di non aver parole a sufficienza, nel mio vocabolario, per descrivere la meraviglia di quel semifreddo ai pistacchi di Bronte. Ne ho assaggiato solo un cucchiaino, non ho fatto in tempo a scattare una foto che il dolce era già finito. D’accordo, ripiego sul sorbetto agli agrumi di Sicilia.

Ed è finita così, un po’ a risate e un po’ a manate in faccia, ma con la pancia piena e un programma davvero fittissimo di cose da fare marchiate Quattro gatti al lardo.  Mangiare abbiamo mangiato, bevuto abbiamo bevuto, ringraziamo il notturno dell’Atac per la puntualità insolita nel riportare a casa me e Fidanzato Claudio, ringraziamo il nipote del proprietario di Pinsa e Buoi che ci ha fatti servire in modo assolutamente impeccabile, ringraziamo un po’ a destra e un po’ a sinistra, compresi cameriere Luciano e cameriere quasi giornalista.

Ricordiamo che esistono due ristoranti Pinsa e buoi dei… uno si trova a San Lorenzo e uno a San Giovanni. Per maggiori informazioni, contatti e altre fotografie, cliccate qui.

Se sei proprietario di un locale o di una qualsiasi attività di intrattenimento e turismo e vuoi ospitare i Quattro gatti al lardo, facci un fischio! Noi siamo sempre pronti a buttarci in ogni tipo di avventura: tu proponi, noi non abbiamo limiti. Se poi uno di noi muore, non c’è problema, lo sostituiamo.


 

Quattro gatti al lardo® è un progetto in collaborazione con gli Aristogracchi e la Capocciara. Ogni diritto in merito al cioccolato fuso, alle pere caramellate, al guanciale croccante e alla pasta al pesto è riservatissimo. Vuoi venire con noi? Scrivici, se sei un blogger o un igers appassionato di gente poco seria, puoi venire con noi appena c’è occasione. 

Una veronese a Roma, pt. II

Lo so, sono in ritardissimo con la seconda parte di questa storia e so anche che ci stanno delle persone, in fondo alla stanza, che mi fanno il segno sull’orologio: scusate. Quindi, dicevamo che volevate sapere come procedono le disavventure di una veronese a Roma. Bene perché siamo capitati nel momento giusto: AGOSTO.

Non so se nel resto della penisola italica ne siate al corrente, ma a Roma non piove da diversi mesi. Mai una minaccia, mai una nuvoletta, mai nemmeno un lampo o un tuono; niente di niente, solo clima africano e arsura. Ma state tranquilli, non disperate, perché l’amministrazione Raggi sta sistemando tutto: chiudiamo infatti le fontanelle pubbliche, tutte tranne quelle del centro storico altrimenti facciamo brutta figura con i turisti, così risparmiamo l’1% di acqua sprecata e il lago di Bracciano tornerà ad essere un lago e non un campo da tennis. E se non funziona poco male, morirà di sete un po’ di gente inutile e si ridurrà la popolazione e quindi l’impiego d’acqua. Geniale. Non ne vedete il senso? Tranquilli, nemmeno noi che viviamo qui e con i nasoni (così chiamiamo le fontanelle) praticamente ci campiamo felicemente perché l’acqua di Roma è buona.

Poi è agosto dai, non vorrai mica lamentarti con questo caldo. E comunque non è grave, puoi sempre mettere in borsa una borraccia d’acqua  e te la cavi. Dopotutto, sul 19, ovvero il tram che collega il Vaticano con Centocelle, c’è molto caldo e l’aria condizionata non è mai stata montata, non puoi andare senza acqua. Come dite? Perché non prendo la metro? Aspettate, voi intendete la Metro C, quella che collega Monte Compatri a San Giovanni, passando per Centocelle! Ah sì. Bè, si potrebbe prendere, se solo non fosse ancora scollegata dalla Metro A mesi dopo l’inaugurazione. Perché? Non lo so, ma non sono quei 700 metri a piedi il problema. Eh, la Metro A è mezza chiusa, ci stanno le navette sostitutive: una ogni morte di Papa, che detto qui a Roma pare pure brutto. Tranquillo Francesco, vai sereno, l’ATAC non ci deluderà!

