Parco Natura Viva: il giardino zoologico a due passi da Verona

Finalmente Fidanzato Claudio ha abbandonato – almeno parzialmente – le stampelle e siamo tornati a muoverci su e giù per l’Italia alla ricerca di avventure; perciò … next stop Parco Natura Viva, il giardino zoologico di Verona!

bty

Proprio a pochi chilometri dalla città di Romeo e Giulietta, prendendo semplicemente una rapidissima tangenziale vicino alla stazione Porta Nuova, avete la possibilità di non perdere tempo con tutte le stronzate di Montecchi e dei Capuleti che – spoiler alert – sono una cagata mondiale costruita nel 1940.  Lasciate perdere balconi, case e tombe di improbabili sedicenni morti suicidi per amore e andate a fare due passi nella natura.

A Verona uno ci viene per tanti motivi, io per esempio ci sono dovuta venire per convalidare definitivamente la separazione, ma possiamo tranquillamente ammettere che ogni tanto sarebbe bene salire per vedere mamma e papà. Ma per quanto io sia stata felice di chiudere il mio vecchio matrimonio e per quanto sia piacevole passare del tempo con i propri genitori, arrivi al punto che in un piccolo paesino di provincia ti frantumi le palle. Perciò, questa mattina, ho preso Fidanzato Claudio e Fratello Pietro e, dopo aver rubato la macchina alla nonna, ci siamo diretti in uno dei miei posti preferiti, ovvero quello che fa da titolo a questo delirante blog post di mezzanotte e mezza.

Il Parco Natura Viva è un posto magico dove vi consiglio veramente di andare se passate da queste parti. Penso, ma non sono sicurissima, che sia uno dei parchi zoologici più grandi d’Italia, ma sono certa che sia uno dei meglio tenuti. Il Parco è molto grande, ma non è assolutamente dispersivo. Il percorso è tracciato con estrema chiarezza e suddiviso in aree geografiche: in una mattinata ti fai il giro del mondo, passando per i luoghi più remoti della terra. Ci sono 250 specie diverse, per un totale di 1500 animali adeguatamente suddivisi in 42 ettari di verde boscoso. Inoltre, sempre con lo stesso biglietto, è possibile attraversare con la propria automobile la zona “Safari” dove gli animali sono liberi e camminano proprio vicino a te.

Cosa ci è piaciuto

  • Gli animali hanno davvero tanto spazio e non è scontato vederli, questo significa che l’animale stesso se non ha voglia di farsi vedere, non lo so vedrà. Ogni piccolo o grande ospite ha infatti una zona adeguata alle proprie dimensioni che gli consentono di rendersi visibile ai visitatori oppure no.
  • Dentro al parco si fa fa raccolta differenziata e se si sbaglia è perché si è stronzi. Enormi bidoni presenti in ogni angolo chiariscono anche ai più duri di comprendonio dove  e come buttare la spazzatura.
  • Non è possibile fumare liberamente, ci sono delle zone dov’è consentito e sono attrezzate con enormi posaceneri. Perciò se buttate una cicca a terra siete degli infami e probabilmente state anche fumando dove non consentito.
  • Le informazioni sugli animali presenti nel parco sono chiare e comprensibili da chiunque grazie a un format schematico ma esaustivo. Inoltre sono poste in zone che le rendono accessibili anche a persone molto basse o sulla carrozzella. Non ho notato scritture per i non vedenti, ma devo ammettere di non averci fatto caso.
  • Mangiare all’interno del parco non è assolutamente costoso, noi abbiamo speso circa 8 € a testa per un piatto abbondante di alette di pollo con patatine fritte e una Coca-Cola.
  • La serra è un posto bellissimo, non potete assolutamente tralasciarla. Così come non sono da saltare le altre piccole aree tematiche come il regno degli insetti, la fattoria e la zona animali estinti (ci sono i dinosauri!)

bty

… e molto altro. Ma il punto è che finalmente Fidanzato Claudio è tornato a camminare, perciò si sta per riaprire la lunga stagione delle grandissime avventure. Ancora non sappiamo bene dove, quanto e come, ma sappiate che abbiamo intenzione di portarvi in giro il più possibile alla scoperta di parchi, paesi, usanze, credenze, religioni, tradizioni e tanto altro. Quindi preparate il magico zainetto e mettetevelo in spalla, si riparte!

IMG_20180721_121425_1.jpg

In definitiva, colgo l’occasione per dirvi che avete rotto proprio le palle con le vostre foto con i fenicotteri rosa gonfiabili in piscina. Io oggi ho fotografato i fenicotteri veri ed erano mille volte più belli. Ho visto anche il leone, la tigre, un sacco di scimmie diverse, i bradipi, una montagna di farfalle, l’ippopotamo, i cigni e anche le cicogne. I lupi si sono nascosti, ma ai suricata (Timon, per capirci) ho fatto millemila fotografie. Ho fotografato anche questo animale qui sotto, che non ricordo bene come si chiama ma lo userò come immagine di chiusura di questo blog post. Yuhu, fateci sapere se passate per il Parco Natura Viva!

IMG_20180721_145538.jpg

La mia ricetta per fare la pearà: una buona abitudine (invernale) della domenica

Io adoro la domenica: ci si sveglia tardissimo, praticamente all’ora di pranzo, e si perdono quelle due ore a “palugalre” tra le coperte calde. Cosa significa “palugare”? Non ne ho idea, è una parola che ho sempre sentito dire solo al mio babbo riferendosi al rimanere a crogiolarsi ancora un po’ dopo essersi svegliati. In ogni caso, che sia un termine esistente o meno in qualche dialetto, il concetto è stupendo: starsene accoccolati tra baci e carezze nel più dolce far niente.

Un’altra cosa che della domenica mi piace moltissimo è la preparazione del pranzo. Mi piace progettare sempre qualcosa di carino da mettere sulla tavola e spesso vado a pescare nei piatti della tradizione veneta. Sono cose che mi riescono abbastanza semplici da preparare, giusto perché sono cresciuta vedendo mamma ai fornelli, ma soprattutto sono piatti che fidanzato Claudio non conosce e quindi si lascia stupire sempre con mia immensa soddisfazione.

Tempo fa vi accennai su Facebook di un piatto tipico veronese: il bollito con la pearà e tutti, veronesi esclusi, siete impazziti cercando di capire cosa fosse la pearà. Vi avevo promesso che ve ne avrei parlato in breve tempo, ma tra una cosa e l’altra sono passati mesi. Allora, se volete la ricetta per questa buonissima salsa veronese dobbiamo partire dal bollito!

Come preparare un buon bollito

Io sono un sacco pignola quando si tratta di bollito: mi piace scegliere la carne buona che faccia un brodo buono. Proprio per questa ragione preferisco spendere quei 20€ in più andando da un macellaio piuttosto che affidarmi alla carne da banco del supermercato. Ora, senza offendere nessuno, vi racconterò come io preparo il brodo e il bollito, ma non ho alcuna pretesa d’essere masterchef. Sicuramente i vari Cracco e compagnia cantante mi boccerebbero all’istante, ma io voglio solo trasmettere il mio modo di cucinare e non ho nessuna intenzione di insegnare un mestiere.

  1. Prendo una pentola bella grande e la riempio d’acqua cercando di non arrivare al bordo. L’acqua la prendo fredda ghiacciata e non so il motivo, mia zia Rossella mi disse di fare così e così io ho sempre fatto così da quel giorno.
  2. A fuoco ancora SPENTO metto nell’acqua fredda: un bel pezzo di muscolo di manzo, una lingua sempre di manzo, tre ossi col buco e mezza gallina. Qualche volta scelgo anche un pezzo di carne buonissimo: la copertina di spalla.
  3. Poi vado con le verdure: una testa di sedano bella lavata, due cipolle e una carota bella grande. A volte, ma solo se mi va, ci infilo dentro un pomodoro. Il sapore cambia di un po’.
  4. A questo punto, quando la pentola è pronta con tutti questi ingredienti, la metto sul fuoco (fiamma bassissima) e lascio andare il tutto per 3/4 ore buone.

Di tanto in tanto assaggio e aggiusto il sapore con un po’ di sale, alcune volte trovo utile utilizzare un po’ di dado granulare, ma succede raramente. In ogni caso io sconsiglio di aggiungere ingredienti prima delle 2 ore: il sapore si forma con calma, quindi è inutile metterci le mani prima.

potato-544073_1280

Come si fa la pearà

A questo punto possiamo fare la pearà: cosa ci serve? Facciamo il punto degli ingredienti. Io però a questo punto devo farvi una confessione: non so le quantità. Io vado proprio a occhio e con l’esperienza ho imparato a capire quanto mettere di ogni cosa. Io non credo esistano dei parametri precisi, anche perché dipende soprattutto dal gusto personale. Comunque sia procuratevi:

  • Pane raffermo grattuggiato
  • Sale e pepe
  • Tutta la parte grassa del brodo (quella che sale in superficie)
  • Brodo

Allora, il brodo lo stiamo preparando e tutta la parte grassa ce la prendiamo. Io, per questo procedimento, metto mano alla fatica. Ci saranno sicuramente metodi più semplici, ma io non li conosco. Prendo un mestolone e cerco di raccogliere tutta la parte superiore del brodo, proprio tutta. Non si butta via niente, midollo delle ossa incluso. Sgrassate bene il brodo, quindi, e mettete tutto in una pentola di terracotta. Aggiungete piano piano il pangrattato e poi due o tre mestolate di brodo. Buttate dentro un sacco di pepe (e me piace molto pepata). Tenetela abbastanza liquida perché dovete farla cuocere per un bel po’. Quanto? Non lo so, io la tengo fino a quando non mi si forma la crosticina sopra. Non mescolatela, non toccatela e non rompete la crosticina. Se proprio volete assaggiarla aspettate almeno un paio d’ore. Mia mamma ci aggiunge anche l’olio, io non lo metto. Alcuni ci aggiungono il burro, io inorridisco all’idea. Talvolta ci si mette il grana padano grattugiato, ma a me non piace molto.

Quello che dovrebbe venire è…

Ricetta pearà di verona
Fonte dell’immagine: http://www.fieradelbollito.it

Cosa fare con il brodo

Io tolgo tutto e mi ritaglio una quarantina di minuti per mettere le patate sbucciate, perché mi piacciono bollite e condite con olio, sale e prezzemolo. Poi il brodo lo uso per la pasta da brodo: spesso faccio i tortellini, ma quando ho tempo preparo i cappelletti romagnoli che mi ha insegnato a fare il mio babbo. Ve ne parlerò un’altra volta.

Come usare la pearà

Ah, non ve l’ho detto? Rovesciatela in quantità industriali sul bollito e buon appetito! Io ne mangio tantissima, ma quando miracolosamente avanza la metto in un contenitore e la tengo in frigorifero. Buonissima anche il giorno dopo scaldata in padella!

La Vigilia di Natale di una famiglia appena nata: il nostro viaggio lampo a Verona

Quando nasce una nuova famiglia accadono molte cose: si sceglie una casa, si impara a gestirla insieme, si trova un modo per amministrare le finanze in maniera sensata,  si prova a condividere ogni singola decisione, si cercano mobili e si tenta di dare un’organizzazione che vada bene per entrambi. Io e Fidanzato Claudio viviamo insieme da giugno e tutto questo non è ancora finito. Nella nostra casa mancano ancora alcuni pezzi d’arredamento fondamentali, spesso non riusciamo a coordinarci nelle scadenze, capita che le mie abitudini si scontrino con le sue. Ma il bello è questo: una sfida ogni giorno per diventare una famiglia. Così, lui ha imparato a non parlarmi prima del caffè, mentre io cerco di rispettare i suoi spazi il più possibile senza invadere tutto come un carrarmato. Ho imparato a non svuotare la moka nel lavandino, lui invece s’è messo in testa di dover abbassare sempre la tavoletta del water. E queste, per chi ha affrontato una convivenza agli albori, sono davvero i passaggi base. Con la calma si stabilisce come fare la spesa, quali siano le cose sulle quali si può risparmiare e quali siano quelle davvero indispensabili. Si impara con la calma a far combaciare due mondi nati in contesti differenti, dove ciò che è ovvio per l’uno può non essere assolutamente contemplabile per l’altro. E no, non è facile, ma è bellissimo perché ogni sera quando si va a letto si può notare come una nuova famiglia prenda forma, passetto per passetto, mattoncino per mattoncino. Inoltre ciò che comunque rende tutto magico è l’intimità di ogni passaggio; i ragionamenti condivisi, le richieste, le perplessità, le paure, le gioie e le risate, tutto fa parte di una bolla sicura dove due persone hanno deciso di prendersi cura l’uno dell’altra.

christmas-3000057_1920

Questo Natale per noi era molto importante per diverse ragioni, ma quella più rilevante per entrambi era il fatto che fosse il nostro primo Natale insieme come una nuova famiglia. E come tutte le famiglie, anche la nostra viene da due famiglie differenti. Va da sé che si è posto subito il problema che affligge chiunque: dove e con chi passare le feste? Prioritario e imprescindibile era rimanere insieme io e lui, non perché necessitassimo di vivere in simbiosi queste giornate, ma perché le famiglie a Natale non si separano e perché ciò che è importante per uno dei due è importante anche per l’altro. Abbiamo deciso di viverla così, un’immersione completa nella missione più difficile dell’anno, senza mai lasciarci soli. Stabilito questo, la seconda cosa più importante di tutte era non tagliare fuori nessuno. Sapevamo entrambi che il viaggio sarebbe stato una mazzata, ma per noi era fondamentale riuscire ad abbracciare almeno una volta tutte le persone che si meritavano (a vario titolo) la nostra presenza. Non è colpa di nessuno se ci sono tante persone che ci vogliono bene!