Disagio? No, nemmeno tanto. Qui a Roma abbiamo il mare vicino: Ostia beach, solo per i veri poveri certificati.

IMG_5155

Lo stabilimento balneare di Jesolo vs. la spiaggia libera di Ostia

La spiaggia libera è per noi che abbiamo sempre le tasche vuote e la testa piena di fantasia, c’è poco da fare, questo vale al nord quanto al sud. Spendere più di 10€ al giorno per un lettino e un ombrellone non è cosa per noi. A noi piace essere rustici, alla fine, quindi come tutte le famigliole per bene acquistiamo il nostro ombrellone dai cinesi, prepariamo la nostra borsa con dentro un paio di teli da mare e ce ne andiamo, come le paperelle, alla spiaggia.

  • L’ARRIVO ALLA SPIAGGIA. La famiglia del nord, a Jesolo, è composta. Intanto se va al mare da quelle parti, probabilmente, ha pure i soldi e non si accamperebbe mai in una spiaggia libera, ma in secondo luogo il buon veronese che si rispetti vuole stare comodo. Arriva allo stabilimento e paga per la famiglia: lettino per la moglie, ombrellone per i pupi e basta così. Perché i soldi ce li hanno, ma meno ne spendono meglio è. “Fattura? Scontrino?” “No, scusa, ho da fare, non ti ho sentito.” E niente, finisce così, un po’ evasione, un po’ freestyle. La mamma, nel frattempo, prende per un braccio i ragazzini, li avvicina molto educatamente con un bel sorrisetto ipocrita, poi – a bassissima voce – li minaccia di peste e carestia preventivamente. Detto ciò, la famigliola silenziosa, si appropria dell’ombrellone assegnato e inizia la giornata al mare. Qui a Roma non funziona così. Intanto, per prima cosa, la famiglia media a Ostia Beach è composta da minimo 6 persone: mamma, papà, due ragazzini, nonno e nonna. Tutti e sei con un solo ombrellone comprato dai cinesi, forse un lettino per la nonna e nove borse termiche per il pranzo. Arrivano solcando la spiaggia alle sette della mattina, per prendersi il posto migliore, piantano l’ombrellone e la cucina portatile: alle nove stanno già preparando il guanciale per la pasta. I ragazzini hanno una voce che raggiunge decibel mai sentiti, secondi solo a quelli della madre quando decide di richiamarli dall’acqua perché devono mangiare qualcosa. Gente in Corsica giura di sentire quotidianamente una mamma romanda minacciare di morte il proprio figlio se non esce dal mare in tempo zero. I bambini veronesi invece sono addestrati militarmente e chiedono il permesso in duplice copia con bolla ministeriale anche solo per iniziare a pensare di farsi un bagno; mentre attendono il nulla osta della commissione “vacanze per bene” presentano un modulo per la costruzione edilizia di un castello di sabbia sul bagnasciuga. I ragazzini di Roma, invece, si divertono.

 