Così, carichi di entusiasmo, sabato mattina abbiamo preso un aereo a Fiumicino, ma solo dopo aver salutato il Papà di Claudio, l’unico che io non sono riuscita a vedere per motivi di lavoro, ma che vedrò presto quantomeno per ringraziarlo di ogni suo eroico gesto nei nostri confronti. L’aereo già è stato una mezza barzelletta, infatti per riuscire a vedere Giulia prima che partisse per Londra, abbiamo rimandato la tappa al pronto soccorso per far visitare il piede di Claudio. Per chi non lo sapesse, infatti, il nostro Giocatore s’è sfasciato un piede cadendo da una scala, ma per fortuna,nonostante il colore violaceo e il gonfiore preoccupante, non v’era nessuna frattura. Quindi zoppicanti zoppicanti saliamo sull’aereo a Fiumicino e dopo un’ora ci troviamo a Villafranca di Verona, all’aeroporto Valerio Catullo, dove papà ci viene a prendere in macchina. Prima tappa? Ospedale Orlandi! Giusto perché nel frattempo era necessario che qualcuno di competente vedesse il piede di Claudio. Così il mio papà fa giusto in tempo a farci qualche domanda di rito, prima di scaricarci al pronto soccorso e correre dall’altra parte della Valpolicella per andare a prelevare Mamma e Nonna all’ospedale Sacro Cuore di Negrar. Sì, giusto perché Nonna ha pensato bene di farsi venire la tachicardia e un giretto prenatalizio al pronto soccorso di qualsiasi ospedale stava diventando un trend importante da non farci sfuggire [#NATALEINOSPEDALE].

02_sede-Bussolengo

Appurato che il piede era ammaccato, ma non necessitava di gesso, siamo arrivati primi a casa Bianchedi dove ad aspettarci non c’era nessuno (informazione base: casa Bianchedi sta vicinissima all’ospedale Orlandi di Bussolengo, quindi zoppo e gatta se la sono fatta a piedi). Così, con un sofisticatissimo sistema di specchi e leve che non verrà spiegato per ovvi motivi, siamo riusciti a fare irruzione in casa. Mamma, Fratelli, Nonna e Papà dovevano ancora tornare, quindi abbiamo deciso di improvvisare una cena per tutti essendo già le otto passate. Nel lavandino troviamo delle vongole lavate e nel frigorifero ci stavano quelli che a noi sono sembrati gli ingredienti perfetti per una pasta allo scoglio (?), più un branzino fresco e un’orata. Poco male, lo zoppo si mette a preparare le vongole mentre io cerco su internet come si preparino – al forno – i due pescioloni freschi rinvenuti in frigorifero. Perfetti come un orologio svizzero serviamo la cena a tutta la squadra che torna a casa dopo un’oretta dal nostro arrivo: giusto in tempo per sedersi a tavola e mangiare l’agognato pasto. In realtà mamma è arrivata una mezz’ora più tardi rispetto agli altri, ma s’è provveduto a tenerle in caldo il proprio piatto con un po’ di tutto. Qui, mi consenta, tralasciamo la mezza guerra circa la cottura della pasta (cruda a detta di mio Fratello Pietro, scotta per mio Papà e per Claudio, perfetta per mio Fratello Davide e immangiabile per mia Mamma). Tralasciamo anche il fatto che mio Papà ha anche cercato di uccidermi buttando peperoncino ovunque, ma Claudio lo ha prontamente fermato poco prima della catastrofe. Davide, tra un boccone e l’altro, è stato l’unico che s’è ricordato del piede di Claudio e da buon calciatore sempre rotto in diversi punti, s’è dilungato in una serie di ordini – per tutti – in modo tale da far stare più comodo possibile il nuovo ospite in casa. Quindi, mentre ci insultava e ci accusava tutti di essere totalmente inospitali, ha rovesciato in gola a Claudio mezzo chilo di OKI TASK, gli ha tolto la scarpa e gli ha infilato una comoda ciabatta larga, gli ha ordinato di non alzare il culo dalla sedia nemmeno per sbaglio e alla fine ci ha guardati malissimo tutti quanti perché nessuno di noi si stava prendendo cura del ferito di guerra. In ogni caso, tutte carinerie scomparse poco dopo visto che – manco a farlo apposta – proprio quella sera s’è disputata la partita di campionato più azzeccata della stagione: Roma – Juventus.

La formazione sul divano era eloquente di suo: Mamma, Papà, Fratello Davide e Fratello Pietro sul divano laterale a sinistra della televisione, io e Claudio soli come due gambi di sedano sul divano frontale. I Romanisti puzzano e no, non si condivide un cazzo con quelli, nemmeno se si tratta del nuovo fidanzato zoppo della Juventina Elisa. Ergo, toccherà proprio a lei (ovvero a me) far compagnia al ferito di guerra cercando di esultare il meno possibile ad ogni vantaggio dei bianconeri. E per fortuna, a casa mia, la partita si guarda in religioso silenzio e Claudio lo ha capito subito quando Davide, abbandonando ogni protocollo di ospitalità, gli ha intimato di chiudere la bocca subito adesso o altrimenti sarebbe finito fuori al freddo e al gelo. Insomma, tutti amici fin quando non si parla di calcio. Ma a una certa anche la partita finisce (con la sconfitta della Roma) quindi, chi prima e chi dopo, inizia l’ecatombe di gente addormentata a caso. Davide ripristina il protocollo del perfetto ospite e ci invita a usufruire del suo letto matrimoniale con tanto di maxi schermo e Sky, nella sua bellissima camera da letto.

Ora, sia fatto un minuto di silenzio perché in trent’anni non mi era mai stato concesso di entrare in quella camera. Durante queste vacanze non solo sono potuta entrare e uscire a mio piacimento, ma ho anche potuto dormire sul suo materasso comodissimo, guardare la sua televisione e cambiarmi i vestiti. Vivere a Roma porta vantaggi, come un rapido recupero del rapporto con mio Fratello. Io e Claudio insieme facciamo le magie e questa è stata la più bella del Natale 2017. Io e Davide siamo stati insieme 2 giorni parlando, raccontandoci le nostre vite, confrontandoci, riparando un rapporto che da anni si stava logorando per ragioni non troppo specificate. Ed è stato bello, così bello che la prima sera, pensandoci, mi sono commossa.

Ah in tutto questo erano cominciate a piovere le mancette: bravi, così si fa.