  • IL PRANZO. La famiglia veronese, sebbene sia arrivata in macchina e l’abbia parcheggiata appena fuori dallo stabilimento, non ha con sé borse termiche con il pranzo. La famiglia veronese preferisce sempre la comodità di un tavolo, delle sedie e qualcuno che serva loro del cibo. Quindi, verso mezzogiorno e mezza, il marito prende il portafoglio, obbliga i ragazzini ad indossare una maglietta, richiama la moglie che ci mette sei anni ad indossare un pareo e si accomodano al pulitissimo ristorante dello stabilimento. Sul tavolo: prosciutto, melone, un po’ di lattuga con dei pomodorini e vino bianco. I ragazzini hanno la Coca-Cola, se sono fortunati e non hanno una mamma pediatra o dentista. Comunque sia, di qualsiasi estrazione sociale si stia parlando, tutto può variare tranne il vino bianco e questa cosa è sacrosanta. Sì, perché chi non abita a Roma deve sapere che questi tizi italici terroni non sempre bevono a tavola. Un’eresia bella e buona per me che senza vino non riesco nemmeno a deglutire un tozzo di pane. Che poi qualcuno me lo dovrebbe spiegare come fanno a vivere così: niente Tocai del Veneto di Checchini. Ma siete tutti impazziti? Matti o non matti, i Romani non bevono il vino a tavola e non ne percepiscono l’assenza come noi percepiremmo quella dell’acqua. Voglio dire, se la Raggi togliesse l’acqua dalle fontanelle di Verona chi se ne accorgerebbe? E sticazzi, noi abbiamo il vino! Comunque sia questa storia sembra averla compresa chi mi sta vicino, il mio suocero bis (sì, ho due suoceri: la madre di fidanzato Claudio si è risposata ed io ho fatto la combo) mi chiede regolarmente scusa per l’assenza di vino sulla tavola. Regolarmente lo assolvo con sufficienza. Ma insomma, la famiglia veronese consuma il suo pasto in orario discutibile e lo fa in silenzio e discrezione. La famiglia romana a mezzogiorno e mezzo sta – forse – facendo uno spuntino, ma passeranno altre due ore prima che decidano di fare qualcosa che somigli ad un pranzo. Qui a Roma non ho mai pranzato prima delle due, forse qualche volta intorno all’una, ma perché avevo fame e magari non avevo fatto una gran colazione. Fatto sta che la mamma di Roma ha nelle vaschette di plastica tutto il pranzo prontissimo: mezze maniche al sugo, pane a volontà, insalata mista, due costine, un prete, sette cervi reali, un rabbino e pure una banana. Mangiano, tutti insieme, sotto all’ombrellone, facendo una gran caciara. I bambini corrono con la pasta in mano, rispondono con urla alle urla della madre e in una mezz’oretta si risolve tutto con il papà e il nonno che russano rumorosamente all’ombra.

 

  • IL RITORNO A CASA. La famiglia romana s’alza tutta insieme e verso le cinque stabilisce che sia il caso di iniziare il ritorno. La famiglia romana, infatti, abita a Centocelle e per andare a Ostia con i mezzi deve fare un po’ di casino. Trenino fino a Piramide, poi metro B fino a Monti Tiburtini e per concludere autobus fino a piazza dei Mirti. Alle cinque comincia a smontare il campo nella spiaggia libera, alle nove di sera è a casa. La famiglia di Verona invece ha l’Audi parcheggiata lì, parte da Jesolo alle sette e alle otto e mezza sta già a letto, come le galline. A casa, la madre veronese spalma la cremina sulle spalle morbide e dolcemente abbronzate dei due ragazzini, raccontando loro le mirabolanti avventure dell’eroe Salvini, mentre la madre romana sta cercando di impomatare le ustioni delle sue due bestie di Satana che non hanno voluto mettersi la crema manco per il cazzo, facendo però silenzio perché c’è la prima di campionato e gioca la Roma. Anche a Verona gioca l’Hellas, ma il papà è in garage che aspira la sabbia dagli interni dell’Audi e ascolta la partita dalla radio.

 

Ora, immaginate la cosa: io vengo dalla tipica famiglia veronese e (con qualche eccezione dovuta ad un padre romagnolo) non ho avuto un’estate tanto diversa da quella che – ironicamente – ho raccontato. Crescere in un posto dove le grane familiari si risolvono a bassa voce e si cerca di lasciarle trapelare il meno possibile (a meno che non si parli di mia nonna Anna che, sminchiando il luogo comune, ha sempre pensato fosse di interesse collettivo ogni suo litigio con mio nonno Pietro) e poi andare a vivere in una città dove potrei tranquillamente esporre a tutti voi il motivo del litigio tra la signora e il signor Bordini del terzo piano, mi ha decisamente destabilizzata. Alle volte ho un po’ l’impressione di vivere dentro un programma della De Filippi, con delle incursioni del giudice Santi Licheri e Maria Teresa Ruta, ma va benissimo così. La genuinità confusionaria dei romani la preferisco al silenzio composto dei veronesi, anche se – porca miseria – sarebbe carino non svegliarsi la domenica mattina con l’elenco dei capi d’accusa attribuiti al Sig. Bordini direttamente dalla moglie in veste di pubblico ministero improvvisato. Col megafono incorporato.

 

Ho scritto troppo: larga è la foglia, stretta è la via, dite la vostra basta che lo facciate a bassa voce che di gente che urla ne ho intorno abbastanza! (Disse la ragazza accusata  per anni di avere una voce fastidiosamente alta per i parametri veronesi. Be’, cari amici che tanto mi avete derisa per il mio vocione, sappiate che qui a Roma rientro perfettamente nella media cittadina e voi, dolcissimi amici, potete pure andarvene maledettamente a fanculo!)

La gatta e la volpe in “Vacanze RoNane”

“Ma è tua sorella?”

“No, è  mia amica”


“Piccolina!”

“No, la piccolina ha trent’anni”


“Le facciamo una domanda: secondo lei, io sono la sorella, l’accompagnatrice o l’amica di questa ragazza?”

“Direi l’accompagnatrice”

225
Foto di repertorio correva l’anno 2013

Ed ecco alcuni esempi dei dialoghi tipo ai quali io e Francesca siamo oramai super abituate. Chi è Francesca? Francesca è l’amica mia alta un metro, be’ qualcosa meno di un metro, insomma… un metro con le scarpe. Io e lei ne abbiamo viste un bel po’: ci conosciamo da diversi anni e dal giorno che ci siamo conosciute ad oggi, di cose ne sono cambiate un sacco.

“Tu e Francesca siete proprio fortunate, pagate meno in treno ed entrate gratis ovunque”

“Sì, ma i nostri viaggi non sono mai giretti rilassanti”

Verissimo, in treno paga solo una di noi due e generalmente viaggiamo in prima classe al prezzo della seconda. Vero anche il fatto che (quasi sempre) entriamo gratis nei musei e se non è gratis, sicuramente paga solo una di noi due. Vero pure che non conosciamo code e attese, molto spesso non veniamo nemmeno sottoposte ad estenuanti controlli all’ingresso e qualche volta abbiamo il privilegio di poterci avvicinare un po’ di più ad un’opera rispetto al pubblico non disabile. Una gran fortuna, non è vero? Be’ no, non è così. Più che altro noi la viviamo come uno sconto, tanto che se qualcuno ci dicesse “Voi qui entrate gratis” noi potremmo tranquillamente rispondere “E grazie ar cazzo”.

115
Altra foto di repertorio, forse era il 2014

Come sia vivere ad un metro d’altezza ve lo racconta direttamente Francesca nel suo blog, mentre io vi racconto cosa significhi essere amica di Francesca. Quando ci siamo conosciute le cose erano molto diverse rispetto ad oggi, le cose che lei faceva in autonomia erano molte meno ed io avevo la tendenza a sbrigare le faccende al posto suo pur di fare prima. In poche parole: io non avevo voglia e pazienza di attendere i tempi altrui e lei trovava piuttosto comodo non doversi cimentare in cose che lei stessa credeva di non essere in grado di fare. Non andavamo troppo in giro a quei tempi, il nostro spostamento massimo da sole era dal centro disabili dell’università alla mensa e dalla mensa allo studio della professoressa Franco, e comunque anche quei pochi spostamenti prevedevano tappe difficoltose, come i servizi igienici. Quattro anni più tardi eravamo già state a Venezia, a Innsbruck, a Firenze, a Bologna, a Padova, a Milano e… sicuramente da qualche altra parte che adesso non mi viene in mente. Nel corso di questi anni ci siamo calibrate un sacco su una relazione che non partiva da fantastiche premesse: tra di noi giocava un forte senso di colpa (di Francesca nei miei confronti) e un distruttivo quanto esagerato senso di responsabilità (mio, nei confronti di Francesca).

Nulla di più normale, pensandoci bene. Ad ogni passo io mi sentivo responsabile di lei, di ogni suo respiro, di ogni piccola cosa che le potesse capitare, nel mentre lei si sentiva in colpa per la fatica che fisicamente potevo fare nel doverla sempre spingere, nel doverla prendere in braccio, nel trascinare valigie e così via. Toccava trovare un modo per sopravvivere e rimanere amiche, senza che io mi trasformassi nella sua badante ed evitando che lei non volesse più muoversi per non affaticarmi eccessivamente. Questo è stato un processo del tutto naturale: man mano che lei provava a conquistare più autonomia rendendosi indipendente da me, io lasciavo che lei si assumesse parte delle responsabilità, evitando di accollarmene di non mie.  Quindi sì, mi dà un sacco fastidio quando mi scambiate per la sua badante, perché abbiamo fatto tantissima fatica per fare in modo che non fosse così.