Il giorno della Vigilia non ci svegliamo tardi perché la questione era partita malissimo: il ferro da stiro di Mamma non dava segno di vita e no, va bene tutto, ma il ferro da stiro rotto è una questione intollerabile. La sentiamo fare il rosario in Fa# e apriamo gli occhi di botto chiedendoci quale catastrofe climatica si stava abbattendo sul piccolo paese in provincia di Verona. Capendo che la questione era di fatto molto delicata e che andava trattata con un certo garbo, decidiamo di alzarci per renderci utili in qualche maniera. Missione fallita, Mamma ci carica in macchina quasi a peso morto e ci scarica alle terme. Quello che dovete sapere è che in casa mia non è possibile rendersi utili in nessuna maniera, se vuoi fare una cosa bella quando c’è tanto da fare te ne devi andare fuori dalle palle nel minor tempo possibile. Mamma non vuole nessuno intorno, non vuole sentire nemmeno una mosca fiatare mentre smazza lavatrici e altri mestieri a me del tutto incomprensibili. Poi mi si chiede perché io non sia in grado di tenere la casa in ordine e pulita, grazie al cazzo Mamma non mi ha mai lasciato la possibilità di provarci. Fuori dalle balle e ci si vede quando casa splende così tanto da poter trasformare la cucina in una sala operatoria in qualsiasi momento. Intanto passiamo anche dalla Nonna che nel frattempo si sente meglio e via altre mancette: bravissimi, voi sì che avete capito tutto.

2017-12-24 15.02.47-1-1.jpg

… fermi tutti, io vi avevo promesso che vi avrei parlato di Aquardens, vero? He sì, ma mi servirebbero altri duecentomila parole e qua stiamo già a millesettecentoventi. Insomma, noi del SEO ce ne sbattiamo allegramente. Aquardens è un centro termale nel cuore della Valpolicella. Praticamente una manna dal cielo per chi, come me, soffre di psoriasi. Il parco è davvero enorme, dopo essersi spogliati si accede al piano vasca che per metà è al coperto e per metà e all’aperto. Si può tranquillamente entrare e uscire passando attraverso degli archi chiusi con delle tende. L’acqua è a 37 gradi, quindi anche stando all’esterno non si soffre assolutamente il freddo (calcolate che a Verona siamo a temperature molto basse, prossime allo zero). Durante la permanenza nel parco è possibile partecipare ad alcuni eventi interessanti chiamati Ritual Sauna. Si tratta di un vero e proprio rito di rilassamento all’interno di un’immensa sauna celtica. Al centro c’è un braciere dove due operatori sciolgono ghiaccio rilasciando vapori profumati grazie alle essenze utilizzate. In religioso silenzio ci si lascia coccolare per una quarantina di minuti da vampate d’aria caldissima e profumata, ascoltando musica rilassante. Al piano di sopra rispetto alla sauna celtica si trova La Nuvola, ovvero una terrazza coperta e riscaldata dove ci si rilassa su materassini comodissimi, bevendo tisana e godendosi il paesaggio innevato della Valpolicella.

Aquardens-Terme-Verona.jpg

Quando poi si vuole passare a un livello superiore di relax è sufficiente salire alla Spa Lounge al piano di sopra, dove i bambini non sono ammessi e dove il silenzio completo è rispettato e fatto severamente rispettare. Qui sono presenti tutti i lussi di una Spa come si deve, tant’è che non è consentito accedere con il proprio costume da bagno, ma ne viene fornito uno usa e getta dal personale. In questa zona, inoltre, è anche possibile accedere a massaggi e trattamenti vari. Insomma, io vi consiglieri caldamente una capatina se mai vi capitasse d’essere in zona. Non si può rinunciare al cocktail servito direttamente nel bar al centro della vasca riscaldata, dove gli sgabelli sono immersi nell’acqua.

2017-12-24 14.47.49

Ma come tutte le cose belle, anche il nostro tempo di assoluto relax volge al termine e a riportarci nel mondo reale è un messaggino di mio Fratello Pietro che dice “tra mezzora siamo lì, fatevi trovare fuori”. SDENG! Dobbiamo arrenderci, un nuovo ostacolo della missione “Vacanze di Natale” ci sta per mettere alla prova: IL CENONE DELLA VIGILIA.

Anche in questo caso c’è da fare una premessa, a casa mia il cenone della vigilia è aperto a tutti coloro che vogliono partecipare. Non è una cosa che riguarda solo e unicamente la famiglia, ma le porte sono aperte sempre per tutti, basta che si avvisi per tempo (e non è nemmeno sempre necessario). La Vigilia in casa Bianchedi è un banchetto goliardico dove si mangia sempre la stessa cosa (cappelletti romagnoli in brodo come primo e bollito con la pearà come secondo), ma soprattutto dove il vino scorre a fiumi e lo sfottò è lo sport nazionale ufficiale. Non è semplicissimo sopravvivere, guai a essere permalosi o perfettini: non vi sarà alcuna pietà. Ogni anno si prendono “i nuovi” ovvero coloro che non hanno mai partecipato a una Vigilia e si fanno alzare in piedi uno per uno, durante questo momento l’ospite viene sommerso da domande molto imbarazzanti che spaziano dalla vita sessuale a quella lavorativa senza alcuna remora. Perciò puoi trovarti a descrivere il tuo ultimo rapporto sessuale dopo aver finito di spiegare che di mestiere fai l’attore e non il fallito al semaforo con le palline colorate. Questa sorte non ha faccia e non ha colore, capita a tutti anche alla povera Nanabianca che ogni tanto ha la bruttissima idea di passare la Vigilia con noi. Le battute sul suo metro d’altezza sono talmente tanto regalate che si sta pensando di storpiarle qualcos’altro per avere nuove questioni sulle quali prenderla in giro. Non voglio soffermarmi nella descrizione della sorte capitata al povero Fidanzato Claudio, il quale fortunatamente ha giocato d’anticipo presentandosi allo sfottò bello sbronzo. Ma alla fine ci si vuole tutti un gran bene e a quella tavola lì ci si sono seduti tutti quanti almeno una volta: fidanzati passeggeri, fidanzati ufficiali, cugini veri e cugini inventati, zii americani, cattolici, comunisti, berlusconiani, ricchi, poveri, abbandonati, sperduti… tutti, sempre tutti. Tranne i fascisti, quelli non li vogliamo mai, in nessun caso. E la mia famiglia è bella per questa ragione, perché a Natale non ha mai lasciato solo nessuno, nemmeno uno sconosciuto. A questo proposito mi sto ancora chiedendo chi fosse il tizio di Napoli che a un certo punto s’è imbucato, ma è stato gentile e ha ringraziato prima di andarsene quindi chi l’avesse portato non ha più molta importanza!