IMG_5596

E non è stato facile, ma ci siamo riuscite. Francesca ha vissuto da sola a Padova, con un’altra sua amica fidata, ha preso la patente e ha imparato a prendere il treno senza un accompagnatore. La sua autonomia è aumentata quasi a raggiungere il massimo possibile in un mondo progettato per persone alte almeno un metro e venti, mentre io sono diventata molto più paziente e rispettosa dei suoi tempi, delle sue paure e del suo essere una donna adulta in grado di fare delle cose anche senza di me. E sì, entriamo gratis nei musei, grazie ar cazzo.

IMG_5609Quando un mesetto fa mi ha detto che sarebbe venuta a Roma approfittando del viaggio che avrebbe fatto anche mio fratello, ho iniziato subito a pensare a quanto sarebbe stato difficile vivere la città più disorganizzata d’Italia con una persona non in grado di muoversi come tutti gli altri. Come si sarebbe presa la metropolitana se moltissime fermate hanno l’ascensore che non funziona o il montacarichi mai entrato in uso? E come avremmo fatto con il tram 5 e il tram 19 che sono vecchissimi e senza rampe d’accesso? Vogliamo parlare dei notturni? Delle strade dissestate, dei sanpietrini… ommioddio che ansia, che panico, era meglio Venezia! Già, meglio Venezia, quella con un sacco di ponti e nessuna rampa, quella che ogni venti metri toccava scendere dalla carrozzina, portare al di là del ponte Francesca, tornare indietro e portare la carrozzina, tornare ancora per prendere le valigie. Poteva davvero essere meglio Venezia? Nel mio immaginario sì, ma invece no.

Roma ci ha messo alla prova, davvero tantissimo. Probabilmente senza l’aiuto di fidanzato Claudio e di fratello Pietro non sarebbe stato così semplice, tuttavia abbiamo visitato un sacco di posti, cedendo solo sulle catacombe (più per il caldo che per la paura dell’accessibilità). Per quanto riguarda l’agibilità per i disabili delle varie zone, sono abbastanza sicura che potrete trovare dettagliatissime informazioni sul blog di Francesca e di lei vi lascio tutti i rifermenti per seguirla sui social.

Vincono: i Musei Vaticani ed il loro personale super efficiente ed efficace nell’aiutarci a superare tutte le varie barriere architettoniche, vince la metro B (fermate Eur Magliana, Piramide e Monti Tiburtini) per gli ascensori funzionanti, vince il personale ATAC che s’è mostrato premuroso e sempre pronto ad aiutarci. Ostia Lido Centro ed il suo trenino per raggiungerla non ci ha creato nessun problema, anzi un plauso alla macchinista che nonostante le parolacce dei viaggiatori ci ha cambiato il treno all’ultimo per non farci morire su un mezzo privo di aria condizionata. Vince anche Villa Torlonia, totalmente accessibile e la caffetteria Arnold Coffee con tanto di rampa di accesso all’entrata. Vince pure lo stabilimento El Miramar di Ostia Lido che ci ha accolti in 4 con ombrellone e lettino a 20€ contro i 40 richiesti dallo stabilimento accanto. Il tram 3 che apre in linea con il marciapiede e non crea problemi di accessibilità, al contrario di quelli più vecchi. Okay anche per Galleria Borghese e bravissimi gli operatori nell’aiutarci a sbrigare le pratiche per gli ingressi disabili con accompagnatore.

IMG_5610

Falliscono: malissimo per la metro A fermata Barberini, niente ascensori, niente montacarichi, totale inaccessibilità. Male anche per il tram 5 e il tram 19 nelle loro vetture vecchie, impossibile viverci con una carrozzina. Male il parco di Villa Borghese, più una giungla che un giardino se visitato con una carrozzella, male anche per il sito internet di Galleria Borghese, non ci si capisce una mazza quando si cerca di prenotare per i disabili. Accessi ai marciapiedi un po’ alla cazzo di cane, macchine parcheggiate sui pochi accessi disponibili, rampe non funzionati sulla maggior parte dei mezzi ATAC. E ATAC infame, perdonatemi, ma con il loro scarsissimo impegno per l’accessibilità si permettono pure di far pagare il biglietto intero sia al disabile che all’accompagnatore, ‘tacci loro. 

IMG_5611

Segui Francesca su Facebook e su Instagram (@nanabianca_blog)