E sono a duemilaquattrocentosessantatré parole arrivando esattamente alla metà del racconto! Ma siete eroi voi che state ancora leggendo! Che poi non vedo proprio cosa potrebbe importare a degli sconosciuti del mio Natale. Però questo è il mio blog e voi lo sapete: io qui faccio quello che mi pare.

Arriva la mattina del 25, quindi tecnicamente Natale e ci alziamo presto perché abbiamo il treno alle 11:17 a Verona Porta Nuova. Nonna, prima di farsi venire un nuovo giro di tachicardia, pensa bene di caricarci come muli da soma: pentole, piumoni, tappeti per il bagno, roba non meglio specificata, mentre Mamma ritiene necessario rifarci il guardaroba partendo dalle scarpe. E niente, siamo partiti con zero bagagli e siamo tornati con una borsa enorme e una valigia assurda. Poco male, sul treno non si paga il bagaglio (qualcuno sta ancora spiegando a Nonna che sull’aereo imbarcare le valigie costa un occhio della testa, non capisce il senso della cosa).  Riusciamo a salutare tutti meno Davide, non si hanno notizie di lui quindi meglio non chiedere, ci penserà Mamma a dargli un bacio da parte nostra. Intanto Papà ci carica in macchina e ci saluta a malincuore alla stazione.

In tre ore abbiamo raggiunto Roma dove ad accoglierci c’era il nulla cosmico; scopriamo infatti che i mezzi pubblici sono in pausa pranzo (ah già, è Natale!) e noi acchiappiamo un magico Taxi che ci porta dritti dritti alla nostra casetta di Centocelle. Giusto il tempo di posare i bagagli, farsi una doccia e riposare mezzo secondo perché ci stavano già aspettando a un’altra tavola per la seconda parte del nostro primo Natale insieme.

Così siamo riusciti a vedere proprio tutte le persone a noi care, forse pagandola un po’ in termini di stanchezza, ma nessuno è stato escluso e questa cosa mi rende molto felice perché è ciò che mi hanno insegnato a fare i miei genitori. Ce l’abbiamo messa tutta e ci siamo riusciti, nonostante le mille sfighe che sicuramente non aiutano chi ha un brutto carattere come il mio. Vero che mi faccio prendere spesso dallo sconforto, vero che ho sprecato il tempo a prendermela con mia mamma quando potevo rimandare certe discussioni, vero anche che se qualche volta non dicessi proprio tutto quello che penso sarebbe meglio. E non voglio nemmeno giustificarmi con il solito “io sono fatta così”. In realtà mi rendo conto di non avere scuse quando non riesco ad adattarmi o quando non riesco a scendere a patti con certe cose che dovrei accettare e basta, quindi non ci sarà alcun “ma” a terminare questa frase.

Qui però non si sta pettinando le bambole, si sta costruendo una famiglia e come primo Natale non si può certo dire che sia andato male. Il prossimo anno però ci si organizza meglio, si acquista per tempo il biglietto diretto per l’Havana e si torna direttamente insieme alla befana. Sulla scopa, vestita da strega, con un porro sul nasone enorme, ma con dei regali bellissimi per tutti.

Una veronese a Roma, pt. II

Lo so, sono in ritardissimo con la seconda parte di questa storia e so anche che ci stanno delle persone, in fondo alla stanza, che mi fanno il segno sull’orologio: scusate. Quindi, dicevamo che volevate sapere come procedono le disavventure di una veronese a Roma. Bene perché siamo capitati nel momento giusto: AGOSTO.

Non so se nel resto della penisola italica ne siate al corrente, ma a Roma non piove da diversi mesi. Mai una minaccia, mai una nuvoletta, mai nemmeno un lampo o un tuono; niente di niente, solo clima africano e arsura. Ma state tranquilli, non disperate, perché l’amministrazione Raggi sta sistemando tutto: chiudiamo infatti le fontanelle pubbliche, tutte tranne quelle del centro storico altrimenti facciamo brutta figura con i turisti, così risparmiamo l’1% di acqua sprecata e il lago di Bracciano tornerà ad essere un lago e non un campo da tennis. E se non funziona poco male, morirà di sete un po’ di gente inutile e si ridurrà la popolazione e quindi l’impiego d’acqua. Geniale. Non ne vedete il senso? Tranquilli, nemmeno noi che viviamo qui e con i nasoni (così chiamiamo le fontanelle) praticamente ci campiamo felicemente perché l’acqua di Roma è buona.

Poi è agosto dai, non vorrai mica lamentarti con questo caldo. E comunque non è grave, puoi sempre mettere in borsa una borraccia d’acqua  e te la cavi. Dopotutto, sul 19, ovvero il tram che collega il Vaticano con Centocelle, c’è molto caldo e l’aria condizionata non è mai stata montata, non puoi andare senza acqua. Come dite? Perché non prendo la metro? Aspettate, voi intendete la Metro C, quella che collega Monte Compatri a San Giovanni, passando per Centocelle! Ah sì. Bè, si potrebbe prendere, se solo non fosse ancora scollegata dalla Metro A mesi dopo l’inaugurazione. Perché? Non lo so, ma non sono quei 700 metri a piedi il problema. Eh, la Metro A è mezza chiusa, ci stanno le navette sostitutive: una ogni morte di Papa, che detto qui a Roma pare pure brutto. Tranquillo Francesco, vai sereno, l’ATAC non ci deluderà!

Disagio? No, nemmeno tanto. Qui a Roma abbiamo il mare vicino: Ostia beach, solo per i veri poveri certificati.

IMG_5155

Lo stabilimento balneare di Jesolo vs. la spiaggia libera di Ostia

La spiaggia libera è per noi che abbiamo sempre le tasche vuote e la testa piena di fantasia, c’è poco da fare, questo vale al nord quanto al sud. Spendere più di 10€ al giorno per un lettino e un ombrellone non è cosa per noi. A noi piace essere rustici, alla fine, quindi come tutte le famigliole per bene acquistiamo il nostro ombrellone dai cinesi, prepariamo la nostra borsa con dentro un paio di teli da mare e ce ne andiamo, come le paperelle, alla spiaggia.

  • L’ARRIVO ALLA SPIAGGIA. La famiglia del nord, a Jesolo, è composta. Intanto se va al mare da quelle parti, probabilmente, ha pure i soldi e non si accamperebbe mai in una spiaggia libera, ma in secondo luogo il buon veronese che si rispetti vuole stare comodo. Arriva allo stabilimento e paga per la famiglia: lettino per la moglie, ombrellone per i pupi e basta così. Perché i soldi ce li hanno, ma meno ne spendono meglio è. “Fattura? Scontrino?” “No, scusa, ho da fare, non ti ho sentito.” E niente, finisce così, un po’ evasione, un po’ freestyle. La mamma, nel frattempo, prende per un braccio i ragazzini, li avvicina molto educatamente con un bel sorrisetto ipocrita, poi – a bassissima voce – li minaccia di peste e carestia preventivamente. Detto ciò, la famigliola silenziosa, si appropria dell’ombrellone assegnato e inizia la giornata al mare. Qui a Roma non funziona così. Intanto, per prima cosa, la famiglia media a Ostia Beach è composta da minimo 6 persone: mamma, papà, due ragazzini, nonno e nonna. Tutti e sei con un solo ombrellone comprato dai cinesi, forse un lettino per la nonna e nove borse termiche per il pranzo. Arrivano solcando la spiaggia alle sette della mattina, per prendersi il posto migliore, piantano l’ombrellone e la cucina portatile: alle nove stanno già preparando il guanciale per la pasta. I ragazzini hanno una voce che raggiunge decibel mai sentiti, secondi solo a quelli della madre quando decide di richiamarli dall’acqua perché devono mangiare qualcosa. Gente in Corsica giura di sentire quotidianamente una mamma romanda minacciare di morte il proprio figlio se non esce dal mare in tempo zero. I bambini veronesi invece sono addestrati militarmente e chiedono il permesso in duplice copia con bolla ministeriale anche solo per iniziare a pensare di farsi un bagno; mentre attendono il nulla osta della commissione “vacanze per bene” presentano un modulo per la costruzione edilizia di un castello di sabbia sul bagnasciuga. I ragazzini di Roma, invece, si divertono.

 

  • IL PRANZO. La famiglia veronese, sebbene sia arrivata in macchina e l’abbia parcheggiata appena fuori dallo stabilimento, non ha con sé borse termiche con il pranzo. La famiglia veronese preferisce sempre la comodità di un tavolo, delle sedie e qualcuno che serva loro del cibo. Quindi, verso mezzogiorno e mezza, il marito prende il portafoglio, obbliga i ragazzini ad indossare una maglietta, richiama la moglie che ci mette sei anni ad indossare un pareo e si accomodano al pulitissimo ristorante dello stabilimento. Sul tavolo: prosciutto, melone, un po’ di lattuga con dei pomodorini e vino bianco. I ragazzini hanno la Coca-Cola, se sono fortunati e non hanno una mamma pediatra o dentista. Comunque sia, di qualsiasi estrazione sociale si stia parlando, tutto può variare tranne il vino bianco e questa cosa è sacrosanta. Sì, perché chi non abita a Roma deve sapere che questi tizi italici terroni non sempre bevono a tavola. Un’eresia bella e buona per me che senza vino non riesco nemmeno a deglutire un tozzo di pane. Che poi qualcuno me lo dovrebbe spiegare come fanno a vivere così: niente Tocai del Veneto di Checchini. Ma siete tutti impazziti? Matti o non matti, i Romani non bevono il vino a tavola e non ne percepiscono l’assenza come noi percepiremmo quella dell’acqua. Voglio dire, se la Raggi togliesse l’acqua dalle fontanelle di Verona chi se ne accorgerebbe? E sticazzi, noi abbiamo il vino! Comunque sia questa storia sembra averla compresa chi mi sta vicino, il mio suocero bis (sì, ho due suoceri: la madre di fidanzato Claudio si è risposata ed io ho fatto la combo) mi chiede regolarmente scusa per l’assenza di vino sulla tavola. Regolarmente lo assolvo con sufficienza. Ma insomma, la famiglia veronese consuma il suo pasto in orario discutibile e lo fa in silenzio e discrezione. La famiglia romana a mezzogiorno e mezzo sta – forse – facendo uno spuntino, ma passeranno altre due ore prima che decidano di fare qualcosa che somigli ad un pranzo. Qui a Roma non ho mai pranzato prima delle due, forse qualche volta intorno all’una, ma perché avevo fame e magari non avevo fatto una gran colazione. Fatto sta che la mamma di Roma ha nelle vaschette di plastica tutto il pranzo prontissimo: mezze maniche al sugo, pane a volontà, insalata mista, due costine, un prete, sette cervi reali, un rabbino e pure una banana. Mangiano, tutti insieme, sotto all’ombrellone, facendo una gran caciara. I bambini corrono con la pasta in mano, rispondono con urla alle urla della madre e in una mezz’oretta si risolve tutto con il papà e il nonno che russano rumorosamente all’ombra.

 

  • IL RITORNO A CASA. La famiglia romana s’alza tutta insieme e verso le cinque stabilisce che sia il caso di iniziare il ritorno. La famiglia romana, infatti, abita a Centocelle e per andare a Ostia con i mezzi deve fare un po’ di casino. Trenino fino a Piramide, poi metro B fino a Monti Tiburtini e per concludere autobus fino a piazza dei Mirti. Alle cinque comincia a smontare il campo nella spiaggia libera, alle nove di sera è a casa. La famiglia di Verona invece ha l’Audi parcheggiata lì, parte da Jesolo alle sette e alle otto e mezza sta già a letto, come le galline. A casa, la madre veronese spalma la cremina sulle spalle morbide e dolcemente abbronzate dei due ragazzini, raccontando loro le mirabolanti avventure dell’eroe Salvini, mentre la madre romana sta cercando di impomatare le ustioni delle sue due bestie di Satana che non hanno voluto mettersi la crema manco per il cazzo, facendo però silenzio perché c’è la prima di campionato e gioca la Roma. Anche a Verona gioca l’Hellas, ma il papà è in garage che aspira la sabbia dagli interni dell’Audi e ascolta la partita dalla radio.

 

Ora, immaginate la cosa: io vengo dalla tipica famiglia veronese e (con qualche eccezione dovuta ad un padre romagnolo) non ho avuto un’estate tanto diversa da quella che – ironicamente – ho raccontato. Crescere in un posto dove le grane familiari si risolvono a bassa voce e si cerca di lasciarle trapelare il meno possibile (a meno che non si parli di mia nonna Anna che, sminchiando il luogo comune, ha sempre pensato fosse di interesse collettivo ogni suo litigio con mio nonno Pietro) e poi andare a vivere in una città dove potrei tranquillamente esporre a tutti voi il motivo del litigio tra la signora e il signor Bordini del terzo piano, mi ha decisamente destabilizzata. Alle volte ho un po’ l’impressione di vivere dentro un programma della De Filippi, con delle incursioni del giudice Santi Licheri e Maria Teresa Ruta, ma va benissimo così. La genuinità confusionaria dei romani la preferisco al silenzio composto dei veronesi, anche se – porca miseria – sarebbe carino non svegliarsi la domenica mattina con l’elenco dei capi d’accusa attribuiti al Sig. Bordini direttamente dalla moglie in veste di pubblico ministero improvvisato. Col megafono incorporato.

 

Ho scritto troppo: larga è la foglia, stretta è la via, dite la vostra basta che lo facciate a bassa voce che di gente che urla ne ho intorno abbastanza! (Disse la ragazza accusata  per anni di avere una voce fastidiosamente alta per i parametri veronesi. Be’, cari amici che tanto mi avete derisa per il mio vocione, sappiate che qui a Roma rientro perfettamente nella media cittadina e voi, dolcissimi amici, potete pure andarvene maledettamente a fanculo!)

Il veliero di San Pietro: miracoli e prodigi dei polentoni

Quando ero piccola mia nonna Anna arrivava al 28 giugno tutta felice perché aveva qualcosa con cui impressionarmi. È infatti tradizione veneta preparare la caraffa per il veliero di San Pietro, ovvero un artefatto casalingo per capire come andrà il raccolto dell’estate, come saranno le temperature, quanto pioverà oppure se semplicemente qualcosa ci andrà male o ci andrà bene. In buona sostanza è convinzione popolare che tutte le cose nate prima del giorno di San Pietro vengano alla luce sotto una buona stella, ma sarà il veliero a stabilire se effettivamente saranno guai oppure gioie. Oh, gioie! Che sia il nostro caso? Mah.

 

sanpietro

Fatto sta che questa sera, io e fidanzato, abbiamo deciso che in certe situazioni solo ai santi ci si possa appellare e quasi sempre per prendersela con loro. Messi da parte gli improperi di routine sbocciati al termine di una giornata da dimenticare, colgo l’occasione per dare la svolta insegnando a Claudio questa bellissima tradizione popolare tipicamente nordica (polentona, insomma, di Verona, pure un filino leghista ecco). Quindi niente, dopo lunghi sospiri e alzate di spalle compulsive, lo caccio di casa e lo mando a fare compere.

 

sanpietro2

LA LISTA DELLA SPESA: una caraffa d’acqua, un uovo (solo l’albume) e un posto esterno dove appoggiare la caraffa, quindi un balcone, una finestra, un terrazzo, ma meglio di ogni cosa sarebbe un prato verde. Verde, mi raccomando, come la bandiera della Padania. Andiamo quindi a documentare con supporto fotografico i difficili passaggi di quest’operazione. Prendete l’uovo e con un bicchiere separate il tuorlo dall’albume, la parte che vi servirà sarà proprio quest’ultima. Una volta fatta questa semplicissima operazione, dovrete unicamente versare l’albume nella caraffa d’acqua riempita un bel po’. Fatto questo, non vi resta che posizionare la brocca all’esterno, al chiaro di luna, lasciandola poi lì tutta la notte.  Ed ecco qua che il gioco è fatto. Quello che ne risulterà domani mattina sarà una sorpresa, dentro la caraffa d’acqua troverete uno splendido veliero creato con l’albume dell’uovo. Questo veliero andrà successivamente interpretato: vele aperte sono sempre di buon auspicio, vele chiuse … niente gioie all’orizzonte.

Quando ero piccola ero solita svegliarmi all’alba per andare in giardino a vedere cosa fosse successo, in realtà non stavo nemmeno tanto ad ascoltare tutta l’interpretazione del veliero, mi piaceva solo l’idea che per una volta all’anno accadesse qualcosa di magico, qualcosa che io non riuscivo in alcun modo a spiegarmi. Era magia, tutto qui, solo magia. E un po’ di magia serve sempre, sia nella vita dei bambini, quanto nella vita degli adulti. Abbandonarsi ad una credenza senza porsi quesiti scientifici è in qualche modo rassicurante, sapere che esiste un ordine al di sopra di noi ci deresponsabilizza per qualche istante e ci fa sentire un pochino più leggeri.

Comunque vadano le cose, qualsiasi cosa dicano le vele di San Pietro, tutto andrà per il verso giusto. Tutto finirà nel migliore dei modi e se ancora non è finita bene, significa solo che ancora non è finita.

Buona notte magica a tutti quanti. 

Si ringrazia fidanzato per l’acquisto delle uova e della caraffa, ma anche per la documentazione fotografica. Come sempre, in caso vi sia piaciuto leggermi, lasciatemi un commento, un like oppure una barretta di cioccolato kinder. 

Una veronese a Roma, volume I

I bilanci e le considerazioni si fanno al sesto mese, oppure alla chiusura dell’anno, ma io faccio quello che mi pare da sempre e quindi ho deciso di attribuire al mio primo resoconto la scadenza di una gravidanza. La mia psicoterapeuta se la riderebbe un sacco, considerando questa scelta assolutamente non casuale.

Il motivo per il quale s’è pensato di scrivere questo post è farvi capire quanto possa essere bizzarro per una veronese vivere in una metropoli del centro sud. L’idea ce l’ho da qualche settimana, la voglia di scrivere mi è venuta ieri sera quando, tornando a casa da una serata con gli amici, ho visto quanti gruppetti di ragazzi passassero il tempo agli angoli delle strade e nelle piazze a giocare  a calcio. Era mezzanotte passata da un pezzo e in meno di un chilometro di strada ho visto ben tre comitive impegnate con un pallone.  Ma cominciamo dal principio.

Elisa, benvenuta al sud!

Ma Roma non è sud …

Dal Po in giù sono tutti terroni. 

image1

  • AUTOBUS SENZA ORARI: “Scusi, a che ora passa il 558?”  Non stupitevi se facendo questa domanda vi viene successivamente riservata un’occhiata di pena mista tenerezza. A Verona tutto è preciso per quanto riguarda il trasporto pubblico: se il 12 passa alle 13:45 allora significa che a quell’ora – cascasse il mondo – l’autobus sarà presente alla fermata. In caso ritardasse di mezzo minuto, probabilità assai poco concepibile, ci sarebbe la vecchietta pronta a far protesta all’azienda con tanto di raccolta firme e gruppi indignati su Facebook. A Roma, invece, gli autobus non hanno orario. Più o meno sai che circa forse passerà qualcosa di utile, ma non è mai il caso di farci troppo affidamento. Meglio? Peggio? No, solo diverso. Uno si regola e non viene difficile, in nove mesi ho imparato a destreggiarmi nella giungla dei mezzi pubblici senza problemi, arrivando in ritardo (poi parleremo anche di questo) solo in caso di sciopero.
  • DISTANZE E TEMPI ARBITRARI: la percezione dello spazio e del tempo, qui a Roma, non è assolutamente compatibile con la percezione dello spazio e del tempo che abbiamo a Verona. Vi basti pensare che da casa mia, ovvero Centocelle, a Ponte Milvio ci metto circa un’ora e un quarto con i mezzi pubblici, praticamente lo stesso tempo che impiego da Verona a Venezia con un treno. Da Centocelle a Ostia per fare giornata al mare equivale a allo stesso sforzo che si farebbe da Verona a Milano per fare serata. Nel primo caso sei rimasto all’interno della stessa città, nel secondo hai praticamente attraversato il nord Italia. In buona sostanza ci mette meno mia madre ad andare a fare shopping in Galleria Vittorio Emanuele che io ad andare a farmi l’aperitivo a Prati.
  • UFFICI PUBBLICI, LA GUERRA QUOTIDIANA: richiedere la residenza a Verona significa inviare una mail e attendare l’arrivo delle guardie a casa affinché verifichino la veridicità delle informazioni, richiedere la residenza a Roma significa conoscere almeno una trentina di impiegati statali, fare la sauna negli uffici privi di aria condizionata, improvvisarsi baby sitter per i figli piccoli dei martiri in coda prima di te che devono entrare a consegnare – a mano – la pila di carte e documenti che vengono richiesti. A Verona i tempi massimi per l’avvio delle pratiche dipendono dalla connessione internet che si possiede in casa, a Roma i tempi massimi vanno dalla nascita di Adamo alla crocifissione di Cristo.
  • AL BAR LA BRIOCHES NON ESISTE: “Le brioches le fanno a Parigi signorina, noi abbiamo i cornetti.” Esatto, proprio così. Qui a Roma si chiede cappuccino e cornetto, non cappuccino e brioches. E fa strano, parecchio strano, visto che per un Veronese il cornetto corrisponde al gelato dell’Algida, però tant’è e bisogna cambiare rapidamente vocabolario se si intende fare colazione nella capitale. Per altro non rimaneteci male se il barista vi rivolge la parola con un burbero “Chevvoi?” corrisponde completamente al nostro più freddo e formale “Buongiorno, cosa desidera?”. Ci rimanevo di stucco all’inizio, lo ammetto. Una volta ho anche alzato le sopracciglia con tanto di occhioni lucidi e smarriti, ma alla fine si impara ad amare anche questa spontaneità molto più vera e genuina della patina ipocrita di alcune cameriere di piazza Brà in centro a Verona. Insomma, alla mattina rode il culo a tutti, pure al barista, non ha senso fingere che non sia così.
  • LA SOGGETTIVITÀ DEL CONCETTO DI RITARDO: 10 minuti non è ritardo, nemmeno 15 in molti casi, si chiama “spazio di tolleranza”. E vorrei ben vedere se non fosse così. Arrivare in macchina ad un appuntamento non assicura niente, trovare parcheggio alle volte corrisponde a trovare una giraffa senza macchie. Prendere un mezzo pubblico non garantisce il miracolo, anche perché anche ammettendo serva solo prendere la metro per un paio di fermate, si devono poi prendere in considerazione i seguenti inconvenienti: ritardi, guasti, scioperi e allarmi bomba i quali sono eventi all’ordine del giorno. Quindi “ci vediamo alle quattro” è un concetto che gode di ampia flessibilità, tanto da poter trasformare una merenda in un aperitivo, se non addirittura in una cena.
  • ABBRACCIAMOCI TUTTI! Non importa da quanto ci conosciamo, probabilmente ci stanno presentando in questo momento: finirò stritolata e sbacciucchiata lo stesso, da chiunque io abbia davanti. Qui a Roma funziona così, ci si tocca, ci si bacia, ci si stringe: il contatto fisico sembra una condizione sine qua non per entrare in relazione con qualcuno. Baci e abbracci quando arrivi, baci e abbracci quando te ne vai, saluti e feste ogni volta, come se fossero passati mesi dall’ultimo incontro. A questa cosa mi sono abituata in fretta, essendo una pratica che trovo molto divertente e spontanea, ma accidenti che figure di merda che collezionavo al principio! Mi sono ritratta d’istinto un sacco di volte, oppure finivo per congelarmi all’arrivo di baci totalmente inaspettati. Poi ho capito come fare: basta fingere sempre di rivedere il proprio interlocutore dopo tanto tempo e al congedo è sufficiente improvvisare un’immaginaria dipartita per lidi sconosciuti per tempi non quantificabili. In questo modo tutto andrà bene.
  • NEGOZI APERTI H24: non sia mai che ti venga voglia di comprare un cestino di mele alle quattro della mattina. A Verona questa cosa non esiste, almeno fino a settembre dell’anno scorso quando me ne sono andata; qui a Roma invece si può trovare di tutto a qualsiasi ora, dal deodorante per le ascelle alla lametta per i peli superflui, passando per le banane e un cespo di lattuga. Basta infatti uscire di casa e fermarsi al primo bangladino disponibile, che poi anche se non è originario del Bangladesh è lo stesso, basta che sia scuretto di pelle e che lavori h24 e sette giorni su sette. Per non parlare del Cornettaro, dello Zozzone (corrispondente romano del veneto “merda”), del Kebabbaro e via dicendo, tutti posti dov’è possibile trovare un ristoro notturno in caso di fame di dubbia provenienza.
  • QUESTIONI DI FAMIGLIA RESE PUBBLICHE PER I VICINI: abitare in mezzo a quattro palazzi alti come le montagne ha i suoi lati divertenti, la domenica infatti il vicinato si trasforma in una puntata di uomini e donne, verso mezzogiorno arriva Maria De Filippi che fa accomodare gli ospiti sulle varie terrazze e tutti gli affari di famiglia vengono smerciati al pubblico non pagante utilizzando decibel interessanti. Frequenze sonore mai viste e mai sentite irromperanno nella vostra abitazione per mettervi al corrente che il marito non è tornato per cena, che il figlio non ha fatto i compiti, che la signora del terzo piano è fin troppo chiacchierata. Il tutto, naturalmente, viene condito da meravigliosi insulti verso tutte le donne della famiglia della parte aggredita: madre, sorella, nonna … e pure i morti, anche se non ho mai capito che cosa possano aver fatto i morti. Mentre la professione della madre,  della sorella e della nonna spesso non viene lasciata all’immaginazione.

La verità è che potrei andare avanti ancora un bel po’, la lista è molto lunga perciò mi è stato suggerito di non snocciolarla tutta insieme e tutta in una volta. Il mio “Benvenuti al Sud” sarà quindi un appuntamento ricorrente, ogni tanto vi racconterò di quanto curisa risulti questa metropoli per una persona abituata all’ordine e alla disciplina di una città del ricco nord-est, ma per oggi mi fermo qui.

Come al solito se il post vi è piaciuto potete condividerlo, spacciarlo sotto ai banchi di scuola, stropicciarlo e lanciarlo dalla finestra. Potete anche mettere un like al link su facebook, scrivere due righe di commento, mandarmi a quel paese oppure prendermi in giro. Però se passate di qui e leggete i miei scritti, fatemelo sapere perché la cosa mi fa sempre un sacco felice.